Archive for gennaio 2009

INGLESI 3

29 gennaio 2009
La storia di questo mio primo viaggio in Inghilterra si conclude con l’immagine della signora Turner, la mia English landlady, impassibile, efficiente e riservata, che il giorno della partenza mi abbraccia tutta rigida, ma commossa fino alle lacrime, sulla porta della sua casina di marzapane.
Le sue lacrime inaspettate commossero anche me, ma finì lì.
Io uscii nel vialetto con la mia valigia, ci salutammo attraverso la bow window con un cenno della mano alla maniera della regina, e fu l’ultima volta che la vidi.
Per almeno altri quindici anni la signora Turner mi spedì ogni anno (ricambiata) un biglietto con gli auguri a Natale. Mi avvisò anni dopo, con una lettera tristissima, della morte di Mister Turner, fino al giorno in cui da Cambridge, a Natale, non arrivarono gli auguri.
Io mandai lo stesso il mio solito biglietto di auguri e aspettai, ma il mese di gennaio, e anche febbraio, passarono e non ci fu nessuna risposta.
Avevo già capito a dicembre, con un po’ di smarrimento, che la signora Turner se n’era andata da Cambridge, dal Regno Unito e anche dal mondo, portandosi via anche un pezzettino di me, ma provai lo stesso con un altro biglietto, a chiedere notizie allo stesso indirizzo, l’unico che avevo. Sapevo che doveva avere una figlia da qualche parte, ma nessuno rispose.
Dopo quasi trent’anni mi resta il ricordo delle cene alle sei e mezza della sera, seduta al tavolo della dining room, un piatto fumante di verdure e carname lessato davanti, il dolcetto rosa shocking in attesa del dessert poco più in là, e la signora Turner al mio fianco che, seria, misurata, ma premurosa cerca di fare conversazione, aiutandosi a volte con un vocabolarietto English/Italian o mostrandomi direttamente degli oggetti, vestiti, mobili, verdure tratte dal frigorifero, pacchetti di cibo presi dalla credenza in cucina, quando nonostante gli sforzi comuni, non ci si riusciva proprio a capire, mentre il signor Turner, rossiccio, svagato e sorridente di una sua cordialità a me inaccessibile, di là, nella sitting room, di fianco al caminetto/stufetta dove arde un finto fuoco di luce rossa, guarda il telegiornale della East Anglia Television.
 
(3. continua)

