Archive for maggio 2009

DIRITTI E DOVERI

29 maggio 2009
Ma che mondo lasceremo ai nostri figli. Posso dire che una frase così, unita a quell’altra, recriminatoria che dice: ma che mondo ci avete lasciato?, la trovo, le trovo, tutte e due, idiota?
La prima perché stupidamente egocentrica e inutilmente autoaccusatoria, la seconda perché fastidiosamente vittimistica.
Ma che volete da me tutti e due? Perché poi, non ho mica capito, che meraviglia di bel mondo o che razza di brutto mondo abbiamo trovato noi? Io, mio padre, mio nonno, il mio bisnonno e tutti i miei e i vostri trisavoli fino ai primi parenti di Adamo o di Lucy, la prima ominide Australopiteca, a seconda che si voglia credere a Darwin o no.
Abbiamo tutti trovato la nostra parte di storia e di geografia, quella che ci doveva capitare, per caso, in quel momento. E tutti abbiamo gioito o patito a seconda della nostra capacità di vivere e di vedere le cose.
Ed è già un gran bel caso, forse, perché mica è detto che sia bello, dipende anche quello dal metro usato per tirare le misure, essere nati qui piuttosto che in Eritrea o in Burkina Faso, ma è solo un caso, non un merito. Altro che diritto di cittadinanza. Ho fatto forse io qualcosa per meritarmi di nascere nella grassa, e ora lurida, pianura lombarda anziché su qualche altopiano polveroso del Kenya o ai bordi di qualche schifezza di baracca alla periferia di Manila? No, I did not.
Quindi non ho fatto nulla per meritarmi di nascere qui, non ho fatto nulla neanche per meritarmi di nascere in questa epoca, quindi vedete un po’tutti di darvi da fare per conto vostro.

MURPHY A ME MI FA UN BAFFO

27 maggio 2009
Oggi la legge di Murphy non ha funzionato.
Mi è scivolata una fetta biscottata dal piatto, tutta bella spalmata di burro e marmellata e non è caduta dalla parte della marmellata.
Come si spiega?
E adesso cosa succederà?
Ma la legge non era uguale per tutti?

(P.S.: Devo andare a letto presto, che il cane dei vicini si sveglia presto e comincia ad abbaiare, così mi alzo presto anch’io e lo frego.)

(P.S.: sto rincoglionendo?)

PAZIENZA

23 maggio 2009
È capitato che mi dicessero che sono persona di grandissima pazienza.
È capitato ai tempi del mio vecchio lavoro, quando, qualche persona in attesa del suo turno, mi vedeva alle prese con qualche cliente estremamente rompipalle. Allora capitava che si mettesse a osservarci, che aspettasse, appunto, pazientemente, poi che si sedesse, mi guardasse con sorriso complice, e mi dicesse: certo che avete una bella pazienza voi, io sorridevo come dire ma no, non è vero, tanto sapevo che da lì a due minuti, anche lui, il cliente complice, si sarebbe trasformato in cliente rompipalle.
Devo dire che in anni di lavoro in trincea, al banco di un ufficio di viaggi al dettaglio, che è come dire, entro, compro due chili di biglietti aerei e parto, ho acquistato la capacità di reprimere collere, smarrimenti, risate (il mare è meglio a Barcellona o a Madrid?), gemiti, angosce e rabbie quotidiane. Ho imparato a trattenere la pipì per ore perché c’è la coda che aspetta e non c’è il bagno in ufficio, a rimanere impassibile mentre al telefono qualcuno mi dice che un’ottantina di ragazzi in gita scolastica a Firenze, comprese le due vecchie professoresse del mio liceo, sono rimasti intossicati da un’infiltrazione di acqua fognaria nelle condutture dell’hotel che gli ho prenotato personalmente, e che una task force di medici inviata dal locale ospedale sta provvedendo a fare il tampone rettale a tutti i partecipanti alla gita. Ho imparato a dire: la richiamo fra mezzora, vedo cosa posso fare, non si preoccupi, se qualcuno mi telefona da Kuala Lumpur e mi dice che il volo è in overbooking e salta tutto il resto del viaggio, ho imparato a rassicurare mamme preoccupate perché il figlio non telefona da Mykonos da quattro giorni, ad affrontare perfino le minacce della moglie italiana del ballerino cubano: se fai il biglietto per l’Havana a mio marito ti mando la finanza, e molte altre avventure che neanche mi ricordo più.
Ormai sono su un altro pianeta: quello dell’insegnamento. Qui al massimo tocca ripetere 34847363527 volte che live si dice liv e non laiv. Poi altre 373736625888 volte che alla terza persona singolare si deve mettere la S, (testoni che no seu altro), altre 28865430997 volte che per fare le domande bisogna cominciare col DO, (mànega de asini), che le esse si pronunciano (to sàntoea), ma siccome sono adulti, paganti e pure volenterosi, bisogna dirlo e ripeterlo fino allo sfinimento. Sfinimento loro, non mio, che io, per detta loro, sono tremendamente paziente e come faccio a essere così.
Infatti io non sono paziente. Soffoco tutta la mia terribile, invereconda e inaudita ira e concitata smania sotto il mio sfingico aspetto. Coltivo in grembo da tempo immemorabile, un chilo di Helicobapter Pylori assatanati, che, al momento giusto, scateneranno un ulcera duodenale che perforerà il mio stomaco livido e darà alla luce in un’esplosione sanguinolenta, una creatura tentacolare, polipesca, desiderosa di sangue umano che suggerà famelicamente dagli sfortunati astanti, attraverso mille oculi rossastri e mille ventose urticanti.
Accadrà tra breve, lo sento, quando il cane dei vicini abbaierà ancora, per la duecentotrilionesima volta in questa giornata. Cazzo!

