Archive for the ‘cose successe’ Category

AGOSTO

3 agosto 2016

Azzurro. Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me. Mi accorgo di non avere più risorse. E basta.

Agosto sospeso e immobile tra l’inizio e fine dell’estate, una calma piatta di calore, di lentezza, di fermo immagine.

Agosto da bambina mentre attendo il ritorno dalle vacanze della mia amichetta del cuore.

E giro per la casa in semi ombra, le finestre aperte sulle tapparelle abbassate, la radio dalla cucina in sottofondo, esco in terrazza, la parte di terrazza dove il sole arriva solo verso sera, le cicale senza tregua dagli alberi delle mura, e mi fermo accucciata a guardare gli strani percorsi delle formiche sulle piastrelle rosse. Rientro in casa, guardo in corridoio, dietro la porta, sul lungo tavolo dove finiscono i giornali vecchi, le riviste già sfogliate, i Selezione del Reader’s Digest, i vecchi libri di scuola, cerco qualche giornalino già letto. Questo. L’ho già letto ma forse non me lo ricordo.

Agosto da ragazzina, sdraiata sul divano, le gambe nude sulla spalliera, il sole che filtra tra le veneziane e gira lentamente da una finestra all’altra. Pomeriggi a leggere. “La storia” della Morante. Non finiva mai. Leggevo fino ad avere il mal di testa. La notte sognavo Useppe, la guerra, i soldati tedeschi. E poi “La ragazza di Bube” e “Metello” e “Il gabbiano Jonathan Livingstone”.

Ma tutte queste passioni, mi chiedevo, ma tutto questo patire. Qualcosa mi corrispondeva, qualcosa lo leggevo ma non lo capivo. Cercavo un senso a tutto. Cercavo un nome per tante cose.

Agosto al mare con le amiche. Il bikini azzurro per tutte e tre. Solo a una stava bene. L’altra era troppo grassa e io ero la via di mezzo. Senza parole, impacciata, sempre in carne viva come un fico sbucciato. L’appartamento pieno di zanzare con la madre e il fratello grande e strano della mia amica. E la sera con il gelato sulla via principale. Occhiate e risatine e discorsi e voglia di essere da un’altra parte.

Ma adoravo il mare, adoravo la sabbia, adoravo il respiro corto uscita dall’acqua e il sole che bruciava sulla pelle bagnata e sfolgorava tra le palpebre chiuse. E alla sera adoravo i negozi del mare: vecchie rivendite di paese ringiovanite dagli espositori sul marciapiede pieni di secchielli, palette, set di formine, retine ripiene di giochi da spiaggia colorati, e creme solari e sandali e zoccoli e giornali in tedesco. Odore di gomma, di carta, profumo di cocco a ondate soffiati dal ventilatore sul vecchio bancone da negozio di paese.

Agosto e il primo viaggio con gli amici. La Grecia lontanissima e sognata da anni. La Jugoslavia al di là del confine con i negozi con le vetrine vuote, le cameriere dei bar assenti e sgarbate, le file di camion turchi vicino al confine e la macchina che sobbalzava sui lastroni di cemento per chilometri e chilometri. E finalmente l’Acropoli accecante tra gli ulivi, i campeggi polverosi e assolati, la sorpresa dello stretto di Corinto, i leoni di Micene e infine, nel viaggio di ritorno, l’assoluto stupore delle Meteore e degli eremiti tra le rocce: uomini seminudi, in piedi su una sporgenza della montagna grigia. Guardavano il vuoto, guardavano il cielo, le montagne, la loro vita su una cengia, muti, lontanissimi, indecifrabili nell’aria immobile, calda, sospesa di quell’Agosto lontano.

