Archive for novembre 2008

EMPRESS OF JAPAN

29 novembre 2008
EmpOfJapan1930_01
30 maggio 1911
Yokohama. Partenza per Vancouver col vapore Empress of Japan. Bel vapore tutto completo di passeggeri. 133 solo in prima classe. Questo vapore è però molto piccolo quantunque molto comodo e il beccheggio è nullo quantunque il mare sia leggermente mosso.
Il Grand Hotel di Yokohama prima di partire ci offre un portasigarette con un drago in rilievo.
 
31 maggio 1911
Siamo al largo dell’Oceano Pacifico, cielo sereno e mare calmo, solite onde dell’oceano. Abbiamo fatto una velocità di miglia 14,5 all’ora. A un signore seduto vicino a me è stata consegnata una busta chiusa con un marconigramma appena preso dal cielo.
Visto due gruppi di bellissimi e velocissimi guizzanti delfini neri sopra e bianchi sotto.
Oggi hanno innestato il vaiolo a tutta la ciurma cinese, non so se siano passeggeri di III° a poppa.
Dist.358 nodi.
 
1 giugno 1911
Oceano Pacifico – Nord – tempo sereno, fresco. Dist.331
 
2 giugno 1911
Oceano Pacifico – Nord – gabbiani
Di giorno il Purser ha preso nome, convenzione e relazione dei passeggeri per le autorità Canadesi ed Americane.
La sera un uccellino (sguissetù) è entrato nel salone di lettura, perduto in mezzo all’Oceano.
 
3 giugno 1911
Giornata fredda. Partite a scacchi con gli ufficiali francesi.
 
4 giugno 1911 Domenica
Nella scorsa notte ci fu molta nebbia per cui ogni tanto si udiva il fischio della sirena; oggi giornata monotona grigia nebbiosa. Sul tardi è anche piovuto.
 
5 giugno 1911
Antipode day 4/6
Oceano Pacifico. Tempo piovoso. Stamane abbiamo la linea di separazione della Data, per cui oggi siamo in un giorno senza data che a bordo si chiama Antipode Day. Credo che dovrebbe portare la data di ieri o essere il 4 bis.
5 giugno. Mare mosso, molto rullio con relativo movimento di tutti gli oggetti però non si soffre.
Tempo piovoso nebbioso.
 
6 giugno 1911
Oceano Pacifico. Mare leggermente mosso. Tempo nebbioso, freddo piovoso.
Partite a scacchi con gli ufficiali.
 
7 giugno 1911
Oceano Pacifico. Tempo sempre uguale, vita monotona. Anche oggi continua il rullio ma molto meno. Diversi grandi albatros scuri, dalle ali falcate seguono il piroscafo e si riposano nelle acque come le
anatre.
 
8 giugno 1911
Oceano Pacifico. Tempo freddo coperto. Il bastimento è riscaldato a termosifone. Il servizio è fatto da nonnocinesi ordinati, in giacche bianche e scarpe di feltro. Oggi hanno fatto diversi giochi. (con patate etc..)
 
9 giugno 1911
Ultimo giorno di viaggio. Tempo vario, mare mosso. Alla sera festa con suoni e canti e distribuzione di premi dalla governatrice di Hong Hong. Giornata piacevole.
 
Dai taccuini di viaggio del nonno.
 
 
 
