Archive for giugno 2008

CHIAVI DI RICERCA

25 giugno 2008
Lo so, questo è un post che tutti scrivono prima o poi.
Succede quando uno installa nel suo blog un rilevatore di statistiche.
Qualcosa tipo quel ShinyStat che ho installato una decina di giorni fa e che, ogni giorno, mi dice quante persone sono passate per di qua, a che ora, quante pagine hanno letto, da dove sono collegate, con che sistema operativo, se digitano dalla camera da letto, dall’ufficio o dal soggiorno, se sono in ciabatte o in canottiera, in tacchi a spillo o in giacca e cravatta, cosa hanno mangiato a mezzogiorno e se avevano litigato con la moglie la sera prima.
I primi giorni ero completamente dipendente dal contatorino.
Un po’ come quando avevo messo il contachilometri sulla bicicletta e i primi giorni non facevo che far calcoli: quanti chilometri da casa all’ufficio, che media oraria, se conveniva di più il cavalcavia con la salita da centometrista con lingua fuori, o il giro lungo da mezzofondo per il sottopasso. E se ogni giorno invece cambiassi percorso, tanto per variare? Cosa mi conviene? Il giro per le Poste o la pistina ciclabile lungo il fiume? Tutto fino a quando finalmente si è scaricata la pila, i numeri sono svaniti, e io ho lasciato perdere le mie indagini.
Nel caso del nuovo contatore qui, invece, probabilmente le mie continue visite hanno sballato ogni statistica. Ogni dieci minuti ero lì a verificare quanta gente era passata e a che ora, e a tentare di fare collegamenti tra la posizione geografica, il sistema operativo e, magari, i commenti. Ovviamente non sono riuscita a collegare niente.
Poi ho cominciato a prendere gusto nel guardare le statistiche sull’orario preferito in cui la gente si collega (le due del pomeriggio) e il giorno (il lunedì), e nell’immaginare qualcuno che, dopo la pausa pranzo, prima di riprendere il lavoro, si fa un giro per i blog o chi invece, in mutande, si collega alle tre del mattino.
Poi sono passata a ragionare sulla provenienza, intesa come i siti da cui parte il link, e a chiedermi se non fosse il caso di mantenere migliori relazioni pubbliche, di lincare altri blog e scrivere commenti qua e là tanto per farmi pubblicità.
Ci ho pensato su un po’, poi ho capito che dopo due giorni mi sarei stancata di tutto questo attivismo e che avrei cominciato a trascurare questo e quello e a sentirmi in dovere di andare in visita, solo perché magari non mi ero fatta viva per un po’, e a scrivere commenti scemi, tanto per far vedere che c’ero.
Come quando mi costringo a fare certe telefonate, tanto per mantenere certi contatti, camminando avanti e indietro, con la faccia con il sorriso tirato, l’imbarazzo di star rompendo le scatole, e la voglia di chiudere la telefonata velocemente. Per carità! Non aggiungiamo ulteriori complicazioni.
 
Infine, sono passata allo stadio successivo, all’evoluzione della curiosità, e la mia attrattiva maggiore sono diventate le chiavi di ricerca: cosa cerca la gente su google per poi arrivare qui?
E lì, mi si è aperto un mondo.
Intanto ho calato le arie quando ho capito che tantissimi arrivano qui per caso, non per leggere i miei pizzini, e che mi credevo?, ma solo perché cercano notizie su Los Angeles, o Chicago, o Marsa Alam o su altri posti in giro per il mondo citati nei vari post. E allora ecco un fioccare di: il centro di Los Angeles, o Chicago e il lago, nomi autostrade los angeles, teatro degli oscar o Il centro di Los Angela (forse cercavi: Los Angeles, avrà detto Google). E poi un’infinità di elaborazione del lutto, che, mi spiace per il vostro, di lutto, ma qui rimanda solo ad un pizzino del dopo elezioni. E poi un sacco di gente che non sa come passare la giornata e chiede: cose da fare, cosa c’è da fare venerdì 13, cose da fare, che c’è oggi da fare, cosa fare a Torino, cosa fare a Chicago e 21 giugno cosa c’è da fare. Ragazzi, insomma, arrangiatevi. Poi ci sono cose misteriose tipo: palpebre cinquecento, qualcuno chiama dal mio cellulare, e pure un signore che cerca un: cazzo nero per mia moglie.
Ma la scoperta più interessante, è stata che la gente usa google un po’come una volta si usava quel librazzo conosciuto come I Ching. Mai avuta l’amica un po’newage che fa i tarocchi, legge gli oroscopi, sa gli ascendenti e ha il librone degli I Ching? Tutti ce l’hanno. E tutti, nel momento in cui non sapevamo più dove sbattere la testa, abbiamo avuto tra le mani il libro, pensato la domanda, chiuso gli occhi, aperto il librone, letto un po’ansiosamente il responso e avviato una serie di interpretazioni.
Bene, la moderna divinazione oggi passa per Google. Altro che I Ching, i tarocchi, Cassandra o la Pizia nell’antro oscuro di Delfi. In pausa pranzo, l’impiegata pensierosa torna alla scrivania, si siede svogliata, sorseggia il caffè della macchinetta, guarda fuori dalla finestra, sospira, finisce il caffè, apre la pagina di Google, sconsolata appoggia il mento su una mano e con l’altra, con il solo dito indice, digita sillabando silenziosamente: lo amo? (interrogativa). Oppure: io lo amo. (sicura di sé). O anche: io lo amo mentre lui mi usa. (triste ma consapevole). Io lo amo lui no. (tristissima). Lo amo.(verità) Lo amo e non lo sa. (soffro). Lo amo ma non lo sa. (avversativa timida). Non amo suo figlio.(c’è dietro un romanzo).
E il triste destino le rimanda tutte al link del mio pezzo di qualche giorno fa “Io lo amo”, dove tra l’altro la lei fa una brutta fine.
 
Mi rimane una curiosità impellente e irrimandabile che mi costringerà a scrivere fra qualche giorno un pezzo dal titolo “Io la amo”.
Poi vi saprò dire.
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NUOVA ZELANDA

22 giugno 2008
Una lettura domenicale, per chi oggi non è al mare, passa di qui e ha voglia di viaggiare leggendo.
Solo impressioni e pensieri scritti e inviati agli amici del momento in cui, dopo aver lasciato la Nuova Zelanda e dopo varie vicissitudini all’arrivo in Australia, tra cui la ricerca di un medico per curare una bronchite giapponese e la definitiva crepatura dei miei preziosissimi occhiali da vista e da sole per opera di un ottico imbranato di Sydney, cercavo di tirare le fila del paese appena visitato e di cominciare a capire, guardandomi in giro, il paese/continente dove ero appena arrivata.
 
