Archive for the ‘proffe’ Category

QUOTIDIANO

21 gennaio 2011

Guidavo all’una e mezza del pomeriggio, sulla stradona verso nord. Andavo verso le colline, quattro ore di lezione da fare in una scuola. Una scuola che presta le sue aule al pomeriggio, vuotate dagli studenti del mattino. Formazione agli apprendisti, ragazzi appena appena adulti, appena assunti con contratto d’apprendistato, obbligati per legge a corsi inutili, mal gestiti, mal organizzati. Come tutto quello che in Italia potrebbe essere buono e ben fatto, e per convenienza e approssimazione e cialtronismo viene spruzzato qua e là di merda liquida.
Così, con un corso di venti ore di inglese, distribuito su cinque giornate, a botte di quattro ore al giorno, in una classe dove potresti trovare il laureato in lingue e lo straniero che mai ha studiato l’inglese, finisce che un terzo si annoia, un terzo non capisce, un terzo non c’ha voglia, uno vorrebbe fare meglio, e tutti vorrebbero essere altrove.
Allora, ero in macchina all'una e mezza, dopo aver dormito malissimo la notte, aver mangiato in fretta una pasta orrenda condita col sugo Mutti alle verdure grigliate, essere uscita col pomodoro aggrappato alle pareti dello stomaco, freddo e malamente scomposto in boli di cipolla industriale e melanzana dopata,  e correvo tra furgoni, concessionarie d’auto, divaniedivani, centriottici e ipermercati in mezzo a questa nebbiolina orrenda, grigia e umida e fredda, con la paura che a scuola non mi facessero trovare la televisione e il dvd, con cui dovevo fare la lezione e non sapere quindi che pesci pigliare con gente mai vista, maldisposta e indifferente.
E così intanto parlavo, mi preparavo alla presentazione del corso, mi presentavo, con il mio sorriso finto da persona che gestisce benissimo le situazioni, fingendo di parlare a un qualche microfono di cellulare che sennò magari da fuori pensavano che parlavo da sola, come in effetti era, e pensavo, come sempre capita all’inizio di qualche corso, che avevo sbagliato tutto, che dovevo cambiare lavoro, che dovevo partire, andare lontano, non tornare più in questo paese del cazzo, che tanto che ci facevo io qui, e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico, e che ero stra stufa di dovere farmi forza e penare, e pensavo, soprattutto,  che piuttosto che entrare in classe avrei mangiato una merda.
Superato il ponte, il castello di San Salvatore, lontano, perso e spaesato in mezzo alla nebbia delle colline. Che aveva di così insopportabile?  Mi sentivo così sola e persa che ho perfino pensato al  mio angelo custode. Dove diavolo era?
Poi ho immaginato questo grosso volatile improvvisamente seduto al mio fianco in macchina, con il testone biondo e i ricci da angelone, delle enormi ali un po' ripiegate, piume dappertutto, sotto il sedile, sui tappettini neri e svolazzanti per il cruscotto, e la tunica bianca stropicciata e un po’ sporca di polvere. Aveva un faccione pallido, il profilo greco, e assomigliava un po’a un promotore finanziario che conosco. Che cazzo, ho detto, perfino l’angelo custode, ormai.
Mi è venuto da ridere.
A quel punto ero arrivata a scuola e ormai mezza merda l'avevo mangiata. 

Annunci

PAUSIAMO?