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SEILORDIEURO

26 novembre 2008
La signora del telemarketing mi dice che se accetto il lavoro, benché questo sia un lavoro pagato a commissione sugli appuntamenti ottenuti e che si concludono con un contratto, per favorirmi e incentivarmi, mi verrà incontro dandomi sei euro lordi all’ora.
Mentre la ascolto cerco di fare una veloce sottrazione della ritenuta d’acconto del venti per cento, del costo della benzina, usura gomme e smaltimento oli esausti, per andare e tornare da qui alla sede della affarionline per un partaim di quattro ore dal lunedì al venerdì, cerco poi di aggiungere il dieci per cento lordo con contratto a progetto sull’ammontare dei contratti andati a buon fine, e solo su quelli andati a buon fine ovviamente, procurati agli agenti Vodafone con gli appuntamenti che strapperò a quei quattro poveri cristi che avrò disturbato all’ora di pranzo mentre si stanno infilando la prima forchettata di spaghetti in bocca ascoltando il figlio che racconta che ha preso un cinque in matematica e che nonostante questo saranno mossi a pietà dalla mia consumata abilità di telemarchettara sapientemente istruita sulle tecniche psicologiche di vendita e dotata di copione con le principali risposte da dare all’utente, sottraggo nuovamente i sei euro lordi all’ora mentre la signora mi informa che se comunque a fine mese nessuno, o quasi nessuno, dei poveri cristi firma un contratto dopo che gli ho strappato un appuntamento, i sei euro lordi mica me li danno, che loro sono qui ovviamente per fare profitto mica per pagare i dipendenti, aggiungo le centinaia di rispostacce, di maledizioni, di bestemmie, di vaffanculo, di cortesi rifiuti, di lamentele, di no grazie ben che vada, che riceverò, mi guardo intorno nel monolocale attrezzato di una dozzina di computer intorno a un tavolo e di ampia scrivania per il supervisore, e silenziosamente decido che l’Articolo Uno della Costituzione, la Dichiarazione universale dei Diritti Umani, la Magna Charta, il Codice di Hammurabi, l’Habeas Corpus, i Dieci Comandamenti, Robespierre, Gandhi, Buddha, la dignità, l’amor proprio, il cosa direbbe mio padre se fosse qui, e forse pure la Convenzione di Ginevra e il Kamasutra mi vietano di accettare.
Lei invece pensa che io accetterò e tutta contenta segna un grosso ok in altro a destra sulla scheda dove ha scritto il mio nome, cognome e numero di telefono e dice che mi chiameranno la prossima settimana.
Io non le dico niente, che almeno spenda quei venti centesimi di telefonata inutile, e uscendo saluto i quattro poveri disgraziati, quattro ragazzi sui venti anni, che sono appena arrivati per il corso di formazione e che in silenzio, lo sguardo un po’smarrito, stanno seduti in attesa davanti ai computer.
Fuori fa un gran freddo.

A CIASCUNO IL SUO

24 novembre 2008
Tanta nostalgia degli anni ’90, quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noe!!!?
A quanti di voi (come me) più passa il tempo più mancano in maniera sempre più ossessionante i cari vecchi anni ’90? Gli anni della ricchezza interiore ed esteriore, gli anni della musica più bella ed emozionante e delle più belle auto di sempre, gli anni degli stili e delle mode più avvincenti, gli anni in cui ancora i grezzi erano "ghettizzati" e messi da parte, gli anni in cui ancora c’era motivo di vivere e gioire ogni giorno, gli anni in cui esisteva SOLO il reale e non il virtuale, gli anni in cui ci si innamorava ancora e senza l’uso di chat, gli anni del telefonino senza colori ne fotocamera ma che prendeva la linea anche nelle gallerie delle metropolitane, gli anni del sentimento, gli anni in cui abbiamo visto crescere e nascere i nostri miti, gli anni in cui non esistevano stupide auto 50 per questi viziatelli, sfigati e snob di oggi ma in cui ancora preferivamo sbucciarci il ginocchio cadendo ogni tanto dal motorino, gli anni in cui la ribellione e l’evasione era ancora una cosa a cui tutti credevamo intensamente, gli anni dello skateboard, dei pattini e delle BMX da acrobazie folli, gli anni in cui era tutto più giovane e rigoglioso attorno a noi e dove non c’era ancora tutta questa superficialità e questo strafottuto cinismo, gli anni in cui le cose erano fatte bene e per durare, gli anni dei cartoni animati più ganzi, dei Take That e della VERA House Music, gli anni della giovinezza e dell’intraprendenza interiore, gli anni in cui l’estate era vita allo stato puro e non solo una stagione ricorrente come oggi, gli anni in cui eravamo davvero senza nessun limite, gli anni in cui ancora esisteva un futuro, gli anni a cui noi oggi dobbiamo praticamente tutto, gli anni che hanno ripreso il meglio e lo hanno fatto diventare migliore, gli anni in cui eravamo noi gli scrittori della notte, gli anni dai profumi e delle sensazioni ormai scomparsi/e, gli anni in cui volevamo fare sempre di più e non era mai abbastanza, gli anni dove la perfezione era stata quasi raggiunta, gli anni indimenticabili, l’ultimo decennio ideale che questo pianeta abbia mai visto, gli anni in cui esistevano ancora gli amici e i rapporti interpersonali, gli anni dove il PC era solo uno strumento di lavoro e non una seconda vita come oggi (di fatto inesistente), gli anni che non torneranno mai più, gli anni delle emozioni, gli anni dell’ultima generazione meritevole, gli anni degli ideali veri, gli anni in cui tutto ciò che ci circondava non era mai ripetitivo e non era mai una trovata pubblicitaria e/o commerciale ma un vero modo di pensare e di essere, gli anni di Alvin Superstar e delle scarpe Etnies e Converse, gli anni del Rap, R’N’B ed Hip Hop serio (non come oggi che è solo una moda resa grezza per grezzi e basta!), gli anni dei film e telefilm più belli, gli anni della ribalta, insomma GLI ANNI ’90… cosa che questi perdenti d’oggi non capiranno mai perchè sono terribilmente limitati di cervello e perchè è tutto cambiato così in peggio da non consentire più quello splendore di prima!!! Spero che tutti coloro della mia generazione leggendo questo messaggio che ho inviato col cuore su answers come segno di grande sfogo e repressione interiore possa far ritornare anche solo per qualche attimo a quel decennio stupendo 😉
 