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INGLESI 2

26 gennaio 2009
La mattina dopo mi svegliai, mi lavai nel gelido bathroom, scaldato da una sorta di resistenza incandescente fissata sopra la porta e azionata da una cordicella on/off, notai con rammarico l’indelebile e preistorica striscia grigia intorno alla parete della vasca da bagno vittoriana, e scesi per il breakfast.
La signora Turner, che, nel suo ruolo di landlady aveva già avuto a che fare con gli Italians, mi esonerò dalla degustazione di salsicce e fagioli per colazione, e per ogni mattina di quel periodo inglese, mi preparò fette di pane molliccio tostate al grill, uno strano armamentario elettrico fissato sopra la cucina, burro salato, che io convinta a far bene, continuai a mettere nel frigo dopo l’uso, e che lei conservava invece in una scatolina di porcellana on the table, jam di arance e marmellata, un uovo sodo, una cup of tea, e un pompelmo che preparava al momento, tagliando a metà il frutto e ritagliando la polpa di ogni spicchio con uno speciale coltellino, per poi zuccherarlo e presentarmelo in una coppetta di vetro.
Mi aspettava poi sulla porta di casa dove, serissima, mi augurava un have a nice day per poi spostarsi dietro i vetri della bow window e agitare lievemente la mano alla maniera della Queen Elizabeth, finchè non passavo sul vialetto oltre la sua terraced house.
Dell’Inghilterra, in quella prima esperienza mi piacque tutto.
Mi piacque e mi meravigliò tutto.
Mi meravigliava la signora Turner che ogni mattina mi diceva entusiasta Oh Iléna, today it’s a nice day, isn’it? mentre fuori si accalcavano nuvole grigiastre e tirava il solito vento gelido. Ma dopo aver pensato che facesse la spiritosa il primo giorno e aver fatto un ehehehehehe seguito da un silenzio interrogativo, capii che faceva sul serio e mi adeguai: Oh yes, it’s a nice day, yes it is.
Mi stupiva poi il nostro teacher, un altro tipicissimo inglese, la copia rossiccia e loquace del principe Carlo d’Inghilterra, che la mattina a lezione sfoderava un tipicissimo humour inglese e una grande professionalità, girava con una bicycle con montato un seggiolino porta neonato, quindi teneva family, e la sera, con gli students, al pub si faceva fuori cinque, sei litri di birra, (3,18/ 3,82 pinte) che ogni quindici, venti minuti portava poi con scioltezza a scaricare alla toilet del pub.
Mi meravigliò un altro teacher della scuola, più tetro e rigido, un Alec Guinness in nero, snob e anche un po’racist, che durante una conversation sulle rispettive society, si rifiutò di credere che in Italia ci fosse una middle class come gli stavo assicurando, e con aria di sufficienza mi chiese cosa ne fosse allora delle vecchine vestite di nero che andavano alla messa e alle processioni, e delle frotte di ragazzini che correvano nei vicoli di Napoli. Per lui l’Italia era ancora quella del viaggio di Goethe in Italia e della guida Baedeker usata dalla signorina Lucy di “Camera con vista”. Ci misi un po’a capire.
Come ci misi un altro po’a capire la cognata della signora Turner, tutta rossetto e sorrisi cavallini, che a un pranzo domenicale con tutta la famiglia Turner, (dove imparai che il roast beef non è quella cosa che pensiamo noi, cioè una specie di prosciutto tagliato a fette tutto rosso nel mezzo, bensì una semplice bistecca), mi chiese addentando il roast beef appunto, se anche a noi Italians capitava mai di mangiare carne.
Mi disse poi che potevo benissimo passare per una Indian e mi chiese anche, con un leggero disprezzo, cosa ci mettevamo in testa noi Italian Girls per avere i capelli così belli neri e unti, e anche lì la guardai senza capire e pensando di avere perso qualcosa nella translation.
Invece era proprio vero: pensavano proprio così. Non tutti sicuramente, ma alcuni sì. La signora Turner, che imparai ad amare in quel momento, ma ancora non lo sapevo, per esempio non la pensava così. Guardò la cognata, guardò me, che non stavo capendo un granché del discorso, e cambiò argomento.
Il soggiorno inglese fu anche la mia prima esperienza multiculturale. Trovavo semplicemente meraviglioso uscire dalle lezioni e sedermi al tavolo del pub tra una giapponese, due brasiliani, uno svizzero, un francese e un paio di tedeschi.
Diventai amica di una ragazza brasiliana di origine tedesca, Martha Schiller Dos Bastos, e le nostre conversazioni sedute vicino in pullman durante le escursioni domenicali alla casa di Shakespeare a Stratford-on-Avon o a Oxford, diventarono l’occasione per capire che le cose altrove andavano diversamente e per imparare ad arrampicarmi sui vetri dei finestrini del pullman cercando di spiegare a una ragazza di San Paulo nel mio pre-intermediate English come funzionavano le cose in Italia, com’era la mia famiglia e come mai mio fratello andasse in giro vestito di arancione e fosse scomparso in India per quasi un anno, gettando la famiglia nella disperazione, per poi riapparire all’aeroporto di Venezia vestito di bianco come il Mahatma. Ma ci è andato per turismo? Mi chiedeva lei. No, dicevo io. Avevate parenti là? No. E per cosa allora? Perché i giovani europei negli anni 70 andavano in India. Ma a far cosa? Diceva lei. Perché erano contro la società. Rispondevo io. Non mi venne di meglio. Poi mi risultò impossibile spiegarle perché chi era contro la società andava in India, un po’perché non lo sapevo bene neanch’io e un po’perché il mio English non me lo permetteva.
 
(2. continua)

