Archive for the ‘cose lette’ Category

“RAGAZZI” LO DICI A TUA SORELLA

17 dicembre 2010

Beh, diciamo che anche solo fino a un paio di anni fa, non avrei mai creduto di pensarla così, però oggi la lettera di Roberto Saviano pubblicata da Repubblica ai ragazzi del movimento,  mi suona tanto da sermone del parroco di chiesa di campagna. Fuori dal mondo e fuori dalla realtà.
Intanto quanta retorica: già usare ragazzi evoca quell’enfasi familistico patriottica tutta italica de i nostri ragazzi, locuzione multivalente, pelosamente affettuosa e intimistica di quando si vuole sottintendere: sono dalla vostra parte, siamo tutti una grande famiglia, padri e figli, noi, italiani brava gente.
Di solito infatti i nostri ragazzi entrano in campo con tutta la loro retorica quando si parla di soldati che muoiono (da eroi) in Afghanistan, che a guardar bene poi sono uomini fatti, nonché consapevoli professionisti stipendiati. Poi si parla de i nostri ragazzi quando mandiamo la nazionale di calcio a cercare di vincere in qualche torneo internazionale. E tutti ci sentiamo più buoni e più italiani. Ora qui abbiamo i ragazzi del movimento.
Ma poi, di che ragazzi parla Saviano? Si è accorto che qui non ci sono solo dei ragazzi che stanno in movimento, a far passare il quadrimestre urlando per le strade perché la manifestazione di piazza è come il morbillo, prima o poi bisogna farlo ma poi passa, ma che ci sono operai arrampicati sulle ciminiere, ricercatori universitari sui tetti, insegnanti che fan lezione per le strade, terremotati che girano con le carriole, cittadini seppelliti di immondizie, pensionati in miseria, un ceto medio che scivola di giorno in giorno verso la povertà, e soprattutto giovani, giovani e giovani, migliaia di giovani, milioni di giovani che non hanno la minima idea di cosa faranno della propria vita?
E tutti, tutti, tutti, tutti incazzati neri contro.
Contro di cosa? Difficile è dire esattamente contro cosa. Perché la legge cosidetta Biagi arriva dal centrosinistra, il precariato e il debito pubblico arrivano da lontano, la crisi economica non l’abbiamo inventata in Italia, il terremoto neanche. Ma soluzioni non se ne vedono, anzi.
Dal Palazzo arrivano colate di merda e tutta questa gente è completamente sola. Nessuno li rappresenta, nessuno ha la capacità di raccoglierne la disperazione e indicare loro una strada.
E chi vorrebbe farlo, farebbe bene prima di pensare di essere in grado di indicare una direzione, a leggere tutti i 500 e più commenti alla lettera di Saviano.
Certo, a milioni se la sono cercata questa fine, perché a milioni, negli anni passati, hanno creduto alle favole televisive del presidente operaio, e altri milioni continuano a crederci e a giurarci sopra.
Forse a milioni cominciano ad essere incazzati anche contro sé stessi, per esserci cascati, come asini.
A milioni, perfino io, spero che si incazzino ancora di più. Finalmente.

 

TEMA 2

8 dicembre 2010

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Ai miei tempi, alle elementari, dalla terza in poi avevamo due libri: il sussidiario e il libro di lettura. Il sussidiario ce l’ho ancora: c’erano dentro un po’ tutte le materie, dall’italiano alla storia, dalla matematica alla geografia, dalle scienze alla religione. Il libro di lettura invece non ce l’ho più, ma mi ricordo che aveva una copertina azzurra, con un disegno e un titolo che forse aveva a che fare con le ali, o le nuvole, o scie luminose nel cielo. Qualcosa di volatile comunque.
Dentro c’erano le letture e le poesie. Forse anche le canzoni. No, le canzoni no, perché ce le faceva copiare in un apposito quadernetto il maestro di canto. Tutte cose sul genere: Il Piave mormorò, Il tricolore, La fanfara dei bersaglieri e cose così, che potrei ancora cantarvi parola per parola, che allora mica si scherzava con i cori, le canzoni e le poesie da imparare a memoria.
Allora andavano moltissimo le poesie di Diego Valeri e di Pascoli, e letture edificanti sulla famiglia, la patria e i buoni sentimenti. Del resto la mia scuola era intitolata a Edmondo De Amicis e credo pure che “Cuore” sia stato uno dei primi libri in assoluto che ho letto da bambina. Mi piaceva la storia del Piccolo scrivano fiorentino, per via che scriveva, ovviamente, e del padre ingrato che alla fine si rende conto di che perla di figlio ha.
Avevamo una bibliotechina di classe dove ogni bambino doveva portare un libro che gli altri potevano prendere in prestito. Io avevo portato “Le avventure di Tom Sawyer” che mi era piaciuto moltissimo, soprattutto per via di Huckleberry Finn, che quello sì che era un vero figo, mica Tom Sawyer. Mi era quasi sembrato un atto sovversivo portare un libro straniero nella bibliotechina di classe, ed ero contenta di vederlo lì, tra le fiabe melense di principesse e cenerentole e il “Cuore” onnipresente. Nessuno lo prendeva mai in prestito, il mio libro, ed ero rimasta malissimo quando la maestra mi ha detto di riportarmelo a casa perchè un altro bambino, Alessandro, quel tonto ignorante e mammone, l’aveva preso in prestito ma si era lamentato che non aveva potuto leggerlo perché era scritto troppo in piccolo. Me lo ficcò in mano, quasi arrabbiata, come se avessi scelto io i caratteri di stampa, d’intesa con l’editore e come se non fosse un’idiozia quella di non leggere un libro perché è scritto troppo in piccolo. Ogni tanto lo rivedo in giro in città, Alessandro, invecchiatissimo, e con la stessa faccia da mammo, e mi viene voglia di andare a dargli uno spintone e dirgli qualcosa come: aaaaaah scritto troppo piccolo!! Ma dì piuttosto che non sapevi leggere! Testone!
E comunque nei miei libri di testo delle elementari si usavano ancora termini come codesto, aviogetto, allorché e massaia, e di conseguenza, un italiano un po’antiquato, ma quasi aulico e raffinato, che forse, pur nella sua semplicità, voleva, nello sforzo immane e prodigioso di quegli anni di alfabetizzazione di massa forzata a botte di italiano standard, scostarsi e innalzarsi dalla parlata comune, quasi sempre contaminata dai dialetti e sforzarsi di insegnare ai bambini una lingua quasi formale e libresca.
E allora eccovi qui un altro esempio della Dipòk decenne. Non un tema vero e proprio questa volta, ma un riassunto estemporaneo, fatto lì per lì, di un racconto edificante letto in classe dalla maestra sulla solidarietà umana. A rileggermi mi faccio davvero uno strano effetto: tra boccioli che si schiudono, pasti frugali, e questo stile un po’pomposo e retorico, ricalcato evidentemente sulle letture che mi propinavano all’epoca. Però, bisogna ammettere, con tanto di paratassi, già allora.
Voto: otto e mezzo. Ebbè!
 
Riassunto di: Solidarietà umana
 
Quest’uomo conduceva una vita originale: amava la solitudine.
Solo la natura gradiva, e quando doveva passare per la città, l’attraversava a capo chino col passo frettoloso.
Considerava la società ingiusta per il fatto che lui era diverso dagli altri, lui era povero.
Viveva in una casa piccola i suoi vestiti erano miseri come le sue sostanze.
Al mattino alzatosi passeggiava lungo i rivi dei fiumi, il gorgoglio dell’acqua gli dava una dolce sensazione come il canto degli uccelli.
Un bocciolo che si schiudeva davanti ai raggi del sole gli sembrava un miracolo.
Mangiava sull’erba un pasto frugale: pane, formaggio e della frutta.
D’estate si addormentava supino sull’erba molle, guardava le stelle, le conosceva tutte le più vicine e le più lontane.
Però un giorno ebbe bisogno di un aiuto che solo una cosa che lui scansava poteva dargli: l’uomo.
Si era allontanato parecchie miglia dalla sua casa e d’un tratto si sentì male.
Si fermò.
Non s’era mai sentito così male e ora non sapeva cosa fare.
Ansava e la solitudine raddoppiava l’ansia.
Tutto ad un tratto sentì un fruscio, attese. Qualcuno lo chiamò fratello. Quest’uomo non conosceva la vita affettiva, pensava che la società fosse ingiusta e cattiva, ma non era così.
Si affidò a quell’uomo che l’aveva chiamato con una parola così espressiva.
E lungo la strada mentre calava la sera anche lui sentì il bisogno di chiamare quell’uomo con la parola che gli aveva aperto il mondo degli affetti e delle amicizie: fratello.

