Archive for the ‘libri’ Category

TEMA 2

8 dicembre 2010

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Ai miei tempi, alle elementari, dalla terza in poi avevamo due libri: il sussidiario e il libro di lettura. Il sussidiario ce l’ho ancora: c’erano dentro un po’ tutte le materie, dall’italiano alla storia, dalla matematica alla geografia, dalle scienze alla religione. Il libro di lettura invece non ce l’ho più, ma mi ricordo che aveva una copertina azzurra, con un disegno e un titolo che forse aveva a che fare con le ali, o le nuvole, o scie luminose nel cielo. Qualcosa di volatile comunque.
Dentro c’erano le letture e le poesie. Forse anche le canzoni. No, le canzoni no, perché ce le faceva copiare in un apposito quadernetto il maestro di canto. Tutte cose sul genere: Il Piave mormorò, Il tricolore, La fanfara dei bersaglieri e cose così, che potrei ancora cantarvi parola per parola, che allora mica si scherzava con i cori, le canzoni e le poesie da imparare a memoria.
Allora andavano moltissimo le poesie di Diego Valeri e di Pascoli, e letture edificanti sulla famiglia, la patria e i buoni sentimenti. Del resto la mia scuola era intitolata a Edmondo De Amicis e credo pure che “Cuore” sia stato uno dei primi libri in assoluto che ho letto da bambina. Mi piaceva la storia del Piccolo scrivano fiorentino, per via che scriveva, ovviamente, e del padre ingrato che alla fine si rende conto di che perla di figlio ha.
Avevamo una bibliotechina di classe dove ogni bambino doveva portare un libro che gli altri potevano prendere in prestito. Io avevo portato “Le avventure di Tom Sawyer” che mi era piaciuto moltissimo, soprattutto per via di Huckleberry Finn, che quello sì che era un vero figo, mica Tom Sawyer. Mi era quasi sembrato un atto sovversivo portare un libro straniero nella bibliotechina di classe, ed ero contenta di vederlo lì, tra le fiabe melense di principesse e cenerentole e il “Cuore” onnipresente. Nessuno lo prendeva mai in prestito, il mio libro, ed ero rimasta malissimo quando la maestra mi ha detto di riportarmelo a casa perchè un altro bambino, Alessandro, quel tonto ignorante e mammone, l’aveva preso in prestito ma si era lamentato che non aveva potuto leggerlo perché era scritto troppo in piccolo. Me lo ficcò in mano, quasi arrabbiata, come se avessi scelto io i caratteri di stampa, d’intesa con l’editore e come se non fosse un’idiozia quella di non leggere un libro perché è scritto troppo in piccolo. Ogni tanto lo rivedo in giro in città, Alessandro, invecchiatissimo, e con la stessa faccia da mammo, e mi viene voglia di andare a dargli uno spintone e dirgli qualcosa come: aaaaaah scritto troppo piccolo!! Ma dì piuttosto che non sapevi leggere! Testone!
E comunque nei miei libri di testo delle elementari si usavano ancora termini come codesto, aviogetto, allorché e massaia, e di conseguenza, un italiano un po’antiquato, ma quasi aulico e raffinato, che forse, pur nella sua semplicità, voleva, nello sforzo immane e prodigioso di quegli anni di alfabetizzazione di massa forzata a botte di italiano standard, scostarsi e innalzarsi dalla parlata comune, quasi sempre contaminata dai dialetti e sforzarsi di insegnare ai bambini una lingua quasi formale e libresca.
E allora eccovi qui un altro esempio della Dipòk decenne. Non un tema vero e proprio questa volta, ma un riassunto estemporaneo, fatto lì per lì, di un racconto edificante letto in classe dalla maestra sulla solidarietà umana. A rileggermi mi faccio davvero uno strano effetto: tra boccioli che si schiudono, pasti frugali, e questo stile un po’pomposo e retorico, ricalcato evidentemente sulle letture che mi propinavano all’epoca. Però, bisogna ammettere, con tanto di paratassi, già allora.
Voto: otto e mezzo. Ebbè!
 