INGLESI

25 gennaio 2009
La prima volta che presi l’aereo fu agli inizi degli anni ottanta, per andare a Cambridge a frequentare un corso di inglese. Mi prenotai l’aereo da Venezia, un charter della Monarch, in una delle due agenzie della città, e mi prenotai la scuola attraverso un fitto scambio di lettere e di grossi cataloghi con il British Council e con la scuola stessa, che selezionai in base a non so quali caratteristiche, visto che di corsi di lingua all’epoca non sapevo nulla e i miei ne sapevano meno di me. Probabilmente non costava molto, era una piccola scuola vicino al centro e soprattutto era a Cambridge, che chissà perché mi pareva un buon punto di inizio per intraprendere la conoscenza del Regno Unito.
Così, proprio intorno alla fine di gennaio, emozionatissima ma risoluta, presi il mio primo volo e arrivai a Londra Luton, l’aeroporto all’epoca più sfigato e peggio servito della capitale, e mentre aspettavo il pullman che doveva portarmi a Cambridge, fui anche abbordata da quello che probabilmente era il sosia di Denzel Washington, ma io allora ancora non lo sapevo, che, dopo avermi fatto innumerevoli domande, che erano domande era chiaro dall’intonazione, e parlato non so di che, visto che non capii una parola, mi chiese il numero di telefono, che io, balbettando, gli diedi per precauzione sbagliato, senza pensare che, se anche avesse chiamato casa dei miei in Italia, io non ci sarei stata, e nessuno avrebbe comunque saputo capire cosa diavolo stesse dicendo, mi cacciò in mano il suo biglietto da visita (Doctor Benjamin Qualcosa, lo so, son quasi trent’anni, ma se mi leggi, e nel frattempo non sei cambiato, ti prego, scrivimi), e si allontanò raccomandandomi di chiamarlo.
Arrivai a Cambridge dopo un paio di ore di pullman, stremata, piena di ansia e pure in ritardo, mi permisi perfino un taxi per arrivare alla casa della famiglia che mi avrebbe ospitato per il periodo del corso, e quando suonai alla porta della più tipica villetta inglese, uguale a mille altre di una delle più tipiche streets inglesi, mi aprì la porta la più tipica signora inglese dell’Inghilterra e, molto freddamente, in un concentrato di esssss di iiii e di ooiinng, mi disse che ero in ritardo per la cena.
Mi arrampicai trascinandomi la valigia, per una tipica strettissima scala moquettata inglese e fui introdotta nella camera da letto più fredda del Regno Unito, il che era tremendamente tipico, comunque. La signora Turner, mi disse di sbrigarmi che era già tardi per la cena, (erano circa le sei e mezzo), chiuse la porta e se ne andò.
Io cominciai a disfare la valigia piangendo, (sì perfino a me capitava una volta), come se mi avessero appena deportato al campo di concentramento di Birkenau anziché in una tipica terraced house inglese, mi feci forza mettendo il mio orsacchiotto da viaggio sul comodino e leggendo i bigliettini pieni di ti amo che il mio morosino di allora mi aveva nascosto tra i vestiti della valigia,  e quando rinfrancata, scesi per la cena, la signora Turner mi fece sedere al tavolo della sua minuscola dining room al pianterreno, le cui tre bianche bow windows davano sulla street, mi mise davanti un enorme piatto fumante ripieno di cose lessate prive di sale e condimenti: qualcosa come un misto di patate, fave, carote, fagioli, piselli, pezzi di pollo, cavoli e rape, una cup of tea bollente, si sedette accanto a me e mi guardò mangiare tentando di fare conversation. Dopo che ebbi finito di divorare i lessi vegetali e carnacei, la signora Turner si alzò e tornò dalla cucina con il dolce: una coppetta ripiena di una gelatina rosa shocking E160 con sopra una ciliegina rosso fuoco E120 E 180.
Alla fine del pasto, la signora Turner mi portò nella sitting room dove mi presentò il signor Turner, il più tipico pensionato inglese working class dell’Inghilterra degli anni ottanta, magrino, roseo e rossiccio di capelli, in camicia, bretelle e cardigan beige, che, seduto nella sua armchair stava guardando alla televisione la BBC. Per una mezzoretta feci finta di guardare la televisione e poi mi ritirai nella mia bedroom. La signora Turner mi mostrò come accendere la coperta elettrica di pelo sintetico che scaldò le mie notti gelide sprizzando scintille elettrostatiche al buio, mi portò una hot water bottle e mi augurò la buonanotte. Io mi addormentai, nella mia prima notte inglese, stringendo al petto la hot water bottle e guardando dalla finestra senza tapparella e senza scuri verso il grande prato verde dietro casa, spazzato da un vento teso e gelido che faceva tremare i vetri e riempiva di spifferi la mia bedroom.
Però l’England cominciava già a piacermi un sacco.

(continua)
 

OBAMA E’ MANCINO

22 gennaio 2009

Ma qualcuno se n’era accorto? Me ne sono accorta vedendolo firmare un pacco di documenti.
Caspita: nero e pure mancino! o tempova o moves! :-))

EFFETTI SPECIALI

21 gennaio 2009
C’era quella stupenda pubblicità una volta, che diceva: potevamo stupirvi con effetti speciali, e invece eccetera eccetera. Non ricordo assolutamente cosa pubblicizzasse, ma la frase potrebbero stamparla sulla mia lapide leggermente modificata: avrei voluto essere stupita con effetti speciali, e invece eccomi qui.

