Archive for the ‘cose pensate’ Category

AGOSTO

3 agosto 2016

Azzurro. Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me. Mi accorgo di non avere più risorse. E basta.

Agosto sospeso e immobile tra l’inizio e fine dell’estate, una calma piatta di calore, di lentezza, di fermo immagine.

Agosto da bambina mentre attendo il ritorno dalle vacanze della mia amichetta del cuore.

E giro per la casa in semi ombra, le finestre aperte sulle tapparelle abbassate, la radio dalla cucina in sottofondo, esco in terrazza, la parte di terrazza dove il sole arriva solo verso sera, le cicale senza tregua dagli alberi delle mura, e mi fermo accucciata a guardare gli strani percorsi delle formiche sulle piastrelle rosse. Rientro in casa, guardo in corridoio, dietro la porta, sul lungo tavolo dove finiscono i giornali vecchi, le riviste già sfogliate, i Selezione del Reader’s Digest, i vecchi libri di scuola, cerco qualche giornalino già letto. Questo. L’ho già letto ma forse non me lo ricordo.

Agosto da ragazzina, sdraiata sul divano, le gambe nude sulla spalliera, il sole che filtra tra le veneziane e gira lentamente da una finestra all’altra. Pomeriggi a leggere. “La storia” della Morante. Non finiva mai. Leggevo fino ad avere il mal di testa. La notte sognavo Useppe, la guerra, i soldati tedeschi. E poi “La ragazza di Bube” e “Metello” e “Il gabbiano Jonathan Livingstone”.

Ma tutte queste passioni, mi chiedevo, ma tutto questo patire. Qualcosa mi corrispondeva, qualcosa lo leggevo ma non lo capivo. Cercavo un senso a tutto. Cercavo un nome per tante cose.

Agosto al mare con le amiche. Il bikini azzurro per tutte e tre. Solo a una stava bene. L’altra era troppo grassa e io ero la via di mezzo. Senza parole, impacciata, sempre in carne viva come un fico sbucciato. L’appartamento pieno di zanzare con la madre e il fratello grande e strano della mia amica. E la sera con il gelato sulla via principale. Occhiate e risatine e discorsi e voglia di essere da un’altra parte.

Ma adoravo il mare, adoravo la sabbia, adoravo il respiro corto uscita dall’acqua e il sole che bruciava sulla pelle bagnata e sfolgorava tra le palpebre chiuse. E alla sera adoravo i negozi del mare: vecchie rivendite di paese ringiovanite dagli espositori sul marciapiede pieni di secchielli, palette, set di formine, retine ripiene di giochi da spiaggia colorati, e creme solari e sandali e zoccoli e giornali in tedesco. Odore di gomma, di carta, profumo di cocco a ondate soffiati dal ventilatore sul vecchio bancone da negozio di paese.

Agosto e il primo viaggio con gli amici. La Grecia lontanissima e sognata da anni. La Jugoslavia al di là del confine con i negozi con le vetrine vuote, le cameriere dei bar assenti e sgarbate, le file di camion turchi vicino al confine e la macchina che sobbalzava sui lastroni di cemento per chilometri e chilometri. E finalmente l’Acropoli accecante tra gli ulivi, i campeggi polverosi e assolati, la sorpresa dello stretto di Corinto, i leoni di Micene e infine, nel viaggio di ritorno, l’assoluto stupore delle Meteore e degli eremiti tra le rocce: uomini seminudi, in piedi su una sporgenza della montagna grigia. Guardavano il vuoto, guardavano il cielo, le montagne, la loro vita su una cengia, muti, lontanissimi, indecifrabili nell’aria immobile, calda, sospesa di quell’Agosto lontano.

 

 

LA STANZA (si riparte)

5 febbraio 2012

C’è un bel silenzio in casa. Le cose al loro posto, quiete. Fuori il sole tramonta piano, arancione sulle pareti delle case in fondo al giardino. La luce si fa buio.

