Archive for marzo 2010

HAIKU DI PRIMAVERA

30 marzo 2010
Da qualche giorno sentivo, alle due del pomeriggio, la finestra aperta, finalmente, questo suono cadenzato. Arrivava da lontano, passava, e si allontanava piano.
Oggi sono corsa a guardare.
Un ragazzino, l’ho visto di sfuggita, d’angolo, tra il davanzale e il terrazzino sotto.
I capelli castani, una maglietta rossa, verso il campetto dietro la chiesa, il braccio aperto a far balzare il suo pallone sul selciato.

EMERGENCY DEPARTMENT. ALICE SPRINGS

27 marzo 2010
Stanotte avevo un po’ nostalgia. Nostalgia di quel viaggio che mi sembra così lontano, di quella Dipòk che ora sembra un’altra.
A volte ho bisogno di rileggere cose scritte anche anni e anni prima per ritrovare pezzi di me che mi sembra di perdere per strada, capire chi ero e cosa cercavo.
Potrei riempirci una libreria Billy da 40 x 180 con le cose che ho scritto da quando ho avuto una penna in mano a oggi. E’ la mia memoria storica. Mi metto lì, mi rileggo diari, quaderni e blocchi di carta, e mi rimetto la tutina rossa di quando avevo otto anni, i pantaloni di fustagno della Benetton di quando avevo 14 anni, i jeans neri di quando ne avevo 25 e così via. Qui mi sono rimessa il camice bianco allacciato dietro che mi hanno dato quella volta al Pronto Soccorso di Alice Springs. Erano solo tre anni fa e sembrano cento.
L’avevo già postato qui un paio di anni fa, ma mi piace rileggerlo oggi. Spero piaccia anche a chi passa di qui.

Dei grossi insetti iridescenti caracollano lenti sul pavimento dell’Emergency Department dell’ospedale di Alice Springs. Nessuno sembra farci caso, qualcuno è calpestato, altri sono rovesciati e zampettano tristemente in agonia, solo un bambino aborigeno in braccio al papa’ a piedi nudi, li guarda e li indica con la manina.
Una grossa donna aborigena, immobile, il viso tumefatto, è stesa sul lettino dietro la tenda a fianco al mio. Un’altra si guarda intorno, gli occhi spaventati, seduta accanto al figlio che gioca tranquillo.
Un asiatico, con la scritta fluorescente "DOCTOR" sulla schiena, compila delle carte, seduto ad una delle scrivanie di fronte al mio letto. Infermieri sorridenti e silenziosi vestiti di tutine blu, ma con ai piedi gli scarponcini da camminata nel deserto che usano un po’ tutti qui in giro, vanno e vengono tra le tendine che dividono i pazienti.
L’albergatore mi ha portata qui in macchina dopo che sono svenuta della hall del Desert Rose Inn Motel. Ero stata malissimo tutta la notte, dopo cinque giorni a temperature infernali tra i 38 e i 42 gradi e un tour altrettanto infernale al monolite ad Ayers Rock. Novecento chilometri di pullman tra andata e ritorno, una sosta di una notte al Mt. Ebenezer Road Motel, dove ci hanno servito, in pieno deserto australiano, circondati da nugoli di mosche che qui non danno tregua, un piatto composto di pesce fritto unto, patate fritte ancora più unte e insalata di cipolle crude, e il giorno dopo panini al formaggio con pomodoro e insalata che immaginavo preparati dalle mani luride degli autisti-guide-rangers.
Durante il viaggio di ritorno, al buio, mentre attraversavamo il deserto rosso del cuore dell’Australia, circondati dal nulla, con un manto di stelle luccicanti sopra la testa, la Croce del Sud bassa sull’orizzonte di fronte al mio finestrino, con l’autista bene attento a scrutare la strada per non incappare in qualche animale (canguri, wallaby, cammelli, emu e vacche girano indisturbati per queste strade), il secondo autista, un bel tipo (il più’ pulito dei tre) vestito da ranger, che mi aveva anche invitato a bere qualcosa arrivati ad Alice Springs, improvvisamente si precipita dal fondo della corriera a vomitare nel bidone accanto all’entrata. Fine della serata. Una ragazza canadese lo segue a ruota. Alla fine tocca a me. Arrivata al Desert Rose Inn, nella mia stanzetta puzzolente di muffa, dalla moquette verde pisello, le lenzuola verde bottiglia, il lavandino marrone, le pareti di mattoni, un caldo torrido appena attenuato dal rumorosissimo condizionatore, sto malissimo tutta la notte.
Il giorno dopo nel pomeriggio ho l’aereo per Melbourne. Al mattino striscio verso la reception per chiedere se posso tenere la stanza fino al pomeriggio perché mi sento poco bene, e mentre sto parlando conl’albergatore, un tipo gentilissimo dall’accento incomprensibile, sento che sto per svenire.
Con una mano all’indietro cerco una delle poltroncine di vimini accanto al bancone, vedo i due coreani che ieri erano in gita con me scendere le scale lentamente e guardarmi, e capisco che ora verra’ il peggio.
Comincio a piovere sudore e a tremare, le mani mi si contraggono, la nausea esplode, come un geyser inondo il pavimento e scivolo giù, meravigliandomi di quanta acqua potessi contenere. Sento solo la cameriera tailandese che era dietro il banco della reception accorrere, abbracciarmi e urlare: ” she’s collapsing! help! she’s collapsing!” . Penso: io? Collapsing? Ma no. E mi sento dire: ”please, call a doctor, call a doctor”. Poi mentre sprofondo sempre di più nel nulla, mi chiedo perfino se sia più giusto dire “have you called a doctor?” o “did you call a doctor?” . Cosa sarà meglio? Ma l’avranno chiamato sto dottore? Vi prego, sto male, call a doctor, call a doctor. Penso al glorioso museo dei Flying Doctors che ho visitato qualche giorno fa. Ma quando era? Ieri? O l’altro ieri? Quindi ce l’hanno un ospedale qui. I Flying Doctors arriveranno con l’aeroplano e mi salveranno. Ma quando? E dove mi porteranno?
Poi, per un lungo attimo, più nulla.