Il fatto è che ci sono dei giorni in cui mi annoio mortalmente. No, mi annoio non è la parola giusta, diciamo che mi tedio. Mi alzo, mi guardo alla specchio e non ne posso più di vedere la mia faccia, sempre quella. Non perché non mi piaccia, o aspiri ad una plastica, ma per l’inerzia che mi ispira il contenuto della faccia. Vorrei poi poter tirare un lembo di parete e ribaltare tutto l’appartamento come un calzino. E non vedere più la macchia di umidità sul soffitto della cucina, sapendo che mai il padrone di casa la smacchierà. E allora vorrei che le radici del rampicante che hanno spostato le tegole, invece che polvere d’intonaco, cominciassero a spingere verso il basso dei bei rami verdi, di edera che dove s’attacca muore. Poi vorrei appendermi fuori a un angolo di nuvola e con un solo gesto, traaaaac, risvoltare il mondo, e tirar fuori dal nulla un’altra città.
Allora uscirei più volentieri, sapendo che magari sui marciapiedi diventati color violaciocca o blu elettrico, non incontrerei il padrone della pulitura a secco che staziona davanti alla sua vetrina sperando che qualcuno gli parcheggi nel Suo carico/scarico, per poter così chiamare i vigili e far appioppare multe a tutti i vicini. Magari poi, dentro il bar all’angolo, invece dei soliti quattro leghisti bestemmiatori, intenti alla decima ombretta della giornata, vedrei dalle vetrine delle persone sedute ai tavolini a parlare, a leggere qualcosa che non sia Il Gazzettino, o perfino un libro (che non sia Ken Follett o Fabio Volo, ma esagero, lo so).
Tornata a casa accenderei la televisione e non vedrei gente che a un dibattito si urla addosso, accavallando le voci, scuotendo vigorosamente la testa, gesticolando, ripetendo sei volte la stessa frase: fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, oppure: ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo. Alla terza volta infatti, il conduttore gli andrebbe vicino, e invece di toccargli delicatamente il gomito, gli direbbe: senta pezzo di deficiente, guardi che non siamo tutti degli idioti qui, abbiamo capito che questa è la sua tattica cretina per non far parlare la gente, quindi ora si becchi questo: e PAM, gli tirerebbe un bel gancio al mento. L’ospite, tramortito, verrebbe trascinato via per i piedi da due cameramen, (e buttato in strada dopo aver fatto uno, due eeeee tre! e splash, sotto un camion che passa.) e il suo posto sarebbe subito preso da un altro, di pari orientamento, lo concedo, ma che sappia comportarsi.
Cambiando canale non vedrei Richard Gere con il cachet grigio perla sui capelli che strizza gli occhi a ogni battuta in cui vuole sembrare commosso e/o pensieroso, e Winona Ryder che poi muore di cancro e tutti lo sanno, e deve apparire fresca, giovane e spontanea per tutto un film, diomio quanto sono fresca, giovane e spontanea e tesa verso un destino infausto, perché quel cazzone del regista, accidenti è una regista, Joan Chen, entrerebbe nel film, si avvicinerebbe a Richard Gere, e gli direbbe: senti Richard, puoi smetterla, dico, I say, puoi farla finita, di strizzare gli occhietti, i tuoi occhietti un po’troppo vicini, quando vuoi sembrare appassionato e commosso, che ormai è dai tempi di American Gigolo che lo fai, e ormai tutti, e tutte soprattutto, qui ne abbiamo le palle piene? E tu Winona, Win, my god, cristo santo insomma, stai morendo di cancro, l’hai capito o no? Non puoi farla finita con quest’aria fresca, giovane e spontanea? Ma è mai possibile con tutto quello che vi paghiamo, dico, I mean, direbbe la regista, I mean, è possibile che ancora recitiate in questo modo? Richard la guarderebbe da sotto in su, la testa un po’piegata, come fa sempre, poi girerebbe un po’di lato la faccia e alzando le braccia a metà, le palme in fuori, alla maniera del Tenente Colombo, direbbe: ok ok ok. Io lo guarderei dal mio divano, davanti alla mia televisione e direi: ancora? Ma sembri il Tenente Colombo! E sembri anche Marlon Brando o Paul Newman! Ma caspita, ma tutti uguali siete? Ma ancora con ste manie alla Actor’s Studio!? Ma caspita Richard, ma allora non hai capito niente! E cambierei canale di botto. Anzi spegnerei.
C’aveva ragione il Boss, altroché.  
 
