Archive for luglio 2010

INCANTO

30 luglio 2010
La mia vecchia casa è sempre lì dov’era, sulla statale.
Delle volte ci passo davanti in macchina, alzo gli occhi attraverso il parabrezza e vedo il balconcino tra le due finestre del soggiorno e della camera da letto. Penso: ecco. Ma no, neanche. Non penso niente.
Delle volte torno lì davanti a parcheggiare, perché poi, passando sotto la stazione, è un attimo arrivare in centro. Ma scusa perché non parcheggi allo stadio, mi dicono. Non lo so perché non parcheggio allo stadio. Ci ho anche provato, ma poi la strada per il centro è noiosa, senza negozi. E perché non vai nelle stradine prima delle mura, lì si trova sempre. Sì, ma poi al ritorno non mi fido, alla sera. Beh sarà meglio passare per la stazione, allora. Quante storie, dico io, ci ho abitato per anni, dietro la stazione.
Quindi parcheggio lì, davanti alla mia vecchia casa. Scendo dalla macchina, la chiudo, e piano piano, con fare di nulla mi giro a guardarla, ma solo un attimo, poi faccio come se abitassi ancora lì, quando attraversavo la strada di corsa, tra le macchine che rallentavano mentre il semaforo all’incrocio passava dal giallo al rosso. Ma io non abito più lì e lei non è più la mia casa. Eppure lei è lì, tale e quale. E sa tutto. C’è pure ancora il mio nome sul campanello. Almeno lo togliessero. Almeno la affittassero. Potrei pensarla abitata, cambiata. Mobili diversi, suoni diversi, via quel disastro di linoleum che raccoglieva lo sporco e se lo teneva ben stretto tra le sue linoleomolecole.
E sotto il linoleum, se qualcuno lo togliesse, potrebbe apparire l’enorme macchia di vernice bianca di quando, pitturando il soffitto dell’ingresso, mi cadde tutto il barilotto di vernice dal gradino alto della scala e io con lui, e rimanemmo lì, io, il pennello, la scala, il barilotto e la vernice bianca sulle mie mani, braccia, pantaloni blu della tuta, e piastrelle del pavimento a guardarci increduli, indecisi sul da farsi: urlare? piangere? imprecare? E tutto quel bianco che si spandeva lento, denso e freddo ma bellissimo, rendendo uguali, fatti della stessa sostanza stoffa, metallo, pelle e pavimento. E tutti in attesa, fermi e silenziosi, di una mia decisione.
Un po’come quella volta che trovai un pipistrellino morto, ormai mummificato, pulendo la libreria dietro i volumi dell’enciclopedia e rimasi lì, attonita, con questa cosa pelosa in mano a chiedermi se era un ragno, un uccello, un topo o un mostro, e come diavolo fosse finito lì.
A chiedermi, anche allora, se dovevo urlare o spaventarmi o provare pena o cosa altro, per poi decidere, come con la vernice sul pavimento di piastrelle anni cinquanta, che se non avevo ancora urlato ormai non era più il caso, se non imprecavo voleva dire che non serviva, e che quindi tanto valeva mettersela via e provare a pulire.
Non era venuta via tutta la vernice, ma tanto avevo già deciso per il linoleum, ché le piastrelle anni cinquanta, o forse quaranta, mi facevano schifo, ma, come per il pipistrello, e per tante altre cose, per me, mettermela via, significava ricordarmelo per sempre.
Ricordarmi per sempre l’orgoglio di dipingere la mia prima casa da sola, la paura di chi cade dall’alto di una scala, in una casa vuota, e non sa come finirà la caduta, lo sgomento e il nodo in gola per avere evitato il peggio, lo smarrimento del rialzarsi doloranti chiedendosi cosa fare, ora, di quel disastro, e anche, non ultimo, l’abbaglio e l’incanto momentaneo per quel manto liquido, denso e bianchissimo sul pavimento.
E la mia casa, che ancora non mi conosceva, lì, a guardarmi.