La tailandese mi stringe al petto e mi asciuga il viso con un tappetino verde del bagno. Ho caldo da morire, ho freddo da morire. Mi toglie gli occhiali, io me li riprendo, lei me li ritoglie e io me li riprendo, mi abbraccia, mi toglie il fiato, cerco di scostarla, mi stringe, mi picchietta con la mano, mi vuole far bere dell’acqua da una bottiglia, no thank you, cazzo e’ gelata, moriro’, mi vuoi far morire? mi mette la bottiglia davanti alle labbra, penso che Cangrande della Scala e’ morto bevendo acqua gelata, ma lei e’ tailandese, che ne sa di Cangrande della Scala? Urla qualcosa all’altra cameriera che con un secchio di candeggina sta pulendo il disastro che ho combinato. La candeggina ha un odore fortissimo. L’altra, una bionda con gli occhi chiari, le urla qualcosa di rimando, io la guardo e , contemplando i miei resti che spariscono nel secchio, mi chiedo che accento abbia, sembra una ragazza dell’est europa, ma qui l’est e’ troppo lontano, pero’ forse anche il padrone viene di la’. Qui arrivano tutti da qualche altra parte. “Sorry, I’m sorry for that – le dico – sorry, I’m sorry”. Ma l’avranno chiamato il dottore? Did you? Have you? I Flying doctors, dove diavolo sono? Sto male. Sento dire “hospital”, la tailandese mi aiuta ad alzarmi, mi giro e vedo sulla strada il padrone dell’albergo che e’ andato a prendere la macchina. Sorry for that, I’m sorry, ripeto. “It’s ok – fa lui – it’s ok”. Improvvisamente mi ricordo del portafogli e del mio diario di viaggio che avevo in mano, con gli indirizzi, i numeri di telefono, gli appunti, tutto! “My book, my… come cazzo si dice portafogli!? …wallet! my wallet, please! My book!”. Non posso andarmene senza il mio diario! Torno indietro. Arranco. “My book!” La tailandese corre a prendere quaderno e portafogli, me li mette in mano con la bottiglia d’acqua e il tappetino, salgo in macchina, mi allaccia la cintura. Thank you, thank you.