DANCING IN THE DARK
I get up in the evening and I ain’t got nothing to say
I come home in the morning, I go to bed feelin’ the same way
I ain’t nothing but tired, man I’m just tired and bored with myself
Hey there baby, I could use just a little help

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Message just keep getting clearer, radio’s on and I’m moving ‘round my place*
I check my look in the mirror, I wanna change my clothes, my hair, my face
Man, I ain’t getting nowhere, I’m just living in a dump like this
There’s something happening somewhere, baby I just know that there is

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

You sit around getting older, there’s a joke here somewhere and it’s on me
I’ll shake this world off my shoulders, come on baby this laugh’s on me

Stay on the streets of this town and they’ll be carving you up alright
They say you gotta stay hungry, hey baby, I’m just about starving tonight
I’m dying for some action, I’m sick of sitting ‘round here tryin’ to write this book
I need a love reaction, come on now baby gimme just one look

You can’t start a fire sitting ‘round cryin’ over a broken heart
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark
You can’t start a fire worryin’ about your little world fallin’ apart
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark
Even if we’re just dancing in the dark
Even if we’re just dancing in the dark
Even if we’re just dancing in the dark
Hey baby!

 
BALLANDO AL BUIO
Mi alzo di sera
E non ho niente da dire
Torno a casa al mattino
Vado a letto sentendomi nello stesso modo
Non ho niente sono solo stanco
Amico, sono stanco e annoiato di me
Ehi baby mi servirebbe solo un po’ d’aiuto
 
Non puoi accendere un fuoco
Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
 
Il  messaggio diventa sempre più chiaro
La radio è accesa e sto girando in tondo per la stanza
Mi guardo allo specchio
Voglio cambiarmi i vestiti, i capelli, la faccia
Amico, non otterrò mai niente se continuo a vivere in un buco come questo
C’è qualcosa che accade da qualche parte
Baby so solo che c’è
 
Non puoi accendere un fuoco
Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
 
Stai seduto e diventi vecchio
C’è uno scherzo da qualche parte ed è su di me
Mi scrollerò questo mondo di dosso
Andiamo baby le risate sono su di me
Stai nelle strade di questa città
E ti conceranno per le feste
Dicono che devi restare in campana
 Ehi baby sono quasi morto di fame stanotte
Senza un po’ di azione muoio
Sono stufo di restare qui seduto cercando di scrivere questo libro
 
Ho bisogno di una reazione d’amore
Andiamo baby dammi solo uno sguardo
 
Non puoi accendere un fuoco restando seduta a piangere su un cuore spezzato
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
Non puoi accendere un fuoco preoccupandoti del tuo piccolo mondo che si sta sgretolando
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
 
 
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L’ITALIANIZZAZIONE DEL CREATO

20 gennaio 2009
Non so scrivere recensioni né critiche ai libri. Sono troppe le cose che in un libro mi prendono, e dovrei mettermi a parlare di quella frase alla pagina 82 in cui mi è venuto un colpo al cuore, di quella a pagina 112 che mi ha affascinato per intelligenza o maestria, o di quella a pagina 135, come qui sotto, in cui mi sono fermata, ho allungato il braccio, verso il comodino, ho cincischiato tra la lampada, le penne, il braccialetto, il bicchiere d’acqua e l’orologio e infine, trovata la matita, ho sottolineato il paragrafo che contiene le parole “italianizzazione del creato”, poi ho fatto un’orecchia in fondo alla pagina, non in alto, ché quello è il segno di dove sono arrivata a leggere, ma in basso, come sempre faccio, quando in un libro trovo una parola o una frase che voglio saper ritrovare se un giorno mi viene in mente di dire Ma dove ho letto quella cosa?
Ecco questi sono i motivi che di solito mi prendono in un libro. I particolari, che poi ripensandoci, si fissano in un ricordo, un’impressione, un’emozione generale che mi fa essere solo capace di dire: bello o brutto.
Difficilmente ricordo la trama in un libro, o anche in un film. Ricordo una scena magari, un’inquadratura, una descrizione, un’immagine, l’orma di una sensazione. Delle volte mi ricordo cosa stavo facendo mentre guardavo un film, se magari lo davano in tivu e stavo stirando, e allora indossare quella camicia mi ricorderà il film, o se leggendo quel libro ero in un momento triste, banale o felice, o dove stavo distesa, se stavo comoda o scomoda, e che luce c’era, mentre lo leggevo.
Per esempio “La Storia” di Elsa Morante, mi ricorda il divano di velluto verde di casa dei miei, dove, stando distesa con le gambe sulla spalliera, la luce che filtrava dalle veneziane verdine, lessi in quattro, cinque giorni di un’estate di mille anni fa, la storia di Useppe e della sua guerra.
“Il rosso e il nero” invece mi ricorda l’abat-jour di tela color avorio sul comodino della mia cameretta, durante un’influenza, come invece i quattro libri azzurri nel raccoglitore rosso delle “Avventure di Mary Poppins” mi ricordano la scarlattina.
Del libro di Giorgio Vasta, di sicuro non mi ricorderò il posto dove l’ho letto, che poi da anni è lo stesso, e non rischio di dimenticarlo, ma l’impressione di genialità, di intelligenza e soprattutto l’estrema attenzione e cura dell’uso della lingua. La sensazione di un romanzo scritto alla luce di una lampadina potente fissata sul casco di uno speleologo, che con occhio attentissimo e concentrato, mentre tutto intorno è buio, lima alla mano, scruta le sillabe, cesella le parole, sbalza le frasi ritagliandole in una qualche materia viva. Uno speleologo preciso e genialmente paziente, in cerca di un linguaggio nuovo.
 
 
(…) Per la sua prima parola, “prendere”, Scarmiglia ha pensato a un film che ha visto al cinema con i suoi fratelli. Era vietato ma l’hanno fatto entrare lo stesso. Si intitola Ultimo mondo cannibale. Non pare ma è un film italiano, la storia di un uomo che viene catturato dai cannibali. A un certo punto l’uomo fa avvicinare dei bambini antropofagi alla sua prigione, accosta la mano alla faccia di uno di loro e la ritira con il polpastrello del pollice infilato tra indice e medio, fingendo di rubargli il naso.
Trovare questo giochino in un film nel quale ci sono decapitazioni e scuoiamenti di animali, tra braccia umane divorate e alligatori che strisciano in mezzo alla vegetazione, ha a che fare con quella che Scarmiglia definisce italianizzazione del creato, l’impulso nazionale a tradurre ogni cosa in forme familiari costringendo tutto a diventare provincia.
L’Italia è una grande macchina metabolica, dice, capace di rendere plausibile ogni cosa. Trasforma una foresta amazzonica nel tinello di casa, il bambino antropofago in quello col quale scherzi ai giardini. Di sicuro, nello stesso film, nella pancia dell’alligatore c’è un pacchetto di MS, dal perizoma di un cannibale sporge la schedina del totocalcio. (…)
 
da:  Il tempo materiale di Giorgio Vasta,  Minimum fax, 2008
 
 

NIENTE DA DIRE

17 gennaio 2009

Niente da dire.
Motivi trovati questa mattina: neanche uno.

CREDO

14 gennaio 2009
Non sono mai andata all’asilo né a scuola dalle suore. Ho frequentato il catechismo giusto per quei due mesi in preparazione alla Comunione e Cresima. Ho frequentato l’ora di religione perché ai miei tempi non si poteva decidere in altro modo, ma direi che ha inciso sulla mia personalità come l’ora di educazione musicale: praticamente nulla. Non ho mai frequentato un oratorio. Nella mia famiglia la più religiosa sono stata io, tra il mese di marzo e il mese di giugno della primavera dei miei nove anni, l’anno della Comunione e Cresima. Periodo in cui, fresca di catechismo e di indottrinamento cattolico, cercavo di trascinare tutti a messa la domenica. Ma con la processione del Corpus Domini finì tutto, perché nessuno in famiglia mi dava retta e perché a luglio si partì per il mare.
Da allora ho con la Chiesa, qui intesa come Istituzione, un rapporto praticamente inesistente, se si esclude la partecipazione forzata al matrimonio, cresima, comunione o funerale di qualche parente o amico. Aggiungerei che l’altro mio rapporto con la Chiesa istituzione, è fatto di insofferenza e fastidio ad ogni dichiarazione di Papa e Vescovi di stampo pre-Concilio di Trento e ad ogni ingerenza, impropria e non contrastata, negli affari dello Stato Italiano.
Con Dio, o chi per lui, ho un rapporto che non saprei definire. Passo facilmente dall’animismo al Buddismo, al Cristianesimo alla San Francesco. Potrei definirmi pure panteista. Diciamo che ho dei princìpi.
Abitando nel bel mezzo del nord est, in quello che una volta era il cattolicissimo veneto, sono circondata invece da persone che hanno vissuto esperienze orrende fatte di oratori, di preti e di suore castranti, castiganti e colpevolizzanti secondo i peggiori format cattoretrogradi e che pertanto, nei casi peggiori,  bestemmiano ogni due parole, nei casi migliori, mantengono con la religione un rapporto che definirei molto conflittuale, seguendo però la tendenza nazionale a definirsi cattolici ma non praticanti.
Questo rapporto conflittuale con la religione, che diventa poi di aperto e continuo, e spesso inutile e controproducente, conflitto con l’istituzione Chiesa, lo ritrovo molto spesso con estremismi anche molto ridicoli, tra coloro che tengono molto, a definirsi laici o atei. Anche quando non è necessario. Anche al ballo alla Sagra del Peperone, anche prima di partecipare al karaoke nel locale sottocasa. E, un po’come succede con chi fa professione di morigeratezza e poi si scopre che va a puttane, o con chi ostenta comportamenti da vero macho per nascondere la sua omosessualità, ho spesso il sospetto che l’ostentazione di laicismo, ateismo e di mangiapretismo, nasconda spesso un conflitto insanato, mai affrontato nè digerito, e di antica data con la propria educazione religiosa.
Tutta questa premessa sulle mie origini e il mio credo, temo sia necessaria per poter dire, senza essere additata come perpetua, bacchettona e baciapile, che questa pubblicità qui nella foto, promossa sugli autobus di Genova dalla UAAR, Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti, la trovo in pocheparole una stronzata.
2009_campagna_bus
Quindi:
Rivendico il diritto di ogni persona a decidere di credere o non credere per i fatti suoi.
Se già c’è la Chiesa, per quanto riguarda i cattolici, a farsi pubblicità, o i Testimoni di Geova, a suonarmi il campanello alle nove della mattina della domenica, o Bin Laden a lanciare le Fatwe, mi mancavano solo gli atei a spararmi in faccia in cosa dovrei credere o no, come se tutti fossimo dei poveri rincoglioniti ormai abituati a ragionare anche su questioni etiche e/o  morali a colpi di pubblicità.
Aggiungo che, dato che il tema Esistenza o non Esistenza di Dio ormai è materia da disputare gettando un’occhiata al retro di un autobus urbano, anziché passeggiando laicamente nei corridoi di un’università, o cattolicamente nel chiostro di un convento, o alzando gli occhi al cielo stellato, o meditando su qualche libro, o dopo essersi fatti una canna o una cassetta di birre, dicevo, dato che ormai il prodotto   "Dio c’è  –  Dio non c’ è" è considerato pubblicità, a questo punto, io denuncerei i promotori dell’iniziativa all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per pubblicità ingannevole per tre motivi:
 