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RESA

28 luglio 2010
Domenica ho detto: beh vado a fare un giro in bici. Però appena mi sono bardata con i mutandoni imbottiti da ciclista seria, guardando dalla finestra, ho visto un orizzonte violetto di nuvole.
Ho detto: vabbé vado lo stesso e amen.
Sono anche stata fortunata, ho fatto un giro di un’ora lungo il fiume. Ho parlato con cigni, anatre, folaghe e rispettive cucciolate di cignini, anatrini e folaghine. Ho guardato il fiume che il riflesso delle nuvole violette rendeva verde cupo. Ho spaventato decine di passeggiatori domenicali, arrivando silenziosamente e all’improvviso alle loro spalle e superandoli in volata con uno swischhhhhhhh. Ho bevuto l’acqua gelida della fontanella che segna la metà del giro e ho detto: beh ora torno indietro.
A due chilometri da casa le prime, grosse gocce. Ho detto: beh, ormai manca poco, faccio una corsa veloce. A un chilometro e mezzo da casa ero lavata dalla testa ai piedi: come entrare vestiti in un box doccia e girare il rubinetto sulla modalità cascata delle Marmore. Mi sono accorta che stavo pedalando tutta ingobbita, corrucciata e preoccupata. Allora ho detto: machemmefrega? Mi sono distesa come se pedalassi tranquilla in pista al velodromo, ho rallentato, mi sono scorrucciata e mi è fin venuto da ridere. Così sorridendo sotto il diluvio, con la coda di capelli che mi gocciolava nel collo, i vestiti completamente inzuppati, i piedi che sguazzavano nelle scarpe, gli occhiali ricoperti di rigagnoli d’acqua, sono arrivata al semaforo dello stradone che era ovviamente rosso dei suoi soliti tre, quattro minuti di rosso, e sono stata lì, ferma, sorridente, ebete, capitolata ma felice, sotto la doccia modalità cascate di Iguazù. Sono arrivate altre due cicliste inebetite ma felici: una mamma con bambina. Ci siamo guardate: le braccia luccicanti a tenere il manubrio, le magliette appiccicate addosso, mentre rivoli d’acqua ci scorrevano lungo la faccia, mentre i capelli si appiattivano sulla testa, mentre intorno le macchine correvano sollevando ventate d’acqua nebulosa sull’asfalto, e sopra di noi si addensavano e si scomponevano veloci nuvole nere, e ci siamo messe a ridere.
(mi si è pure fermato l’orologio waterproof!)

BLOGGHISTI

27 luglio 2010
Questo l’avevo già pubblicato un paio di anni fa, se qualcuno se lo ricordasse. Però mi piace rimetterlo qui.
E’ sempre valido.:))