Ed eccomi qui. Trasformata nel giro di dieci minuti, da turista in calzoncini corti a malata in camice bianco. Rispondo a domande, compilo moduli, mi meraviglio di sapere ancora il mio indirizzo e il mio telefono in Italia. “This is your bed”. Quello? Qui in mezzo? Sembra di stare in mezzo ad un ufficio. In effetti sembra ER della tivu. Tirano la tendina. Sto un po’ meglio.
L’infermiera Nat, una moretta carina, gentile e sorridente, mi mostra come infilarmi il camice e mi dice che ora verra’ il dottore a visitarmi. A parte gli scarafaggi sembra tutto pulito e a posto.
Arriva una ragazzona alta, bionda, con i capelli corti, in maglietta, calzoncini e scarponcini e mi chiede qualcosa. E’ lei il dottore.
Si chiama Tone Levang, e’ norvegese. Le chiedo che ci fa una norvegese ad Alice Springs e mi dice che cercava qualcosa di diverso. Cercava il caldo ? le chiedo sorridendo. No, no, qualcosa di diverso – dice – Prima sono stata in Tasmania, e poi, da un mese, sono qui ad Alice Springs. Dice che probabilmente la mia e’ un’intossicazione alimentare unita ad un colpo di calore, che sono disidratata, che ho la pressione a terra e che mi fara’ una sacca di liquidi in vena e comincia a forarmi il dorso della mano. Le mostro una bellissima vena verde/blu che ho nell’incavo del braccio, gonfia, visibile e pronta per ogni tipo di prestazione, ma lei insiste a volermi massacrare la mano e dopo avermi procurato un bel livido amaranto, si scusa e mi infila l’ago nel braccio.
“Si chiama butterfly questa? “ le chiedo, per far vedere che anch’io so e cercare di passare dalla condizione di paziente passivo a quella di paziente interattivo. “No, this is a cannula”. “Ah, la cannula!” dico io, come se, essendo un nome latino mi appartenesse. E lei: “come si dice butterfly in italiano?” “Farfalla” dico io. “FAFFALLA” ripete lei. Si’. Ecco. Sorridiamo.

Due sacche di liquidi, un te’, una fetta di pane tostato e a mezzogiorno esco dall’Alice Springs Hospital. Mi sento un’ameba ma devo fare la valigia.
Alle quattro ho il volo per Melbourne.

 