Amarti è farti entrare in una stanza in cui le pareti sono di rete leggera e luccicante, fili delicati, sottilissimi e traslucenti di ragnatela. Il pavimento è un ricamo lieve, intrecciato di trame luminose, antiche, complesse e fragili: camminarci, anche con passo leggero, ma incauto, può sfogliarle in frammenti di dispiacere, acuto come una scheggia nella pelle, senza fine e senza respiro come il momento del dolore. Intorno, un paesaggio di luce nitida, sospesa e stupita. Attenta.

Lo stesso passo, ma per chissà quale strada, io non lo so, ti giuro, è invece argento vivo di felicità.

Farmi del male è l’ultima cosa che vuoi, lo so. Che fare, allora? Non so.

C’è da fare. Sì, comunque.

ANGELO CUSTODE

20 marzo 2011

Questo è un vecchio post, già pubblicato qualche anno fa.
Lo rimetto qui per tutti quelli, e sono tanti intorno al mondo, in questo momento, che hanno bisogno di un angelo custode.

Io sarei una che crede agli angeli. Non si capisce bene il perché, come per molte altre cose della mia vita, ma sta di fatto che, anche senza ammetterlo del tutto, ed in fondo è la prima volta che lo faccio, gli angeli per me ci sono.
Dico ci sono, perché dire esistono sarebbe ben diverso: esistono presuppone un credo, ci sono mi suona più improvvisato e meno impegnativo, ed in fondo più adatto ad una che, come me, non crede molto in nulla.
Ma insomma, ho deciso di mollare un po’le maglie del controllo, e ho pensato che, nella mia vita, potrei anche concedermi una bizzarria così poco razionale.
Sarà che da piccola, avevo, attaccato al muro, a fianco del mio letto, un angiolino di ceramica rosa con un bel faccino alla Beato Angelico, un’aria calma ed eterna e una lanterna in mano con dentro una lucina che accendevo prima di entrare nel letto. Sì, perché io entravo, ed entro, nel letto, come uno che entra in una barca, alzando prima una gamba e poi l’altra, e salendoci sopra, per poi scivolare, come un bruco, sotto le coperte senza muoverle.
Da piccola quindi, accendevo la lucina dell’angelo calmo ed eterno ed entravo nel letto barca, solo dopo averci ben guardato sotto, facendomi coraggio e piegandomi a metà, con il fiato sospeso e  con un certo terrore, a scrutare il parquet immobile, innocuo e in penombra.
Fino a che non mi addormentavo poi, facevo ben attenzione a non lasciare sporgere una mano o un piede dal letto, perché ero sicura, e già i miei occhi lo vedevano nel buio, e mi facevano trattenere il respiro, e fermare il cuore, che una mano enorme, fortissima, pelosa e verde di alghe di palude o nera di tenebre, sarebbe uscita fulminea da sotto il letto per afferrarmi per il polso o la caviglia in una morsa potentissima per trascinarmi poi giù giù giù giù e giù, lontano e per sempre, in quell’abisso buio che si apriva tutte le notti sotto il mio letto tappezzato di quell’orribile raso, fortemente voluto da mia madre per la cameretta dell’unica figlia femmina, a rose rosse, gialle e rosa, e per non farmi mai più risalire.
Invece, l’angelo calmo e sereno mi proteggeva. Mi proteggeva sicuramente anche durante la notte, quando, incosciente e inconsapevole, muovendomi nel sonno, avrei abbandonato la mia posizione di sicurezza, girata sul fianco destro, vigile ed attenta, occhi aperti nel buio, verso la porta semiaperta, a controllare che un pazzo assassino non entrasse come una furia brandendo alto un coltello luccicante, pronto a piantarmelo nella schiena, non appena mi fossi girata verso il muro. Chissà come, invece, l’angelo cacciava via tutti quei mostri. Forse creava un campo magnetico, sicuro e protetto, un golfo riparato dove, silenzioso e tranquillo, galleggiava il mio letto nel debole chiarore della sua lucina.
 