 
Cari amici,

sono ancora qui. in Australia.
dopo un lungo intervallo in cui ho cercato di capire dove andare in Australia, ho letto 3/4 guide diverse, girando per le librerie dove hanno dei reparti di libri di viaggio grandi come un’intera libreria delle nostre, ho vissuto negli internet point per cercare voli e alberghi, ho cambiato 128372732832672 alberghi, sono andata dal dottore per l’ennesima volta, sono andata a farmi la tessera sanitaria (e a cercare di capire dove farla a Sydney) per non pagare il dottore, ho comprato le medicine e sono tornata dall’ufficio della Medicare per farmele rimborsare (ma non le rimborsano), sono tornata a farmi rimborsare il dottore (e lo rimborsano subito cash! altroché alla Asl), ho trovato il modo di farmi distruggere gli occhiali da sole e vista da un cretino di ottico cinese che mi ha crepato le lenti e cosi’ ora devo andare in giro con gli occhiali vecchi e non vedo un tubo, ho telefonato 3838232640 volte al numero verde della ditta del cretino cinese per urlargli che hanno un deficiente di impiegato che non sa il suo mestiere e che cazzo! voglio un rimborso perché gli occhiali erano nuovi e pagati un occhio (anzi due), insomma, dopo un lungo periodo in cui ho avuto da fare, rieccomi qui.
però, siccome in tutto questo turbinio di andirivieni di rotture di scatole devo ancora davvero capire l’Australia, vi tocca un altro po’ di Nuova Zelanda.

a prima vista devo dire che in Nuova Zelanda mi sentivo più a mio agio. Non so perché ma è così, però finora ho visto solo il lato cittadino dell’Australia, da Brisbane a Sydney, passando per la Sunshine coast. Mi manca l’outback, l’interno dell’Australia. Alla fine, dopo vari ripensamenti, ho deciso di andarci. Per capire. E così, domani mattina parto per Alice Springs, tre ore e mezzo di volo e un altro fuso orario, mica bruscolini.

Ci risentiamo da Ayers Rock, anzi Uluru, come la chiamano gli aborigeni, il cuore rosso dell’Australia.

Ciao!

All’aeroporto di Christchurch, circondata di coreani, aspetto il volo che mi porterà ad Auckland. Dall’aspetto non è facile per uno sguardo europeo accorgersi della differenza tra un coreano ed un giapponese: i tratti somatici sembrano gli stessi,  anche se i giapponesi sono vestiti meglio, con una certa loro eleganza. Ma un aspetto importante fa la differenza: un coreano sta ad un giapponese come un napoletano ad uno svedese.
In poche parole, mentre i giapponesi sono sempre silenziosi, educati, gentilissimi ed imperturbabili, (tranne quando bevono), i coreani fanno un casino della madonna, urlano, ridono e schiamazzano come ragazzini all’ultimo giorno di scuola.

Ultima notte in Nuova Zelanda. Domani mattina un volo Qantas mi porterà a Brisbane, in Australia. Un po’ mi dispiace lasciare questo paese verde e gentile, giovane e pieno di energie, naturali ed umane, ondulato di colline vulcaniche ancora mobili, di geyser esplosivi, di fanghi ribollenti, di lave, di terremoti che non uccidono perché non ci sono case, dove la natura deve ancora trovare il suo assetto definitivo e tutto sembra ancora da fare.
E le città costruite l’altro ieri, dove le case sono di compensato e possono viaggiare da un posto all’altro, dove sono considerati monumenti degni di considerazione turistica le case abitate e gli alberi piantati dai settlers, i coraggiosi che per primi sbarcarono qui nella prima metà dell’800, approdando in baie magnifiche, luminose dell’aria sottile del clima oceanico, bordate di colline verdissime, nel paese chiamato Arotearoa “ la terra dalle lunghe nuvole bianche”, come l’avevano battezzata i maori quando arrivarono qui.
Un paese fatto di emigranti, dove tutti sono figli e nipoti di qualcuno che è nato da un’altra parte. Il paese “del latte e del miele” come lo descrivevano nelle lettere ingenue ai familiari i primi workers, i lavoratori scappati dalla miseria delle nebbiose città europee, dalla fame di Londra o delle campagne scozzesi e irlandesi, che si trovavano davanti un paese di un verde luccicante, intatto, ricoperto di foreste dove potevano sognare una nuova vita, dove esportavano la propria cultura, le proprie tradizioni, rimanendo tenacemente legati alla madre patria, ma sentendosi comunque dei pionieri.
E quindi l’Inghilterra, o meglio, il Regno Unito, da cui proveniva la maggioranza degli emigrati, qui è dovunque: nell’architettura e nella toponomastica delle città dove c’è sempre una Queen’s Road o una Victoria Street, nell’organizzazione sociale, nelle code alla fermata degli autobus, nella tradizione del fish & chips, del te, e dei pub, nella maledetta tradizione idraulica dei due rubinetti, uno di acqua rovente e uno di acqua gelida in lavandini ridicolmente piccoli e assurdamente scomodi, dove se cerchi di lavarti i denti finisci per sputarti sui piedi, e nelle tradizioni sportive del rugby, del cricket e della vela, per cui in spiaggia i bambini invece di giocare a calcio giocano a cricket come delle vecchie signore.

L’England, la vecchia Inghilterra, è ovunque, ma con qualcosa di diverso che una vita così difficile e così lontana dal resto del mondo ha saputo dare ai neozelandesi.
“Friendly”, ovvero amichevole, cordiale, è uno degli aggettivi più usati qui in Nuova Zelanda. Friendly sarà l’accoglienza al tale albergo, e friendly sarà il servizio offerto dal talaltro negozio. Friendly ricorre nei depliant dei servizi turistici, nelle descrizioni delle escursioni, nelle pubblicità dei take away, delle lavanderie, dei ristoranti.
E friendly, diversamente dagli inglesi, i neozelandesi lo sono davvero. La gente spesso ti sorride incrociandoti per la strada, o ti saluta come da noi ormai si usa solo incontrandosi lungo i sentieri di montagna o per le vie di paeselli dove tutti si conoscono.
La cassiera al supermercato ti chiede come va e fa due chiacchiere con te, l’impiegata dell’ufficio informazioni ti saluta come se foste state a scuola insieme e gli autisti degli autobus sono pazienti e disponibili come se fossero pagati per questo.
E’ un po’ un vezzo dei paesi di cultura anglosassone quello di elargire mille sorrisi e complimenti agli estranei, ma quello che talvolta in Inghilterra o negli Stati Uniti mi è sembrata una forzatura un po’ ipocrita e poco sincera, qui sembra proprio un modo di essere.
Del tutto diversa dalla cortesia rigida, formale e un po’ imbalsamata dei giapponesi, la cordialità neozelandese mi sembra solo un altro aspetto di quel take it easy che appare come il tratto fondamentale di questa gente.
E se devi prendere la vita come viene, anche essere gentile con il prossimo, probabilmente facilita le cose e rende tutto più semplice.
E così, friendly and easy mi sembrano le caratteristiche più evidenti di questo popolo, fatto di gente semplice, che pare sempre abbigliata di vestiti stazzonati, tirati fuori casualmente da una valigia, dove non sembrano esistere le marche, le mode, gli status symbol, i telefonini di ultima generazione, le automobili fighe, le pubblicità piene di allusioni erotiche, insomma tutti quegli eccessi a cui invece siamo abituati dalle nostre parti, complici un consumismo estremo, ma anche un nostro certo gusto per le belle cose, il buon mangiare, il bel vestire e anche apparire, che qui sicuramente non esistono.
Gente semplice, cordiale, diretta, che saluta tutti con un “hi folks!” salendo sull’autobus. Figli, nipoti e pronipoti della vecchia, decadente e complessa Europa o della nuova, emergente, spregiudicata e vitalissima Asia, o della miriade di isole del Pacifico che conosciamo solo per sentito dire: tutti arrivati qui in cerca di qualcosa e diventati Neozelandesi.
Gente che vive in barca, cammina a piedi nudi per le strade, mangia in macchina dalle scatole di cartone dei take away, non si fa problemi a fare tre, quattro, cinque bambini, tutti biondi e tutti scalzi, vestiti di niente quando ci vorrebbe la giacca a vento e la sciarpa, gente che cammina nella pioggia senza ombrello, se ne frega del vento che ti stacca la testa o del sole che ti brucia la pelle.
Gente dura, ma piena di promesse, senza complicazioni e senza fronzoli, che emblematicamente e diversamente da altri paesi che nelle loro bandiere e nei loro stemmi si fregiano di aquile bipenni, leoni rampanti, orsi minacciosi e tori possenti, ha scelto come simbolo del proprio paese il kiwi, un animalino nativo della Nuova Zelanda.
Il kiwi, un uccellino che non sa volare, imbelle ed indifeso, timido e notturno, con piume marroncine, cosi sottili e seriche da sembrare una pelliccetta scolorita, un lungo becco e due ali inutili, un po’ goffo, tenero e simpatico, ma assolutamente, ineguagliabilmente ed unicamente Neozelandese.

 

IO LO AMO

18 giugno 2008

Questa volta se sono riuscita ad arrivare fin qui è solo perché lo amo. Lo amo lo amo lo amo lo amo lo amoloamoloamoloamo.
Tanto più che non c’è in giro un cane a cui chiedere. Usa il saltellitare mi ha detto. Ma mia mamma non ce l’ha il saltellitare sulla macchina, gliel’avevo già detto, ma cosa vuoi che si ricordi quello. Con tutte le cose che ha da fare. Beh, guardati la strada su Viamichelin o su Mappy, quello almeno lo sai fare? Beh mica tanto, ma potrei chiedere a mia sorella, ho detto. Ma poi ho pensato che mia sorella era meglio lasciarla fuori. Già sta sempre a dirmi che uno così stronzo potevo trovarlo solo io.
Da quella volta che lui mi aveva lasciata e che mi ha trovato seduta per terra in garage che piangevo, macchè piangevo, ero semplicemente disperata. Comunque non è che davvero pensassi di farlo. Sì, ci avevo pensato, ma solo perché ero entrata dal garage per non farmi vedere da mia madre e sul bancone dove mio padre una volta teneva i suoi attrezzi, avevo visto quel tubo di gomma, e così avevo provato a vedere se ci stava nel tubo di scappamento. Ci stava anche, mi ero sporcata da schifo le mani di nero e per non macchiarmi dappertutto il giaccone nuovo, mi ero pure messa a lavarmi le mani sotto il rubinetto in lavanderia. Ma non c’era il sapone, non veniva via niente, e mi ero sentita così male al pensiero di me morta, con le mani luride di porcheria nera, e poi di mia madre che dopo mio padre si era appena ripresa, che mi ero fatta pena e mi ero seduta lì e basta.
Quando era arrivata mia sorella, piangevo da così tanto che ormai non piangevo neanche più, e non capivo più niente. Lei invece forse capii tutto, ma non mi disse niente, mi portò di sopra, mi diede delle gocce per dormire, di quelle che usa la mamma, e non credo che, poi, le disse niente. Anzi, di sicuro, perché senò figurati se la mattina dopo la mamma ci credeva che avevo la febbre e non potevo andare in negozio.

Ma lei alla Cristina crede sempre, è a me che non crede mai e mi dice che alla mia età lei aveva già due figlie mentre io penso solo a uscire e a divertirmi. Se poi sapesse che sto con uno sposato mi ammazza. Non lo sa neanche la Cristina questo, ma ho paura che prima o poi lo capisca perché mica è scema. Quando alla domenica mi vede sempre a casa, mi chiede se quello stronzo preferisce sempre uscire con gli amici. Io le ho raccontato che lui gioca a calcio e che le domeniche ce le ha sempre impegnate, e poi ha gli allenamenti, le riunioni, insomma tutte quelle robe che fanno i calciatori.
Ma quando mi ha visto che neanche a Natale sono uscita, e neppure la vigilia, e con la faccia che avevo non era difficile capire quanto male stavo, mi ha guardato strano. Non mi ha chiesto niente, perché poi erano arrivati gli zii e dopo il pranzo è venuto a prenderla Tommaso per andare al cinema, ma sono sicura che se lo chiede alla Gloria in negozio, come sa fare lei, con quel suo fare di nulla, quella le racconta tutto. Sì, insomma, che sto con uno sposato, mica il resto, anche perché la Gloria non sa niente del resto.

Quella scema. Maledetta la volta che lo ha visto. Stavamo facendo la vetrina, e lui si è fermato proprio lì davanti con la moto. Lui era con il bambino, e aveva fatto apposta a fermarsi lì. È che gli piace imbarazzarmi. Dice che gli piace quando divento rossa. Così si è fermato lì, si è tolto il casco e con calma, senza guardarmi, ha tolto il casco al bambino.
La Gloria ha cominciato a dirmi: – Ehi, guarda che figo sto tipo! Peccato che abbia già un figlio! Ehi Angelina! Ma lo vedi? Sai che credo di averlo già visto al Nidaba il venerdì? Chissà i corni che ha sua moglie poveretta. –
Io non dicevo niente, pulivo le macchie sulla vetrina in alto. Mi sentivo le guance di fuoco. Lui intanto se n’era andato, senza neanche guardarmi, come se io fossi trasparente. Allora ho detto a quella cretina di non chiamarmi Angelina perché io mi chiamo Angela. Lei mi ha guardato e mi ha chiesto cosa cazzo avevo, se ero impazzita per caso. Io scendendo dalla scaletta sono anche caduta e sono scoppiata a piangere, per fortuna che quel pomeriggio non c’era la signora Palma.
E insomma, è finita che le ho raccontato che stavo con lui. Erano settimane che me lo tenevo dentro e stavo scoppiando. Perché lui dice che mi ama, che mi ama, ma che non può lasciare suo figlio.

Lui dice che stravede per suo figlio, anche se ha fatto fatica i primi tempi, perché erano giovanissimi quando lei è rimasta incinta, e lui non avrebbe voluto avere il bambino, né tantomeno sposarla, ma poi le famiglie hanno fatto un casino tale che alla fine si sono sposati.
Lui avrebbe voluto fare l’università, dice che si era anche iscritto a Scienze Politiche, soprattutto perché voleva andarsene di casa, ma poi, dopo il fatto che lui aveva messo incinta la figlia dei Bortoletto, che da sempre si credono i signori del paese, anche se tutti sanno che hanno fatto i soldi vendendo candele per i mercati, insomma, sta di fatto che i suoi non gli hanno più dato una lira e gli è toccato continuare a lavorare con suo padre.

Però con sua moglie sono già d’accordo che appena il bambino ha dodici anni si separano, perché è un’età in cui può capire meglio, senò adesso sarebbe un trauma. A lui piacciono tanto i bambini e in fondo ha sempre detto che ne vorrebbe avere altri prima dei trentacinque anni, che senò poi è troppo vecchio, ma non con lei, non con sua moglie.
E insomma, ai dodici anni di Matteo non manca tanto. In fondo sarebbero solo due anni, e in questi due anni nel frattempo potremmo vederci sempre di nascosto come abbiamo fatto finora.
E della bambina, perché io so che sarà una femmina, potremmo dirlo solo alle famiglie, e per non farlo sapere proprio a tutti io potrei andare a stare a Milano, da mia zia che è sempre stata buonissima con me, che ogni volta mi ripete che sono il ritratto sputato di mio padre e di andare a trovarla quando voglio. E poi, una volta che la bambina è nata, potrei stare lì ancora per un po’ e trovarmi un lavoretto finchè lui non si separa e possiamo mettere su casa insieme.