ZEITGEIST

23 marzo 2010
Ella viveva in quello scorcio di anno 2010, in piena sincronia con lo Spirito del Tempo.
Lo Spirito del Tempo, imparziale, lucido e obiettivo diceva che tutto era fanghiglia, che non si andava da nessuna parte, che lì toccava stare, a rimenarsi in quella fanghiglia, e chiamiamola pure merda, ma di quella merda appiccicosa, se pure mai esiste, magari come escreto di qualche intestino poco sano, alienizzato, nel senso della gelatina vischiosa e spermiforme del film Scottesco, Scottiano, Scottico, di Ridley Scott insomma, ed ella vi ci si adeguava.
Ed era una vera sofferenza. Perché a lei mai era piaciuto adeguarsi, proprio a nullaché, ma tristemente, e senza sforzi, la sua psiche soggiaceva, come quella di milioni di altri suoi simili, mesti abitanti di quell’angolo di mondo, alla imputrescenza della vita morale, culturale, etica e sociale di un intero paese.
E pensava: sarà che sto invecchiando a vista d’occhio, se quello che solo dieci anni fa era di valore, é ora solo cacca. E poi: sarà che i tempi cambiano più veloci della luce, il che, a conti fatti, era pur vero, se quello che solo dieci anni fa aveva un senso, ha ora il significato opposto.
Eppure no, non era l’invecchiare, non era il vedere da lontano, il ricordare un Tempo diverso, se pure anche chi aveva venti anni di meno, la ragazza trentenne del corso serale, giovane avvocatessa sconfortata, scendendo le scale, aveva detto, scuotendo piano il capo, gli occhi fissi a terra: e vedesse i nuovi arrivati come sono! Almeno noi avevamo un’etica professionale! Dovrebbe vedere che fax ci arrivano in studio!
Non era l’invecchiare, lei se lo ricordava bene com’era a diciassette anni, che era l’altro ieri, se una classe intera di ragazzi di pari età, ma dell’età di oggi, di questo Tempo, non sapeva capire, pur leggendo e rileggendo, le tre righe di consegna di un facile esercizio. Ma non perché fossero stupidi, mannò, con tutte quelle vitamine e antiossidanti e le vacanze al mare e in montagna e il sapientino e i moduli di apprendimento e l’offerta formativa, ma perché leggevano ma non vedevano, sentivano ma non ascoltavano. E tu glielo ripetevi tre volte e loro otto volte ti interrompevano: ah ma allora è così? No, ascoltatemi, e loro ancora: ah ma allora è cosà? Che forse nessuno mai gli aveva spiegato qualcosa imponendogli di tacere? No.
Lo Spirito del suo Tempo era stato un altro se una dozzina di adulti (altro corso serale) non sapeva che Indira Gandhi era (stata) una donna, che un Modulo d’Iscrizione non è un Curriculum e se ragazzi di diciotto anni (corso di recupero del debito formativo, il pomeriggio), sgranavano gli occhi se gli dicevi che il di loro padre pagava per farli andare a scuola. Davvero? Aveva esclamato la ragazzina. Eh sì, e non solo tuo padre, noi tutti paghiamo le tasse per farvi andare a scuola. Erano rimasti a bocca aperta. Ma chi diavolo pensavano che pagasse? O che eravamo tutti qui a sgolarci a gratis? A pretendere cose da voi senza darvi mai il tempo necessario per capirle? Perché anche questo era vero, con orari ridicoli di quaranta ore a settimana, dove fare venti materie, tutte di fretta, tutte in superficie, con insegnanti che arrivano sempre venti minuti dopo l’inizio dell’ora, segreterie ridicole, fatte di donne ratto che in un ufficio privato non durerebbero due giorni, aule scolastiche dove non ci farei stare il mio gatto per mezza giornata. O scuole stupende, con insegnanti operosi, segreterie svizzere e ragazzi che già in terza hanno capito come funzionano le cose e stazionano tra i banchi come meduse accasciate, cinici come mercanti levantini e disillusi come reduci.
Lo Spirito del mio Tempo si era volatilizzato. Ingenuo che eri.
O forse saggio, come tutti gli Spiriti del Tempo, te ne sei andato, appunto, in Tempo. Siamo rimasti noi, quelli che il Tempo dovrebbero viverlo, costruirlo, progettarlo, siamo rimasti qui a sopportarlo, a patirlo.
Finché per me, per voi, per tutti quanti noi, non ne rimarrà nemmeno un attimo.