Un campo magnetico era riuscito di sicuro a crearlo anche quel giorno di maggio di venti e più anni fa in cui, in quattro su una 127, per uno scherzo finito male, facemmo testa coda sulla Callalta, e sfiorando una decina di auto che correvano nel traffico di una domenica sera, riuscimmo a passare tra due platani e a planare senza capottare in un fosso miracolosamente asciutto. Gli unici miei danni furono una gran botta alla tempia e la sfilacciatura di una fettina laterale di lingua rimasta presa tra quattro molari.
Quando ripresi i sensi, dopo aver visto dai finestrini il mondo volarmi intorno e diventare nero in un attimo, riuscii perfino ad uscire dal sedile dietro e a risalire da sola dal fosso, arrampicandomi ostinatamente ai ciuffi d’erba verde della riva, aiutata da un infermiere bianco e sorridente dell’ambulanza che vedevo lontana, irraggiungibile, parcheggiata sul ciglio della strada. Ma sono sicura che non era un infermiere. Era il mio angelo, che silenzioso e attento come sempre, si complimentava con me, e mi incitava con un sorriso. Poi, mentre al pronto soccorso aspettavamo le radiografie, forse andò a bersi una birra con gli angeli degli altri tre. Birra meritata, visto che in quattro ci procurammo solo un taglio da tre punti al pronto soccorso.
Good job, direbbero in america.
Quante ne ha viste poi, in questi anni. Almeno due voli in moto, si andava piano però, poi un altro paio di incidenti sicuramente mortali, che mortali però non furono, e non diventarono neanche incidenti, (ma quella golf targata germania me la ricordo benissimo mentre ci sfrecciava a fianco in galleria dopo un sorpasso rientrato, e pure il camion alla fine della retromarcia nella stradina in toscana), e una curva presa troppo larga dopo una cena in collina.
Il bello è che non ero mai io alla guida, e il mio angelo doveva essere assai incazzato e avere in più ottimi rapporti con i suoi colleghi.
Cosa manca? Ah beh, forse quella volta che ho fatto autostop a quindici anni, quella sera nella metropolitana di Londra, i vari maniaci, pedofili per fortuna solo esibizionisti, e alla fine innocui, incontrati ai giardinetti da bambina e poi insomma, mettiamoci pure il giro del mondo, via.
In fondo con tutti gli aerei e autobus e metropolitane che ho preso, e quartieri sconosciuti e ostelli e strade mai viste, e onde australiane e traghetti neozelandesi, e treni, e vie deserte, avrà avuto il suo daffare anche se io non mi sono accorta di nulla.
Ci metterei poi anche qualche periodo in cui entravo in casa e, con il cappotto addosso, mi lasciavo cadere sul divano a guardare il muro, o un paio di sere in cui mi sono fermata nell’ingresso e, lentamente, senza credere che succedesse davvero, sono scivolata piangendo lungo il muro. Di sicuro, dopo un po’è stato lui, il mio angelo, a farmi alzare, a lavarmi le mani piano piano come una convalescente, guardando l’acqua scorrere dal rubinetto come fosse la prima volta, e a lavarmi la faccia senza guardarmi nello specchio. O forse sono stata io, pensando a lui, o lui, pensando a me. O tutti e due insieme, così insieme che ormai non sappiamo neanche più dove comincia l’angelo e dove finisco io, tanto siamo abituati a lavorare fianco a fianco e ad arrangiarci.
Come direbbero gli americani, siamo una bella squadra. Good job, angelo.