5 novembre 2010

Si scherzava, con i ragazzi del corso, durante la pausa. Beh, ragazzi. Sono tra i 25 e i 50 anni, ma non so perché, sarà che son disoccupati, e quindi un po’ bloccati a uno spazio tempo indefinito, sarà che gli faccio lezione, ma mi viene da chiamarli ragazzi. Qualcuno mi da del tu, qualcuno non ci riesce proprio e continua con il lei, qualcuno alterna il tu al lei.
Pausiamo? Ho cominciato a dire io a un certo punto, qualche giorno fa, dopo qualche settimana, ché ormai avevo preso confidenza, e anche loro ora mi chiedono, quando sono le dieci passate e il banco comincia a stargli stretto, i concetti ad accumularsi senza scopo: pausiamo? Sarà che con tutto l’inglese che ci facciamo ogni giorno, quattro o otto ore filate, uno poi comincia anche a coniugare i verbi all’anglosassone, e trasformare i sostantivi in verbi. E così, si scende giù, in strada. Prima la Federica comincia piano piano a rollarsi una sigaretta in fondo alla classe: tira fuori i filtrini, (quando li ho visti sul suo banco, li ho scambiati per i tappi di gomma per le orecchie), il tabacco, le cartine, e una macchinetta tipo una mini-impastatrice. La mamma della mia amica Anna ne aveva una così, quando eravamo piccole, per tirare la pasta dei crostoli o dei cannoli. Era siciliana, ma aveva sposato un veneto, e alternava crostoli e cannoli.
Comunque, si scende giù in strada e c’è chi fuma, chi si mette dall’altro lato della strada, nell’angolo di sole, ritagliato tra le facciate delle case, chi va al baretto. Io a volte non scendo, sto in classe a pensare a cosa fargli fare dopo, a volte scendo in ritardo mentre sono tutti lì, davanti al portone, a raccontarsi qualcosa, allora propongo: barettiamo? Qualcuno dice: ma io ho già barettato. Vengo io, dice un altro, e si va al baretto. Oggi sono scesa, ma avevo già bevuto un tè alla macchinetta, di sopra. Niente baretto? fa Roberto. No, grazie, dico io, ho già preso il tè di sopra. Ecco, fa lui, oggi hai già preso il tè, domani non scendi, o se scendi non vieni al bar. Non riesco mai ad offrirti niente! Sei troppo imprevedibile, dice ridendo. Io imprevedibile? dico io, sorridendo. Sì, sì, e poi non si sa niente di te, sei imprevedibile, ed ermetica. Ecco sì, sei ermetica! Stefano, a fianco, annuisce. Io? dico, ma come? io ermetica? Ma se sono un libro aperto! E Stefano, approvando, da dietro i suoi occhialetti, con la sua voce calma: un libro aperto, sì, ma scritto in inglese.

 

CORSI E RICORSI

26 ottobre 2010

Ai miei tempi non si usava che tu facevi l’insegnante e dicevi: si dice così, si dice colà e uno dal fondo ti dava sulla voce e ti diceva: ma è sicura? Guardi che mi hanno detto che, o un mio amico che è stato a Londra dice che, o che internet dice o che sul libro avevo letto che c’era scritto che. Addirittura una mi ha detto: guardi che non si dice così l’ora in inglese, perché io ho lavorato per un po’a uno sportello a Venezia dove davo gli orari e dicevo the boat start eleven thirty, e quelli capivano che partiva dopo trenta minuti e si sedevano ad aspettare, invece di correre a prendere il vaporetto. E io insistevo che the boat start eleven thirty e gli facevo segno con la mano, e quelli niente,’ sti zucconi de americani. Quindi si dice in un altro modo, non so quale, ma così no. E anche capita che certi mi dicano: ma non sarebbe meglio che ci legga lei il libro prima o non sarebbe meglio che chiamasse la gente a scrivere alla lavagna perché così ognuno può scrivere la sua frase, perché io la grammatica la so già e mi annoio a stare qui a sentire gli altri. Oppure: lei come insegnante dovrebbe. E se tu dici che non è il caso che ti dica come fare lezione, e che se lui si annoia perché la grammatica già la sa, ci sono in classe altre dieci persone che invece non la sanno, ti dicono anche: beh, io i miei consigli glieli ho dati, se poi lei non vuole ascoltarmi, faccia come vuole.
E tu li guardi e resti senza parole, perché davvero ormai dovresti avere imparato che alla stupidità non c’è fine, e perché non si può dire a un disoccupato a un corso di formazione di inglese base: ma sei davvero un povero cretino, presuntuoso e arrogante, e, pezzo di idiota, non ti viene mai in mente che quello che non sa potresti essere tu e ci sono davvero tanti ma tanti motivi per cui sei disoccupato e tale rimarrai per altri due o tre anni o anche per sempre, perché fosse per me, io un lavoro a te non lo darei mai.
Forse non si può dire, ma forse finisce che glielo dico.
Di sicuro il corso di formazione, tanto per cambiare, lo sto facendo io: sull’umanità. Ma non finisce mai.