 

THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN’

28 novembre 2010

camussoCazzo, finalmente una donna normale in un posto di responsabilità. Una che non è strafiga, non è in linea, non è tirata a lucido, si veste come una qualsiasi persona, ha delle meches orrende, non mostra le tette, non ha due cannoli al posto delle labbra, una che porta malissimo i suoi anni e, anzi, non si trucca neanche e soprattutto una che sembra davvero credere in quello che dice.
Ahhhhhh che sospiro di sollievo.
Praticamente una vera.

TEMA

27 novembre 2010

 
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Ho ritrovato un mio tema. Scritto nel 70, in quinta elementare.
 
Per inciso, non faccio per vantarmi, ma per sottilineare come era la scuola una volta, ma un tema così grammaticalmente corretto, (a parte il bellissimo “enti provvidenziali”  anziché previdenziali, che ha comunque un suo senso tra il religioso e il fatalista), ora non lo scrivono neanche in quinta liceo. (anzi, sì, mi vanto).
 
A parte questo, le cose che colpiscono sono anche altre:
 
che nel 1970 una bambina di undici anni sapesse che esistono i sindacati, gli enti provvidenziali e che i lavoratori avevano conquistato dei diritti rispetto a quanto avveniva pochi anni prima. 
 
che nel 1970 fosse normale parlare, probabilmente anche a scuola, oltre che in televisione e sui giornali (Lama, Storti e Vanni me li ricordo ancora oggi), di sindacati e di diritti dei lavoratori come di cosa positiva e da tenere in grande considerazione.
 
che nel 2010 invece la scuola fa schifo, dei diritti dei lavoratori se ne fregano tutti e che vecchiaia e malattia e famiglie in miseria sono ritornati a essere uno spauracchio come nell’ottocento.
 
Mi mantengo diversamente giovane facendo la lavoratice precaria, pagata con prestazioni occasionali e sperando nella provvidenza anziché negli enti provvidenziali. Con la pensione che avrò potrò comprarmi un paio di uova sode al mese che daranno il loro contributo in proteine.
La cosa bella è che saremo in tanti, ma proprio tanti nella stessa situazione e quindi il mal comune diventerà mezzo gaudio, ma nel frattempo io credo che, come dicevo nel post fotografico di ieri, dovremmo proprio cominciare a incazzarci. Ma di brutto.
 
 
Osservando un cantiere di lavoro, penso…
 
Tempo fa andai con mia madre alla fabbrica dove lavora il babbo.
Arrivate ci ha aperto il cancello il portinaio che abita lì. A me sembrava tutto tranquillo intorno alla fabbrica, ma appena entrate un frastuono colse le nostre orecchie.
Attraversando il capannone mi guardavo intorno: c’erano molti macchinari di diverse specie e ne chiedevo l’uso a mio padre che ci faceva da guida attraverso quel labirinto di ferro.
Saliti nel suo studio mi sono seduta su una poltrona girevole, e da lì essendoci un vetro che permetteva la visione della fabbrica, ho guardato.
Lo sguardo mi cadde su un operaio che lisciava i tubi passatigli.
Teneva in mano un pezzo della sua macchina e lo mandava avanti e indietro, mentre sotto passavano i tubi, che finivano come risucchiati nella macchina; pensavo che se quell’operaio avesse un colpo di sonno, cosa gli succederebbe?
Oggi abbiamo tutti gli enti provvidenziali che prevedono gli infortuni, abbiamo i sindacati che difendono gli interessi degli operai di ogni categoria, coloro che lavorano non sono più sfruttati come una volta quando lavoravano dieci  o dodici ore stipendiati pochissimo, senza pensione, così che la vecchiaia  e la malattia erano come uno spauracchio, perché dovevano lasciare in miseria la famiglia.
Finalmente dopo molto tempo sono riusciti ad ottenere ciò che gli spettava.
Cosa farebbe l’operaio che deve mantenere una numerosa famiglia, se gli succedesse qualcosa? A questo hanno pensato tutti gli enti che esistono in Italia.

FOGLIONI

11 settembre 2010

brucio il corano non brucio il corano brucio il corano non brucio il corano brucio il corano non brucio il corano brucio il corano non brucio il corano
facciamo le elezioni non facciamo le elezioni facciamo le elezioni non facciamo le elezioni facciamo le elezioni non facciamo le elezioni facciamo le elezioni non facciamo le elezioni
siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi
Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi
accetto il lavoro a vittorio veneto non accetto il lavoro a vittorio veneto accetto il lavoro a vittorio veneto non accetto il lavoro a vittorio veneto accetto il lavoro a vittorio veneto  se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscontantinopolizzasse
vi disarcivescoviscontantinopolizzereste voi con lui se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscontantinopolizzasse vi disarcivescoviscontantinopolizzereste voi con lui
tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro
nel giardin del sior simon sior andrea cogliea coton nel giardin del sior andrea sior simon coton cogliea nel giardin del sior simon sior andrea cogliea coton nel giardin del sior andrea sior simon coton cogliea