ESERCIZIO

17 marzo 2010
Rieccomi qua.
E voi non avete idea di quanti post io abbia iniziato in questi giorni. E di quanti post io abbia poi cancellato, o abbia abbandonato dopo un paio di righe. E di quanti siano rimasti lì, appesi a un doc., un titolo salvato nel mare magnum della cartella “collegamento a documenti su win98.new” che un giorno dovrò pure decidermi a sistemare, lei, la cartella, il nome e il collegamento.
Eppure erano tutti argomenti degni di nota, mi sembrava. Timidamente, mi sembrava. All’inizio.
Ma appena arrivavo alle due, sette, nove o dieci righe, mi fermavo, rileggevo e mi dicevo: ma che cavolo scrivi.
Il seguito era una nebulosa di pensieri. Pensieri malmostosi. Di quelli con un sospiro dentro. Quei pensieri pesanti che ti fanno guardare lo schermo come da lontano. Da lontano perché tu non sei lì dentro, in quello che scrivi. Sei già fuori che leggi, e giudichi scuotendo la testa, e pensi, e valuti, e i pensieri si confondono, si incespicano, ruvidi, rotolano, sbattono e si fermano lì, spiaccicati, schiacciati tra un paio di frasi. E niente funziona, tutto sembra artificio retorico. Guarda, stavi perfino per scrivere artifizio. Ma che sei? Mia nonna? Figurati se mia nonna scriveva artifizio. Mia nonna, che ho scoperto da poco, aveva sedici fratelli, nove morti bambini, e andava a lavare i panni per le famiglie ricche. Beh, l’altra nonna allora. Ma ti puoi immaginare se l’altra nonna sapeva cos’era un artifizio, anche se si vantava di essersi sposata bene. Ecco, guarda, giusto racconti di famiglia potresti scrivere. In fondo c’è chi ci ha scritto, e pure bene. Guarda la Ginzburg, che ci ha fatto sopra una carriera sulla famiglia. E ne avresti da scrivere, perché tra nonni e nonne e zii e zie, per non parlare dei parenti più vicini, qui ci facciamo un romanzo. Macché un romanzo, ci facciamo una saga. Ma non c’ho voglia di scrivere di famiglia. Non ho voglia di riesumare, scandagliare. Allora cambia in fretta argomento, caramia, perché qui finisce che cancelli anche questo post. Sì, perché invece volevo parlare di quelle cose che facciamo tutti, quelle cose che da bambini crediamo che siano vere, perché ce le dicono e ci crediamo, e poi con gli anni, non andiamo più lì a vedere se erano vere, le diamo per vere. Come quella mia amica che una volta, sgombrando un armadio, ha detto: beh, l’impermeabile lo tengo, cosa dici? E io le ho detto: e che te ne fai? Non ti ho mai visto con un impermeabile. E lei ha risposto: beh, ma un impermeabile è sempre meglio averlo. E perché? Ho detto io. E lei guardandomi un po’ perplessa: mah, in realtà non so, ma lo diceva sempre mia madre. Ecco, in realtà volevo scrivere di quella cosa lì. Di come non aggiorniamo le mappe, e continuiamo per anni a pensare i pensieri degli altri. Per pigrizia, per comodità, per inconsapevolezza. E invece sono finita a scrivere di come non riesco a scrivere. Un po’ come quelle donne, perché purtroppo, sì lo ammetto, sono soprattutto donne, che quando devono parlare di qualcosa, che, poniamo è successo al pomeriggio, cominciano a raccontarti di cosa hanno fatto dalla mattina, quando si sono svegliate, e di come erano vestite, e di cosa hanno detto alla vicina che hanno incontrato per caso sulle scale, e di che ora fosse quando hanno comprato il pane, come se, il vero motivo del loro raccontare, non fosse il fatto del pomeriggio, ma tutto il resto della loro vita, tutto il resto dei loro pensieri. Pensieri che vacillano, corrono avanti e indietro, sbandano, camminano per le pareti, non trovano la via lucida, piatta, diritta, senza ostacoli che porta al Pensiero, quello sì, con la maiuscola. Evabbé, lasciatemi fare la donnetta senza capo né coda. Si vede che devo carburare, girare intorno al nocciolo, raccogliere le idee sparse in questi giorni di vita pratica. Si vede che la vita pratica non giova al ragionamento.
Tutto questo per dire che forse, dico forse, riprendo a scrivere.

esercizio

17 marzo 2010
Rieccomi qua.
E voi non avete idea di quanti post io abbia iniziato in questi giorni. E di quanti post io abbia poi cancellato, o abbia abbandonato dopo un paio di righe. E di quanti siano rimasti lì, appesi a un doc., un titolo salvato nel mare magnum della cartella “collegamento a documenti su win98.new” che un giorno dovrò pure decidermi a sistemare, lei, la cartella, il nome e il collegamento.
Eppure erano tutti argomenti degni di nota, mi sembrava. Timidamente, mi sembrava. All’inizio.
Ma appena arrivavo alle due, sette, nove o dieci righe, mi fermavo, rileggevo e mi dicevo: ma che cavolo scrivi.
Il seguito era una nebulosa di pensieri. Pensieri malmostosi. Di quelli con un sospiro dentro. Quei pensieri pesanti che ti fanno guardare lo schermo come da lontano. Da lontano perché tu non sei lì dentro, in quello che scrivi. Sei già fuori che leggi, e giudichi scuotendo la testa, e pensi, e valuti, e i pensieri si confondono, si incespicano, ruvidi, rotolano, sbattono e si fermano lì, spiaccicati, schiacciati tra un paio di frasi. E niente funziona, tutto sembra artificio retorico. Guarda, stavi perfino per scrivere artifizio. Ma che sei? Mia nonna? Figurati se mia nonna scriveva artifizio. Mia nonna, che ho scoperto da poco, aveva sedici fratelli, nove morti bambini, e andava a lavare i panni per le famiglie ricche. Beh, l’altra nonna allora. Ma ti puoi immaginare se l’altra nonna sapeva cos’era un artifizio, anche se si vantava di essersi sposata bene. Ecco, guarda, giusto racconti di famiglia potresti scrivere. In fondo c’è chi ci ha scritto, e pure bene. Guarda la Ginzburg, che ci ha fatto sopra una carriera sulla famiglia. E ne avresti da scrivere, perché tra nonni e nonne e zii e zie, per non parlare dei parenti più vicini, qui ci facciamo un romanzo. Macché un romanzo, ci facciamo una saga. Ma non c’ho voglia di scrivere di famiglia. Non ho voglia di riesumare, scandagliare. Allora cambia in fretta argomento, caramia, perché qui finisce che cancelli anche questo post. Sì, perché invece volevo parlare di quelle cose che facciamo tutti, quelle cose che da bambini crediamo che siano vere, perché ce le dicono e ci crediamo, e poi con gli anni, non andiamo più lì a vedere se erano vere, le diamo per vere. Come quella mia amica che una volta, sgombrando un armadio, ha detto: beh, l’impermeabile lo tengo, cosa dici? E io le ho detto: e che te ne fai? Non ti ho mai visto con un impermeabile. E lei ha risposto: beh, ma un impermeabile è sempre meglio averlo. E perché? Ho detto io. E lei guardandomi un po’ perplessa: mah, in realtà non so, ma lo diceva sempre mia madre. Ecco, in realtà volevo scrivere di quella cosa lì. Di come non aggiorniamo le mappe, e continuiamo per anni a pensare i pensieri degli altri. Per pigrizia, per comodità, per inconsapevolezza. E invece sono finita a scrivere di come non riesco a scrivere. Un po’ come quelle donne, perché purtroppo, sì lo ammetto, sono soprattutto donne, che quando devono parlare di qualcosa, che, poniamo è successo al pomeriggio, cominciano a raccontarti di cosa hanno fatto dalla mattina, quando si sono svegliate, e di come erano vestite, e di cosa hanno detto alla vicina che hanno incontrato per caso sulle scale, e di che ora fosse quando hanno comprato il pane, come se, il vero motivo del loro raccontare, non fosse il fatto del pomeriggio, ma tutto il resto della loro vita, tutto il resto dei loro pensieri. Pensieri che vacillano, corrono avanti e indietro, sbandano, camminano per le pareti, non trovano la via lucida, piatta, diritta, senza ostacoli che porta al Pensiero, quello sì, con la maiuscola. Evabbé, lasciatemi fare la donnetta senza capo né coda. Si vede che devo carburare, girare intorno al nocciolo, raccogliere le idee sparse in questi giorni di vita pratica. Si vede che la vita pratica non giova al ragionamento.
Tutto questo per dire che forse, dico forse, riprendo a scrivere.
ESERCIZIO
 