Ci sono blog che spirano buoni sentimenti da ogni parte li si guardi.
E allora è tutto un ringraziare il blogghista per le sue segnalazioni, per i suoi post, per le sue risposte, per i suoi link, per le sue gallery, per i suoi punti, per le sue virgole. E ai commentatori si mozza il respiro e abbassano il volume dell’ipod o del televisore o fanno cenno al marito o alla moglie di tacere quando lui, il Blogghista, incedendo su un tappeto rosso, e appoggiando un benevolo e pacato sorriso sui loro capini, avanza tra i loro miseri, miseri per loro, e per lui, commenti, pieni di emoicone sorridenti, di puntini puntini, di ringraziamenti, di complimenti, di scusate se mi permetto ma, scusate lo sfogo ma, scusate se esisto ma, e anch’io sai, e anche a me capita così, e anch’io penso proprio come te, e di rassicurazioni sul suo essere buono, probo, giusto, santo. E nessuno farebbe mai un commento men che di lode, e a chi, sprovveduto o di passaggio, lo fa, si crea intorno il vuoto, come a chi, durante un funerale, scappasse una gran risata. O peggio.
Poi ci sono blog che invece spirano cattivi pensieri, invidie, vigliaccherie, arrotolamenti su pensieri vecchi, stantii, e allora è tutta un’invettiva, tutto un mandarsi affanculo, tutto un pezzo di merda sarai tu, tutto un ma che cazzate dite. E i commentatori entrano già con il casco del motorino in testa e la sciarpa tirata su, belli carichi di birra e di noia, di sigarette finite e di puzza di fumo freddo, di frustrazioni e di stanzette disordinate, con la raccolta di Topolino e di Tex sullo scaffale in alto, le ciabatte perse in giro sotto al letto, la biancheria buttata sulla sedia e di là genitori preoccupati e rompipalle che fanno mille domande, sempre quelle, o mogli incazzate e sfinite che invece non domandano proprio niente.
Poi ci sono i blog dove quasi nessuno entra né commenta, e il bloggaro si scrive addosso certe pizze, certi papiri infiniti, certi commenti a libri sconosciuti, o polemiche interminabili su non si capisce bene cosa e racconti pieni di “quando vivevo i miei anni corsari” o di “cieli incendiati dei raggi del tramonto”. Ogni tanto qualche ragazzina romantica di passaggio, pensa che sia il blog di un coetaneo e lascia qualche commento pieno di kappa e di bacetti.
In altri blog, invece i commentatori si trovano come al bar. Con la stessa noia infinita ci vanno tutti i giorni, si siedono, ordinano la stessa cosa da anni, non sanno neanche più cosa, che ci sia il barista non gli interessa poi tanto, che abbia scritto un post neanche, tanto scrive solo di cose che sono pretesto per prendersi in giro, dirsi porcherie, raccontarsi barzellette, fare mille emoicone con la strizzatina d’occhio, fingere di corteggiarsi e di starci, anche. Poi, alla sera, a letto tutti contenti, che in fondo c’hanno famiglia.
Poi invece ci sono i blog ispirati, pieni di citazioni poetiche, di fotografie di donne misteriose dai grandi occhi, di ombre stagliate su chiari di luna o di nudi femminei evanescenti. Nei commenti ci sono sempre termini come racchiudere il silenzio, brandire i sentimenti, evolversi nel sentire, anelito divino. Gli aggettivi stanno spesso davanti ai nomi, ché fa molto poetico.  Tutti si sentono elevati e nobili. Abbondano le evocazioni di stelle, di illuminazioni, di mattini nitidi, il profumo di salsedine, di nebbia, di muschi, deserti arsi e gemme incastonate. I commentatori, ringraziano il blogghista per aver voluto condividere, e mandano spesso un caro saluto. Di solito se il blogghista-poeta è maschio cucca un casino, se è invece una blogghista femmina non cucca. Mai o quasi mai.
E quelli che invece scrivono sempre con un sacco di errori di battitura e dicono questa dannata tastiera o che loro non hanno mai tempo di rileggere e che loro scrivono tutto d’impulso e che ringraziano per la comprensione e in fondo l’importante è capirsi, e mettono dei titoli enormi, di vari colori, e usano un sacco di punti esclamativi e interrogativi. E poi dicono che oggi non è giornata. O che è giornata, invece. E parlano della Lori o di Tobia, che tutti dovrebbero sapere chi è.
E mettono la foto piccola del cane, o delle vacanze in montagna sul prato. E i commentatori sono comprensivi, affettuosi, partecipano, elencano le loro grane. E tutti si stanno simpatici e si capiscono come giù in parrocchia quando si fanno le cene di comunità.
C’è poco da fare. I blog sono come le persone.

LA DONNA INFINITA

24 luglio 2010
Perdo tempo, perdo tempo, perdo un sacco di tempo. Come se dovessi, potessi vivere in eterno. Sarà che sono la prima donna infinita che abbiate mai conosciuto? E che io per prima non ne sia stata avvisata? Nessuno che mi abbia detto: ok sei nata il quattordici marzo del millenovecentodekjyrufsubcbjve e non hai data di scadenza. Qualcosa tipo: fine condanna: mai.
Finirà che mi ritrovo come Highlander a tagliare teste con lo spadone urlando ne rimarrà soltanto una, riuscendo a comprendere solo dopo decenni che tutti quelli che conosco muoiono prima di me perché io sono immortale? Sarebbe una gran bella beffa, anzi guarda, mi ci vedrei proprio. Sta a vedere che magari mi capita davvero, e poi nel 3019 ci fanno un film su di me.
Nel frattempo però, visto che comunque mi tocca stare qui, per un imperscrutabile bel po’, la mia natura lombardo-veneta mi spingerebbe ad impiegare meglio il mio tempo.
E invece non ne vengo fuori. Più ho tempo davanti, più le giornate si dilatano, raggiungono le 87 ore, le decisioni si posticipano da sole, anzi, non si formulano neanche, rimangono lì, fiacche a rimescolarsi tra perplessità e latitanze, lasciando spazio alle vecchie, consuete, tristemente familiari pratiche e ai loro conseguenti risultati: irrigidimento, immobilità, paralisi.
E mi viene in mente l’inizio di Eveline, dai “Dubliners” del mio Scrittore James Joyce:
 
She sat at the window watching the evening invade the avenue.
Her head was leaned against the window curtains and in her
nostrils was the odour of dusty cretonne. She was tired.
 