Copincollato così come l’ho trovato da Answers.Yahoo.com
E chi l’avrebbe mai detto che si potesse rimpiangere quello schifo degli anni 90?
(E soprattutto per questi motivi.)

 

LINEA DI CONFINE

23 novembre 2008
Il mattino dopo Dipòk si alzò presto come da tempo non accadeva.
E, mentre in piedi davanti alla cucina a gas, fissava l’acqua nel bollitore, non pensò minimamente che stava per presentarsi al suo appuntamento con Paul Auster. Perfino quell’espressione, il suo appuntamento, le suonava strana. Quell’appuntamento non era suo, ma di Elena, e lei non aveva idea di chi fosse questa Elena.
Però di sicuro sapeva che tutte e due, lei e Elena, alla mattina bevevano il tè. Lo aveva capito trovando nell’armadietto della cucina quattro, cinque scatole di miscele diverse. Per quella mattina, aveva scelto l’Earl Grey. L’essenza di bergamotto le sembrava stimolante, e mentre beveva lentamente il tè, guardò fuori dalla finestra. C’era un gran vento che muoveva le cime degli alberi che scorgeva dietro i tetti.
Stava attraversando la linea? C’è sempre una linea sottile, Dipòk lo sapeva. E scoprirla era pericoloso. Scoprirla voleva dire esserci pericolosamente vicino. O averla già attraversata senza rendersene conto. Era pericoloso?
– Più pericoloso di cosa? le disse William Wilson sorridendo, mentre sorseggiava il caffè appoggiato alla porta.
– Non so, non so bene. Non ho detto che è più pericoloso. Ho detto che forse è pericoloso, rispose Dipòk incerta.
– Se ti chiedi se qualcosa è pericoloso, stai per forza pensando che qualcos’altro è meno pericoloso, disse William Wilson.
– Non so. Sai, non sono sicura che fare tutto, così, come viene sia il modo giusto.
– So a cosa stai pensando, – disse William guardandola, – stai pensando alla linea di confine.
– Sì, è vero, disse Dipòk, abbassando gli occhi e mandando giù una lunga sorsata di tè. Sentì il calore entrarle dentro e diffondersi nelle viscere, come se all’interno fosse vuota. Sono vuota, pensò, sono vuota anche dentro. Ma quel calore era davvero confortante. In fondo era confortante anche pensare di attraversare la linea di confine. Mettere un fine a tutte quelle regole. E chi le aveva stabilite poi, quelle regole. Forse si trattava solo di spostare la linea di confine.
Appoggiò sul tavolo la tazza vuota. Bene, pensò, pare che io stia andando all’appuntamento con Paul Auster.
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Sempre deliberatamente ispirato da La città di vetro, da Trilogia di New York, di Paul Auster, Einaudi.

 

HAIKU VENTOSO

22 novembre 2008
Stava salendo il vento. Arrivava da nord ovest. Maestrale, girava le spalle a Venezia.
Teso, e largo, e glorioso nelle strade. Avvoltolato e ritorto in mezzo alle case. Brusco, violento, si sbrogliava in brevi folate, secche e precise. Spariva, svelto, diretto, la coda di un gatto tra le foglie.
Pulito, nitido, netto, fatto di aria. Freddo, veloce, impaziente d’inverno, non portava profumi, non portava polveri e neanche neve. Una felicità breve che a metà del suo tempo è già malinconia. Una visita veloce. Solo movimento.