Rieccomi qua.
E voi non avete idea di quanti post io abbia iniziato in questi giorni. E di quanti post io abbia poi cancellato, o abbia abbandonato dopo un paio di righe. E di quanti siano rimasti lì, appesi a un doc., un titolo salvato nel mare magnum della cartella “collegamento a documenti su win98.new” che un giorno dovrò pure decidermi a sistemare, lei, la cartella, il nome e il collegamento.
Eppure erano tutti argomenti degni di nota, mi sembrava. Timidamente, mi sembrava. All’inizio.
Ma appena arrivavo alle due, sette, nove o dieci righe, mi fermavo, rileggevo e mi dicevo: ma che cavolo scrivi.
Il seguito era una nebulosa di pensieri. Pensieri malmostosi. Di quelli con un sospiro dentro. Quei pensieri pesanti che ti fanno guardare lo schermo come da lontano. Da lontano perché tu non sei lì dentro, in quello che scrivi. Sei già fuori che leggi, e giudichi scuotendo la testa, e pensi, e valuti, e i pensieri si confondono, si incespicano, ruvidi, rotolano, sbattono e si fermano lì, spiaccicati, schiacciati tra un paio di frasi. E niente funziona, tutto sembra artificio retorico. Guarda, stavi perfino per scrivere artifizio. Ma che sei? Mia nonna? Figurati se mia nonna scriveva artifizio. Mia nonna, che ho scoperto da poco, aveva sedici fratelli, nove morti bambini, e andava a lavare i panni per le famiglie ricche. Beh, l’altra nonna allora. Ma ti puoi immaginare se l’altra nonna sapeva cos’era un artifizio, anche se si vantava di essersi sposata bene. Ecco, guarda, giusto racconti di famiglia potresti scrivere. In fondo c’è chi ci ha scritto, e pure bene. Guarda la Ginzburg, che ci ha fatto sopra una carriera sulla famiglia. E ne avresti da scrivere, perché tra nonni e nonne e zii e zie, per non parlare dei parenti più vicini, qui ci facciamo un romanzo. Macché un romanzo, ci facciamo una saga. Ma non c’ho voglia di scrivere di famiglia. Non ho voglia di riesumare, scandagliare. Allora cambia in fretta argomento, caramia, perché qui finisce che cancelli anche questo post. Sì, perché invece volevo parlare di quelle cose che facciamo tutti, quelle cose che da bambini crediamo che siano vere, perché ce le dicono e ci crediamo, e poi con gli anni, non andiamo più lì a vedere se erano vere, le diamo per vere. Come quella mia amica che una volta, sgombrando un armadio, ha detto: beh, l’impermeabile lo tengo, cosa dici? E io le ho detto: e che te ne fai? Non ti ho mai visto con un impermeabile. E lei ha risposto: beh, ma un impermeabile è sempre meglio averlo. E perché? Ho detto io. E lei guardandomi un po’ perplessa: mah, in realtà non so, ma lo diceva sempre mia madre. Ecco, in realtà volevo scrivere di quella cosa lì. Di come non aggiorniamo le mappe, e continuiamo per anni a pensare i pensieri degli altri. Per pigrizia, per comodità, per inconsapevolezza. E invece sono finita a scrivere di come non riesco a scrivere. Un po’ come quelle donne, perché purtroppo, sì lo ammetto, sono soprattutto donne, che quando devono parlare di qualcosa, che, poniamo è successo al pomeriggio, cominciano a raccontarti di cosa hanno fatto dalla mattina, quando si sono svegliate, e di come erano vestite, e di cosa hanno detto alla vicina che hanno incontrato per caso sulle scale, e di che ora fosse quando hanno comprato il pane, come se, il vero motivo del loro raccontare, non fosse il fatto del pomeriggio, ma tutto il resto della loro vita, tutto il resto dei loro pensieri. Pensieri che vacillano, corrono avanti e indietro, sbandano, camminano per le pareti, non trovano la via lucida, piatta, diritta, senza ostacoli che porta al Pensiero, quello sì, con la maiuscola. Evabbé, lasciatemi fare la donnetta senza capo né coda. Si vede che devo carburare, girare intorno al nocciolo, raccogliere le idee sparse in questi giorni di vita pratica. Si vede che la vita pratica non giova al ragionamento.
Tutto questo per dire che forse, dico forse, riprendo a scrivere.
ESERCIZIO
 