Il problema invece sarà dirlo alla mamma. Lei si è sposata incinta e ci ha sempre predicato di studiare e di essere indipendenti. Ma se io non sono mai andata bene a scuola, cosa devo fare? Anche il papà lo diceva: mica tutti sono fatti per studiare, lui infatti non aveva studiato. Io, invece, ho sempre desiderato avere dei bambini e farmi una famiglia, e mica è colpa mia se l’uomo che amo ne ha già una.
Ma per fortuna esiste il divorzio. L’ho detto anche a lui prima, al telefono. Io non avrei voluto dargli la notizia per telefono, ma lui ha capito subito che c’era qualcosa che non andava, del resto era da prima di Natale che avevo fatto il test, ma lui mi aveva detto di non chiamarlo assolutamente durante le feste: niente telefonate e niente sms. Me l’aveva anche fatto giurare. Avrei voluto dirglielo bene, con calma, noi due da soli. Ma io se non lo dicevo a qualcuno almeno oggi sarei morta. Ho passato un Natale e un Capodanno di merda. Con mia madre che continuava a chiedermi cosa avevo, mia sorella che mi teneva d’occhio e con tutte quelle sceme delle mie amiche che non fanno che parlare di ragazzi, ma che non sanno cosa vuol dire essere davvero innamorati.

Così erano quindici giorni che non lo sentivo, sì, dal 23 dicembre, quando è venuto in negozio a comprare tre filoncini e quattro mantovane e io già avevo un ritardo, ma non potevo certo dirglielo lì. Lui mi ha fatto l’occhiolino e se n’è andato. Fuori c’era la moglie che lo aspettava con Matteo, pieni di pacchetti. Si sono fermati a parlare con un’altra coppia lì davanti. Io mi sentivo morire.
La Gloria mi guardava, ma questa volta non le ho detto niente, non ho detto niente a nessuno. Solo a lui. Aspettavo il lunedì, che finalmente ste feste maledette erano finite e potevo chiamarlo. Sapevo che mi avrebbe chiesto di incontrarci, dobbiamo parlarne, e io muoio dalla voglia di vederlo, ma pensavo che ci saremmo visti al solito posto, non in collina.
È già tanto se sono riuscita ad arrivarci per tutte queste curve. Beh, scendo e mi fumo una sigaretta intanto. Lo so, non dovrei fumare, ma tu, piccolina, me lo perdonerai. Dai, ti prometto che è l’ultima.

Angelina scese dall’auto, si accese la sigaretta e si fermò a guardare la pianura in basso, percorsa da mille luci tremolanti, lontane, l’orizzonte rosso del sole appena tramontato tra i rami degli alberi, e sotto, il bosco buio, nero.
L’aria sapeva di legna bruciata, di freddo. Odore d’inverno.
Lei, invece, nascerà alla fine dell’estate, con il caldo, pensò sorridendo.
Si girò verso il piazzale della trattoria. Chissà se lui sapeva che era chiusa. Forse aveva pensato di poter mangiare qualcosa, di festeggiare magari, ma non si era ricordato che, passata l’Epifania, i locali spesso chiudevano, soprattutto in collina dove fino alla bella stagione non ci andava più nessuno.
C’era un abete davanti alla porta con ancora una ghirlanda d’argento intorno e le luci colorate spente. Domani anche a lei sarebbe toccato togliere le decorazioni natalizie dalla vetrina del negozio.
Faceva freddo, ormai era buio, e lui era in ritardo.
Prese il cellulare e fece il suo numero, quando dalla curva spuntarono i fanali della sua auto.
Lei sorrise, era troppo felice. Rimase lì, in piedi, con il telefono in mano che suonava libero.

Lui si fermò proprio lì davanti, scese dalla macchina, non spense i fanali, e lei non vide cosa prendeva dal sedile di dietro.
In un attimo le fu davanti, le strappò il cellulare dalla mano, lo buttò per terra e con il tacco dello stivale lo schiacciò sul cemento del piazzale. Angelina guardò per terra, si era staccato un pezzo di metallo, fece per allungare una mano.
Lui raccolse il telefono, e con un gesto che le parve infinito, con il braccio teso all’indietro, lo gettò giù, verso il basso, verso il bosco. Angelina alzò lo sguardo e lo vide volare sopra la sua testa, il metallo chiaro illuminato per un attimo dai fanali dell’auto, e pensò che quello era solo l’inizio, l’inizio di qualcosa che sarebbe stato diverso, per sempre.

 

 

 

CHICAGO

16 giugno 2008

Continuo con le cronache dal giro del globo.
Di Chicago mi sono innamorata, e qui si vede. Mi spiace solo che splinder mi dica che ho superato la quota mensile di fotografie perché ne avevo di belle. Però potete sempre immaginare un lago. che è come un mare, di cui non si vedono le coste intorno, che d’inverno si copre di ghiaccio blu. Un lago con le onde che si schiantano su una spiaggia coperta di neve e di ghiaccio. E anatre selvatiche che zampettano sul laghetto ghiacciato del Lincoln Park e scoiattoli che corrono velocissimi sulla neve candida e su per gli alberi nei parchi del centro città, a due passi dalla Michigan Avenue, la strada principale di Chicago.
Il pizzino finisce un po’ tipo depliant turistico, ma insomma, una mica può far sempre letteratura.

Il rombo incessante della El, la sopraelevata, percorre sordo e soffocato le strade di Chicago.
La notte, il suono arriva ad ondate, spazzato dal vento, un tuono lontano, continuo, un cuore ferruginoso, vitalissimo, che segna il movimento di questa città.
Di giorno, il rombo lontano si fa ruggito, schianto sferragliante ed assordante nel momento in cui capita di camminare sotto uno dei tanti attraversamenti dei binari e sotto i percorsi del treno tra le strade del centro.
Un gigantesco meccano di ferro sporco, giallo, arancione, rugginoso, di pilastri e di scale di metallo, di stazioni di legno, attraversa le strade, si incunea tra le case, oscura le vie del centro, sfiora i grattacieli, percorre i ponti tra una riva e l’altra del Chicago River.
Le rotaie curvano intorno agli edifici, i vagoni a pochi metri dalle finestre delle case, sfiorano cucine, impiegati davanti ai computer, camere da letto, persone sedute a mangiare, visioni di quadri alle pareti, lampadari accesi, bambini che fanno i compiti, armadi semiaperti, gente che va da una stanza all’altra, che parla con qualcuno. La vita di una città.
A est, sullo sfondo, in lontananza, una linea invisibile delimita grattacieli e edifici, squarci di cielo luminoso alla fine delle strade: è il lago Michigan, il mare di Chicago.

Una città di quasi tre milioni di abitanti, la terza degli Stati Uniti, dopo New York e Los Angeles, nasce, cresce e vive tuttora in perfetta simbiosi con il proprio lago.
E’ il lago che crea questo clima pazzo, questi inverni gelidi, lunghissimi, fatti di venti impetuosi che spingono a spallate i passanti lungo i marciapiedi, fanno volare la neve in folate improvvise, per poi, come ora, alle porte della primavera, scaldarsi improvvisamente in una brezza leggera, tiepida che dai meno dieci, meno cinque gradi sale ai venti, ventidue nel giro di poche ore, e fa spogliare tutta la città in maglietta e infradito, per poi ridiscendere precipitosamente da un giorno all’altro a zero gradi e tornare a nevicare.

E’ lungo il lago dove crescevano le cipolle selvatiche chiamate Checaugou dagli Indiani Potawatomi nativi della regione, che dal Quebec per primo, nel 1779, venne a vivere un tale Jean Baptiste Pointe Du Sable, cacciatore di origini afrocaraibiche (un nero, per intendersi), che iniziò un commercio di pellicce con gli indiani.
Dopo poco più di duecento anni, le uniche tracce lasciate dagli Indiani, sono le strade diagonali, i loro antichi sentieri, che curiosamente incrociano il reticolato di strade perpendicolari, tipico delle città’ americane. E cosi’, l’antico polveroso track di terra battuta, il sentiero di caccia dei nativi, diventato una Lincoln Street o una Clark Street, asfaltata e trafficata di automobili e di persone, si inoltra tra la selva dei grattacieli luccicanti di vetro e cemento che corre lungo il lago.
Un lago che è come un mare, scintillante, cangiante, senza orizzonti visibili di terre confinanti, con onde blu furiose che si schiantano sulla spiaggia di sabbia color ocra. O nei giorni di gelo, un mare coperto di ghiaccio galleggiante, denso, verdeblu, opaco e mobile, e di piccoli iceberg bianchi che si confondono con la neve delle rive.
E lungo il lago grandi parchi ricoperti di neve e di laghetti ghiacciati dove le oche selvatiche avanzano lentamente, come su lastre di vetro azzurro, le zampe palmate che sfrigolano sul ghiaccio.

Chicago, americana ed insieme europea, con le sue casette in stile inglese ma con il portico del Midwest, i vialetti americani con il marciapiede che corre tra le aiuole, e le case costruite in stile italiano per i primi operai, i grattacieli che svettano vicino a piccole chiese in stile gotico, lo stadio del football dei Chicago Bears circondato di tempietti come piccoli partenoni ateniesi, ma ricoperto da un tetto di vetro, acciaio e cemento che ricorda l’astronave di Startrek o di 2001 Odissea nello Spazio.
E la gente di tutte le razze, discendenti di emigranti inglesi, irlandesi, svedesi, tedeschi, ucraini, ma anche italiani, greci e cinesi, e neri scappati dagli stati del sud dopo le guerre di Secessione.
Gente cordiale, sorridente, che al primo sole cammina per le strade in canottiera, festeggia San Patrick, patrono irlandese, colorando il Chicago River di verde, partecipa in massa alla parata come ad una festa popolare, portando le sedie per strada e bambini e nonni e ragazzi vestiti di verdeirlanda, tutti a bere birra e fare un picnic cittadino con amici e vicini.
Gente che si veste all’europea, uomini d’affari in perfetti, eleganti completi grigioneri, ma anche ragazzi neri con bandane e cappuccio della felpa in testa, enormi giacconi colorati, pantaloni di tre taglie di più con cavallo alle ginocchia e scarponcini senza stringhe, che camminano dondolando come rapper minacciosi.
E splendidi musei, pieni di quadri europei, italiani, francesi e olandesi (ma quando ce li hanno portati via tutti quei Canaletto e Tiziano e Renoir e Gauguin, Rembrandt e Kandisky ?).
E università piene di premi Nobel, e librerie di quattro piani dove si prende un libro, ci si accomoda su un divano e si legge tutto un pomeriggio, magari seduti accanto ad un homeless intellettuale che si ripara dal freddo.
E caffè dove si va a lavorare con il computer wireless e leggere e scrivere e incontrare gli amici.
Chicago, metropoli democratica in pieno Midwest, città di grandi scioperi e di battaglie operaie.
La città del signor Pullman, quello delle corriere, della Motorola, della Boeing, di Playboy e di Al Capone. Dove sono nati Hemingway, Harrison Ford e Barack Osama.
Una New York dei Grandi Laghi, ma più cordiale, più aperta e più serena, senza quella sensazione di pericolo, di asprezza, di minaccia incombente che si prova girando per le strade di New York.
La città dei Blues Brothers, del Fuggitivo, degli Intoccabili e di Mamma ho perso l’aereo.
Che altro vi devo dire? A me è piaciuta un sacco. Ragazzi, venite a Chicago.

ANGELI AD ACQUARELLO

14 giugno 2008
Ahh, dimenticavo di farmi pubblicità, cara Dipòk,
vengo con questa mia per segnalare un’operetta visibile e caricabile qua:

http://www.feaciedizioni.it/testiPdf/angeli%20e%20case.pdf tp://www.feaciedizioni.it/testiPdf/angeli%20e%20case.pdf
Essa medesima opera è composta di alcuni bellissimi racconti aventi per oggetto "Angeli & case" scritti dall’esimia Anna Mallamo messinese e da me illustrati.
Chiedo venia, ma non tanto
MarioB.

Ecco qua Mario.
E hai ragione a non chiedere venia perché gli angeli tuoi e di Anna son proprio belli.

ANGELO CUSTODE

13 giugno 2008

Io sarei una che crede agli angeli. Non si capisce bene il perché, come per molte altre cose della mia vita, ma sta di fatto che, anche senza ammetterlo del tutto, ed in fondo è la prima volta che lo faccio, gli angeli per me ci sono.
Dico ci sono, perché dire esistono sarebbe ben diverso: esistono pressupone un credo, ci sono mi suona più improvvisato e meno impegnativo, ed in fondo più adatto ad una che, come me, non crede molto in nulla.
Ma insomma, ho deciso di mollare un po’le maglie del controllo, e ho pensato che, nella mia vita, potrei anche concedermi una bizzarria così poco razionale.
Sarà che da piccola, avevo, attaccato al muro, a fianco del mio letto, un angiolino di ceramica rosa con un bel faccino alla Beato Angelico, un’aria calma ed eterna e una lanterna in mano con dentro una lucina che accendevo prima di entrare nel letto. Sì, perché io entravo, ed entro, nel letto, come uno che entra in una barca, alzando prima una gamba e poi l’altra, e salendoci sopra, per poi scivolare, come un bruco, sotto le coperte senza muoverle.
Da piccola quindi, accendevo la lucina dell’angelo calmo ed eterno ed entravo nel letto barca, solo dopo averci ben guardato sotto, facendomi coraggio e piegandomi a metà, con il fiato sospeso e con un certo terrore, a scrutare il parquet immobile, innocuo e in penombra.
Fino a che non mi addormentavo poi, facevo ben attenzione a non lasciare sporgere una mano o un piede dal letto, perché ero sicura, e già i miei occhi lo vedevano nel buio, e mi facevano trattenere il respiro, e fermare il cuore, che una mano enorme, fortissima, pelosa e verde di alghe di palude o nera di tenebre, sarebbe uscita fulminea da sotto il letto per afferrarmi per il polso o la caviglia in una morsa potentissima per trascinarmi poi giù giù giù giù e giù, lontano e per sempre, in quell’abisso buio che si apriva tutte le notti sotto il mio letto tappezzato di quell’orribile raso, fortemente voluto da mia madre per la cameretta dell’unica figlia femmina, a rose rosse, gialle e rosa, e per non farmi mai più risalire.
Invece, l’angelo calmo e sereno mi proteggeva. Mi proteggeva sicuramente anche durante la notte, quando, incosciente e inconsapevole, muovendomi nel sonno, avrei abbandonato la mia posizione di sicurezza, girata sul fianco destro, vigile ed attenta, occhi aperti nel buio, verso la porta semiaperta, a controllare che un pazzo assassino non entrasse come una furia brandendo alto un coltello luccicante, pronto a piantarmelo nella schiena, non appena mi fossi girata verso il muro.
Chissà come, invece, l’angelo cacciava via tutti quei mostri. Forse creava un campo magnetico, sicuro e protetto, un golfo riparato dove, silenzioso e tranquillo, galleggiava il mio letto nel debole chiarore della sua lucina.

Un campo magnetico era riuscito di sicuro a crearlo anche quel giorno di maggio di venti e più anni fa in cui, in quattro su una 127, per uno scherzo finito male, facemmo testa coda sulla Callalta, e sfiorando una decina di auto che correvano nel traffico di una domenica sera, riuscimmo a passare tra due platani e a planare senza capottare in un fosso miracolosamente asciutto.
Gli unici miei danni furono una gran botta alla tempia e la sfilacciatura di una fettina laterale di lingua rimasta presa tra quattro molari.
Quando ripresi i sensi, dopo aver visto dai finestrini il mondo volarmi intorno e diventare nero in un attimo, riuscii perfino ad uscire dal sedile dietro e a risalire da sola dal fosso, arrampicandomi con ostinazione ai ciuffi d’erba verde della riva, aiutata da un infermiere bianco e sorridente dell’ambulanza che vedevo lontana, irraggiungibile, parcheggiata sul ciglio della strada.
Ma sono sicura che non era un infermiere. Era il mio angelo, che silenzioso e attento come sempre, si complimentava con me, e mi incitava con un sorriso. Poi, mentre al pronto soccorso aspettavamo le radiografie, forse andò a bersi una birra con gli angeli degli altri tre. Birra meritata, visto che in quattro ci procurammo solo un taglio da tre punti al pronto soccorso.
Good job, direbbero in america.

Quante ne ha viste poi, in questi anni. Almeno due voli in moto, si andava piano però, poi un altro paio di incidenti sicuramente mortali, che mortali però non furono, e non diventarono neanche incidenti, (ma quella golf targata germania me la ricordo benissimo mentre ci sfrecciava a fianco in galleria dopo un sorpasso rientrato, e pure il camion alla fine della retromarcia nella stradina in toscana), e una curva presa troppo larga dopo una cena in collina.
Il bello è che non ero mai io alla guida, e il mio angelo doveva essere assai incazzato e avere in più ottimi rapporti con i suoi colleghi.
Cosa manca? Ah beh, forse quella volta che ho fatto autostop a quindici anni, quella sera nella metropolitana di Londra, un’appendicite che stava diventando peritonite, i vari maniaci, pedofili per fortuna solo esibizionisti, e alla fine innocui, incontrati ai giardinetti da bambina e poi insomma, mettiamoci pure il giro del mondo, via.
In fondo con tutti gli aerei e autobus e metropolitane che ho preso, e quartieri sconosciuti e ostelli e strade mai viste, e onde australiane e traghetti neozelandesi, e treni, e vie deserte, avrà avuto il suo daffare anche se io non mi sono accorta di nulla.

Ci metterei poi anche qualche periodo in cui entravo in casa e, con il cappotto addosso, mi lasciavo cadere sul divano a guardare il muro, o un paio di sere in cui mi sono fermata nell’ingresso e, lentamente, senza credere che potesse succedere davvero, sono scivolata piangendo lungo il muro.
Di sicuro, dopo un po’ è stato lui, il mio angelo, a farmi alzare, a lavarmi le mani piano piano come una convalescente, guardando l’acqua scorrere dal rubinetto come fosse la prima volta, e a lavarmi la faccia senza guardarmi nello specchio.
O forse sono stata io, pensando a lui, ma senza saperlo, o lui, pensando a me.
O tutti e due insieme, così insieme che ormai non sappiamo neanche più dove comincia l’angelo e dove finisco io, tanto siamo abituati a lavorare fianco a fianco e ad arrangiarci.
Come direbbero gli americani, siamo una bella squadra.
Good job, angelo.

FRATI VESTITI DI AZZURRO

11 giugno 2008

Questo è per Enrico, che se n’è andato, in moto, questa primavera

Ogni volta mi dimenticavo di dirglielo: "Federico, lo sai che incontro sempre un tipo che cammina come te quando vuoi fare il cattivo?" Lui avrebbe fatto una risata, facendo finta di non capire: "Come? In che modo? Come quando voglio fare il cattivo? Ma io sono cattivo!" "Ma sì, avrei detto io, quella camminata da castigamatti, quel passo deciso e veloce con il cipiglio da cattivo in faccia! Sai, c’è uno, un tipetto, che credo abiti dalle mie parti, che ogni volta che lo vedo…" Lui avrebbe cominciato a camminare intorno con la camminata da cattivo, tirandosi su i pantaloni alla fine, come per darsi un contegno: "Così? Così?" "Ecco ecco! Proprio così! E’ un tipetto magro e secco, con degli occhiali spessi, lo sguardo deciso, e ‘sta camminata che ogni volta che lo incontro mi dico: devo proprio dirlo a Federico la prima volta che lo vedo!"

Avremmo fatto una gran risata tutti e due. E anzi, se ci fossero stati anche gli altri, sarebbe finita con altre risate e altri ricordi. Ricordi di quell’estate di venti anni fa, anzi, più di venti anni fa quando la sera ci si incontrava tutti in quel bar dalle parti di dove abitavano i miei, appena fuori le mura.
Eravamo una trentina a girare per di là, in quelle sere d’estate. Nessuno l’aveva deciso, nessuno sapeva come, ma improvvisamente avevamo cominciato a ritrovarci lì, la sera. I ragazzi avevano quasi tutti la moto, poche erano le coppie, e molte storie cominciarono proprio lì, con le gite in moto.
Anche Federico aveva conosciuto la Vittoria in quel periodo, e due, tre anni dopo, eravamo andati tutti al loro matrimonio. Era già il periodo in cui non ci si vedeva più molto, ognuno aveva preso strade diverse: matrimoni, figli, lavori lontani, e poi separazioni, nuovi compagni, nuove amicizie.
Federico e Vittoria avevano avuto due bambini. Non ci vedevamo quasi più, ma era rimasta una consuetudine: farci gli auguri di compleanno, lui a dicembre e io a marzo. Promesse di incontrarci. Anche l’ultima volta: "Dai, quand’è che vieni a trovarci? Qui ci sono i tuoi nipoti che ti aspettano." Era davvero tanto che non ci si incontrava, a parte una volta di sfuggita, in stazione.

Ora, invece, Federico mi capita di incontrarlo spesso.
Arriva improvvisamente. Lo vedo, sul ciglio della strada, mentre si sta togliendo il casco e si riavvia i capelli passandoci le lunghe dita. Oppure direttamente in ufficio: "Ehilà, allora? Com’è?" dice, come a riprendere un discorso appena finito. "Com’è? Com’è?, dico io, è che lavoro con una pazza!" "Perché?" "Perché? Guarda, vieni a vedere cos’ha fatto stasera. Vedi, erano venuti quei frati lì da Lisbona a comprare non ho capito ancora cosa, e siccome non sapevano decidersi e scherzando hanno detto che ci sarebbe voluta un’ estrazione con i numeri per decidersi, lei cos’ha fatto? Cos’ha fatto secondo te?" "Cos’ha fatto?" dice lui, guardando verso i frati con la tonaca azzurra seduti nell’altra stanza. "Ha fatto che è venuta di qui, ha preso questo mobile dallo schedario, ha segato i ripiani di compensato e ha fatto una scatola per fare l’estrazione! Ma ti pare possibile? Eh? Ti pare possibile? E sono le otto e mezza di sera, e tiene qui tutti gli impiegati a fare ‘ste pazzie!" Tutti mi guardavano mentre gli raccontavo la storia. Qualcuno, un po’imbarazzato guardava altrove, altri facevano finta di nulla e sistemavano il mobile che ora pendeva un po’sbilenco, senza più i ripiani a tenerlo in piedi. Lui guardava, mi seguiva, mentre furente mi aggiravo per l’ufficio: "e io ho passato tutti questi anni a lavorare con una pazza, ma ti rendi conto? Dico, ti rendi conto. Ma forse la pazza sono io. Anzi, di sicuro."
Un ragazzo, di quelli appena assunti in prova, mi lancia una breve occhiata e mi sembra di cogliere un sorrisetto. Io girandomi lo vedo, e lui subito abbassa lo sguardo. Sì, forse la pazza sono davvero io.

Attraversando il capannone nell’oscurità, torniamo verso il mio ufficio, appena prima dell’uscita. Lui, per prendere il giaccone che aveva buttato su una sedia, si distende attraverso il lungo tavolo dove vengono sistemati di solito i pacchi per le spedizioni. Dalla porta spalancata sul cortile entra la luce e il profumo della primavera appena iniziata.
Lo guardo, così lungo disteso, mentre allunga il braccio verso l’altro lato del tavolo. La cosa mi sembra un po’ strana, ma solo quando lui è di nuovo in piedi davanti a me e, con calma, si sta allacciando tutti i bottoni della giacca da motociclista, ho un pensiero fulmineo: "Federico, ma tu non sei vero. Questo è un sogno. Voglio dire… tu non sei vivo…" "Eh no", dice lui, con naturalezza, sistemandosi la sciarpa intorno al collo, "non ti ricordi … l’incidente…" aggiunge, guardandomi negli occhi.
Non volevo farmi vedere da lui mentre piangevo, e così mi sono svegliata.

 

LOS ANGELES, DOWNTOWN

9 giugno 2008

Continuo a vivere di rendita mettendo qui i pizzini dal giro del mondo.
Così, dopo Los Angeles, Hollywood , questa è invece la faccia sporca di Los Angeles: Downtown.
A Los Angeles l’anno scorso, sono arrivata per caso giusto qualche giorno prima della notte degli Oscar, e sempre per caso, poiché c’era una buona offerta in internet, sono finita a prenotare un alberghino dal nome da starlette: "Hollywood Celebrity Hotel", che era esattamente dietro il Kodak Theatre. DSC02082
Per arrivare su quello che noi chiameremmo il corso principale, l’Hollywood Boulevard, la Via Roma di Hollywood, uscivo dal mio alberghino, facevo venti metri e passavo dall’entrata sul retro del Kodak Theatre, quella dove entravano gli inservienti, le guardie, e dove enormi camion scaricavano le merci.
Il Kodak Theatre è un teatro che dentro é grande, ma che, visto dall’esterno sembra piccolissimo, costruito all’interno di un pacchianissimo centro commerciale in stile assirobabilonese con finte colonne sormontate da elefanti rampanti. All’interno del centro commerciale una sorta di piazzetta, e tutto intorno negozi di abbigliamento, di souvenir, e i soliti Mc Donalds, Starbucks e fast food di vario genere.
DSC02077Pioveva incessantemente, un po’ come qui in questi giorni, la gente girava per il centro commerciale maledicendo il maltempo. Ovviamente mi sono limitata a guardare da fuori, un taxista mi diceva che il biglietto per la notte degli Oscar costava sui seimila dollari, e sono ripartita da Los Angeles giusto la sera prima.
Però, un incontro con una celebrità l’ho fatto anch’io: ad una mostra di famosi abiti da scena allestita al primo piano del centro commerciale, era presente la candidata, e poi vincitrice, dell’Oscar come miglior costumista Milena Canonero, una bella signora vagamente somigliante a Charlotte Rampling.
Mentre giravo tra i bellissimi costumi del film "Marie Antoinette" la sentì parlare in italiano con un assistente, mi girai, ci guardammo, lei forse capì che ero italiana e ci scambiammo un sorriso. Stavo per tenderle la mano, per congratularmi, come altri visitatori della mostra avevano fatto poco prima, ma la mia solita, inutile, scema, timidezza mi portò via. Me ne andai nella pioggia tra i finti elefanti e non la vidi più.

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LOS ANGELES, DOWNTOWN

 Los Angeles "Downtown", il "giù in città ", un po’ come dire il centro storico di Los Angeles, mi accoglie in un pomeriggio di pioggia battente. Accogliere non è il verbo più adatto, perché poche volte in giro per il mondo mi sono sentita così a disagio e poche volte ho provato questa sensazione di pericolo nascosto e imminente.
Me ne rendo conto appena salita sulla metropolitana che da Hollywood mi porta verso il centro. La fermata è a pochi metri dai lustrini e dai tappeti rossi del Kodak Theatre di Hollywood dove fervono i preparativi per la notte degli Oscar, e un enorme Oscar addormentato, avvolto nel cellophane giace disteso lungo il marciapiede in attesa di essere issato sul palcoscenico. Decine di operai, di guardie della security, di poliziotti, di fotografi, di giornalisti, di cineoperatori, di addetti all’organizzazione della serata, affollano da un paio di giorni il centro commerciale al cui interno si trova il teatro, camminano sul tappeto rosso ricoperto di plastica, bloccano le uscite, deviano i percorsi dei DSC02104turisti, intervistano personaggi più o meno conosciuti, si ritrovano infreddoliti a mangiare qualcosa seduti all’aperto nei vari fast food del centro commerciale, al riparo da una pioggia insistente che nel giro di mezza giornata ha abbassato di almeno una quindicina di gradi la temperatura del mite inverno californiano. Percorsi pochi metri, scese le scale mobili della stazione di Hollywood Highland, e salita sui vagoni della metropolitana, il mondo cambia.

A Los Angeles Downtown gli Angeli sono disperati.DSC02135Occhi persi nel vuoto di persone che parlano da sole nell’apparente indifferenza dei vicini che sperano solo che la loro fermata arrivi velocemente, homeless pieni di borse di plastica, persone comunque male in arnese, sono gli utenti delle misere quattro linee della metropolitana in una città di dieci milioni di abitanti e migliaia di chilometri di Highways e di autostrade.

A Los Angeles chi non ha la macchina non va davvero da nessuna parte e di sicuro i soldi, in questa città che pure produce tonnellate di sogni, sono tutti nelle stesse tasche.

Me ne accorgo scendendo dalla metropolitana alla Pershing Square Station, una grande piazza attorniata di austeri edifici, da cui inizia il "Jewelry District", il quartiere dei gioielli: centinaia e centinaia di negozi, almeno cinquemila, secondo le informazioni sulla città, per almeno quattro isolati, uno a fianco all’altro, vendono solo e unicamente gioielli, diamanti, oro, argento, pietre preziose di tutte le epoche, di tutte le provenienze e lavorazioni. Un intero quartiere presidiato da guardie armate alle porte dei negozi e delle gallerie, dove moltissimi vendono, ma pochissimi sono i clienti per le strade. I clienti apparenti invece sono tutti all’interno di un grande banco dei pegni, ma sono clienti che vendono: messicani in grande maggioranza.
Il banco dei pegni è l’unico negozio del quartiere che in vetrina espone i prezzi della merce, gioielli che non sono stati riscattati: vecchi orologi di famiglia, modesti anelli di fidanzamento, collanine e pendenti, ognuno con la sua storia e davanti alle vetrine ragazze messicane che confrontano i prezzi.
Per le strade oltre il Jewelry District, un’umanità indaffarata e distratta, tra negozietti all’ultimo saldo di abbigliamento e calzature made in China, anonimi drugstore, fast food in disarmo dal pavimento unto e uffici del tipo Western Union per le spedizioni di denaro all’estero da parte dei tantissimi messicani approdati qui in cerca di lavoro.

Grandi, storici palazzi della fine dell’ottocento, testimoniano la grandezza passata della città di Los Angeles, come il bellissimo, solido Bradbury Building, un palazzo di mattoni rossi, progettato dall’architetto George Wyman nel 1893. DSC02116
Una serie di particolari avvenimenti precedono la costruzione di questo edificio: Wyman si convinse a stendere il progetto del palazzo, dopo un sogno profetico in cui il fratello morto lo incitava ad un lavoro che lo avrebbe reso famoso, e fu inoltre ispirato nel progetto dalla lettura di "Looking Backward: 2000 – 1887" di Edward Bellamy, un’ opera profetica che descriveva la società ideale del futuro, una società utopistica dell’anno 2000, in cui il fabbricato ideale era la copia del Bradbury Building. Una strana coincidenza ha fatto sì che dopo un secolo, la società ideale non si sia realizzata, ma che in questo palazzo, con il suo grande atrio di legno e di ferro battuto, sia stato ambientato "Blade Runner", film sotto tanti aspetti profetico nella sua visione di una città cosmopolita, violenta, sporca, cupa e flagellata da una pioggia incessante. Non certo la pioggia di oggi, domani tornerà a splendere il sole californiano, ma la pioggia dei cambiamenti climatici che ci aspettano.