SESSO AL MARTEDI’ GRASSO

9 marzo 2011

La “Waka Waka” di Shakira va un casino tra i carri mascherati di questo martedì grasso.
Cercavo di arrivare all’agenzia pratiche auto (sì, ho fatto il gesto epocale: ho comprato l’auto nuova) e mi sono trovata tra la folla moderatamente festante, anzi quasi leggermente perplessa, che assisteva al passaggio dei carri. Il carro dell’Allegra compagnia di Maserada sul Piave in quel momento cercava di farsi largo per le strade del centro, ondeggiando plasticose canne d’organo variopinte eruttanti coriandoli sulla curva a gomito che sbocca in Corso del Popolo.
Era preceduto, appunto, dai membri festanti dell’Allegra compagnia: una ventina di quarantenni, qualcuno sospetto anche cinquantenne, abbigliati a mo’di note musicali che, illividiti dal freddo dopo tre orette di sfilata, il viso serio e accigliato da chi me l’ha fatto fare e maledetta quella volta che Bepi mi ha portato alla riunione quest’inverno che te assicuro che xe pien de fighe, intrecciavano coreografie danzanti sulle note di musicacce disco.
Tre passetti a destra, tre passetti a sinistra, una giravolta, chiudi le braccia, stendi le braccia, una alla volta, prima la destra, poi la sinistra, un battimano e via. Sulla scia delle scuole di balli sudamericani (dio quanto li odio), tutti dietro al gran beccatore, il maestro fustacchione bicipitato: a la derecha a la izquierda, un pochito de qua e un pochito de là.
Dietro arrivava il carro degli Amici di San Giuseppe che sparava “Mamma mia” degli Abba. Sponsor la carrozzeria Bettiol Denis. Altra pattuglia di quarantenni (ma le ragazzine dove sono sparite, non ambiscono più a fare le majorettes?): meduse violette, polipastre verdognole sovrappeso, il gallo del quartiere in versione Capitan Findus, che con due manacce da muratore guidava le danze e il trattore che trainava il carro.
Parte la “Waka Waka” e il ragazzo nero, presunto ghanese (è insieme a Adjatay, il ghanese che ho trovato nel gruppo di alfabetizzazione agli stranieri a scuola) che assiste alla sfilata con le mani in tasca e lo sguardo un po’assente sul marciapiede di fronte, accenna un sensualissimo movimento d’anca. Gli è partito naturale al suono della “Waka Waka”, ma subito si blocca. Non è posto questo per ballare, anche se la musica è pompata a tutto volume, mica siamo al sambodromo o in piazza a Accra o dove diavolo ballano i ghanesi. Non si balla sulla pubblica via di una cittadina del nord est, tra uomini nativi imbacchettati che non saprebbero muovere il bacino neanche sotto ingiunzione del fisioterapista, ora retrofletta su!, e donne che volentieri si lancerebbero in ancheggiamenti lascivi, retroflettendo di gusto, in stile velina intorno al palo della lap dance, ma mai per strada, o meglio, in piazza.
E così corre via l’ennesimo Carnevale, le polipesse verdastre ai lati del carro degli Amici di San Giuseppe, imbottite di maglioni sotto i costumi che tirano sui fianchi, cercano di sculettare come le mulatte del carnevale di Rio e accennano con le braccia il famoso gesto di Shakira: mani unite all’altezza del petto in un su e giù vagamente evocativo di altro movimento sussultorio. Il risultato è così goffo che mi vergogno per loro.
Non commento l’ultimo carro che avanza: una enorme biga azzurra carica di fulmini e saette simil-raggi di fuoco e sovastata da un truce sole giallo e fiammeggiante. Titolo dell’opera a grandi lettere sul cartello davanti al trattore che traina il carro, ma solo per chi non avesse capito il senso dell’opera: Il ritorno di Ben Hur? Il carro del sole? E’ tornata la primavera? No, la risposta esatta è: “Non ci resta che la biga”.
Tutto intorno, il pubblico da sfilata dei carri a carnevale o da fiera degli osei o da autoscontri alla sagra. Quelli che ti chiedi dove stiano nascosti tutto il resto dell’anno: branchi di ragazzini magrissimi e torvi, mani in tasca, jeans strettissimi e ciuffi abnormi, schiere di ragazzette fumanti, spavalde e urlanti che si tengono a manina, tipacci rudi in anfibio e passo montanaro, tris di punk: lei grassissima con le calze smagliate e la minigonna, lui altissimo un po’ gay, l’amico con la cresta viola, sette orecchini per orecchio e un po’ ingobbito, coppiette di emo pallidi e depressi. Insomma tutto l’atteggiarsi della presunta contemporaneità giovanile, ritenuto ancora trendy nei paesi, ma definitivamente out per il capoluogo.
Dio come sono snob.