BLOGGHISTI

27 luglio 2010
Questo l’avevo già pubblicato un paio di anni fa, se qualcuno se lo ricordasse. Però mi piace rimetterlo qui.
E’ sempre valido.:))

Ci sono blog che spirano buoni sentimenti da ogni parte li si guardi.
E allora è tutto un ringraziare il blogghista per le sue segnalazioni, per i suoi post, per le sue risposte, per i suoi link, per le sue gallery, per i suoi punti, per le sue virgole. E ai commentatori si mozza il respiro e abbassano il volume dell’ipod o del televisore o fanno cenno al marito o alla moglie di tacere quando lui, il Blogghista, incedendo su un tappeto rosso, e appoggiando un benevolo e pacato sorriso sui loro capini, avanza tra i loro miseri, miseri per loro, e per lui, commenti, pieni di emoicone sorridenti, di puntini puntini, di ringraziamenti, di complimenti, di scusate se mi permetto ma, scusate lo sfogo ma, scusate se esisto ma, e anch’io sai, e anche a me capita così, e anch’io penso proprio come te, e di rassicurazioni sul suo essere buono, probo, giusto, santo. E nessuno farebbe mai un commento men che di lode, e a chi, sprovveduto o di passaggio, lo fa, si crea intorno il vuoto, come a chi, durante un funerale, scappasse una gran risata. O peggio.
Poi ci sono blog che invece spirano cattivi pensieri, invidie, vigliaccherie, arrotolamenti su pensieri vecchi, stantii, e allora è tutta un’invettiva, tutto un mandarsi affanculo, tutto un pezzo di merda sarai tu, tutto un ma che cazzate dite. E i commentatori entrano già con il casco del motorino in testa e la sciarpa tirata su, belli carichi di birra e di noia, di sigarette finite e di puzza di fumo freddo, di frustrazioni e di stanzette disordinate, con la raccolta di Topolino e di Tex sullo scaffale in alto, le ciabatte perse in giro sotto al letto, la biancheria buttata sulla sedia e di là genitori preoccupati e rompipalle che fanno mille domande, sempre quelle, o mogli incazzate e sfinite che invece non domandano proprio niente.
Poi ci sono i blog dove quasi nessuno entra né commenta, e il bloggaro si scrive addosso certe pizze, certi papiri infiniti, certi commenti a libri sconosciuti, o polemiche interminabili su non si capisce bene cosa e racconti pieni di “quando vivevo i miei anni corsari” o di “cieli incendiati dei raggi del tramonto”. Ogni tanto qualche ragazzina romantica di passaggio, pensa che sia il blog di un coetaneo e lascia qualche commento pieno di kappa e di bacetti.
In altri blog, invece i commentatori si trovano come al bar. Con la stessa noia infinita ci vanno tutti i giorni, si siedono, ordinano la stessa cosa da anni, non sanno neanche più cosa, che ci sia il barista non gli interessa poi tanto, che abbia scritto un post neanche, tanto scrive solo di cose che sono pretesto per prendersi in giro, dirsi porcherie, raccontarsi barzellette, fare mille emoicone con la strizzatina d’occhio, fingere di corteggiarsi e di starci, anche. Poi, alla sera, a letto tutti contenti, che in fondo c’hanno famiglia.
Poi invece ci sono i blog ispirati, pieni di citazioni poetiche, di fotografie di donne misteriose dai grandi occhi, di ombre stagliate su chiari di luna o di nudi femminei evanescenti. Nei commenti ci sono sempre termini come racchiudere il silenzio, brandire i sentimenti, evolversi nel sentire, anelito divino. Gli aggettivi stanno spesso davanti ai nomi, ché fa molto poetico.  Tutti si sentono elevati e nobili. Abbondano le evocazioni di stelle, di illuminazioni, di mattini nitidi, il profumo di salsedine, di nebbia, di muschi, deserti arsi e gemme incastonate. I commentatori, ringraziano il blogghista per aver voluto condividere, e mandano spesso un caro saluto. Di solito se il blogghista-poeta è maschio cucca un casino, se è invece una blogghista femmina non cucca. Mai o quasi mai.
E quelli che invece scrivono sempre con un sacco di errori di battitura e dicono questa dannata tastiera o che loro non hanno mai tempo di rileggere e che loro scrivono tutto d’impulso e che ringraziano per la comprensione e in fondo l’importante è capirsi, e mettono dei titoli enormi, di vari colori, e usano un sacco di punti esclamativi e interrogativi. E poi dicono che oggi non è giornata. O che è giornata, invece. E parlano della Lori o di Tobia, che tutti dovrebbero sapere chi è.
E mettono la foto piccola del cane, o delle vacanze in montagna sul prato. E i commentatori sono comprensivi, affettuosi, partecipano, elencano le loro grane. E tutti si stanno simpatici e si capiscono come giù in parrocchia quando si fanno le cene di comunità.
C’è poco da fare. I blog sono come le persone.