 

PRIMA LEZIONE

23 febbraio 2010
Entro in classe, e volentieri, molto volentieri, saluterei con un cenno gli studenti, mi toglierei il giaccone e andrei a sedermi tra i banchi.
Non proprio in fondo, anzi a volte mi metterei anche in primo banco, per sentire meglio e poter intervenire, fare una domanda, chiedere una spiegazione, senza che tutti si girino a guardarmi, senza dovere alzare la voce, ché non sono capace di alzare la voce, e anzi, quando credo di averla alzata, che a me pare di urlare, nessuno mi sente, e io ci riprovo, ma di solito c’è un altro che parla più forte e la mia domanda passa in secondo piano, e ripeterla mi costa cinque minuti di vita, così che solitamente lascio perdere, tranne casi eccezionali, di sfavorevole congiuntura planetaria, in cui invece, con una certa tensione nella voce, ripeto la domanda e improvvisamente cala il silenzio, e tutti si girano a guardarmi e io mi rimangerei tutto, perché poi, di solito, le mie sono domande che nessuno farebbe e io mi sento la solita incarnazione del caso particolare, e chi mi deve rispondere mi guarda con attenzione, troppa attenzione, e mi risponde con dovizia di particolari e di spiegazioni, tanto che io direi guardi, non importa, lasci stare, ho già capito, che infatti ho già capito, davvero, e non so davvero perché diavolo mi è venuto in mente di fare quella cazzo di domanda, non potevo risolvermela da me, la storia?
Comunque, dicevo, mi metterei lì, con calma tirerei fuori il mio libro, il mio quaderno, la mia penna, sistemerei tutto sul banco e poi mi guarderei intorno.
Se qualcuno mi rivolgesse la parola, mi facesse una domanda, risponderei, anche con un sorriso volendo, ma concisa e diretta.
In poche parole, perché dopo le prime frasi non saprei più cosa dire e il silenzio che cadrebbe, mi creerebbe un tale imbarazzo che rimpiangerei di avere risposto con troppa disponibilità, quasi con allegria, come se fossi un’estroversa. Sarei anche capace di fare due parole se proprio l’altra persona mi stesse particolarmente simpatica, così a prima vista, che le parole fluirebbero senza doverci pensare troppo. Potrei perfino fare amicizia. In certi casi arrivare a chiedere il numero di telefono, chessò, la mail!
Però, fosse per me, se nessuno mi parlasse, io me ne starei lì per conto mio.
 
E invece no. Perché io non sono uno studente fra gli altri.
Sono l’insegnante, cazzo.
E stasera si inizia un nuovo corso. Corso di inglese serale per adulti.
Quindici, sedici adulti, tutti lì schierati tutti insieme, ad aspettare me. E io sono dieci giorni che penso a cosa dovrò dire, e ho la testa vuota, e mi preparo i discorsi, e mi preparo una scaletta: prima devo dire così e poi devo dire colà.
Prima chiedere i nomi, poi chiedere la ricevuta dei pagamenti, poi spiegare del libro, proporre il dizionario, parlare del programma del corso.
E temo il Rompicoglioni, perché in tutti i corsi, di solito, c’è il Rompicoglioni. Stasera l’ho individuata immediatamente. Ancora prima di entrare in classe. Mi aspettava nell’atrio della scuola. Voleva darmi subito la ricevuta del pagamento e chiedermi. Chiedermi cosa. L’ho rinviata a dopo, avevo cose da fare in segreteria, le ho detto.
Lasciami stare che mi sento un macigno sul petto, una quintalata di cemento sulla testa e vorrei essere ovunque, altrove, ma non qui.
Dormire, al buio, sotto le coperte. Distesa al sole, sulla spiaggia, gli occhi chiusi. Camminare, lo sguardo tranquillo, in una città sconosciuta. Abbracciata a qualcuno, il calore intorno. Guardare fuori da un finestrino, un paesaggio lontano. Una cena tra amici, qualcuno che parla, e ridere. Ovunque. Non qui.
 