Rieccomi qua.
E voi non avete idea di quanti post io abbia iniziato in questi giorni. E di quanti post io abbia poi cancellato, o abbia abbandonato dopo un paio di righe. E di quanti siano rimasti lì, appesi a un doc., un titolo salvato nel mare magnum della cartella “collegamento a documenti su win98.new” che un giorno dovrò pure decidermi a sistemare, lei, la cartella, il nome e il collegamento.
Eppure erano tutti argomenti degni di nota, mi sembrava. Timidamente, mi sembrava. All’inizio.
Ma appena arrivavo alle due, sette, nove o dieci righe, mi fermavo, rileggevo e mi dicevo: ma che cavolo scrivi.
Il seguito era una nebulosa di pensieri. Pensieri malmostosi. Di quelli con un sospiro dentro. Quei pensieri pesanti che ti fanno guardare lo schermo come da lontano. Da lontano perché tu non sei lì dentro, in quello che scrivi. Sei già fuori che leggi, e giudichi scuotendo la testa, e pensi, e valuti, e i pensieri si confondono, si incespicano, ruvidi, rotolano, sbattono e si fermano lì, spiaccicati, schiacciati tra un paio di frasi. E niente funziona, tutto sembra artificio retorico. Guarda, stavi perfino per scrivere artifizio. Ma che sei? Mia nonna? Figurati se mia nonna scriveva artifizio. Mia nonna, che ho scoperto da poco, aveva sedici fratelli, nove morti bambini, e andava a lavare i panni per le famiglie ricche. Beh, l’altra nonna allora. Ma ti puoi immaginare se l’altra nonna sapeva cos’era un artifizio, anche se si vantava di essersi sposata bene. Ecco, guarda, giusto racconti di famiglia potresti scrivere. In fondo c’è chi ci ha scritto, e pure bene. Guarda la Ginzburg, che ci ha fatto sopra una carriera sulla famiglia. E ne avresti da scrivere, perché tra nonni e nonne e zii e zie, per non parlare dei parenti più vicini, qui ci facciamo un romanzo. Macché un romanzo, ci facciamo una saga. Ma non c’ho voglia di scrivere di famiglia. Non ho voglia di riesumare, scandagliare. Allora cambia in fretta argomento, caramia, perché qui finisce che cancelli anche questo post. Sì, perché invece volevo parlare di quelle cose che facciamo tutti, quelle cose che da bambini crediamo che siano vere, perché ce le dicono e ci crediamo, e poi con gli anni, non andiamo più lì a vedere se erano vere, le diamo per vere. Come quella mia amica che una volta, sgombrando un armadio, ha detto: beh, l’impermeabile lo tengo, cosa dici? E io le ho detto: e che te ne fai? Non ti ho mai visto con un impermeabile. E lei ha risposto: beh, ma un impermeabile è sempre meglio averlo. E perché? Ho detto io. E lei guardandomi un po’ perplessa: mah, in realtà non so, ma lo diceva sempre mia madre. Ecco, in realtà volevo scrivere di quella cosa lì. Di come non aggiorniamo le mappe, e continuiamo per anni a pensare i pensieri degli altri. Per pigrizia, per comodità, per inconsapevolezza. E invece sono finita a scrivere di come non riesco a scrivere. Un po’ come quelle donne, perché purtroppo, sì lo ammetto, sono soprattutto donne, che quando devono parlare di qualcosa, che, poniamo è successo al pomeriggio, cominciano a raccontarti di cosa hanno fatto dalla mattina, quando si sono svegliate, e di come erano vestite, e di cosa hanno detto alla vicina che hanno incontrato per caso sulle scale, e di che ora fosse quando hanno comprato il pane, come se, il vero motivo del loro raccontare, non fosse il fatto del pomeriggio, ma tutto il resto della loro vita, tutto il resto dei loro pensieri. Pensieri che vacillano, corrono avanti e indietro, sbandano, camminano per le pareti, non trovano la via lucida, piatta, diritta, senza ostacoli che porta al Pensiero, quello sì, con la maiuscola. Evabbé, lasciatemi fare la donnetta senza capo né coda. Si vede che devo carburare, girare intorno al nocciolo, raccogliere le idee sparse in questi giorni di vita pratica. Si vede che la vita pratica non giova al ragionamento.
Tutto questo per dire che forse, dico forse, riprendo a scrivere.

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