GIORNI

21 novembre 2008
Finalmente ho capito a cosa serve lavorare, pensò Dipòk, scostando la tenda e guardando fuori dalla finestra. Dall’altra parte della strada due uomini, uno al secondo piano e l’altro al terzo di una impalcatura, stavano dipingendo di giallo la casa di fronte. Erano di schiena: uno con un giubbotto marrone e un berretto scuro in testa, l’altro con una felpa blu e un cappellino da baseball. Sembravano così piccoli, e la casa così grande.
Un cartello diceva ponteggio in allestimento, ma erano giorni che quei due lavoravano. Almeno una settimana, e il ponteggio era sempre in allestimento. Sarà così che si finisce per cadere dalle impalcature? si chiese Dipòk, lavorando su ponteggi in allestimento? Ecco, se lavorassi probabilmente non sarei qui davanti alla finestra a chiedermelo. Loro non se lo chiedono perché lavorano. Di sicuro, anzi, per poter lavorare, non possono neanche chiederselo. E anche tutti quelli che passano di qui, andando o tornando dal lavoro, e guardano l’impalcatura non se lo chiedono, anzi, forse non vedono neanche l’impalcatura, e neanche la casa, né gli uomini che spennellano le pareti, e tantomeno il cartello.
E se chiamassi i vigili? pensò Dipòk, e se gli dicessi: guardate, in via P. ci sono degli uomini che lavorano su un ponteggio in allestimento. I vigili forse mi direbbero: embé? E io gli direi: ma se lavorano, il ponteggio non dovrebbe essere già allestito? E loro potrebbero rispondermi: appunto, staranno proprio allestendo il ponteggio. Al che io potrei dire: ma i ponteggi si allestiscono con i pennelli in mano e la vernice gialla nei secchi? Allora i vigili penserebbero che voglio prenderli in giro e mi direbbero: senta, ma lei non ha di meglio da fare? E io potrei rispondere: no, io non lavoro. Ma se rispondessi così, di sicuro, mi prenderebbero ancora meno sul serio. E in quattro e quattr’otto chiuderebbero la telefonata: senta, mi direbbero, c’è la coda qui, allo sportello, oppure: senta, abbiamo da fare qui, buongiorno. Oppure: favorisca nome e cognome.
Allora io metterei giù il telefono un po’spaventata, pensando: ecco, vedi, se lavorassi non ti faresti  tante domande. Per esempio non mi chiederei sempre se ho voglia di continuare a vivere in questa casa, in questa città, in questo paese. Tornerei semplicemente a casa dal lavoro, contenta solo di aprire la porta, di sentire caldo, di accendere la luce, di sdraiarmi sul divano e di farmi i fatti miei.
E i fatti miei, se lavorassi, sarebbero molto semplici: fare la spesa, pagare i conti, riempire le pause tra una giornata di lavoro e l’altra, mangiare, dormire, lavarmi, essere stanca e non vedere l’ora che arrivi il sabato, o la domenica per riposarmi. Tutto lì.
Anche non lavorando i fatti miei sono molto semplici: fare la spesa, pagare i conti, mangiare, dormire, lavarmi. L’unica differenza, a parte i soldi che non guadagno, e che indubbiamente sono uno dei primi motivi per cui di solito si lavora, è che le pause, che poi pause non sono più, perché non cadono tra una mezza giornata di lavoro e l’altra, sono molto, ma molto più lunghe. Come va definita una pausa che non è più una pausa? Forse gli si deve ridare il nome di tempo. Perfino di vita.
Dipòk lasciò andare la tenda e continuò a guardare i due uomini lavorare dall’altra parte della strada. Stava diventando scuro. Per primo si accese il lampione davanti casa e tutti gli altri lungo la strada. Il cielo da azzurro, diventò blu e poi nero. Gli operai scesero dall’impalcatura, entrarono nel bar di fronte, dopo un po’uscirono, salirono su un furgone e se ne andarono. Le macchine avevano acceso i fanali. Poi, poco alla volta, si accesero le luci nelle case vicine. Faceva un po’freddo vicino alla finestra, ma ad un certo punto, con dei lievi rumori, ticchettii di metallo e leggeri mormorii di acqua, si accesero i termosifoni. Dipòk sentì i vicini tornare a casa, poi voci, l’abbaiare di un cane, rumori di passi, piccoli tonfi, il suono di qualche televisore, rumore di acqua nelle condutture, poi, un po’alla volta, silenzio. Per la strada ormai passavano poche macchine.
 
