Archive for the ‘italiano lingua seconda’ Category

ALFABETI

5 febbraio 2013

Aminata non capisce niente ed è il mio tormento e la mia spina nel fianco. Oltre che la mia spina nel fianco è ormai anche la mia sfida personale. Salamata invece alterna guizzi di intelligenza negli occhi miti e acquosi, operose e pazienti opere calligrafiche e brevi cadute ortografiche.
Rheena invece è già andata a scuola, però scrive solo con dei magnifici arabeschi hindi che tende a riportare anche nel nostro alfabeto e non sa una parola di italiano. Ho capito solo dopo qualche lezione che per dire sì ondeggia leggera la testa sul collo a destra e sinistra, sorriso bianchissimo e luccicante sguardo di carbone come nei film di Bollywood. Zhora parla un po’ di italiano, come tutti gli arabi confonde e ed i, o ed u, ma in quattro e quattr’otto ha capito che i suoni si possono trascrivere in forma di lettera e le lettere in forma di parola e procede spedita fino a quando per un nonnulla si emoziona, arrossisce, si inceppa e comincia a calcare la matita in piccoli solchi sul quaderno.
Alimatou arriva con la bambina legata sulla schiena in uno scialle colorato. La spoglia, la fa cadere, la allatta, le soffia il naso, risponde a uno dei due telefoni che mette sul tavolo accanto a fazzoletti, salviettine, fogli accartocciati. Le ho detto di lasciare la bambina alla baby sitter ma la cosa funziona una volta su tre.
Kadir è il mio orgoglio. Fosse andato a scuola sarebbe sicuramente un qualche premio nobel. Arriva dal Ghana, ma ci ha messo una ventina d’anni ad arrivare quassù, passando per il Burkina Faso, un lavoro da tessitore in Nigeria, la guida dei trattori e una fabbrica in Libia, il Mediterraneo, i campi di pomodori del sud, le case occupate tra i topi lunghi così e un lavoro da muratore a Napoli per finire in mobilità in qualche ditta qui al Nord e saltuari lavori da bidello.
Dove fai il bidello, in che scuola? – gli chiedo. Non si ricorda il nome della scuola, ma, pronto, estrae da una tasca del giaccone (nessuno si toglie mai la giacca o il cappotto in classe), un foglio con l’intestazione di una scuola media. Non certo per leggerlo. Me lo consegna perché lo legga io.
Kadir, come tutti qui, non sa né leggere né scrivere.

PRINCIPIANTI PROGREDITI

11 febbraio 2011

Nadiia è una bizzarra signora russa sulla sessantina, carnagione bianchissima, rossetto rosso e voce baritonale, i capelli cortissimi e biondi che spuntano da una bombetta nera che tiene appena appena appoggiata sulla testa. Sta fieramente dritta in punta di sedia, i gomiti appoggiati al tavolo come se stesse partecipando a un pranzo all’ambasciata, saettando gli occhi vivaci qua e là, seduta  tra Aprana, una modesta signora dallo Sri Lanka e Naza, ragazza kosovara.
Aprana sta infagottata in un misto di sari, giacca a vento e sciarpa, una faccetta marroncina nascosta dietro un paio di occhiali /monitor di osso scuro e recita gli esercizi come un rosario. Secondo me ha studiato dalle suore. Cingalesi, ma suore. Naza mi guarda come se fossi Miss Universo, o l’ultimo premio Nobel per la letteratura, o l’incarnazione dell’Italia terra dei miracoli futuri, mi sorride, mi dice che è felice che io sia lì e mi osserva con uno sguardo così aperto e fiducioso che temo che non capisca niente di quello che dico, ma si limiti alla speranza di capire tutto, finalmente, un giorno.
Di fronte c’è il blocco delle donne bengalesi: colori vari di giacche a vento e piumoni sovrapposti a sari leggerissimi rosa, gialli, arancioni, sciarpe intorno al collo o a coprire la testa, bambini urlanti in braccio e carrozzine lungo le pareti della classe. Tra tutte spicca il faccione di Saranda, occhi smisuratamente grandi e denti bianchissimi che urlando legge più veloce di tutte, malissimo, tanto che la nigeriana Mamouna che siede imponente alla sua sinistra, la richiama dicendole che va troppo avanti, e con gesti calmi e sorridenti la invita anche a portare fuori, dalla baby sitter, e sarebbe anche ora, la figlia rompiscatole che ha fatto quasi piangere la bambina dell’ucraina senza nome, il donnone con i capelli grigi e vistosa peluria sul labbro superiore, aggiuntasi all’ultima lezione, per provare, dice, e che si è rivelata una sottile linguista, che si pone problemi del tipo: perché la gente dice metti la roba sul frigo e non nel frigo? E perché a volte si dice quei e a volte quelli e a volte quegli? E come si chiama tunnel sotto stazione? E così via. Le davo sessant’anni e invece scopro che ha una bambina di due anni.
Katarina, vecchia russa senza cognome, capelli grigi corti e spettinati, e berretto con frontalino alla Lenin, sorride dall’altra parte del tavolo. Arriva e parte quando vuole, sembra che non segua le lezioni mentre sfoglia incessantemente un vecchio vocabolario ingiallito russo-italiano, sorridendo tra sé e sé, e lanciando di quando in quando, inaspettatamente, domande argute e intelligenti. L’ho messa vicina a Fatima, a scrivere un percorso di indicazioni stradali, per andare, seguendo la cartina sul libro, da Piazza di Santa Maria Maggiore a Viale Manzoni. Non ne hanno indovinata una, ma sembra si siano divertite.
Uno dei pochi uomini è l’indiano Johnston. Magro, educato, occhiali di metallo e l’aria da intellettuale, si siede sempre bello dritto davanti a me, di là dal tavolo, facendo spostare chi si è già seduto, e segue con grande attenzione, fermando la lezione quando non capisce, consultandosi con la marocchina Amina, una delle migliori, o parlando in inglese con la nigeriana Perpetua, silenziosa e seria, immobile appoggiata alla sedia, anche lei chiusa, per tutte le due ore nel suo piumino grigio, nonostante i termosifoni bollenti.
Alla fine Mirvete, ciuffi di capelli tra il biondo e il grigio e sorriso storto mi chiede se ho bisogno di donna di pulizia per casa mia.


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