E invece no. Salgo le scale, sospiro. Sentiranno tutti il mio sospiro? Ho il fiato corto e mi dico machissenefrega. Sì però cazzo, una vita passata a farmi forza.
Mi avvicino all’aula in fondo al corridoio. Socchiudo gli occhi per la luce dei neon. Mi costringo a entrare in classe, col sorriso tutto intorno alla bocca. Gli occhi sarò riuscita a farli essere brillanti? Mi costringo a urlare, ma sicuramente sto solamente alzando lievemente il tono. Saluto tutti. Sono un’insegnante entusiasta di inziare il suo nuovo corso. Simpatica, attiva, disinvolta, spigliata. Mi tolgo la giacca. Ho caldo, ho freddo. Faccio la spiritosa. Loro ridono, si sciolgono, parlano tra di loro. Io ho la testa completamente vuota. Come se dentro ci fosse improvvisamente acqua che sciaborda tra le ossa del cranio e non produce altro che uno sciacquio silenzioso. Respiro e vado.

PAZIENZA

23 maggio 2009
È capitato che mi dicessero che sono persona di grandissima pazienza.
È capitato ai tempi del mio vecchio lavoro, quando, qualche persona in attesa del suo turno, mi vedeva alle prese con qualche cliente estremamente rompipalle. Allora capitava che si mettesse a osservarci, che aspettasse, appunto, pazientemente, poi che si sedesse, mi guardasse con sorriso complice, e mi dicesse: certo che avete una bella pazienza voi, io sorridevo come dire ma no, non è vero, tanto sapevo che da lì a due minuti, anche lui, il cliente complice, si sarebbe trasformato in cliente rompipalle.
Devo dire che in anni di lavoro in trincea, al banco di un ufficio di viaggi al dettaglio, che è come dire, entro, compro due chili di biglietti aerei e parto, ho acquistato la capacità di reprimere collere, smarrimenti, risate (il mare è meglio a Barcellona o a Madrid?), gemiti, angosce e rabbie quotidiane. Ho imparato a trattenere la pipì per ore perché c’è la coda che aspetta e non c’è il bagno in ufficio, a rimanere impassibile mentre al telefono qualcuno mi dice che un’ottantina di ragazzi in gita scolastica a Firenze, comprese le due vecchie professoresse del mio liceo, sono rimasti intossicati da un’infiltrazione di acqua fognaria nelle condutture dell’hotel che gli ho prenotato personalmente, e che una task force di medici inviata dal locale ospedale sta provvedendo a fare il tampone rettale a tutti i partecipanti alla gita. Ho imparato a dire: la richiamo fra mezzora, vedo cosa posso fare, non si preoccupi, se qualcuno mi telefona da Kuala Lumpur e mi dice che il volo è in overbooking e salta tutto il resto del viaggio, ho imparato a rassicurare mamme preoccupate perché il figlio non telefona da Mykonos da quattro giorni, ad affrontare perfino le minacce della moglie italiana del ballerino cubano: se fai il biglietto per l’Havana a mio marito ti mando la finanza, e molte altre avventure che neanche mi ricordo più.
Ormai sono su un altro pianeta: quello dell’insegnamento. Qui al massimo tocca ripetere 34847363527 volte che live si dice liv e non laiv. Poi altre 373736625888 volte che alla terza persona singolare si deve mettere la S, (testoni che no seu altro), altre 28865430997 volte che per fare le domande bisogna cominciare col DO, (mànega de asini), che le esse si pronunciano (to sàntoea), ma siccome sono adulti, paganti e pure volenterosi, bisogna dirlo e ripeterlo fino allo sfinimento. Sfinimento loro, non mio, che io, per detta loro, sono tremendamente paziente e come faccio a essere così.
Infatti io non sono paziente. Soffoco tutta la mia terribile, invereconda e inaudita ira e concitata smania sotto il mio sfingico aspetto. Coltivo in grembo da tempo immemorabile, un chilo di Helicobapter Pylori assatanati, che, al momento giusto, scateneranno un ulcera duodenale che perforerà il mio stomaco livido e darà alla luce in un’esplosione sanguinolenta, una creatura tentacolare, polipesca, desiderosa di sangue umano che suggerà famelicamente dagli sfortunati astanti, attraverso mille oculi rossastri e mille ventose urticanti.
Accadrà tra breve, lo sento, quando il cane dei vicini abbaierà ancora, per la duecentotrilionesima volta in questa giornata. Cazzo!