ODIO

24 febbraio 2011

Certo che bisogna davvero avere la faccia come il culo per dire che finalmente il vento della democrazia sta spirando anche tra i giovani libici quando solo qualche mese fa ci si prostava di fronte all’amico Gheddafi baciandogli le mani, vendendo il culo, appunto, ma non solo il proprio, ma anche degli italiani tutti, per assicurarsi cosa? petrolio e affari e soldi e cosa?
E quell’altra: l’orribile essere onnimezzobustante onorevola Anna Maria Bernini, insopportabile nella sua esasperante, monotonica, vis oratoria, resa ancora più veemente dal successo ottenuto nelle ultime settimane in qualità di difensora al di là di ogni senso del ridicolo del suo Principale, benché immobilizzata dal sottonaso in giù dai labbroni siliconici e dal sottonaso in su dal botulino che le rende lo sguardo fisso e inespressivo come quello di una lepre abbagliata in mezzo alla strada. Qualcuno ha detto all’essere abominevole: quella sa il fatto suo, mandiamola a tutti i dibattiti. E così è. E gli organizzatori di dibattiti tutti a farla parlare.
E un altro a caso: quella vecchia baldracca romana, Fabrizio Cicchitto, l’aria mezza storta e schifata da mascherone di pietra di chi tante ne ha viste e tutte le ha scampate ma tanto chissenefrega, sorrisetto sbiego e sopracciglio inarcato, sempre pronto a fermarsi lungo qualche via della capitale, a elargire ai microfoni, frasette strascicate di accomodamento, di vituperio contenuto che non si sa mai, di difesa della situazione odierna, di accordo, intesa, transazione, e poi domani, se serve, di difesa della situazione di rottura, divergenza, dissidio.
E vogliamo parlare dell’inutile foga bugiarda di quell’altro essere, Gasparri, della sua aggressività ignorante e arrogante, la voce velata e arrochita sempre tesa non al voler comunicare o dire o spiegare, ma al voler dimostrare qualcosa all’interlocutore, all’altro, chiunque sia, inventando, prevaricando, aggirando, rendendosi evidente personificazione del farabutto faccia di bronzo.
Anime nere.
E poi gli altri, quelli che sono macchiette, di cui non riesci neanche a percepire una minima grandezza, neanche nell’audacia, nella perseveranza, nell’intelligenza subdola, nella tenacia della volontà di arricchirsi, di diventare famosi, di farsi i cazzi propri, ma di cui senti solo l’evidente bassezza, la meschinità, la povertà umana.
 
Ero a Padova il 7 giugno dell’84. Uscivo dall’Università e passai per caso per Piazza della Frutta. Era periodo di elezioni, c’era un comizio, uno dei tanti, e la piazza affollatissima. Parlava Berlinguer. Una figura lontana, i capelli neri e la camicia bianca sul palco, in fondo alla piazza. Mi fermai un attimo, ma avevo il treno da prendere e corsi via. Lui stava ancora parlando, ma era l’ultima volta.

Devo contenermi. Accendo la tivu e provo dei sentimenti di odio intollerabili.