SCORAMENTO

19 maggio 2009

Ecco, una poi legge una cosa come questa sul giornale locale, proposta dal locale ministro, un altro unto (di brillantina) dal signore, ex pr delle discoteche della zona, e le viene da piangere.
E i commenti? In gran parte non sono d’accordo con la proposta. Ma non per l’assurdità della proposta, ma perché la gente si chiede: " e che dialetto insegnano poi? quello di Venezia? quello di Vicenza? quello di Treviso? ah no, mi vegno da San Donà e non vojo imparar el dialeto de Belun."
Ma io perché continuo a vivere in questo posto?

CRONACHE FAMIGLIARI: dalle mie a quelle di Daria Bignardi in “Non vi lascerò orfani”

18 maggio 2009
compleanno 
Certo che se dovessi scrivere qui tutte le cose che mi passa per la testa di scrivere in una giornata, passerei la vita a buttar giù post, e altro che sindrome del tunnel carpale.
E allora, ecco un po’ di esempi buttati lì. Che per esempio, venerdì, insieme a un libro della mia autrice di racconti preferita, Joyce Carol Oates, e di un altro mio scrittore preferito, Richard Ford, ho comprato un, il (che non so se ne abbia scritti altri) romanzo di Daria Bignardi “Non vi lascerò orfani”, e ho cominciato a leggerlo venerdì notte.
E mi ha dato da pensare, perché, man mano che leggevo, pensavo che un lessico famigliare, come quello, più famoso, di Natalia Ginzburg e quello che affiora da questo libro della Bignardi, ce l’abbiamo tutti. E che se solo dovessi mettermi lì, e tirar fuori e mettere in corsivo tutte le frasi famose e ricorrenti di mio padre e mia madre, e vicende famigliari, dei miei fratelli, degli zii, (diciannove zii naturali, tra zii materni e zii paterni, più i diciotto, la zia Antonia è rimasta zitella, acquisiti con il matrimonio, più una media di tre, quattro primi cugini per zio, che fa un totale di un centinaio, solo tra zii e primi cugini), per non parlare dei nonni, dal famoso nonno viaggiatore del giro del mondo nel 1911, alla nonna che diceva di aver visto la madonna mentre lavava i panni dei signori al fiume, all’altro nonno che da contadino senza un soldo invece divenne piccolo industriale della margarina, all’altra nonna che invece da moglie del paron delle ferriere divenne una povera vedova imbrogliata dai cognati, avrei da riempirci un’enciclopedia di storie e di lessico famigliare. Ognuno di noi avrebbe da riempirci un’enciclopedia, solo con le vicende di famiglia.
E invece succede che, spesso, perdiamo tutto per strada, così che se da bambini nessuno ci racconta di quella volta che, durante la guerra, il portinaio chiese alla nonna di poter mangiare il gatto di casa, e la nonna strappò la gattina Mimosa dalle braccia della zia Luisa bambina, e che il portinaio, presa la gatta per le zampette, le diede una gran botta sul collo, per ammazzarla, come si fa con i conigli, davanti agli occhi della zia Luisa bambina, succede che non sapremo mai chi davvero siamo, da dove arriviamo e dove e cosa potremmo arrivare a essere e a fare.
Se nessuno ci insegna, anche solo con un racconto svagato, sognante ma terribile come una fiaba, buttato là, tra il secondo e il caffè, cos’è la violenza, cos’è la pietas, cos’è la fame, cos’è l’indifferenza, per esempio, forse lo impareremo da soli, ma forse no.
E il libro della Bignardi com’è? Finora, e sono a metà, carino. Diciamo che commuove, coinvolge e fa sorridere, come sentir raccontare un’amica. Un’amica che parla della morte improvvisa di un genitore, del dolore per la morte del padre, così diverso perché provato a vent’anni, da quello provato a quaranta per la morte della madre. Un racconto in cui ci si riconosce ad ogni passo perché parla di rapporti semplici, della sorella complice e sempre alleata, di Micione, il fratello-gatto, che dorme sul televisore e sul più bello lascia cadere la coda davanti allo schermo, suscitando cori di proteste da parte della famiglia: Micione, la coda!
Un libro in cui mi sono riconosciuta quando dice che perdere un genitore a venti anni “…è uno strazio, ma sei in corsa e corri…”, e cheperò: ”… è uno strappo, un’ingiustizia, un affronto che la vita non doveva farti e a cui non eri preparato.”
Diciamo che è proprio così, papà, ma che, forse per fortuna, me ne sono accorta solo venti anni dopo.
E le altre cose che mi sono passate per la testa oggi? Un’altra volta.