Riassunto di: Solidarietà umana
 
Quest’uomo conduceva una vita originale: amava la solitudine.
Solo la natura gradiva, e quando doveva passare per la città, l’attraversava a capo chino col passo frettoloso.
Considerava la società ingiusta per il fatto che lui era diverso dagli altri, lui era povero.
Viveva in una casa piccola i suoi vestiti erano miseri come le sue sostanze.
Al mattino alzatosi passeggiava lungo i rivi dei fiumi, il gorgoglio dell’acqua gli dava una dolce sensazione come il canto degli uccelli.
Un bocciolo che si schiudeva davanti ai raggi del sole gli sembrava un miracolo.
Mangiava sull’erba un pasto frugale: pane, formaggio e della frutta.
D’estate si addormentava supino sull’erba molle, guardava le stelle, le conosceva tutte le più vicine e le più lontane.
Però un giorno ebbe bisogno di un aiuto che solo una cosa che lui scansava poteva dargli: l’uomo.
Si era allontanato parecchie miglia dalla sua casa e d’un tratto si sentì male.
Si fermò.
Non s’era mai sentito così male e ora non sapeva cosa fare.
Ansava e la solitudine raddoppiava l’ansia.
Tutto ad un tratto sentì un fruscio, attese. Qualcuno lo chiamò fratello. Quest’uomo non conosceva la vita affettiva, pensava che la società fosse ingiusta e cattiva, ma non era così.
Si affidò a quell’uomo che l’aveva chiamato con una parola così espressiva.
E lungo la strada mentre calava la sera anche lui sentì il bisogno di chiamare quell’uomo con la parola che gli aveva aperto il mondo degli affetti e delle amicizie: fratello.

 

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COME FARMI CONTENTA

18 luglio 2010

Qui dice che scrivo come James Joyce!! 

Dico, ma lo sapevano? Che è il mio Scrittore e che ci ho fatto sopra la tesi di laurea?

UMBRIZZARE

27 ottobre 2009

Ehm…
Volevo anche dirvi che hanno pubblicato un mio racconto qui:

libro!!!!

E che il libro verrà presentato a Umbrialibri 2009 il 15 novembre alle 10 e 30 alla ex Chiesa di Santa Maria della Misericordia, a Perugia.
Si intitola: "Umbria, geografie del mistero", Perrone editore. E’ una raccolta di racconti curata da Giovanni Pannacci.
Giovanni, è stato uno dei primi lettori di questo blog, ed è proprio attraverso il blog, e attraverso Giovanni, che ringrazio assai, che il mio raccontino è arrivato in Umbria.
Che c’entro io con l’Umbria, direte voi. Mah. La parola chiave è: "umbrizzare". A voi scoprire il resto, ma chi mi ama, (pochi) (nessuno?) ha già in parte la soluzione…

I RICORDI E IL PERIODO PERMANENTE IN “LO STATO DELLE COSE” DI RICHARD FORD

20 settembre 2009
Non so per quale motivo profondo l’argomento “ricordo” mi tocchi così tanto.
Forse perché fa parte della mia procedura per vivere le cose: tutto deve avere una cronologia.
Le cose si iniziano, si fanno, e si finiscono, e nonostante io sia stata rimandata in storia in quinta ginnasio, (la odiavo), (e la odio), la mia procedura per affrontare qualunque cosa, situazione, persona o fatto, parte da dove questa cosa, situazione, persona o fatto, nasce, si trasforma, diventa e finisce.
Non mi piace arrivare nel bel mezzo, mi piace partire dall’inizio. Se imparo una lingua devo partire dall’alfabeto. Se comincio a leggere uno scrittore devo sapere dove è nato, dove ha vissuto, e che ha fatto. Se vado in una città nuova voglio sapere com’è nata e chi l’ha abitata. Se conosco una persona voglio sapere cosa ha fatto, dove e come ha vissuto fino a quel momento.
Se comincio dal mezzo mi sembra di non aver fatto le cose per bene.
Richard Ford non è evidentemente d’accordo con me, e quando ho letto questi brani nel suo ultimo libro “Lo stato delle cose”, ci sono quasi rimasta male a pensare a tutte le persone a cui mi sono ostinata a chiedere e a raccontare fatti, impressioni e situazioni della loro e della mia vita precedente, pensando che fossero punti imprescindibili sulla strada della conoscenza reciproca.
Mi sono poi un po’rassicurata pensando che c’è modo e modo di raccontare e di raccontarsi, ma può essere che qualcuno, pensandola come Richard Ford, mi abbia comunque trovato insopportabile. Amen.
Mi piace comunque molto l’idea del Periodo Permanente: la fine dell’eterno trasformarsi, dello sperare chissà che per la nostra vita, e l’inizio di una chiusura con il passato e dell’abbandonarsi ad un presente tranquillo ma vivace.
Il libro è un bel paccone di oltre cinquecento pagine, la traduzione mi sembra pessima e in certi punti rende il libro davvero faticoso e poco comprensibile, (quel “finché la terra non ci trema sotto i piedi” per esempio, che vorrebbe dire?), ma il libro va guardato da lontano, come si guarda un paesaggio dall’alto, senza soffermarsi troppo sui particolari, perché Ford è comunque un grande e ci sa raccontare la vita dei tre giorni che precedono una Festa del Ringraziamento del suo personaggio Frank Bascombe, già protagonista di “Sportswriter” e di “Il giorno dell’indipendenza”, con la scioltezza, la maestria e la profondità del grande scrittore, capace di reggere il ritmo di una lunghissima narrazione che alterna piccoli avvenimenti, situazioni, ricordi e riflessioni con un finale acceleratissimo e sorprendente.
E dire che Richard Ford non è solo uno scrittore da romanzone. Provate a leggere le raccolte di racconti “Infiniti peccati” e “Rock Springs”. Insomma è un po’come se Usain Bolt oltre che vincere i cento metri vincesse anche la maratona, accidenti a lui. A Richard intendo.
 