LA DONNA INFINITA

24 luglio 2010
Perdo tempo, perdo tempo, perdo un sacco di tempo. Come se dovessi, potessi vivere in eterno. Sarà che sono la prima donna infinita che abbiate mai conosciuto? E che io per prima non ne sia stata avvisata? Nessuno che mi abbia detto: ok sei nata il quattordici marzo del millenovecentodekjyrufsubcbjve e non hai data di scadenza. Qualcosa tipo: fine condanna: mai.
Finirà che mi ritrovo come Highlander a tagliare teste con lo spadone urlando ne rimarrà soltanto una, riuscendo a comprendere solo dopo decenni che tutti quelli che conosco muoiono prima di me perché io sono immortale? Sarebbe una gran bella beffa, anzi guarda, mi ci vedrei proprio. Sta a vedere che magari mi capita davvero, e poi nel 3019 ci fanno un film su di me.
Nel frattempo però, visto che comunque mi tocca stare qui, per un imperscrutabile bel po’, la mia natura lombardo-veneta mi spingerebbe ad impiegare meglio il mio tempo.
E invece non ne vengo fuori. Più ho tempo davanti, più le giornate si dilatano, raggiungono le 87 ore, le decisioni si posticipano da sole, anzi, non si formulano neanche, rimangono lì, fiacche a rimescolarsi tra perplessità e latitanze, lasciando spazio alle vecchie, consuete, tristemente familiari pratiche e ai loro conseguenti risultati: irrigidimento, immobilità, paralisi.
E mi viene in mente l’inizio di Eveline, dai “Dubliners” del mio Scrittore James Joyce:
 
She sat at the window watching the evening invade the avenue.
Her head was leaned against the window curtains and in her
nostrils was the odour of dusty cretonne. She was tired.
 
Seduta alla finestra guardava la sera invadere il viale. La testa era appoggiata contro le tendine e sentiva nelle narici l’odore della cretonne polverosa. Era stanca.
 

SATURNO CONTRO

22 luglio 2010
Pare che ieri, 21 luglio, Saturno sia uscito dal segno dei Pesci dopo due anni e mezzo di opposizione e di marcatura stretta.
Quindi, essendo che io sono nata nel segno dei Pesci, che ho l’ascendente Pesci, che mi piacciono i pesci, che ho le decalcomanie con i pesci in bagno, le conchiglie sulla mensola, una stella marina  appesa allo specchio, un pesciolino in simil argento sul comò, altre conchiglie luccicanti nella ciotolina giapponese, i bastoncini di pesce findus nel freezer, le acciughe nella dispensa, e aggiungo un azulejos portoghese con veliero solcante i flutti marini, da oggi, se io credessi all’astrologia, dovrei librarmi serena e felice nell’aere.
Vedremo.

ALTRO CHE CSI

19 maggio 2010

E tanto per togliere di mezzo il post precedente, vi piazzo qua questa notizia.

http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=102601&sez=NORDEST

Certo che davvero non avrei mai pensato che per scoprire il responsabile di una rapina da 4200 euro in Italia si arrivasse a tenere sotto osservazione i giovani malviventi proprietari di felini, a pedinare il micio tra i tetti e ad analizzare perfino i peli del gatto del presunto rapinatore.
Rimango sospesa tra la sorpresa, la facile reprimenda un po’ demagogica (e quelli che rubano i miliardi?) e la (misera) soddisfazione per la giusta punizione. Miao.

ELEGANTONI

28 settembre 2009

Effettivamente in Italia siamo più attenti al vestire, anche per andare a fare la spesa.
Ma nel resto del mondo un po’ meno.
In questa sequenza io trovo bellissimi il distratto della foto 4, l’elegantona della foto 5 e il batman della foto 11.


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