BASETTONI

12 maggio 2009

Ma posso dire che da Cecco Beppe a Wolverine, trovo la basetta lunga estremamente estremamente estremamente, come dire, attractive?

(lo so sono una tamarra).

cecco beppejoe cocker

noel gallagherwolverine

 

 

 

 

 

 

 

SEDANI

10 maggio 2009
Arriverà mai il giorno in cui accetterò il fatto che le mie gambe non avranno mai il polpaccio come dico io e che dal ginocchio in giù, avranno per sempre la parvenza di un gambo di sedano? (tuttalpiù un gambo di sedano con un leggero rigonfiamento interno.)
E che il ciuffo è destinato a rimanermi piatto, schiacciato sulla fronte, mentre i capelli dietro si allargano a raggiera mentre cammino? Arriverà il giorno in cui, guarderò le mie gambe e non proverò a premere con le mani dietro, sulla parvenza di polpaccio, pensando ecco, così sareste perfette. Il giorno in cui non  cavalli-01guarderò le mie ginocchia, scuotendo interiormente sconsolata la testa, (per non farmi vedere da loro) pensando che sembrano le ginocchia dei cavalli. Il giorno in cui finalmente lascerò che il ciuffo vada dove vada, che tanto già ci va da sé, e senza opporre resistenza, mi sentirò, finalmente e comunque, a posto?
In cui deporrò le armi e i bagagli, le baracche e i burattini, ritirerò i remi in barca, appenderò le velleità al chiodo, mi guarderò allo specchio e accetterò finalmente tutto quello che vedo?
Ma allora, non finirà che sarò troppo vecchia e che accettare quello che vedo sia ormai un buttare la spugna (mancava alla lista sopra) e non una manifestazione di raggiunta saggezza ed equilibrio?
E intanto si avvicina la prova costume.

VORREI ESSERE NATA SU UNA NAVE

7 maggio 2009
passera solitaria
 
Vorrei essere nata su una nave. Ma non nel corso di un qualche viaggio immaginifico e fascinoso. Piuttoso su un cargo pieno di container, magari ripieni di pezzi di ricambio per macchine fresatrici, o di pedali per biciclette, su di una rotta inconcludente tra Genova e New York.
Così, sarei apolide, che meraviglia, e quando la gente parla delle proprie radici e della propria terra, e si commuove e dice che da lì non la schioderanno mai, e anzi, che appena può, ci vuole ritornare, e che solo lì ci sono quei profumi, solo lì quei tramonti, solo lì quelle strade, io me ne starei serena e direi, penserei, che bello, anzi, ahimé, dovrei stare attenta a dire, io le radici non le ho, son nata in mezzo al mar.
E poi potrei dire che io il senso di appartenenza non ce l’ho, perché sai, noi, ma noi chi, ché poi mi toccherebbe spiegare, noi si era sempre in viaggio, così a me il senso di appartenenza non mi si è sviluppato. Come i calli sulle mani che vengono se lavori con la zappa, o anche solo se dai la pittura sui muri, ma se non lavori i calli non ti vengono, e così a me quel senso lì non mi è mai cresciuto. Che diamine, a cosa dovrei appartenere? A città sconosciute? A posti mai abitati del tutto, che non c’era mai tempo di avere un’amicizia, di frequentare una scuola, e subito bisognava partire.
Poi mi inventerei anche che in realtà ero orfana. E io, quindi, senso della famiglia, niente.
Ma allora con chi viaggiavi da un porto all’altro? e qui mi devo preparare bene alle domande, comunque figlia di un padre mai conosciuto e di una madre distratta, e che invece sempre, ma proprio sempre io avrei desiderato avere una famiglia, e figli neonati, tanti, e poi bambini e poi ragazzini, e parenti, e mariti, no, uno solo, un marito, e invece, o me grama, o me tapina, la sorte mi fu avversa e incontrai solo mascalzoni irriverenti e poi solo brutte malattie e sfortune e condizioni malevole.
E direi che con una vita così trista mi si è indurito il cuore, e solo in solitudine posso abitare, che nessuno mi sopporterebbe altrimenti, ma che in realtà io soffro, soffro, soffro, oh se soffro la solitudine. E come soffro a prendere la macchina e andarmene al mare da sola, eccentrica, e come soffro a farmi la spesa e comprarmi gli involtini di pollo solo per me, egoista, e poi tornarmene a casa la sera e non trovare nessuno, e come soffro a mettermi lì a guardarmi L’infedele o Santoro o Criminal Minds senza nessuno con cui commentare, asociale, e poi mettermi a letto a leggermi un libro fino alle tre del mattino e poi, se non devo alzarmi, dormire fino a mezzogiorno.
È che poi mi verrebbe da ridere e nessuno ci crederebbe.
E così, ufffff, continueranno a guardarmi strano.

MA CHE FOTOMONTAGGIO E FOTOMONTAGGIO!!!

5 maggio 2009

la famiglia Repliconiberl1berl2berl4berl

 

 

 

 

 


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