 
"Quello che presagiva – ed è questa la più autentica cifra del Periodo Permanente, che, a proposito, arriva quando arriva e non a qualche specifica età significativa, come un climaterio, o quando te lo aspetti, o quando hai tutto bene in ordine (…) era la fine dell’eterno trasformarsi, del pensare che la vita avesse in serbo per me chissà quali meravigliosi cambiamenti, quando non era così. Presagiva un taglio netto col passato e mi autorizzava a pensarci solo indistintamente (chi non sborserebbe un capitale per farlo?). (…)
 
(…) Però so quant’è difficile farsi nuovi amici. Il che non significa che il mondo non sia pieno di nuove persone interessanti e disponibili. Il fatto è che il passato è talmente congestionato di vita vissuta che chiunque sia nel suo terzo quartile – anch’io, quindi – ha già fatto tanta strada che, per stringere amicizia come a venticinque anni, deve fare una fatica tale per mettersi in pari che semplicemente non ne vale la pena. Di gente che ci prova inutilmente se ne vede e sente tutti i giorni: bla, bla, bla. “Mi ricorda i viaggi di famiglia a Pensacola nel 1955”, “Mi ricorda le lamentele della mia prima moglie”, “Mi ricorda di quando mio figlio si è beccato una palla da baseball nell’occhio”, “Mi ricorda di un cane che avevamo e che è stato investito davanti casa”. Bla, bla e ancora bla, finché la terra non ci trema sotto i piedi.
Perciò – a meno che non si parli di sesso o sport, o dei figli – quando si incontra qualcuno che potrebbe essere un legittimo candidato per un’amicizia, l’impulso naturale è cominciare a ritrarsi per evitare tutto questo noioso blateramento, e ci si ritrae, ci si ritrae, fino a smettere di frequentare questa persona, anche perché comunque frequentarla sarebbe insopportabile. Va a finire che l’attrazione si tramuta rapidamente in reciproco evitarsi. E così gli eventi strettamente quotidiani della vita – quello che abbiamo fatto stamattina dopo colazione, chi ci ha telefonato svegliandoci dal sonnellino, cosa ha detto il tipo del tetto delle scossaline per gli accumuli di ghiaccio – questo diventa tutta la nostra vita: qualsiasi cosa stiamo facendo, dicendo, pensando, progettando in quel preciso istante. Il risultato è che i nostri ricordi o pensieri, o la persona che amiamo da anni ma riguardo alla quale dobbiamo ancora mettere la testa a posto – in altri termini, le cose importanti della vita -, tutto questo rimane trascurato e inespresso.
Il Periodo Permanente cerca di riconciliare l’irriconciliabile in nostro favore facendo sbiadire la trappola del passato congestionato in un vago beigiolino, e ravvivando il presente con la sua presentezza."
 
Da “Lo stato delle cose” di Richard Ford, Feltrinelli, 2008.