berlinguer

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 

QUOTIDIANO

21 gennaio 2011

Guidavo all’una e mezza del pomeriggio, sulla stradona verso nord. Andavo verso le colline, quattro ore di lezione da fare in una scuola. Una scuola che presta le sue aule al pomeriggio, vuotate dagli studenti del mattino. Formazione agli apprendisti, ragazzi appena appena adulti, appena assunti con contratto d’apprendistato, obbligati per legge a corsi inutili, mal gestiti, mal organizzati. Come tutto quello che in Italia potrebbe essere buono e ben fatto, e per convenienza e approssimazione e cialtronismo viene spruzzato qua e là di merda liquida.
Così, con un corso di venti ore di inglese, distribuito su cinque giornate, a botte di quattro ore al giorno, in una classe dove potresti trovare il laureato in lingue e lo straniero che mai ha studiato l’inglese, finisce che un terzo si annoia, un terzo non capisce, un terzo non c’ha voglia, uno vorrebbe fare meglio, e tutti vorrebbero essere altrove.
Allora, ero in macchina all'una e mezza, dopo aver dormito malissimo la notte, aver mangiato in fretta una pasta orrenda condita col sugo Mutti alle verdure grigliate, essere uscita col pomodoro aggrappato alle pareti dello stomaco, freddo e malamente scomposto in boli di cipolla industriale e melanzana dopata,  e correvo tra furgoni, concessionarie d’auto, divaniedivani, centriottici e ipermercati in mezzo a questa nebbiolina orrenda, grigia e umida e fredda, con la paura che a scuola non mi facessero trovare la televisione e il dvd, con cui dovevo fare la lezione e non sapere quindi che pesci pigliare con gente mai vista, maldisposta e indifferente.
E così intanto parlavo, mi preparavo alla presentazione del corso, mi presentavo, con il mio sorriso finto da persona che gestisce benissimo le situazioni, fingendo di parlare a un qualche microfono di cellulare che sennò magari da fuori pensavano che parlavo da sola, come in effetti era, e pensavo, come sempre capita all’inizio di qualche corso, che avevo sbagliato tutto, che dovevo cambiare lavoro, che dovevo partire, andare lontano, non tornare più in questo paese del cazzo, che tanto che ci facevo io qui, e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico, e che ero stra stufa di dovere farmi forza e penare, e pensavo, soprattutto,  che piuttosto che entrare in classe avrei mangiato una merda.
Superato il ponte, il castello di San Salvatore, lontano, perso e spaesato in mezzo alla nebbia delle colline. Che aveva di così insopportabile?  Mi sentivo così sola e persa che ho perfino pensato al  mio angelo custode. Dove diavolo era?
Poi ho immaginato questo grosso volatile improvvisamente seduto al mio fianco in macchina, con il testone biondo e i ricci da angelone, delle enormi ali un po' ripiegate, piume dappertutto, sotto il sedile, sui tappettini neri e svolazzanti per il cruscotto, e la tunica bianca stropicciata e un po’ sporca di polvere. Aveva un faccione pallido, il profilo greco, e assomigliava un po’a un promotore finanziario che conosco. Che cazzo, ho detto, perfino l’angelo custode, ormai.
Mi è venuto da ridere.
A quel punto ero arrivata a scuola e ormai mezza merda l'avevo mangiata. 

HEREAFTER: QUI E DOPO

8 gennaio 2011

A vedere “Hereafter”, l’ultimo film di Clint Eastwood, bisogna andarci quando si ha il cuore in pace.
A me personalmente questo accade qualcosa come una volta ogni dieci anni, per qualche minuto, quindi ci sono abituata, ma se non siete nelle migliori condizioni di spirito, non pensate poi di poter proseguire la serata con una pizza e via, come se niente fosse.
Il film parla di morte, di vita, di vita oltre la morte.
Hereafter che letteralmente si potrebbe tradurre con un bellissimo quidopo, come a dire che dopo qualcosa resta qui, in maniera molto più linguisticamente corretta sta per d’ora in poi, o in futuro, ma anche per un aldilà, che per fortuna non è stato utilizzato come titolo per la versione italiana perché avrebbe portato con sé tante di quelle connotazioni e sfumature di natura cattoreligiosa di cui noi italiani possiamo fare volentieri a meno, soprattutto nel momento in cui si abbassano le luci in sala e cominciamo a goderci un film.
 