1°) perché nessuno ha mai constatato né che Dio esista né che non esista.
(come per Babbo Natale). Portino le prove.
2°) perché spacciano l’esistenza di Dio per una cattiva notizia.
(che dati possono fornire in tal senso? perché per me, in qualità di consumatrice media, dovrebbe essere una cattiva notizia, dal momento che non è mai stata neanche una buona notizia?)
3°) perché affermano che non ne ho bisogno. (sempre come consumatrice media, bisogno di che? e perché? Se nel commercio è l’offerta che crea il bisogno, qui cos’è che non si offre? che si spieghino.)
 
E infine affermo: ma in tempi di crisi, quei tremila, cinquemila, diecimila euro spesi per sta cazzata, non stavano meglio in qualche altra iniziativa?
Ma andè a laurà.

POVERE DONNE

11 gennaio 2009
Mi piace, per curiosità mia atavica, girare per la rete, saltare qua e là, e leggere blog a caso.
Capita molto spesso che le frasi di presentazione della blogger, nei blog gestiti da una tenutaria femmina, di qualsiasi età, dalla ragazzina alla quarantenne, allo spazio “chi sono”, dove andrebbe la libera descrizione della propria persona, siano di frequente pieni di aggettivi come: sono lunatica, volubile, imbronciata, solare (o notturna), inquieta, confusionaria. Oppure: single, isterica, incorreggibile, ingenua, incauta.
E tu ti immagini una povera deficiente, preda delle sue turbe emotive, con una eterna sindrome premestruale, una borderline schizzata, incapace di prendere una qualsiasi decisione senza ripensarci il giorno dopo. Una che mette su il broncetto bambinesco alla Brigitte Bardot, occhi bistrati ma maliziosi che guardano dal sotto in su non sai che lavoretti ti potrei fare, tette in vista, calze a mezza coscia, una su e una giù, inginocchiata in mezzo a un letto dalle lenzuola disordinate, a fianco un cavalletto con la sua ultima opera (non finita, ovviamente perché l’artista è volubile), con le dita impiastricciate di colore o di crema pasticcera che ha appena finito di ciucciarsi direttamente dal pollice con le labbra lucide. Una che corre nel parco con i tacchi a spillo, ridendo faccia al sole, con una ventina di palloncini colorati al guinzaglio, che fa la ruota nella pozzanghera perché lei è solare e sa prendere la vita per il verso giusto, che però è ingenua e si fa turlupinare dal primo uomo dai capelli drizzati a pera dal gel, che incontrerà alla prima curva del parco.
Una mezza bambina mai cresciuta, una che ha bisogno di avere accanto qualcuno per procedere nella sua bislacca vita. Una che non sa neanche andare a comprarsi il pane e prendere l’autobus. Che già da subito dichiara di sé stessa: vi prego, prendetevi cura di me, sono problematica ma così meravigliosamente femminile!
Quindi il chi sono, per queste donne, non è mai una dichiarazione di esistenza, ma una dichiarazione di non-esistenza: sono una donna, vedete? ho tutte le caratteristiche della donna, sancite dalla Sacra Dichiarazione Non Scritta dei Non-diritti della donna, approvate da secoli di persecuzioni, annientamento, dicerie, luoghi comuni, pregiudizi e prevaricazioni.
Non esisto in quanto persona finché non troverò l’Uomo che mi prenda in carico e mi dia un valore in quanto sua compagna, fidanzata, amante, moglie.
Mai una volta che qualcuna si presenti come razionale, intelligente, logica, decisa, stabile, studiosa o lavoratrice. Non farebbe figo. Non sarebbe femminile. E poi, una così chi se la piglia?