DSC02114Nel grandissimo atrio luminoso e severo dall’atmosfera inquietante del Bradbury Building, dai pavimenti di piastrelle incerate e lungo le silenziose scale di legno tirato a lucido, cerco le ombre del poliziotto cacciatore di androidi Rick Deckard, e l’eco dello struggente monologo dell’ultimo replicante, il bellissimo Roy Batty/Rudger Hauer, prima che il tempo della vita a lui concessa finisca: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginare, Navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione e ho visto i raggi beta balenare nel buio presso le porte di Tannhauser. E tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire". Ma incontro solo una famiglia di inglesi. E siamo in quattro, tra i pochissimi turisti in cerca della gloria perduta di questa Los Angeles storica.

Lungo la Broadway, un cartello bagnato affisso ad un lampione, spiega ai volenterosi visitatori che questo quartiere nei primi anni del 900 era considerato la Wall Street del West, e lo testimoniano i grandi palazzi allora sede di banche prestigiose che, dopo la Grande Depressione del 1929 non si sono più riavute. La decadenza della Los Angeles storica data da allora, i bei fabbricati, i teatri, i lussuosi palazzi del cinema, i bar, i ristoranti dell’epoca con i loro mobili di bel legno scuro massiccio e i loro arredi all’inglese, documentano la ricchezza e la solidità di un’età dell’oro scomparsa, e con lei il gusto per una certa architettura, cultura e stile di vita.
Los Angeles rimane comunque una città vitalissima, se è vero che l’economia del solo stato della California, risulta essere all’ottavo posto nella graduatoria delle potenze economiche mondiali. Forse la distribuzione del reddito andrebbe rivista, ma, a questo proposito, niente di nuovo sotto il sole.


UOMINI

5 giugno 2008

Una folla sudata, veloce, impaziente, umida di pioggia e odorante di treno ferroso scivola giù a slavina dalle scale del sottopassaggio della stazione. Qualcuno corre ai lati, premendo contro chi si attarda a tirare su il manico del trolley, o si mette in spalla uno zaino, facendo fretta a chi si dilunga chiacchierando e non mantiene il passo del gruppo. Mi intruppo come se arrivassi anch’io da qualche parte, come se fossi appena scesa da un treno. In realtà abito solo dietro la stazione e ogni giorno, più volte al giorno, per passare i binari, simulo un viaggio sbucando dal sottopassaggio.

Il flusso delle correnti vuole che appena dopo le scale in risalita dal sottopassaggio mi trovi incanalata dietro un anziano, molto anziano, che procede a piccoli lenti passi. Lo seguo con pazienza, e davanti alla porta della stazione dove qualche fine linguista ha attaccato un cartello con la scritta "To close the door" (Tony! Domandaghe a to fia che studia e lengue a scoea come che xe dise "sera a porta" che qua all’edicoea ghe xe sempre dei spifari co chea porta verta che fa corente, e mi me ciapo sempre el mal de goea) e qualche saputello ha cancellato il "To" con una striscia di pennarello nero, rallento il passo per non superarlo mentre armeggia con la maniglia.
Anziano in divisa da anziano: pantaloni grigi alti sopra la vita, camicia giallina con manica corta, occhiali con pesante montatura marrone, lenti spesse un dito. Gli sto dietro per due tre passi, mentre avanza lentissimo guardandosi in giro e stringendo un foglio tra le dita, poi sguscio alla sua destra, passo tra i taxi, e mi fermo all’eterno semaforo rosso del passaggio pedonale.

Dopo una trentina di secondi, ferma al semaforo, sento un mormorio dietro le spalle, mi giro appena, vedo l’anziano con il foglio in mano e, pensando che cerchi un informazione, mi volto e lo guardo.
Lui si raddrizza, alza il mento, attraverso i suoi fondi di bicchiere mi fissa con due occhietti velati e spenti, rotondi e concentrici, e con voce chiara, netta e stentorea, esclama: "Lei è magra, giusta, ben fatta. Ed è anche bella alta!"
Un fine intenditore, ottantenne, militaresco e con presunta cataratta. Ma fa sempre piacere.

TELEGIORNALI

2 giugno 2008

Telegiornale delle ore tredici e trenta su rai uno.
Esami più approfonditi hanno appurato che la ragazzina di 14 anni di Niscemi, strangolata da tre amici e buttata in un pozzo con una pietra al collo, era incinta. Ed è giusto che tutta l’Italia lo sappia.
"Abbiamo perso la testa quando ci ha detto che era incinta di uno di noi e che dovevamo prenderci le nostre responsabilità" hanno detto i tre ragazzi.
Poi: "la conferma del movente, dicono gli inquirenti, non attenua la crudeltà di quel delitto".
Ah, quindi, se era incinta, io, nella mia ingenuità, sicuramente sbaglio a pensare che questo fatto possa essere considerata un’aggravante perché il commento finale sta a significare che c’è pure stato qualche giornalista che sicuramente, più avveduto e più uomo di mondo di me, ha chiesto agli inquirenti: "Ma ora, ci dica, visto che era incinta, la posizione dei tre ragazzi diventa meno pesante?" E significa che l’inquirente ci ha pensato un attimo, o forse, brav’uomo, non ci ha neanche pensato e ha risposto al microfono teso sotto il mento:"No, la conferma del movente non attenua la gravità del delitto".

Telegiornale regionale delle ore quattordici su rai tre.
"In Piazza delle Erbe, questa mattina, a Padova, alla presenza del sindaco e di altre autorità dello Stato, nonostante i trenta gradi di temperatura e il novanta per cento di umidità, si è celebrata la festa della Repubblica". Visione della piazza deserta, sospesa in una cappa di luce lattiginosa,se non fosse per il piccolo palco delle autorità e lo schieramento dei rappresentanti delle forze armate. Piccoli drappelli di rappresentanze di militari dell’Esercito, della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, dei Vigili del fuoco.
Il cronista continua: "a Padova, nonostante le alte temperature, i militari sono rimasti schierati sotto il sole mentre le autorità distribuivano onoreficenze. Alla fine della cerimonia si sono contati cinque svenimenti. I militari, subito soccorsi, hanno poi ripreso il loro posto". Segue immagine di un finanziere disteso a terra sulle mattonelle grigie di Piazza delle Erbe.

Telegiornale delle ore quattordici e quindici su rai tre.
Festa della Repubblica a Roma con sfilata delle forze armate in via dei Fori Imperiali. Il ministro della Difesa applaude serio le truppe che sfilano sotto la pioggia. Applausi dalla gente dietro le transenne. I militari marciano veloci, marziali, il fucile alzato a livello delle spalle, la testa dritta girata ad angolo retto verso il palco, la mascella rigida. A sorpresa è arrivato pure Berlusconi "che fa un vero e proprio bagno di folla sfilando tra due ali di folla festante".
Brevi interviste tra il pubblico. Volti sorridenti di due ragazze carine: "è sempre bello!" "è sempre emozionante!" "sì, è sempre emozionante!".
Il cronista, malevolo, suggerisce che forse non tutti si ricordano il motivo della sfilata e prova a chiederlo ad un signore di mezza età:
"Ebbè, che festa è? Me sfugge anche a mme. Cos’è il due ggiugno? Ah, a festa daa Reppubblica?"


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