Seduta alla finestra guardava la sera invadere il viale. La testa era appoggiata contro le tendine e sentiva nelle narici l’odore della cretonne polverosa. Era stanca.
 

IL SILENZIO DEL CONDOMINIO

23 luglio 2010
Questa mattina, nel dormiveglia, più dormi che veglia, in cui mi rotolavo, ma solo con la mente, che in realtà stavo ben ferma nel letto, attenta a non muovere un muscolo in più, vuoi per il solito torcicollo, vuoi per il caldo mortale per il fatto che, comunque, anche con trentuno gradi, io dormo con il pigiama: calzoni al ginocchio e maglietta, perché di notte mi raffreddo, come un algido serpente disteso a pancia in su lungo il letto, il ventre molle e tutte le spire ben spiegate, bello scivoloso e con gli occhietti gialli ben aperti, che comunque sono insonne, o meglio, nottiniera da una vita, che è una fatica mortale dormire a un’ora giusta, alzarsi a un’ora giusta, che poi l’ora giusta è sempre quella giusta per gli altri mica per me, siano maledetti, loro e tutti gli orari del mondo decisi dalla comunità dei giusti, comunque stamattina, in uno dei dormiveglia più caldi del secolo ventunesimo, tendevo l’orecchio a cercare di percepire qualcosa, di distinguere un rumore, un sospiro, un borbottio, un sussurro delle canne di scarico, uno scorrere d’acqua, un alzarsi di tapparella, uno sbattere di finestra, un suono, una voce.
Niente.
Ho pensato, immaginato, forse sognato: è notte. Ma non era notte, era mattina, e neanche tanto presto.
Era già passata, mentre dormivo, pesante e incosciente, come un cadavere abbandonato sul fondo del mare, l’ora degli sciacquoni, delle cascate d’acqua lungo le pareti, delle voci attutite dietro la parete, dei passi sul soffitto, dei garage che si aprono, dei motorini che passano, delle donne delle pulizie in giro per le scale, dei tonfi delle scope sulle ringhiere e contro le porte del pianerottolo, dei vicini che si fermano a parlare sotto, lungo il vialetto.
Eravamo entrati nell’ora del Silenzio del Condominio.
 
Il Silenzio del Condominio è qualcosa che non riesco a spiegarmi.
Non me lo spiego soprattutto quando, arrivando da una strada laterale, quella dove alla fine della città le ultime case si disperdono tra campi incolti, campi coltivati e strade tortuose scure di alberi e di cespugli, vedo al di là dei campi, per centinaia di metri, i tetti del mio condominio.
Il mio condominio non è solo un condominio, è un insieme senza sosta, senza tregua, senza confini, senza soluzione di continuità, di condomini. Un unico, lungo serpente arrotolato intorno a un giardino interno, e disteso lungo altri spazi verdi e asfaltati, chiusi al traffico da una strada senza uscita e dal limitare esterno e finale di un campo di granoturco, ottuso e fisso sotto il sole.
Tutto farebbe pensare a un rumorio continuo, a un fermento sordo, prolungato e confuso di voci, acciottolii di piatti, tintinnii di bicchieri, musiche, suoni di televisioni, urla di bambini e di adulti, litigi, alterchi, tonfi, passi. Una fabbrica di suoni, un organismo sempre in movimento, il cupo ventre vitale di un quartiere intero. E invece no. Passata l’ora della sveglia, smaltite le corse verso gli uffici, le scuole e le altre, molteplici e varie attività degli abitanti e dei manutentori dell’organismo, evacuati gli umani, a una certa ora il condominio si riappropria della sua esistenza e si lascia andare, perfetto, ordinato e immobile a ore di assoluto silenzio.
In quelle ore, lunghe ore, interminabili, giornate e serate intere di perfetto silenzio, io divento l’Abitante del Condominio.
Così, questa mattina, nel dormiveglia, più dormi che veglia, nell’ora del perfetto Silenzio, sotto un cielo perfettamente azzurro, circondato dalla spessa vampa dell’estate, il mio condominio galleggiava immobile nella campagna ondeggiante di calore, e io, unica Abitante, sognavo di scrivere un racconto ambientato nel ventre molle e segretamente ardente di un quartiere periferico dove un grande condominio galleggiava immobile nella campagna ondeggiante di calore.
Ed eccomi qui.