Eppure, stando alle statistiche, e stando pure alla mia finora breve esperienza da insegnante, le ragazzine surclassano per maturità, competenza, serietà e dedizione allo studio i loro compagni.
In una classe il rompiballe, lo sciattone che riempie i quaderni di macchie, lo spaccone di turno sono inevitabilmente maschi. Non conosco invece le statistiche sul caso, ma basta guardarsi intorno e le donne che, lavorando otto ore al giorno, sanno mandare avanti case, sanno tirare su figli di padri distratti o assenti o impegnati esclusivamente nel lavoro, nel migliore dei casi, prendendosi cura anche di genitori anziani propri e del marito, sono sicuramente molte di più dei loro compagni maschi. E’ molto semplice capirlo: basta vedere nei supermercati chi fa la spesa, chi porta i bambini a scuola, in palestra, a lezione di inglese, chi va a fare assistenza la notte alla suocera in ospedale, chi l’accompagna a fare la ionoforesi per il ginocchio, chi organizza la festa di compleanno, chi è in coda alla asl per prendere l’appuntamento per la visita cardiologica del marito. Le donne ci sanno fare eccome.
Però, allo stesso tempo, alle donne  piace farsi rinchiudere e rinchiudersi in gabbia da sole. Molte non se ne rendono neanche conto e un pezzo come questo che sto scrivendo lo bollerebbero come scritto da una protofemminista, virago, bruttona e pure lesbica.
Eppure è triste.
Un’amica mi racconta che l’ultimo dell’anno, ad una cena di sette amiche, tutte donne, allo scoccare della mezzanotte, non si sono fatte gli auguri per il nuovo anno.
La mezzanotte è passata, hanno bevuto un sorso di prosecco ed è finita lì.
Perché? Perché se una donna ti fa per prima gli auguri per l’anno nuovo porta sfiga, e di uomini disponibili a fare uno straccio di auguri a sette povere donne portatrici di sventura, lì non ce n’erano.
Buon 1509 ragazze!
 
 

QUESTIONS

10 gennaio 2009

Allora per il tag it.answers.dipòk.com oggi vi propongo queste domande:

1) E’ meglio che mi compri un piumino nuovo color argento o non-color nero? 

Prima di rispondere però, è bene che sappiate alcune cose:
A) sono sempre vestita di nero. B) ambisco a cambiare. C) il nero va su tutto, fa elegante anche se vecchio di sei anni, e si indossa volentieri nei giorni di umor nero. D) rende uniformi e mimetizzabili nei giorni di ambizione all’inesistenza. E) L’argento rende visibili, promuove sentimenti di riscatto, di socializzazione forzata, di attrazione verso e dall’altro sesso. F) All’atto della prova, con quello argento sembravo infilata in un missile argenteo, pronta a essere sparata nell’atmosfera, però stavo niente male.
G) All’atto della prova, con quello nero stavo comodamente nel mio brodo, però stavo niente male. H) L’argento passerà di moda nel giro di due settimane e io mica ho soldi da buttare in un altro piumino.
Sbrigatevi a decidere che senò li vendono tutti e due.


2) La domenica sera, tenendo conto che ho un videoregistratore utilizzato un paio di volte negli anni 90 e da allora dimenticato sotto il televisore, è meglio guardare "Criminal Minds" su Rai2 o il "Doctor House" su Canale 5?

Cose da tenere da conto: A) io adoro i profilers di Criminal Minds. B) io adoro il Doctor House.
Nel dare la risposta dovete portare elementi ragionati a favore e/o a sfavore di uno dei due telefilm.


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