ALIEVI INSONI

1 aprile 2009
La ragazzina di quarta che non si era presentata a tre lezioni su quattro del corso, arriva all’ultima lezione e mi dice che non aveva saputo che il corso iniziava proprio tre settimane fa, perché la prima volta la sua classe era in gita, la seconda nessuno glielo aveva detto e la terza voleva proprio venire ma stava male.
Le dico che mi deve portare le giustificazioni scritte, lei dice, ah va bene. Si siede al banco, tira fuori il libretto, e siccome è maggiorenne, scrive tre giustificazioni: nella prima, sotto a “motivi dell’assenza”, scrive influenza intestinale, nella seconda scrive insonia e nella terza scrive influenza intestinale e mal di testa. Poi torna da me e mi mostra le giustificazioni per la firma.
Io leggo e le dico, ma come influenza intestinale, insonnia e influenza intestinale e mal di testa?
Mi hai appena detto che la prima volta eri in gita, la seconda non sapevi del corso, nonostante ci fosse un cartello di un metro quadro affisso sulla porta d’entrata della scuola, e la terza stavi male. Eh, sì, dice lei, ma devo scrivere così perché proprio la settimana scorsa i professori ci hanno fatto tutto un discorso per lamentarsi di quello che scriviamo sulle giustificazioni, e non posso scrivere gita scolastica e disinformazione senò finisce che mi fanno storie. I compagni, intorno, annuiscono seri e partecipi.
Non so se ridere o piangere, così la guardo impassibile e dico: e insonia? Eh sì, fa lei, insonia perché quando siamo tornati dalla gita ad Amsterdam non abbiamo dormito tutta la notte e la mattina non potevo venire a scuola senza aver dormito. Va bene, dico, firmando le giustificazioni, decidendo di non scardinare il sistema scolastico, e di seguirla nei suoi corridoi mentali kafkiani, ma guarda che insoNNia si scrive con DUE ENNE.
Mi guarda colpita, sillabando in so nia a mezza voce, e mi dice: insoNNia? ma è sicura?
 
La ragazzina di quinta che viene a ripetizioni da me, oggi mi manda un sms entusiastico: “La tua alieva ha preso sei all’ultimo compito:-)) “
“Uau”, le rispondo.
Confido in un errore di battitura.
 
Dico agli alunni di terza: chi mi sa spiegare cos’è un verbo transitivo?
Beh, è tipo un verbo che invece di subire l’azione c’è l’oggetto.
Eh?
Insomma, allora è come un verbo che quando si fa una cosa tipo la si fa con un oggetto che la cosa la subisce, no?
Cosa?
Ma insomma prof se lei potrebbe spiegarcelo è meglio.
 
Giovedì finisco i corsi e giuro che la smetto di parlare di scuola.
Mi faccio già pena.
Tipo quei libri io speriamo che me la cavo e lo stupidario della maturità e quelle cose che tipo insomma parlano di scuola devastata, di professori sfiniti e studenti che fanno casino, insomma un delirio, tipo.
 