E il film ce lo godiamo dal primo momento, con una scena da moderna apocalisse: lo tsunami del 2004 che si abbatte con la sua onda terrificante sulla vita tranquilla e pacifica di centinaia di migliaia di persone in un qualunque mattino di quell’inverno/estate nell’Oceano Indiano.
Da qui prende il via la vicenda di una giornalista francese che, per quelli che sono i casi della vita, quindi per quelle circostanze che sono proprio l’here, l'hic et nunc, il qui ed ora, si intreccerà alle vicende di un operaio di San Francisco e di un bambino londinese che per la loro storia personale hanno avuto a che fare con l’after, quello che viene dopo.
Il film procede per un continuo intrecciarsi di casi e coincidenze, che sono poi le semplici avventure della vita, a pensarci e a farci caso, che diventano poi casi e coincidenze quando proprio vogliamo dar loro un senso e un perché.
In realtà la morte, che arrivi con un’onda di trenta metri, con un incidente d’auto, per mezzo di un attentato terroristico o per malattia, fa semplicemente parte della vita, ma a vederla da lontano, cioè da vivi, pare spettacolare, inaspettata, sorprendente e soprattutto crudele. Crudele perché ci lascia tramortiti, appunto, spaesati, appunto, pieni di domande in cui ci chiediamo quale sarà il nostro paese d’ora in poi e come riusciremo a viverci, incapaci di proseguire nel nostro cammino come se niente fosse, perché ci ha toccati, come nel caso della giornalista francese, o perché ci ha portato via un pezzo, come nella vicenda del piccolo inglese, o perché, come nel caso dell’operaio sensitivo americano, ci coinvolge così quotidianamente con la sua ombra da renderci impossibile la vita.
Vita che per quanto si sposti continuamente tra splendide spiagge indonesiane, le redazioni di un editore parigino, l’appartamento di un operaio americano e la terraced house di una famigliola londinese è ugualmente sempre in bilico tra la vita e la morte, anche se, per vivere non possiamo e non vogliamo accorgercene.
E tutti siamo sempre lì, sul filo, vuole forse suggerirci Clint Eastwood, sia che prendiamo il sole a Pee Pee Island per le vacanze di Natale, sia che prendiamo la metropolitana a Charing Cross o attraversiamo la strada di corsa. E tutti siamo uniti dallo stesso filo: che siano i racconti di Charles Dickens ascoltati da un audiolibro in un appartamento di San Francisco o certe storie tragiche della Londra dickensiana, sempre attuale, anche dopo duecento anni, in certi sobborghi della grande capitale inglese, tutti navighiamo a vista, tentando di arginare la nostra personalissima cognizione del dolore, quello che, da umani, ci è toccato in sorte.
 
Clint Eastwood è sempre, o sempre più, grande. Non ci da’risposte confezionate, sonda e mostra con la grande poesia e il tocco lieve e denso di cui è maestro, il materiale disponibile senza fornirci interpretazioni religiose o laiche: così stanno le cose, prendete, servitevene tutti e fatene quello che credete. Matt Damon è stupendo nell’offrirci l’interpretazione di un uomo semplice schiacciato dal macigno del suo dono/condanna e dalla solitudine che ne deriva, senza una donna, senza amici, perso in un lavoro anonimo: lontano dalla vita perché troppo vicino alla morte e alle domande che ci pone.
Il film finisce bene, nel senso che in qualche modo si esce dal cinema sollevati. Il magone di certe scene sparisce, per fortuna, anche se sappiamo bene che è solo rimandato.
Ma in fondo, è la vita no?

 

BUON NATALE

25 dicembre 2010

M. ha la bambina che da un paio di mesi le ha prese tutte. Ogni quindici giorni un’influenza, e con il lavoro è un casino. E baby sitter e corse di qua e di là. E la macchina quasi nuova che la lascia a piedi ogni dieci giorni e due meccanici che non capiscono cosa abbia. E suo fratello ricoverato in ospedale per un’infezione, che con la vita che fa si prende di tutto, e quindi altri giri, altre corse. Da sola, si sa, è tutto un casino. Per il resto tutto uguale, non è cambiato niente. A Natale, di solito va da sua mamma. Il figlio di N. invece, era seduto a fianco del ragazzo che è morto nell’incidente, era su tutti i giornali. Non s’è fatto quasi niente e per fortuna non si ricorda nulla. Solo che tutti e quattro urlavano gira gira gira, e l’altro invece è corso dritto oltre il vuoto, dritto nella notte nera oltre il cavalcavia. Avevano bevuto un casino tutti e quattro. A Natale lui va in Namibia, il figlio sta da sua madre. La madre di B. è entrata nella nuova casa, vicino a sua sorella. Da quando è morto il marito, qualche mese fa, non poteva più vivere da sola in quella casa, da sola. Troppo grande. Come regalo le hanno comprato una televisione nuova, per via del digitale terrestre. L. passerà il Natale in famiglia, poi forse andranno qualche giorno in montagna. I ragazzi bene. F. andrà dalla ex suocera con il bambino. Con C. non si vede più, ma ogni tanto le telefona. P. ha deciso che andrà dai suoi amici. Da quando ha lasciato A. e se n’è andata di casa per stare con V. è confusa. V. invece andrà dall’ex cognato che ha una nuova compagna. R. è da solo, non ha più famiglia e con sua figlia i rapporti sono sempre stati freddi. E’uscito a cena con la ex cognata, un paio di giorni fa, l’unica con cui è rimasto in amicizia, per farsi gli auguri. A. e P. fanno il pranzo a casa della famiglia di A. e il cenone dalla famiglia di P. M. va a casa dell’ex moglie, che ora ha altri tre figli, per stare con suo figlio G.
Natale è la festa della famiglia. Nel senso che a Natale ci si accorge di averla, di non averla, di non averla mai avuta, di non volerla avere, di volerla. E che solo per brevi momenti la vita ti ha dato retta.
Comunque, miei cari lettori, Buon Natale.