 
 

TERRAZZO D’AUTUNNO

18 novembre 2008
I sottovasi sono pieni d’acqua, la terra inzuppata, scura, la grande ciotola di fiorellini rossi, gialli e rosa è sott’acqua, inclinata sul portavasi come una pianura allagata, e ci si vede dentro il cielo nuvoloso, i fiori guardano in alto, da sotto, sgomenti.
La cassetta dei gerani posata di sghimbescio sui grandi vasi dei pomodori, si è rovesciata, e i pochi fiori rossi rimasti si sono impastati di acqua e di terra nera. Un’altra cassetta è caduta sul tetto, dall’altra parte della spalletta del terrazzo, e lì giace, in ombra, tra le tegole arancioni e il muro. Piccole foglie secche, polvere terrosa, e larghe chiazze d’acqua scura sui lastroni di cemento del terrazzo.
La signora dei gerani qualche giorno fa urlava alla nuora con voce soffocata, spenta: a te ho dato l’armadio, a te, e anche le lenzuola! Te l’ho detto. Quando la, e qui cadeva la voce, poi la televisione, rumori, passi, la casa, e poi ancora, è venuta, quella volta, ma io a te, a te l’ho dato!
Lei, la nuora, camminava veloce avanti e indietro per il corridoio, parlava, persuasiva, la voce alta, netta, veloce, no, no, non ero io , io non ce l’ho, non ti ricordi, non ti ricordi, apriva la porta, la richiudeva, tornava indietro, la riapriva, la lasciava accostata. Poi l’ha aperta, di colpo, è uscita, l’ha sbattuta richiudendola, un singhiozzo, forse un’imprecazione, ma di dolore, e piangendo, è corsa giù per le scale.
Poi silenzio. Solo la televisione, ancora per un po’, bassa, sul telegiornale. Poi niente.
Il gatto, in alto, sulle scale, guardava, spaventato.

DI PESCI E DI LIBRI

17 novembre 2008
 
Dagli argomenti da voi gentilmente richiesti:
 
Pesci:                         moeca
non so molto di pesci. Ci sono però delle storie di pesci che mi piacciono.
Una è la triste storia della moéca. Moéca, è il nome dato a quel granchietto comune, o carcinus aestuari, che si vede caracollare in diagonale sulle spiagge sabbiose dell’alto Adriatico, o forse anche del basso, non lo so, durante il difficile momento della muta. Quel momento in cui il granchietto perde la corazza per diventare grande e diventa tenero tenero prima che gli cresca la nuova corazzetta.
La moéca quindi, è un granchietto praticamente adolescente che finalmente un giorno decide di diventare grande, si spoglia dei vecchi vestiti che gli stanno stretti e nel momento di massima fragilità viene catturato e gettato in padella.
Triste storia, adattabile a tutti coloro che un giorno, in un momento di fiducia verso l’umanità, hanno deciso di lasciar cadere ogni difesa, si sono presentati al mondo nudi e crudi, pensando di fare bene, e sono invece finiti fritti.
Inutile dire che è l’unico crostaceo con cui mi identifico.

Un’altra storia è quella della cappalonga. Ma più che una storia è un’immagine. Quella di persone che al tramonto o all’alba con i pantaloni arrotolati, camminano un po’chine lungo la riva del mare, in quel punto dove l’onda si assottiglia, e diventa solo una riga ondulata e lucente lungo la spiaggia, e in controluce, portando un secchiello, cercano le cappelonghe appena appena affioranti dalla sabbia.
 
