Archive for gennaio 2010

RADICI II

21 gennaio 2010
Giù, nella tomba, il freddo sembra più denso, chiuso. L’aria è mossa solo dal rumore dei colpi degli operai che in quattro si alternano con mazze, seghe e scalpelli a cercare di far passare la bara di legno chiaro attraverso il loculo nel muro.
Pare che ora, le bare, per legge, vadano fatte di una certa misura. Più larghe dei piccoli loculi di una volta.  
Sarebbe quasi macabro, veder segare una bara, la bara della zia A., qui sotto, nella tomba di marmo chiaro, da quattro uomini vestiti di nero, se non fosse così severamente reale.
La zia verrà sistemata in basso, a sinistra.
A fianco, intorno, in alto, a destra, a sinistra, riconosco trasalendo il mio cognome ripetuto una decina di volte, in piccole lettere di metallo bruno, accostato a nomi antichi. Qui tutti sanno come mi chiamo.
Guardo su e vedo quello che sembra sia un mio cugino. È rimasto sulla scaletta di ferro, a metà strada. A fianco l’ha raggiunto il suo bambino, biondo, pallido, vestito di nero. Lui si abbassa e gli dice qualcosa.
Gli altri sono rimasti tutti fuori, sparsi per il vialetto di ghiaia, nella nebbia.
Alla mia destra, sorridente da una foto ovale, smaltata, mio padre. Lo guardo un po’sorpresa. Chi avrà scelto questa foto sconosciuta, quella volta? Con questa giacca sportiva anni settanta e questa mezza torsione un po’forzata dal fotografo di fototessere. A lui di sicuro non sarebbe piaciuta. Si vede troppo quella piccola cicatrice che tentava sempre di nascondere sotto i capelli radi. Solo lui ormai la vedeva, nessuno ci avrebbe mai fatto caso.
Cerco i suoi occhi, ma lo sguardo fugge via, alla mia sinistra. Gli avranno detto: non guardi in macchina, guardi dietro, sopra la mia spalla. E così, senza guardare, anche il sorriso non sapeva bene dove andare. E rimane lì, un po’perso nel vuoto. Sollevo la mano e stupita mi ritrovo nel gesto visto mille volte (ma dove, dove l’ho visto? al cinema, in brutti telefilm, nei libri? ma che diavolo di libri leggo, allora?): pulisco la foto con il palmo della mano. Cos’è? Una carezza? Eppure non c’è polvere. La zia veniva spesso qui o mandava un custode. Me lo diceva al telefono: sai, sono stata dal tuo papà, ho fatto pulire tutto e ho messo due belle piante verdi, perché quelle che c’erano prima non sono durate niente e poi perdevano le foglie. Invece così è tutto bello pulito. Io dicevo: ah sì? Non sapevo se dirlo sorridendo o in tono grave. E nell’imbarazzo e nella sorpresa, mentre riflettevo su quale tipo di operazioni richiede la manutenzione di una tomba, mi chiedevo sempre se dovevo ringraziarla. Finiva che, mentre lei mi parlava di non so chi faceva cosa: aveva portato dei fiori che erano subito morti, o aveva tolto quei vasi, o aveva sporcato o pulito non so che, io giravo avanti e indietro per la casa, con il telefono in mano, chiedendomi cosa diavolo fosse giusto rispondere quando qualcuno ti parla della tomba di famiglia. Quella famiglia. Quale famiglia? La sua. La mia.
 
Quando ero bambina, mio padre mi raccontava che da piccolo, d’inverno, in camicia da notte, prima di entrare di corsa sotto le coperte gelide, nella stanza gelida, con gli arabeschi di ghiaccio sui vetri delle finestre, alla luce pallida della lampada, qualcuno, ma chi? una vecchia governante? una nonna? una sorella più grande? li faceva saltare sui letti, a lui e alle altre due, tre sorelle bambine, e sbracciandosi e balzando per scaldarsi, urlavano in coro:
 
poveri morti!
morti di freddo!
sotto la terra!
Uno!
Due!
Tre!
Via a letto!
 
E di corsa, tra mille risatine, i bambini della mia famiglia si ficcavano a letto.
E ora, eccoli tutti qui, è arrivata anche la zia A., l’ultima.
Bambini miei, sette fratellini, poveri morti, morti di freddo, sotto la terra.
Uno, due, tre.
 
( 2. continua )

RADICI

14 gennaio 2010
Castelletti tra pareti intonacate, simili a piccoli Torrazzi, mura, mattoni rustici, colonnati, ringhiere di ferro battuto, cascine sfondate invase di erbe, antri bui di fienili immensi e vuoti, piazzali di cemento coperti di manufatti e latterizi, villette a schiera giallo canarino e rosa. Palazzoni grigi costellati di parabole, capannoni bassi al fondo di campi coperti di brina e di sottili solchi di acqua opaca di ghiaccio. Filari di pioppi nebbiosi, tralicci luccicanti di acciai, piccoli ranch colorati nel mezzo della campagna coperta di stoppie, casolari abbandonati, stalle lunghe e piatte sull’orizzonte di montagne azzurro cobalto. Un Bar Condicio e un Bar Stasiù a ridosso di due piccole stazioni.
Poi, dopo il cambio a Brescia, dai finestrini del regionale tra Treviglio e Cremona, alle dieci del mattino, la nebbia si taglia a fette con il coltello. Nel treno vuoto cerco un vagone dove funzioni il riscaldamento. Nel secondo vagone, un vecchio, schiacciato tra il sedile e un finestrino, un berretto di lana marrone calzato fino agli occhi, mi guarda, gli occhi due pieghe tra le rughe e il taglio della bocca, e si anima tutto. Vuole farmi una domanda, lo capisco già appena apro la porta del vagone, e capisco che sarà difficile. La sua bocca si mette in movimento, vedo un dente tra lingua e mascelle, un grande sforzo di organi interni, e alla fine sento: CA A VIA GGIO. “Cosa?” dico io fermandomi. CA VA AA GGIO. Forse non mi sta chiedendo qualcosa, penso. Forse è solo un’affermazione, chessò: “che bel viaggio!” anche se a guardarmi intorno proprio non direi, oppure si vuole dire contento della sua “Cartaviaggio”, ma a guardarlo bene non sembra l’utente ideale della carta punti di Trenitalia. O parla di un “che vantaggio!” ? E su cosa? Sull’intercity? Sull’eurostar?
“Mi scusi, non capisco!”, dico io, mentre lui per la terza volta mi ripete CA A VA GGIO!! Pure spazientito. E c’ha ragione. Quella giusta hai beccato, caromio. Perché tra mille possibilità puoi stare certo che vaglierò tutte quelle assolutamente inutili, improbabili e illogiche. E certo, pare che su questo treno che scarrozza tra le nebbie della pianura padana di un lunedì di gennaio, siamo solo io e te. CAAAAA VA GGIO!!!!!!! Ripete lui. Mi concentro. Ok cosa diavolo può volermi chiedere un vecchio male in arnese su una littorina di fine ventesimo secolo in viaggio tra Treviglio e Cremona, indicando con il pollice guantato la direzione di corsa del treno? Già. Cretina. Se il treno ferma a Caravaggio.
 
( 1. continua)
 

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