CRONACHE FAMIGLIARI: dalle mie a quelle di Daria Bignardi in “Non vi lascerò orfani”

18 maggio 2009
compleanno 
Certo che se dovessi scrivere qui tutte le cose che mi passa per la testa di scrivere in una giornata, passerei la vita a buttar giù post, e altro che sindrome del tunnel carpale.
E allora, ecco un po’ di esempi buttati lì. Che per esempio, venerdì, insieme a un libro della mia autrice di racconti preferita, Joyce Carol Oates, e di un altro mio scrittore preferito, Richard Ford, ho comprato un, il (che non so se ne abbia scritti altri) romanzo di Daria Bignardi “Non vi lascerò orfani”, e ho cominciato a leggerlo venerdì notte.
E mi ha dato da pensare, perché, man mano che leggevo, pensavo che un lessico famigliare, come quello, più famoso, di Natalia Ginzburg e quello che affiora da questo libro della Bignardi, ce l’abbiamo tutti. E che se solo dovessi mettermi lì, e tirar fuori e mettere in corsivo tutte le frasi famose e ricorrenti di mio padre e mia madre, e vicende famigliari, dei miei fratelli, degli zii, (diciannove zii naturali, tra zii materni e zii paterni, più i diciotto, la zia Antonia è rimasta zitella, acquisiti con il matrimonio, più una media di tre, quattro primi cugini per zio, che fa un totale di un centinaio, solo tra zii e primi cugini), per non parlare dei nonni, dal famoso nonno viaggiatore del giro del mondo nel 1911, alla nonna che diceva di aver visto la madonna mentre lavava i panni dei signori al fiume, all’altro nonno che da contadino senza un soldo invece divenne piccolo industriale della margarina, all’altra nonna che invece da moglie del paron delle ferriere divenne una povera vedova imbrogliata dai cognati, avrei da riempirci un’enciclopedia di storie e di lessico famigliare. Ognuno di noi avrebbe da riempirci un’enciclopedia, solo con le vicende di famiglia.
E invece succede che, spesso, perdiamo tutto per strada, così che se da bambini nessuno ci racconta di quella volta che, durante la guerra, il portinaio chiese alla nonna di poter mangiare il gatto di casa, e la nonna strappò la gattina Mimosa dalle braccia della zia Luisa bambina, e che il portinaio, presa la gatta per le zampette, le diede una gran botta sul collo, per ammazzarla, come si fa con i conigli, davanti agli occhi della zia Luisa bambina, succede che non sapremo mai chi davvero siamo, da dove arriviamo e dove e cosa potremmo arrivare a essere e a fare.
Se nessuno ci insegna, anche solo con un racconto svagato, sognante ma terribile come una fiaba, buttato là, tra il secondo e il caffè, cos’è la violenza, cos’è la pietas, cos’è la fame, cos’è l’indifferenza, per esempio, forse lo impareremo da soli, ma forse no.
E il libro della Bignardi com’è? Finora, e sono a metà, carino. Diciamo che commuove, coinvolge e fa sorridere, come sentir raccontare un’amica. Un’amica che parla della morte improvvisa di un genitore, del dolore per la morte del padre, così diverso perché provato a vent’anni, da quello provato a quaranta per la morte della madre. Un racconto in cui ci si riconosce ad ogni passo perché parla di rapporti semplici, della sorella complice e sempre alleata, di Micione, il fratello-gatto, che dorme sul televisore e sul più bello lascia cadere la coda davanti allo schermo, suscitando cori di proteste da parte della famiglia: Micione, la coda!
Un libro in cui mi sono riconosciuta quando dice che perdere un genitore a venti anni “…è uno strazio, ma sei in corsa e corri…”, e cheperò: ”… è uno strappo, un’ingiustizia, un affronto che la vita non doveva farti e a cui non eri preparato.”
Diciamo che è proprio così, papà, ma che, forse per fortuna, me ne sono accorta solo venti anni dopo.
E le altre cose che mi sono passate per la testa oggi? Un’altra volta.