SATURNO CONTRO

22 luglio 2010
Pare che ieri, 21 luglio, Saturno sia uscito dal segno dei Pesci dopo due anni e mezzo di opposizione e di marcatura stretta.
Quindi, essendo che io sono nata nel segno dei Pesci, che ho l’ascendente Pesci, che mi piacciono i pesci, che ho le decalcomanie con i pesci in bagno, le conchiglie sulla mensola, una stella marina  appesa allo specchio, un pesciolino in simil argento sul comò, altre conchiglie luccicanti nella ciotolina giapponese, i bastoncini di pesce findus nel freezer, le acciughe nella dispensa, e aggiungo un azulejos portoghese con veliero solcante i flutti marini, da oggi, se io credessi all’astrologia, dovrei librarmi serena e felice nell’aere.
Vedremo.

COME FARMI CONTENTA

18 luglio 2010

Qui dice che scrivo come James Joyce!! 

Dico, ma lo sapevano? Che è il mio Scrittore e che ci ho fatto sopra la tesi di laurea?

PENNELLATE

1 luglio 2010
Io, ci son dei giorni che sembra che non ne posso più. Di mio non ne potrei più, e siamo tutti d’accordo nella mia testa, ma c’è sempre una parte di me che, non sa come, né perché, né in che modo, ancora prima di dire non ne posso più, si dice, ma senza dirselo: ma no, dai, non puoi dire così.
Sarà che mia madre ha sempre detto ci son quelli che stanno peggio. Il che dovrebbe consolare, da cosa e come non si sa. Forse solo con la distrazione.
E poi succede perfino a me, che senza una ragione, mentre cammino in una strada qualsiasi, con i soliti sandali, la solita faccia, le solite cose che girano per la testa, svogliate, ma anche movimentate, insomma, quasi sussultanti di una loro vitalità, succede che provo una fitta lunga di felicità. Immotivata, ci tengo a dire, (il che dovrebbe dar lei, alla felicità, del valore aggiunto) del tutto senza ragione. E mentre la provo mi dico, mi chiedo, e questa da dove salta fuori ora? Così senza ragione. E mi guardo intorno, cerco un motivo. Dentro e fuori. Sarà il sole finalmente? mi chiedo. No, fa anche fin troppo caldo. Si sa che si passa velocemente dal lamento per l’estate che non arriva a quello per l’estate che è arrivata. Son finite le mezze stagioni anche per i lamenti. I colori intorno? No, non ce n’erano di particolari. La gente? Qualcuno che mi guardava, mi salutava, mi ammirava, mi amava perfino, forse? Macché, niente di tutto questo, tutta gente normale intenta ai fatti propri. Pensieri carini per la testa, speranze, progetti, sogni vari. I soliti. Con il solito andamento da listino della borsa: picchi, lievi risalite, picchi, risalite. Picchi. Di solito. Allora è tutto normale mi dico. Puoi essere perfino felice così, senza motivo. (E qui dovrei far pausa, lo so. ) La cosa bella sarebbe trascinarla in lungo questa felicità. (E qui ne comincia un altro, di errore). Come una pennellata di rosso carminio, densa, fresca, rilucente, spessa di colore e di energia, da tirare lungo tutta la via, e poi lungo tutta la giornata. E già il pensiero di come fare a tirare in lungo la pennellata si sovrappone al rosso carminio e lo sbiadisce. (Si sa.)  Non serve neanche girarsi a guardare, so già che è rimasto un filo rosso, ma neanche quello, mi giro, guardo, non c’è più che il ricordo. Per un po’. Era solo stamattina, camminavo per il centro. O ero in bicicletta? Sì ero in bicicletta. E poi neanche quello. E stasera già era il momento del non ne posso più. E tutta questa vita che sembra non arrivare mai. E invece è già arrivata, vissuta, e tutta, già un bel po’, passata.


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