APPLAUSI

28 marzo 2009
“Bene, dico, ragazzi, finiamo qui. Beh, spero che il corso di recupero vi sia servito e ricordatevi che non voglio rivedervi questa estate.”
Ho appena finito di parlare che nella classe scatta l’applauso. Stavo per girarmi a cancellare la lavagna, mi rigiro, mi guardo intorno e vedo questa dozzina di faccette degli alunni della prima BS e della prima CS, tutti costretti dai loro pessimi voti in inglese a frequentare il corso di recupero per i debiti formativi per tutto il mese di marzo, che, convinti e festanti, con dei sorrisi così e gli occhi brillanti, mi battono le mani dai loro banchi. Per un attimo mi chiedo cosa diavolo..? poi li riguardo, capisco che applaudono me. Applaudono me? oddio, e per un altro attimo, come spesso mi succede, quando non so che emozione mi salterà fuori mi chiedo: oddio non mi commuoverò mica? devo mettermi a ridere o devo mettermi a piangere? (e poi come siete belli, ragazzini, con queste faccette perfette, queste macchinette sui denti, la pelle trasparente, le mani con le unghie azzurre e le scritte sul palmo, le orecchie che diventano rosse, gli sguardi diretti o persi nel nulla, i capelli tirati sulla fronte, le gambe che si muovono da sole sotto il banco, i sorrisi pieni e le fossette, timidezze estreme e confessioni improvvise).
Decido per un inchino sorridente, anzi, una serie di inchini che li fa ridere e smorzare l’applauso in un’onda di saluti, richieste, parole, frasi, che si tramutano in discorsi tra di loro, altre risate, altre parole, urla, scherzi, che si trasformano in spinte, abbracci, strattoni, rumori di sedie e banchi smossi, in tutta quella energia movimentata, giovinezza, vita, giovinezza, giovinezza, quella forza incontrollata fatta di scoppi di voci, di gesti veloci, di risate incontenibili che li rende amabili e poi insopportabili e poi divertenti e poi sfinenti. Cerco di sovrastare le loro voci: “bene, ora cercate di muovervi senza sembrare un branco di bufali texani e scendete piano le scale senza ammazzarvi, che senò mi mettono in galera per il resto dei miei giorni”. Va bene prof, arrivederci prof, bene prof, salve prof, arrivederci prof, arrivederci prof.
Che delitto crescere. Che spreco rimanere giovani.
 

IMPROVVISATA DUE

18 marzo 2009

Troppo stanca e troppo stufa. Sarà il nuovo mezzo secolo? sarà correre di quà e di là a portare il Verbo (the Verb) inglese ai beginners, fatto sta che son mezza morta.
Una cosa è stare seduti in the office tutto il dì e fare lo stesso lavoro per venti anni, sempre quello, due palle, ma sempre quello, con tutte le sue arrabbiature, ma sempre quello, con tutte le telefonate e le cose da fare e la gente con cui parlare e i problemi da risolvere, ma sempre quello, una stanchezza cronica mortale, ma sempre quello.
Un’altra è fare quattro lavori nuovi, in tre posti diversi, con un centinaio di persone nuove e diverse che si aspettano che tu gli impari di inglese ognuno a modo suo, perché c’è la signora che ha fatto francese alle medie e ora vuole viaggiare, il ragazzo colombiano che parla già tre lingue e vuole la quarta, la cassiera del supermercato che ogni tanto arrivano i clienti stranieri e vuole sapere, il signore del ristorante tipico che pure lui c’ha la clientela straniera e non sa dire neanche gudbai, e poi la biologa della famosa ditta che ha tutti i colleghi che parlano inglese e lei no, e al giovedì invece ci sono le signore anziane che nessuno gli ha mai insegnato bene dall’inizioinizio e vogliono baciarmi perché finalmente hanno capito, e il tipo che non dice mai una parola e che per tutta la lezione mi fissa di sbieco e temo che mi squarterà nel parcheggio, e quella che invece dice che per lei venire qui è un impegno economico e se la gente comincia ad arrivare in ritardo cominciamo male, e il tecnico di computer che qualcosa sa e da’ sempre tutte le risposte prima degli altri e bisogna anche fargli capire che deve stare zitto accidenti a lui. E al pomeriggio c’è la Silvia che venerdì ha verifica di letteratura e però mercoledì non ce la fa a venire e vuole spostare l’ora e Federico che invece, tesorino, ha preso sette e mezzo nell’interrogazione finalmente dopo una serie di quattro, e Francesco che arriva dopo l’allenamento e si addormenta e biascica e guarda con occhio moscio il libro. E poi le classi del pomeriggio. Le prime educate e volenterose, a parte Giovanni, che o è innamorato o ha preso una botta in testa. Poi le seconde che fanno tutti i compiti e imparano e sono la gioia della prof, le terze che invece le butterei dalla finestra perché dimenticano i libri, i quaderni, parlano, urlano, si alzano e mi fanno ripetere dieci volte ogni cosa. Le quarte che non parliamone, incomprensibile come diavolo siano arrivati in quarta senza sapere dire what does he do? e che tu ti danni a spiegargli come fare e cosa fare e la risposta è: posso andare al bagno?
Non so se continuo. Stasera non c’ho voglia. E se cambiassi ancora lavoro? Voi cosa mi  vedete a fare?