PRECISIONE ED ESATTEZZA

27 aprile 2009
disordine
Rieccomi al tema di qualche giorno fa. Sì mi è caro, e nell’ultimo post, parlandone, sono scivolata a ragionare dei miei poco evidenti, ma molto sentiti, entusiasmi, e ho talmente debordato che sono finita a parlare della mia sfingitudine.
In realtà qualche giorno fa non sapevo neanch’io bene perché precisione ed esattezza mi stiano così a cuore, e ieri sera girando per la rete, in un evidente caso di serendipità, mi sono imbattuta in un pezzo che mi ha dato da pensare, e ha chiarito le mie idee su almeno uno dei probabili motivi per cui tengo tanto, e sempre di più, a essere precisa e accurata.
Di sicuro, precisa lo nacqui. Ma nessuno, a dire il vero, se ne accorse, tanto meno io. La mia cameretta, da piccola, era un bel casino, benché i miei quaderni fossero ordinati. A undici anni però la parrucchiera mi dovette tagliare via con le forbici un consistente grumo di capelli indestricabilmente arruffati e annodati a livello nuca, sotto la parvenza liscia e ordinata della mia lunga coda di cavallo, che ormai davano al mio cranio un aspetto bitorzoluto. Succede, se ci si pettina raramente e solo in superficie.
La mia casa ha un’apparenza ordinata, ma, contro ogni dettame del feng shui, mantiene dei punti oscuri di accumulo: la mensola in entrata, il sopra-frigorifero, l’angolo di destra del divano, il secondo cassetto dell’armadio, e soprattutto il buco nero del mio appartamento, il tracollo quotidiano dei miei buoni propositi, l’angolo di agglomeramento delle mie energie negative: lo sgabuzzino.
Con il mio lavoro, intendo il lavoro di venditrice di viaggi nella mia prima vita, ho dovuto imparare a essere implacabilmente precisa. Sbagliare a digitare un semplice numero, un tre invece di un quattro magari, se quello è il numero o l’ora di un volo o di un biglietto aereo in una prenotazione aerea significa far saltare l’organizzazione di un viaggio, perdere notti di albergo, escursioni, noleggi di auto, altri voli in coincidenza, e alla fine perdere soldi di tasca tua e arrampicarti sui vetri per non perdere pure i clienti.
Precisione ed esattezza richiedono però uno smisurato sforzo quotidiano, perché come sempre nell’universo, come disse pure Newton, ad ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, e tutto sembra congiurare contro di loro. La fretta, la memoria, la distrazione, il malumore, la stanchezza, e soprattutto l’abitudine tanto per dirne sei, di forze uguali e contrarie. Per non parlare poi della tendenza all’accumulo e dell’effetto imitazione che sono la conseguenza prima di imprecisione e inesattezza. Provate a lasciare per qualche giorno il giornale vecchio o la posta già aperta su una qualche mensola in casa, e nel giro di una settimana quello diventerà il posto della carta, provate a lasciare una pratica fuori posto in un ufficio e vi ritroverete con una trentina di  pratiche fuori posto o sparite in un buco nero di incontrollabile attrazione. Provate a lasciare il sacchetto della spazzatura in un certo punto per la strada e nello spazio di una serata, quello diventerà l’angolo dell’immondizia. Provate ad incominciare una riunione o una lezione con cinque minuti di ritardo per aspettare che tutti siano arrivati, e aspettatevi che alle successive riunioni o lezioni tutti arrivino in ritardo. Provate a non chiarire per troppo tempo equivoci o incomprensioni e vi ritroverete un grumo di nebbia nel cervello e nel cuore, vostro e di chi vi sta intorno.
Tutto questo solo per parlare della dimensione privata. Perché se cominciamo ad affrontare la dimensione pubblica, soprattutto italiana, degli effetti di imprecisione e inesattezza troveremo moltissime delle cause della nostra attuale disastrosa situazione sociale in primo luogo e poi via via e di conseguenza, secondo me, economica, politica, lavorativa, scolastica, eccetera.
Quindi, come mi sono resa conto solo ieri sera, leggendo il blog citato sopra, la mia personale guerra contro imprecisione e inesattezza arriva da lontano e mi è connaturata, ma la mia attuale, quotidiana lotta per la precisione e l’esattezza in realtà è una lotta di resistenza. Resistenza civile contro il pressapochismo, la cialtroneria e la faciloneria. Caratteristiche tutte italiane, purtroppo, che sono in parte causa dello sfacelo quotidiano a cui continuiamo ad assistere senza prenderci spesso la nostra parte di responsabilità per modificare le comuni consuetudini iniziando da cose piccolissime.
Circa due anni fa, da poco tornata dal mio viaggio intorno al mondo, comprai il libro di un ragazzo giapponese che da qualche anno vive in Italia, e che in “Italia più Giappone diviso due” parla dei due paesi, ovviamente dal punto di vista dell’osservatore giapponese. Il libro è molto istruttivo per renderci conto di molti nostri piccoli comportamenti, futili e veniali se osservati singolarmente, ma pericolosi, come la goccia che scava la pietra, nel creare sfiducia, cinismo, sentimento di impotenza e rabbia nelle persone, con tutte le conseguenze negative sul vivere sociale e politico che ben conosciamo.
Un esempio su tutti dal libro di Ryuta Naruse: “la macchina che produce il caos”. Questa macchina non è altro che quella macchinetta che distribuisce i numeri per fare la coda in posta, in banca o nei negozi. Naruta, con la semplicità del giapponese si chiede: come è possibile che, se un impiegato si assenta, nessuno pensi a bloccare il suo display che continua così a chiamare numeri e a creare confusione, così che la gente che aspetta il proprio turno, comincia a non capire, a litigare e a pretendere? Com’è possibile che un signore che magari è uscito a comprarsi le sigarette mentre era in attesa, ora pretenda di essere servito e che un impiegato lo respinga mentre un altro lo accoglie generando comunque malumori e confusione tra la gente in attesa? È possibile se le normali regole della convivenza non vengono accettate e rispettate. È possibile se non si rispettano in primo luogo precisione ed esattezza.
Quindi non ditemi che sono un’intransigente. La mia è solo resistenza, resistenza, resistenza.
 