 

“RAGAZZI” LO DICI A TUA SORELLA

17 dicembre 2010

Beh, diciamo che anche solo fino a un paio di anni fa, non avrei mai creduto di pensarla così, però oggi la lettera di Roberto Saviano pubblicata da Repubblica ai ragazzi del movimento,  mi suona tanto da sermone del parroco di chiesa di campagna. Fuori dal mondo e fuori dalla realtà.
Intanto quanta retorica: già usare ragazzi evoca quell’enfasi familistico patriottica tutta italica de i nostri ragazzi, locuzione multivalente, pelosamente affettuosa e intimistica di quando si vuole sottintendere: sono dalla vostra parte, siamo tutti una grande famiglia, padri e figli, noi, italiani brava gente.
Di solito infatti i nostri ragazzi entrano in campo con tutta la loro retorica quando si parla di soldati che muoiono (da eroi) in Afghanistan, che a guardar bene poi sono uomini fatti, nonché consapevoli professionisti stipendiati. Poi si parla de i nostri ragazzi quando mandiamo la nazionale di calcio a cercare di vincere in qualche torneo internazionale. E tutti ci sentiamo più buoni e più italiani. Ora qui abbiamo i ragazzi del movimento.
Ma poi, di che ragazzi parla Saviano? Si è accorto che qui non ci sono solo dei ragazzi che stanno in movimento, a far passare il quadrimestre urlando per le strade perché la manifestazione di piazza è come il morbillo, prima o poi bisogna farlo ma poi passa, ma che ci sono operai arrampicati sulle ciminiere, ricercatori universitari sui tetti, insegnanti che fan lezione per le strade, terremotati che girano con le carriole, cittadini seppelliti di immondizie, pensionati in miseria, un ceto medio che scivola di giorno in giorno verso la povertà, e soprattutto giovani, giovani e giovani, migliaia di giovani, milioni di giovani che non hanno la minima idea di cosa faranno della propria vita?
E tutti, tutti, tutti, tutti incazzati neri contro.
Contro di cosa? Difficile è dire esattamente contro cosa. Perché la legge cosidetta Biagi arriva dal centrosinistra, il precariato e il debito pubblico arrivano da lontano, la crisi economica non l’abbiamo inventata in Italia, il terremoto neanche. Ma soluzioni non se ne vedono, anzi.
Dal Palazzo arrivano colate di merda e tutta questa gente è completamente sola. Nessuno li rappresenta, nessuno ha la capacità di raccoglierne la disperazione e indicare loro una strada.
E chi vorrebbe farlo, farebbe bene prima di pensare di essere in grado di indicare una direzione, a leggere tutti i 500 e più commenti alla lettera di Saviano.
Certo, a milioni se la sono cercata questa fine, perché a milioni, negli anni passati, hanno creduto alle favole televisive del presidente operaio, e altri milioni continuano a crederci e a giurarci sopra.
Forse a milioni cominciano ad essere incazzati anche contro sé stessi, per esserci cascati, come asini.
A milioni, perfino io, spero che si incazzino ancora di più. Finalmente.

 


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