FUTURE TENSE

5 marzo 2009
 
ex_origami_swan
Stasera avevo sonno già dalle dieci. Ma come sempre, cocciuta, con gli occhi che bruciano e una bolla di vuoto che gira per la testa, non cedo a buttare via la sera per scambiarla con ore di sonno.
E che ho fatto mai di strano oggi, per avere sonno già dalle dieci. Ho parlato per quattro ore. Per una dipocheparole quattro ore di discorsi son tanti. Da lasciarci una corda vocale. Me la immagino che faccia tennng e mi parta via dalla laringe, come la corda di una chitarra. Da bambina mi dicevano di non stare seduta troppo vicina a mio fratello ragazzino che suonava la chitarra classica. Se parte una corda ti va negli occhi. E così, ammirata, lo guardavo suonare standogli seduta davanti.
È che oggi sono cominciati i corsi a scuola e ho parlato per quattro ore di simple present e di present continuous, dell’ausiliare do e della negazione not.
Ho ritrovato Martina e Chiara e Francesca e Cinzia e Angela che ripetono la seconda. Un po’più grandi, un po’più serie dell’anno scorso. Ma forse erano solo stanche. In fondo erano a scuola dalle otto del mattino, ed erano le sei del pomeriggio. Ho conosciuto Federica, arrabbiata perché tutti le dicono che deve studiare l’inglese e lei, che ogni anno alle medie ha avuto tre insegnanti diversi ad alternarsi in cattedra, ancora deve capire come diavolo fare. Cosa devo fare? Mi metto lì e leggo la grammatica? E dopo che l’ho letta che ci faccio? È così che si impara l’inglese? E le veniva il singhiozzo a dirlo. Ma poi mi passa perché prendo le medicine, dice.
E Alice che ha tre in scritto e quattro in orale, eppure all’ultima interrogazione avevo studiato per tre settimane e avevo scritto tutti i vocaboli in una rubrica e mia sorella mi aveva fatto imparare tutti i verbi irregolari. Poi vado lì e la prof mi da’cinque. Ma allora una si scoraggia, dice. E poi mi chiedono Ma lei prof, poi ci fa uno schemino su cosa scrivere quando nella verifica la prof ci fa le domande su come descrivere un quadro? Ma ragazzi miei, ma se non sapete dire Oggi sta piovendo, o Stasera andrò al cinema, che schemino vi faccio?
Alberto intanto, con un testone di ricci biondi intorno alla faccia da bambino si slogava la mandibola di sbadigli trattenuti a stento. Intanto disegnava triangoli colorati, che in fondo questo è un liceo artistico, e tutti hanno sempre la penna o la matita in mano a disegnare, però stava attento e sapeva anche le risposte. Manuel, nascosto tra i capelli, trafficava con un mini skateboard. Quello vero l’aveva parcheggiato sotto il banco. Piero invece, che da un po’armeggiava con un foglio di carta, alla fine ne ha tirato fuori un cigno, bianco, elegante, quadrettato. Che bello! ho detto. Se vuole glielo regalo, mi ha detto lui, porgendomelo.