 

PAOLO POLI E GIOVANNI PANNACCI – “SIAMO TUTTE DELLE GRAN BUGIARDE”

18 febbraio 2009
Un ragazzo di ottant’anni

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Ci sono persone che a cinquant’anni parlano di sé al passato e sognano la pensione. Persone che a sessanta anni vanno, per l’appunto, in pensione, pensando che finalmente si potranno dedicare ad altro, che a settanta vegetano davanti alla televisione e che a ottanta hanno, nonostante la buona salute, e già da un bel po’, un piede nella fossa.
Poi ci sono tutti gli altri.
Di tutti gli altri, fa sicuramente parte Paolo Poli.
Questa è la prima considerazione che ho fatto leggendo il bel libro “Siamo tutte delle gran bugiarde” Paolo Poli – Conversazione con Giovanni Pannacci, che l’amico di blog Giovanni http://www.schivandorospi.blogspot.com/, ha appena scritto e pubblicato con Giulio Perrone Editore.
Conosco Paolo Poli solo di nome, non ho mai assistito ad un suo spettacolo, ma la sua recente e scoppiettante apparizione al programma Che tempo che fa su Rai3, per la presentazione del libro, mi ha lasciato una gran curiosità, e la stessa sensazione (poi evidentemente risolta) che deve aver provato Giovanni nel corso delle conversazioni con il funambolico attore, durante le quali, come scrive “(…) Per mesi ho avuto l’illusione (la presunzione) di pensare che doveva esistere “un altro” Paolo Poli. Pretendevo di vedere il volto vero dietro la maschera, desideravo che apparisse l’uomo senza i trucchi del mestiere. Pensavo che Poli giocasse al teatro per sfuggire, per proteggere chissà che umana fragilità. Mi sbagliavo. Lui è sempre stato lì, disponibile, onesto e fortissimo. ”
Ed è proprio la persona Paolo Poli, il fortissimo ottantenne ragazzo, solido come la roccia nella sua coerenza, onesto nel suo essere radicalmente, ma anche con estrema, originale leggerezza, anticonvenzionale per tutta una vita, quello che salta fuori con grande forza dalle pagine di questo libro singolare.
Singolare perché Giovanni Pannacci, come racconta, viene promosso sul campo da Paolo Poli Il mio biografo dietro le quinte di un palcoscenico mentre Giovanni lo insegue su e giù per le scale di un teatro durante il primo incontro, tentando di stabilire un dialogo con un attore nato che “(…) mi cattura, mi irretisce, mi palleggia e mi lancia in orbita con parole, battute, racconti, aneddoti, cattiverie, maldicenze e malinconie (…)”. Singolare perché, alla fine, fatti i conti, una biografia questo libro non è.
Una biografia, dice Poli, “(…) è roba adatta a Franco Zeffirelli.”
Non a questo personaggio unico, originale e da sempre indefinibile, che ci parla della sua vita parlandoci dei pensieri che ancora pensa, dei progetti che ancora elabora, e del mestiere che ancora fa con grande passione e soprattutto con grande divertimento.
Ed è con gran divertimento, suo e nostro, e con malcelata ammirazione, che Giovanni ci fa assistere al ribollire entusiasta, ma in fondo saggio, di questa mente funambolica che solo all’ultima pagina ci fa ricordare che il personaggio che viene qui descritto è, in fondo, un vecchio di ottant’anni, perché:
” (…) quando siamo giovani il sangue ribolle, da vecchi ristagna. Però bisogna continuare ad amare quello che si è amato da giovani.
Per questo il mio mestiere è meraviglioso, perché l’applauso è la vera paga. Non c’è soldo che tiene.
Rimpianti non ne ho e neanche rimorsi. Io mi son divertito”
C’è da imparare.

QUESTIONS

6 febbraio 2009

Altra domanda semplice per il tag it.answers.dipòk.com:

ma avendo un vocabolario d’inglese vecchio di vent’anni, che con l’uso (tirarlo fuori dalla libreria con le dita sul costolone) ha perso, appunto, il dorso, voi cosa fareste?

A) Lo terreste così. Dorso beige slabbrato senza copertina. (come cavolo si chiama il dorso di un libro? dove si scrive il titolo insomma.)

B) Lo portereste a far rilegare perdendo però la rilegatura originale.

C) Ci mettereste due strisciate di nastro adesivo lungo il dorso sapendo che nel giro di qualche mese si ridurrà a una schifezza appiccicosa e sporchiccia.

INGLESI 3

29 gennaio 2009
La storia di questo mio primo viaggio in Inghilterra si conclude con l’immagine della signora Turner, la mia English landlady, impassibile, efficiente e riservata, che il giorno della partenza mi abbraccia tutta rigida, ma commossa fino alle lacrime, sulla porta della sua casina di marzapane.
Le sue lacrime inaspettate commossero anche me, ma finì lì.
Io uscii nel vialetto con la mia valigia, ci salutammo attraverso la bow window con un cenno della mano alla maniera della regina, e fu l’ultima volta che la vidi.
Per almeno altri quindici anni la signora Turner mi spedì ogni anno (ricambiata) un biglietto con gli auguri a Natale. Mi avvisò anni dopo, con una lettera tristissima, della morte di Mister Turner, fino al giorno in cui da Cambridge, a Natale, non arrivarono gli auguri.
Io mandai lo stesso il mio solito biglietto di auguri e aspettai, ma il mese di gennaio, e anche febbraio, passarono e non ci fu nessuna risposta.
Avevo già capito a dicembre, con un po’ di smarrimento, che la signora Turner se n’era andata da Cambridge, dal Regno Unito e anche dal mondo, portandosi via anche un pezzettino di me, ma provai lo stesso con un altro biglietto, a chiedere notizie allo stesso indirizzo, l’unico che avevo. Sapevo che doveva avere una figlia da qualche parte, ma nessuno rispose.
Dopo quasi trent’anni mi resta il ricordo delle cene alle sei e mezza della sera, seduta al tavolo della dining room, un piatto fumante di verdure e carname lessato davanti, il dolcetto rosa shocking in attesa del dessert poco più in là, e la signora Turner al mio fianco che, seria, misurata, ma premurosa cerca di fare conversazione, aiutandosi a volte con un vocabolarietto English/Italian o mostrandomi direttamente degli oggetti, vestiti, mobili, verdure tratte dal frigorifero, pacchetti di cibo presi dalla credenza in cucina, quando nonostante gli sforzi comuni, non ci si riusciva proprio a capire, mentre il signor Turner, rossiccio, svagato e sorridente di una sua cordialità a me inaccessibile, di là, nella sitting room, di fianco al caminetto/stufetta dove arde un finto fuoco di luce rossa, guarda il telegiornale della East Anglia Television.
 
(3. continua)

INGLESI 2

26 gennaio 2009
La mattina dopo mi svegliai, mi lavai nel gelido bathroom, scaldato da una sorta di resistenza incandescente fissata sopra la porta e azionata da una cordicella on/off, notai con rammarico l’indelebile e preistorica striscia grigia intorno alla parete della vasca da bagno vittoriana, e scesi per il breakfast.
La signora Turner, che, nel suo ruolo di landlady aveva già avuto a che fare con gli Italians, mi esonerò dalla degustazione di salsicce e fagioli per colazione, e per ogni mattina di quel periodo inglese, mi preparò fette di pane molliccio tostate al grill, uno strano armamentario elettrico fissato sopra la cucina, burro salato, che io convinta a far bene, continuai a mettere nel frigo dopo l’uso, e che lei conservava invece in una scatolina di porcellana on the table, jam di arance e marmellata, un uovo sodo, una cup of tea, e un pompelmo che preparava al momento, tagliando a metà il frutto e ritagliando la polpa di ogni spicchio con uno speciale coltellino, per poi zuccherarlo e presentarmelo in una coppetta di vetro.
Mi aspettava poi sulla porta di casa dove, serissima, mi augurava un have a nice day per poi spostarsi dietro i vetri della bow window e agitare lievemente la mano alla maniera della Queen Elizabeth, finchè non passavo sul vialetto oltre la sua terraced house.
Dell’Inghilterra, in quella prima esperienza mi piacque tutto.
Mi piacque e mi meravigliò tutto.
Mi meravigliava la signora Turner che ogni mattina mi diceva entusiasta Oh Iléna, today it’s a nice day, isn’it? mentre fuori si accalcavano nuvole grigiastre e tirava il solito vento gelido. Ma dopo aver pensato che facesse la spiritosa il primo giorno e aver fatto un ehehehehehe seguito da un silenzio interrogativo, capii che faceva sul serio e mi adeguai: Oh yes, it’s a nice day, yes it is.
Mi stupiva poi il nostro teacher, un altro tipicissimo inglese, la copia rossiccia e loquace del principe Carlo d’Inghilterra, che la mattina a lezione sfoderava un tipicissimo humour inglese e una grande professionalità, girava con una bicycle con montato un seggiolino porta neonato, quindi teneva family, e la sera, con gli students, al pub si faceva fuori cinque, sei litri di birra, (3,18/ 3,82 pinte) che ogni quindici, venti minuti portava poi con scioltezza a scaricare alla toilet del pub.
Mi meravigliò un altro teacher della scuola, più tetro e rigido, un Alec Guinness in nero, snob e anche un po’racist, che durante una conversation sulle rispettive society, si rifiutò di credere che in Italia ci fosse una middle class come gli stavo assicurando, e con aria di sufficienza mi chiese cosa ne fosse allora delle vecchine vestite di nero che andavano alla messa e alle processioni, e delle frotte di ragazzini che correvano nei vicoli di Napoli. Per lui l’Italia era ancora quella del viaggio di Goethe in Italia e della guida Baedeker usata dalla signorina Lucy di “Camera con vista”. Ci misi un po’a capire.
Come ci misi un altro po’a capire la cognata della signora Turner, tutta rossetto e sorrisi cavallini, che a un pranzo domenicale con tutta la famiglia Turner, (dove imparai che il roast beef non è quella cosa che pensiamo noi, cioè una specie di prosciutto tagliato a fette tutto rosso nel mezzo, bensì una semplice bistecca), mi chiese addentando il roast beef appunto, se anche a noi Italians capitava mai di mangiare carne.
Mi disse poi che potevo benissimo passare per una Indian e mi chiese anche, con un leggero disprezzo, cosa ci mettevamo in testa noi Italian Girls per avere i capelli così belli neri e unti, e anche lì la guardai senza capire e pensando di avere perso qualcosa nella translation.
Invece era proprio vero: pensavano proprio così. Non tutti sicuramente, ma alcuni sì. La signora Turner, che imparai ad amare in quel momento, ma ancora non lo sapevo, per esempio non la pensava così. Guardò la cognata, guardò me, che non stavo capendo un granché del discorso, e cambiò argomento.
Il soggiorno inglese fu anche la mia prima esperienza multiculturale. Trovavo semplicemente meraviglioso uscire dalle lezioni e sedermi al tavolo del pub tra una giapponese, due brasiliani, uno svizzero, un francese e un paio di tedeschi.
Diventai amica di una ragazza brasiliana di origine tedesca, Martha Schiller Dos Bastos, e le nostre conversazioni sedute vicino in pullman durante le escursioni domenicali alla casa di Shakespeare a Stratford-on-Avon o a Oxford, diventarono l’occasione per capire che le cose altrove andavano diversamente e per imparare ad arrampicarmi sui vetri dei finestrini del pullman cercando di spiegare a una ragazza di San Paulo nel mio pre-intermediate English come funzionavano le cose in Italia, com’era la mia famiglia e come mai mio fratello andasse in giro vestito di arancione e fosse scomparso in India per quasi un anno, gettando la famiglia nella disperazione, per poi riapparire all’aeroporto di Venezia vestito di bianco come il Mahatma. Ma ci è andato per turismo? Mi chiedeva lei. No, dicevo io. Avevate parenti là? No. E per cosa allora? Perché i giovani europei negli anni 70 andavano in India. Ma a far cosa? Diceva lei. Perché erano contro la società. Rispondevo io. Non mi venne di meglio. Poi mi risultò impossibile spiegarle perché chi era contro la società andava in India, un po’perché non lo sapevo bene neanch’io e un po’perché il mio English non me lo permetteva.
 
(2. continua)


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