Libri:libro
Utxi, la mia commentatrice spagnola, con un sacco di immeritati complimenti, mi chiede una cosa difficilissima da determinare: quali sono i libri che mi hanno colpito di più e quali consiglierei.
Non so bene Utxi, non è facile decidere, forse tu ti aspetti un elenco di autori italiani, ma solo guardando la mia libreria, ti direi che sicuramente la letteratura anglo-americana ha fatto molto per me.
Sarà per gli studi che ho fatto, lingue, e che dopo cinque anni di liceo classico tosto non ne potevo più di latini e italici, però devo dire che anche già da piccola Tom Sawyer mi era piaciuto un sacco. Sicuramente più di Cuore o del Giornalino di Gian Burrasca.
Allora, per farla breve tra i libri che mi hanno colpito ti metto come primo autore: James Joyce con i Dubliners. Sarà che ci ho fatto la tesi di laurea su Joyce e che tra i rari professori in gamba che ho avuto nella mia carriera scolastica, c’era questo studioso di Joyce che ha saputo farmi capire e apprezzare la genialità dello scrittore e l’estrema modernità dell’uomo, ma potendo, anche se assai difficile e complesso, io lo consiglierei tutto. Poi ci metto Shakespeare con sonetti e tragedie. Poi, saltando di palo in frasca, i classici più belli che ho letto negli anni: Dostoevskij con Delitto e castigo, Stendhal con La certosa di Parma e Il rosso e il nero, Pavese con La spiaggia, Il compagno e Prima che il gallo canti, Calvino, da ragazzina, con la trilogia di Il barone rampante, Il visconte dimezzato e Il cavaliere inesistente, e per finire con i grandi grandi, Flaubert con Madame Bovary. Poi: sicuramente Sulla strada di Kerouac, letto e riletto sui quindici anni e anche dopo, Lolita di Nabokov, i racconti di Raymond Carver, Ian McEwan in toto esclusi gli ultimi libri, Richard Ford con Infiniti peccati, Il giorno dell’indipendenza e Sportswriter, tutti i Maigret di Simenon, e per rimanere in tema di giallo Raymond Chandler, poi Heart of Darkness di Conrad, il mio amico Paul Auster con la Trilogia di New York, già stracitata in questo blog, e L’invenzione della solitudine e altri, e poi Hanif Kureishi con Il budda delle periferie, l’altro mio amico Philip Roth con un po’ tutto, e Jonathan Coe con Circolo chiuso, e Franzen con Le correzioni, Agota Kristof con la Trilogia della città di K., Alice Munro con tutte le sue raccolte di racconti, e Joyce Carol Oates con le altre sue raccolte di racconti, e per finire un po’di giapponesi: Haruki Murakami con Tokyo Blues, Kazuo Ishiguro con Quel che resta del giorno e Kawabata con Bellezza e tristezza. Di italiani, guardo e riguardo sugli scaffali ma non me ne viene in mente uno che rileggerei. Ah ecco: Pontiggia con Vite di uomini non illustri, Meneghello con Libera nos a malo, ma bisogna forse avere un po’ a che fare con il Veneto per apprezzarlo e infine uno scrittore che pochi conoscono, ma che a me piace un sacco: Vitaliano Trevisan con I quindicimila passi. Quali consiglierei di questi? Tutti.
Infine, non sono annoverabili tra i libri, ma ne ho letti e riletti e meditati a valanghe, nei pomeriggi d’estate, nelle sere d’autunno e d’inverno, quando da piccoli si usava ancora girare per casa annoiandosi, stare stravaccati sul divano, penzolando una gamba e distesi a letto guardando il soffitto: i fumetti di Asterix, e i fumetti che trovavo su Linus ai bei tempi. Dai Peanuts, a Corto Maltese a puntate, ai fumetti di Johnny Hart alle tavole di Sergio Toppi. Chi ci ridarà Goscinny, Charles Shultz, Hugo Pratt e Johnny Hart?
Straconsigliabili.

PERSONAL MARKETING

15 novembre 2008

Cosa volete che vi scriva?

 

 

13 novembre 2008
         e poi farei volentieri a meno per tutto il prossimo mese di vetrine luccicanti, porporina sugli addobbi, pubblicità di panettoni, luminarie per le strade.
E pure delle altre solite incongruenze natalizie, cene aziendali e con gli amici, cene di famiglia, regali, pacchetti, mail con i babbi natali, sms seriali, abeti finti e veri, presepi e messe di mezzanotte e cioccolate calde.
E gli auguri, oddio ti prego, soprattutto gli auguri. E poi cenoni e feste di capodanno, brindisi, vestiti eleganti. Abbiamo davvero bisogno di tutto questo? chiese Dipòk a Diopadreonnipotente.
Dipòk cara, che ti devo dire? lo sai come son fatti gli uomini, rispose Diopadreonnipotente  allargando le braccia.
E te, te puoi mica far niente? si rivolse allora Dipòk all’angelocustode.
Angelocustode abbassò gli occhi.
Occazzo! esclamò Dipòk.

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