POVERE DONNE

11 gennaio 2009
Mi piace, per curiosità mia atavica, girare per la rete, saltare qua e là, e leggere blog a caso.
Capita molto spesso che le frasi di presentazione della blogger, nei blog gestiti da una tenutaria femmina, di qualsiasi età, dalla ragazzina alla quarantenne, allo spazio “chi sono”, dove andrebbe la libera descrizione della propria persona, siano di frequente pieni di aggettivi come: sono lunatica, volubile, imbronciata, solare (o notturna), inquieta, confusionaria. Oppure: single, isterica, incorreggibile, ingenua, incauta.
E tu ti immagini una povera deficiente, preda delle sue turbe emotive, con una eterna sindrome premestruale, una borderline schizzata, incapace di prendere una qualsiasi decisione senza ripensarci il giorno dopo. Una che mette su il broncetto bambinesco alla Brigitte Bardot, occhi bistrati ma maliziosi che guardano dal sotto in su non sai che lavoretti ti potrei fare, tette in vista, calze a mezza coscia, una su e una giù, inginocchiata in mezzo a un letto dalle lenzuola disordinate, a fianco un cavalletto con la sua ultima opera (non finita, ovviamente perché l’artista è volubile), con le dita impiastricciate di colore o di crema pasticcera che ha appena finito di ciucciarsi direttamente dal pollice con le labbra lucide. Una che corre nel parco con i tacchi a spillo, ridendo faccia al sole, con una ventina di palloncini colorati al guinzaglio, che fa la ruota nella pozzanghera perché lei è solare e sa prendere la vita per il verso giusto, che però è ingenua e si fa turlupinare dal primo uomo dai capelli drizzati a pera dal gel, che incontrerà alla prima curva del parco.
Una mezza bambina mai cresciuta, una che ha bisogno di avere accanto qualcuno per procedere nella sua bislacca vita. Una che non sa neanche andare a comprarsi il pane e prendere l’autobus. Che già da subito dichiara di sé stessa: vi prego, prendetevi cura di me, sono problematica ma così meravigliosamente femminile!
Quindi il chi sono, per queste donne, non è mai una dichiarazione di esistenza, ma una dichiarazione di non-esistenza: sono una donna, vedete? ho tutte le caratteristiche della donna, sancite dalla Sacra Dichiarazione Non Scritta dei Non-diritti della donna, approvate da secoli di persecuzioni, annientamento, dicerie, luoghi comuni, pregiudizi e prevaricazioni.
Non esisto in quanto persona finché non troverò l’Uomo che mi prenda in carico e mi dia un valore in quanto sua compagna, fidanzata, amante, moglie.
Mai una volta che qualcuna si presenti come razionale, intelligente, logica, decisa, stabile, studiosa o lavoratrice. Non farebbe figo. Non sarebbe femminile. E poi, una così chi se la piglia?
Eppure, stando alle statistiche, e stando pure alla mia finora breve esperienza da insegnante, le ragazzine surclassano per maturità, competenza, serietà e dedizione allo studio i loro compagni.
In una classe il rompiballe, lo sciattone che riempie i quaderni di macchie, lo spaccone di turno sono inevitabilmente maschi. Non conosco invece le statistiche sul caso, ma basta guardarsi intorno e le donne che, lavorando otto ore al giorno, sanno mandare avanti case, sanno tirare su figli di padri distratti o assenti o impegnati esclusivamente nel lavoro, nel migliore dei casi, prendendosi cura anche di genitori anziani propri e del marito, sono sicuramente molte di più dei loro compagni maschi. E’ molto semplice capirlo: basta vedere nei supermercati chi fa la spesa, chi porta i bambini a scuola, in palestra, a lezione di inglese, chi va a fare assistenza la notte alla suocera in ospedale, chi l’accompagna a fare la ionoforesi per il ginocchio, chi organizza la festa di compleanno, chi è in coda alla asl per prendere l’appuntamento per la visita cardiologica del marito. Le donne ci sanno fare eccome.
Però, allo stesso tempo, alle donne  piace farsi rinchiudere e rinchiudersi in gabbia da sole. Molte non se ne rendono neanche conto e un pezzo come questo che sto scrivendo lo bollerebbero come scritto da una protofemminista, virago, bruttona e pure lesbica.
Eppure è triste.
Un’amica mi racconta che l’ultimo dell’anno, ad una cena di sette amiche, tutte donne, allo scoccare della mezzanotte, non si sono fatte gli auguri per il nuovo anno.
La mezzanotte è passata, hanno bevuto un sorso di prosecco ed è finita lì.
Perché? Perché se una donna ti fa per prima gli auguri per l’anno nuovo porta sfiga, e di uomini disponibili a fare uno straccio di auguri a sette povere donne portatrici di sventura, lì non ce n’erano.
Buon 1509 ragazze!
 
 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: