Archive for marzo 2009

APPLAUSI

28 marzo 2009
“Bene, dico, ragazzi, finiamo qui. Beh, spero che il corso di recupero vi sia servito e ricordatevi che non voglio rivedervi questa estate.”
Ho appena finito di parlare che nella classe scatta l’applauso. Stavo per girarmi a cancellare la lavagna, mi rigiro, mi guardo intorno e vedo questa dozzina di faccette degli alunni della prima BS e della prima CS, tutti costretti dai loro pessimi voti in inglese a frequentare il corso di recupero per i debiti formativi per tutto il mese di marzo, che, convinti e festanti, con dei sorrisi così e gli occhi brillanti, mi battono le mani dai loro banchi. Per un attimo mi chiedo cosa diavolo..? poi li riguardo, capisco che applaudono me. Applaudono me? oddio, e per un altro attimo, come spesso mi succede, quando non so che emozione mi salterà fuori mi chiedo: oddio non mi commuoverò mica? devo mettermi a ridere o devo mettermi a piangere? (e poi come siete belli, ragazzini, con queste faccette perfette, queste macchinette sui denti, la pelle trasparente, le mani con le unghie azzurre e le scritte sul palmo, le orecchie che diventano rosse, gli sguardi diretti o persi nel nulla, i capelli tirati sulla fronte, le gambe che si muovono da sole sotto il banco, i sorrisi pieni e le fossette, timidezze estreme e confessioni improvvise).
Decido per un inchino sorridente, anzi, una serie di inchini che li fa ridere e smorzare l’applauso in un’onda di saluti, richieste, parole, frasi, che si tramutano in discorsi tra di loro, altre risate, altre parole, urla, scherzi, che si trasformano in spinte, abbracci, strattoni, rumori di sedie e banchi smossi, in tutta quella energia movimentata, giovinezza, vita, giovinezza, giovinezza, quella forza incontrollata fatta di scoppi di voci, di gesti veloci, di risate incontenibili che li rende amabili e poi insopportabili e poi divertenti e poi sfinenti. Cerco di sovrastare le loro voci: “bene, ora cercate di muovervi senza sembrare un branco di bufali texani e scendete piano le scale senza ammazzarvi, che senò mi mettono in galera per il resto dei miei giorni”. Va bene prof, arrivederci prof, bene prof, salve prof, arrivederci prof, arrivederci prof.
Che delitto crescere. Che spreco rimanere giovani.
 
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SPETTATEMI

26 marzo 2009

Fra un po’ torno neh.
Che c’ho mille cose per la testa.

TUTTE SCUSE

20 marzo 2009

Oggi, è l’equinozio. Oggi, insomma, è il primo giorno di primavera. Quest’anno cade il venti. Avvertite le rondini.
A tal proposito mi sembrava giusto pubblicare una foto di 007.

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IMPROVVISATA DUE

18 marzo 2009

Troppo stanca e troppo stufa. Sarà il nuovo mezzo secolo? sarà correre di quà e di là a portare il Verbo (the Verb) inglese ai beginners, fatto sta che son mezza morta.
Una cosa è stare seduti in the office tutto il dì e fare lo stesso lavoro per venti anni, sempre quello, due palle, ma sempre quello, con tutte le sue arrabbiature, ma sempre quello, con tutte le telefonate e le cose da fare e la gente con cui parlare e i problemi da risolvere, ma sempre quello, una stanchezza cronica mortale, ma sempre quello.
Un’altra è fare quattro lavori nuovi, in tre posti diversi, con un centinaio di persone nuove e diverse che si aspettano che tu gli impari di inglese ognuno a modo suo, perché c’è la signora che ha fatto francese alle medie e ora vuole viaggiare, il ragazzo colombiano che parla già tre lingue e vuole la quarta, la cassiera del supermercato che ogni tanto arrivano i clienti stranieri e vuole sapere, il signore del ristorante tipico che pure lui c’ha la clientela straniera e non sa dire neanche gudbai, e poi la biologa della famosa ditta che ha tutti i colleghi che parlano inglese e lei no, e al giovedì invece ci sono le signore anziane che nessuno gli ha mai insegnato bene dall’inizioinizio e vogliono baciarmi perché finalmente hanno capito, e il tipo che non dice mai una parola e che per tutta la lezione mi fissa di sbieco e temo che mi squarterà nel parcheggio, e quella che invece dice che per lei venire qui è un impegno economico e se la gente comincia ad arrivare in ritardo cominciamo male, e il tecnico di computer che qualcosa sa e da’ sempre tutte le risposte prima degli altri e bisogna anche fargli capire che deve stare zitto accidenti a lui. E al pomeriggio c’è la Silvia che venerdì ha verifica di letteratura e però mercoledì non ce la fa a venire e vuole spostare l’ora e Federico che invece, tesorino, ha preso sette e mezzo nell’interrogazione finalmente dopo una serie di quattro, e Francesco che arriva dopo l’allenamento e si addormenta e biascica e guarda con occhio moscio il libro. E poi le classi del pomeriggio. Le prime educate e volenterose, a parte Giovanni, che o è innamorato o ha preso una botta in testa. Poi le seconde che fanno tutti i compiti e imparano e sono la gioia della prof, le terze che invece le butterei dalla finestra perché dimenticano i libri, i quaderni, parlano, urlano, si alzano e mi fanno ripetere dieci volte ogni cosa. Le quarte che non parliamone, incomprensibile come diavolo siano arrivati in quarta senza sapere dire what does he do? e che tu ti danni a spiegargli come fare e cosa fare e la risposta è: posso andare al bagno?
Non so se continuo. Stasera non c’ho voglia. E se cambiassi ancora lavoro? Voi cosa mi  vedete a fare?

IMPROVVISATA

17 marzo 2009

Bene. Dichiaro qui conclusi i festeggiamenti e le celebrazioni del cinquantennio, che senò non se ne può più.
Ora possiamo riprendere a parlare di morte, amori infelici, disfatte politiche, crisi economica, degrado sociale, razzismo, corruzione e tracollo del sistema scolastico italiano.
Comunque ieri ho visto un bellissimo film: Gran Torino. Ora ho appena finito di rivedere Brocbec Mauntain, che pure quello mi era, e mi è piaciuto assai. Ieri con Gran Torino mi sono perfino scese tre lacrime. Con Brocbec Mauntain no, che già sapevo come va a finire, anche se non me lo ricordavo, e poi, comunque, ero qui, sul divano e potevo accusare meglio il colpo. Invece con Gran Torino, Clint mi ha tirato un colpo basso.
Se c’avessi tempo, ora, vi ci scriverei pure un pezzo, ma non c’ho tempo, bisogna che vada pure a dormire che sto lavorando, mica posso sempre tirar tardi, che voi ci avevate preso gusto che io stavo qui di notte a scrivere e a prepararvi i pezzi caldi per il mattino.
Mi sarebbe piaciuto però stare qui a scrivere di amori infelici e di cose tristi, perché se non se ne approfitta quando è il momento, uno poi magari finisce che improvvisamente gli capita qualcosa di felice e allora ti saluto che sta qui a scrivere.

IL TEMPO DELLE BUSTINE DEL TE’

14 marzo 2009
Google dice che oggi è l’anniversario della nascita di Giovanni Schiaparelli, astronomo italiano. Io sapevo che oggi era nato pure Einstein, e mi ci fregiavo, essendo io da sempre, una gran schiappa (perdoni Dott. Astr. Schiaparelli), in matematica.
Insomma, ragazzi miei, ci siamo. E’ il 14 marzo 2009, e nonostante mia madre questa sera continuasse a chiedermi se ero proprio sicura di non farne 48, o 49, (al telefono non riusciva a fare bene i calcoli mentre guardava qualcosa tipo quegli orribili programmi di quiz in prima serata), in realtà, oggi, sono proprio cinquanta.
E non me lo so spiegare.
Non mi so spiegare come diavolo io sia arrivata fin qui. Probabilmente un giorno dopo l’altro, un passo dietro l’altro, come quando si inizia una lunga passeggiata, ho attraversato quello che rimaneva dell’ultimo anno degli anni cinquanta, gli anni sessanta, i settanta, gli ottanta, i novanta e sto per concludere pure gli anni dieci.
Capace magari che io sia di quelle vecchiettine che arrivano a centodue anni. Tutte ossa e occhi sbiaditi e acquosi. Ecco, una alla Levi Montalcini mi piacerebbe essere. Un mucchietto di ossicini centenari in ottima salute. Soavemente distaccata dalle cose del mondo e allo stesso tempo, ferocemente presente.
Capace magari che invece fra un mese mi prendono sotto mentre attraverso la statale qua sotto. Comincereste a non vedere più post aggiornati e vi chiedereste dove diavolo sono finita.
Che sia partita un’altra volta? Delle volte me lo chiedono quelli che non mi vedono per un po’: sei stata via ancora? No, nessuno vi risponderebbe, è sparita in un incidente stradale.
Gli amici ogni tanto (si fa anche con i peggiori), si ricorderebbero di me: ah la Elena, direbbero, scuotendo la testa, con un sorriso amareggiato, ma vi ricordate quella volta che.
Un po’come si fa già noi, con gli amici scomparsi.
Quando una diciannovina di anni fa, venni ad abitare qui e feci la spesa per la prima volta, mettendo a posto pacchetti, bottiglie e sacchetti, mi fermai a pensare quanto tempo mi sarebbe durata un’intera scatola di tè. Passata una ventina di giorni, (un filtro al giorno nel tè del mattino), mi dissi: caspita! abiti qui già da venti giorni! Pareva ieri che stavi ancora pitturando le porte.
Da allora, certe mattine, prendendo in mano la scatola del tè, mi capita di pensare a volte, a quante centinaia di bustine sono già passate per il mio armadietto in cucina. Poche, penso sempre, il cervello non ancora perfettamente a regime, che si arrotola in pensieri indolenti e poco ragionevoli. Poco un cavolo, mi dico poi, immagina di vederle tutte ammucchiate lì, nell’angolo.
Altro che poche.
Un giorno dopo l’altro la vita se ne va, e pure le bustine del tè.

(Questa però mi rassomiglia di più della canzone di Tenco, anche se in fondo dicono la stessa cosa :-))) 

PROSA

12 marzo 2009
Ma perché tutta sta paura di morire? Non siete stufi, almeno un po’? Non siete annoiati? Non c’avete un po’ di schifo? Tutti sti morti ammazzati, e bambini poveri in giro per il mondo, e incendi e terremoti e politici corrotti e cattivi di tutte le risme?  E poi dopo un po’di anni, insomma, tutte ste stagioni che ritornano. Belle, sì, ma in fondo, se le guardate bene sempre quella è la storia: gemme, foglioline, fogliette, foglie, frutto, foglia secca, e si ricomincia. Mica cambia mai niente. Dopo un po’che l’avete vista, diciamo un cinquanta, sessanta, settanta volte, non siete ancora stufi? Che c’avete da fa’ancora? Guardare i figli viversi la loro vita? Stressarli con i vostri malanni? Vivervi la pensione? Godervi quei quattro soldi messi via? Magari facendo quel viaggio che sono cento anni che dite che volete fare e che finirete a fare con il male all’anca un po’artritica e la protrusione discale. O pensate ancora di diventare famosi, di scoprire il motore ad aria, la cura per i capelli rossi o di scrivere il romanzo della vostra vita? E finora, che siete stati qua a fare? In fondo, lo sapevate bene che ogni giorno poteva essere l’ultimo, che ogni giorno ne spariscono a nastro di conosciuti e sconosciuti, di vicini e di lontani, e che nel 2120, e la prendo larga, ma più verosimilmente parlando, già nel 2040, pochi di noi saranno ancora qui. E in fondo mancano solo una trentina d’anni. Forse anche meno. Magari solo un paio d’anni. O un mese o due. E allora perché tutta questa paura, tutto questo agitarsi, tutto questo arrampicarsi sugli specchi e mettere la testa sotto acqua agli altri per stare a galla. Alla fine saremo lì tutti, nudi e crudi. E senza neanche le tasche, per metterci le mani in tasca e darci un contegno.

IL CAPOSCALA

10 marzo 2009
Mi spiace, ma Franceschini ha l’aria del bravo padre di famiglia, impegnato in parrocchia, che d’inverno, la domenica mattina, va a camminare con le ciaspe in montagna con i figli, e in primavera porta tutti a fare il giro in bicicletta, tutti con il caschetto e la bandierina attaccata dietro, sul portapacchi, che nelle riunioni condominiali, dopo avere educatamente chiesto la parola per una decina di volte, si alza, giustamente incazzato, con la sua voce velata, il tono di chi si deve far forza per combattere un’innata riservatezza e un innato rispetto per il prossimo, per dire che bisogna assolutamente ridipingere la facciata perché cade a pezzi, e la vedova Pastini s’è beccata un pezzo di intonaco in testa uscendo in cortile, e io ho già chiesto ventitre preventivi per vedere il prezzo migliore e fare le cose in regola, e che è ora di prendere una decisione, insomma, e tutti si girano a guardarlo sorpresi perché ha alzato leggermente la voce, ma poi, da seduto, il geometra Schiappacazzi lo interrompe con la sua voce tonante, alza un braccio violentemente verso l’alto esclamando: macché facciata, macché intonaco! la Pastini è quella che ammorba tutto il condominio con le sue zuppe di cipolla, e noi dovremmo spendere duemilacentodieci euro a persona per ridipingerle la facciata!? Ma siamo pazzi? Pensiamo piuttosto a sistemare lo scivolo per l’accesso ai garage che ho già strisciato il fondo del Mercedes e anche lei signorina Cancioni ho visto che ha difficoltà con la sua Yaris a salire la rampa, vero? e non vorrà mica rovinarla, una macchina nuova, una signorina bella come lei no? e io ho mio cognato che c’ha la ditta di manufatti, mi butta giù una colata di cemento e ci mettiamo d’accordo sul prezzo! E tutti si girano verso Schiappacazzi e gli danno ragione, e parlano tra di loro di quella volta che anche loro hanno preso una botta sotto la macchina nuova, e son danni eh, e son soldi, e votano compatti la proposta di Schiappacazzi, mentre Franceschini rimane a discutere con l’amministratore che gli dice: sì, va bene, va bene Franceschini lo metto nel verbale, lo metto nel verbale ho capito, sì! ho detto che lo metto nel verbale!
Ma la famiglia di Franceschini crede in lui.
(solo la sua famiglia)

ESECUZIONI

8 marzo 2009
 
Questa notte, anzi, questa mattina ormai,  ho letto questa cosa da Alog: http://www.alog.splinder.com/ e mi è venuta in mente questa storia.
Spero vi piaccia. E grazie a Alog.
 
Mia madre lo faceva sempre. Di non lasciare disordine in giro quando si usciva, anche solo per accompagnarmi a scuola. Se si accorgeva di aver lasciato un canovaccio buttato sulla spalliera di una sedia, o chessò, uno sportello della cucina aperto, anche se eravamo già sulla porta, pronti a uscire, tornava indietro e metteva a posto. “Dai mammaaaa!- le urlavo dal primo gradino delle scale – faccio tardiiiii!!”  E lei uscendo, tranquilla, diceva: ”Tito, ricordati sempre: mai lasciare la casa in disordine prima di uscire. Non si sa mai cosa può succedere.” “E cosa potrà mai succedere! – le rispondevo io, – tra un quarto d’ora sei già a casa!” “Mai dare niente per scontato.” Diceva lei infilandosi i guanti, scendendo le scale.
A questo ho pensato subito stanotte, tornando a casa dai miei soliti giri, quando mi sono accorto del cartello sulla porta. Veramente ci ho messo un po’ad accorgermi del cartello. Prima ho trafficato per una decina buona di minuti con la serratura, finché la signora Cogliani non ha socchiuso la porta e mi ha quasi urlato:”Allora Fini, lo vede o no l’avviso!? E’ venuto l’Ufficiale Giudiziario oggi! Finalmente se ne andrà fuori dai piedi!” Io mi sono girato a guardarla, ma lei aveva già sbattuto la porta. Ci ho messo un po’a capire, devo ammettere, non ero al mio meglio. Poi mi sono rigirato, ho alzato gli occhi e ho letto l’avviso. La prima cosa che ho pensato era che per fortuna i piatti sporchi li avevo messi nella credenza prima di uscire. Sicuramente mia madre avrebbe rognato che i piatti sporchi si lavano, non si mettono negli armadi. Però almeno non avevo lasciato in giro disordine. Poi mi sono seduto sui gradini per fare il punto della situazione. Faceva un gran freddo, lì, sulle scale, mi sono stretto nel cappotto e mi sono appoggiato al muro. Devo dire che avevo le idee un po’confuse. Ho pensato solo che ero stanco, che avevo solo voglia di stendermi a letto e che invece il mio letto era ormai irraggiungibile. Come se fosse stato trasportato in Australia, in Amazzonia, in Siberia. Chessò, a Irkutsk o a Novosibirsk, in qualche casa, come le chiamano, loro, là, le case? Dacie. In qualche dacia dal tetto ricoperto di neve. Ecco il mio letto ormai era laggiù. Magari vicino c’era pure una bella stufa calda, di quelle grandi, e dentro il mio letto c’era una ragazza con la pelle bianca bianca, la faccia rosea, i capelli biondi e un vestito colorato, rosso, giallo, verde, come quelli delle matriosche, e dormiva beata sorridendo, nella sua dacia calda, nel mio letto comodo. Sicuramente lei aveva cambiato le lenzuola prima di entrarci e mettercisi a dormire. E tutto intorno c’era questa luce dorata del fuoco che ardeva, piano, nella stufa. Ero lì seduto a pensare a questa ragazza nel mio letto, come si chiamava poi? come si chiamano le ragazze russe? Tatiana, Galina, o quel nome, com’era quel nome? quello della donna del Dottor Zivago? Non mi veniva in mente il nome. E pensavo a quella casa nel film, quando loro arrivano ed entrano in questa grande casa e trovano tutto ricoperto di brina gelata, ed è bellissimo, tutta la casa sembra un castello incantato. Perfetta, nel gelo candido, immacolato, dei cristalli di ghiaccio. Ma forse la scena era dopo, quando il Dottor Zivago ritorna da solo e non trova più Lara. Ecco! Lara si chiamava. La mia ragazza russa nel letto si chiama Lara. Lara, Larissa, la mia Larissa. Larissa, ha un buon odore, é calda, tranquilla, rosea e sorridente nel sonno. Fuori continua a nevicare e in fondo, all’orizzonte, si vede, lontano, una lunga fila di soldati. Camminano da giorni ormai, stanchi, nella neve, ma presto arriveranno a casa. I soldati.
Mi alzai a sedere di scatto: i miei soldatini! I miei soldatini! La pistola mi scivolò dalla tasca del cappotto e fece un gran rumore cadendo sui gradini. La raccolsi e la rimisi in tasca alzandomi. I miei soldatini! I miei soldatini! I miei soldatini! E adesso? Dove’erano? Dov’erano finiti? Chi se li era presi? Non potevano! Non potevano! Maledetti, maledetti! Mi girai e corsi a battere i pugni contro la porta. Cretino cretino, mi dicevo. Maledetti, dicevo. Cretino, sei un cretino. O forse lo pensavo solo. Forse era tutto un sogno, pensavo. Forse non stava succedendo davvero. Sì, era di sicuro un sogno. Forse la mia vita non era lì, era con la mia Larissa, laggiù, in Russia. Lei mi avrebbe aiutato, mi sarebbe stata vicina. La neve si sarebbe sciolta, prima o poi, e noi saremmo usciti nei campi. Intorno, i campi erano il nostro giardino. Grandi, immensi campi di grano d’oro. Lei correva nei campi, ridendo, e io scorgevo a tratti il suo vestito. A volte un lembo verde, a volte rosso, a volte giallo. E poi i suoi capelli. Biondi. Il suo sorriso. Tra le labbra. Rosse. Gli occhi ancora non riuscivo a vederli. Era lontana. Ma forse, se fossi riuscito a correre un po’più forte. Solo un po’più forte. Se fossi riuscito ad avvicinarmi l’avrei fermata. L’avrei toccata, appena sfiorata, sulla schiena, allora ci saremmo fermati, e lei si sarebbe girata. Lentamente, piano, piano, si sarebbe girata, mi avrebbe guardato, scostandosi i capelli dalla fronte, con un sorriso dolcissimo, mi avrebbe guardato e avrebbe teso le braccia verso di me:”Vieni. Vieni. vieni amore, vieni!”
Gli altri proiettili li avevo lasciati nella scatola. Ma in canna me n’era restato uno. Uno bastava. Era quello giusto. Quello che mi avrebbe portato da Larissa.

FUTURE TENSE

5 marzo 2009
 
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Stasera avevo sonno già dalle dieci. Ma come sempre, cocciuta, con gli occhi che bruciano e una bolla di vuoto che gira per la testa, non cedo a buttare via la sera per scambiarla con ore di sonno.
E che ho fatto mai di strano oggi, per avere sonno già dalle dieci. Ho parlato per quattro ore. Per una dipocheparole quattro ore di discorsi son tanti. Da lasciarci una corda vocale. Me la immagino che faccia tennng e mi parta via dalla laringe, come la corda di una chitarra. Da bambina mi dicevano di non stare seduta troppo vicina a mio fratello ragazzino che suonava la chitarra classica. Se parte una corda ti va negli occhi. E così, ammirata, lo guardavo suonare standogli seduta davanti.
È che oggi sono cominciati i corsi a scuola e ho parlato per quattro ore di simple present e di present continuous, dell’ausiliare do e della negazione not.
Ho ritrovato Martina e Chiara e Francesca e Cinzia e Angela che ripetono la seconda. Un po’più grandi, un po’più serie dell’anno scorso. Ma forse erano solo stanche. In fondo erano a scuola dalle otto del mattino, ed erano le sei del pomeriggio. Ho conosciuto Federica, arrabbiata perché tutti le dicono che deve studiare l’inglese e lei, che ogni anno alle medie ha avuto tre insegnanti diversi ad alternarsi in cattedra, ancora deve capire come diavolo fare. Cosa devo fare? Mi metto lì e leggo la grammatica? E dopo che l’ho letta che ci faccio? È così che si impara l’inglese? E le veniva il singhiozzo a dirlo. Ma poi mi passa perché prendo le medicine, dice.
E Alice che ha tre in scritto e quattro in orale, eppure all’ultima interrogazione avevo studiato per tre settimane e avevo scritto tutti i vocaboli in una rubrica e mia sorella mi aveva fatto imparare tutti i verbi irregolari. Poi vado lì e la prof mi da’cinque. Ma allora una si scoraggia, dice. E poi mi chiedono Ma lei prof, poi ci fa uno schemino su cosa scrivere quando nella verifica la prof ci fa le domande su come descrivere un quadro? Ma ragazzi miei, ma se non sapete dire Oggi sta piovendo, o Stasera andrò al cinema, che schemino vi faccio?
Alberto intanto, con un testone di ricci biondi intorno alla faccia da bambino si slogava la mandibola di sbadigli trattenuti a stento. Intanto disegnava triangoli colorati, che in fondo questo è un liceo artistico, e tutti hanno sempre la penna o la matita in mano a disegnare, però stava attento e sapeva anche le risposte. Manuel, nascosto tra i capelli, trafficava con un mini skateboard. Quello vero l’aveva parcheggiato sotto il banco. Piero invece, che da un po’armeggiava con un foglio di carta, alla fine ne ha tirato fuori un cigno, bianco, elegante, quadrettato. Che bello! ho detto. Se vuole glielo regalo, mi ha detto lui, porgendomelo.


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