 

 

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ALFABETI

5 febbraio 2013

Aminata non capisce niente ed è il mio tormento e la mia spina nel fianco. Oltre che la mia spina nel fianco è ormai anche la mia sfida personale. Salamata invece alterna guizzi di intelligenza negli occhi miti e acquosi, operose e pazienti opere calligrafiche e brevi cadute ortografiche.
Rheena invece è già andata a scuola, però scrive solo con dei magnifici arabeschi hindi che tende a riportare anche nel nostro alfabeto e non sa una parola di italiano. Ho capito solo dopo qualche lezione che per dire sì ondeggia leggera la testa sul collo a destra e sinistra, sorriso bianchissimo e luccicante sguardo di carbone come nei film di Bollywood. Zhora parla un po’ di italiano, come tutti gli arabi confonde e ed i, o ed u, ma in quattro e quattr’otto ha capito che i suoni si possono trascrivere in forma di lettera e le lettere in forma di parola e procede spedita fino a quando per un nonnulla si emoziona, arrossisce, si inceppa e comincia a calcare la matita in piccoli solchi sul quaderno.
Alimatou arriva con la bambina legata sulla schiena in uno scialle colorato. La spoglia, la fa cadere, la allatta, le soffia il naso, risponde a uno dei due telefoni che mette sul tavolo accanto a fazzoletti, salviettine, fogli accartocciati. Le ho detto di lasciare la bambina alla baby sitter ma la cosa funziona una volta su tre.
Kadir è il mio orgoglio. Fosse andato a scuola sarebbe sicuramente un qualche premio nobel. Arriva dal Ghana, ma ci ha messo una ventina d’anni ad arrivare quassù, passando per il Burkina Faso, un lavoro da tessitore in Nigeria, la guida dei trattori e una fabbrica in Libia, il Mediterraneo, i campi di pomodori del sud, le case occupate tra i topi lunghi così e un lavoro da muratore a Napoli per finire in mobilità in qualche ditta qui al Nord e saltuari lavori da bidello.
Dove fai il bidello, in che scuola? – gli chiedo. Non si ricorda il nome della scuola, ma, pronto, estrae da una tasca del giaccone (nessuno si toglie mai la giacca o il cappotto in classe), un foglio con l’intestazione di una scuola media. Non certo per leggerlo. Me lo consegna perché lo legga io.
Kadir, come tutti qui, non sa né leggere né scrivere.

GIARDINO TRISTISSIMO

5 febbraio 2013

Lui, scendendo le scale, si fermava quasi sempre un attimo sul pianerottolo tra una rampa e l’altra, un po’ ad aspettare lei che chiudeva la porta blindata con tutti quei giri di chiave, – che stress le porte blindate, una volta, nella vecchia casa, accostavo solo la porta e via, ed era pure a vetri -, e un po’ a guardare dall’alto, attraverso le finestre delle scale, il giardino condominiale lì sotto.

“Tutto secco”, lo si sentiva sussurrare, “giardino tristissimo”.
Lei, scendendo a sua volta, a volte afferrava solo le esse di secco e tristissimo, e sorrideva alzando lo sguardo dalle chiavi, soffermandosi un attimo sul primo gradino, guardandolo di spalle dall’alto, sospeso e quasi mesto, tra un piano e l’altro, a prendersi il tempo di osservare l’erba stentata e giallastra sopra il garage interrato, le grandi piante sottratte alla loro vita precedente alla costruzione del residence e rimaste per sempre incastrate nel piccolo prato, insieme a sobri e misurati cespugli di malva e forsizia, tra le due ali di condominio di terrazzini e di finestre occhiute. Lei, da dietro, immaginava il suo sguardo attento e distante insieme, il mento alto a guardare oltre la prima fila di piante, fino ai margini del prato e l’inizio del parcheggio e degli altri condomini in fondo, un malinconico turista della città.

Lo stesso sguardo, lontano, assorto e svagato insieme, di quella foto al mare, l’anno prima, di profilo, gli occhi chiari, segreti, nascosti dall’aggrottarsi della fronte al sole, un sorriso vago, al nulla, e dietro, un orizzonte di sabbia chiara e di mare e cielo confusi d’azzurro.
Poi, lui si girava, con un finto sospiro le gettava una nitida occhiata sorridente, e scendeva lentamente al piano di sotto.

LA STANZA (si riparte)

5 febbraio 2012

C’è un bel silenzio in casa. Le cose al loro posto, quiete. Fuori il sole tramonta piano, arancione sulle pareti delle case in fondo al giardino. La luce si fa buio.

Amarti è farti entrare in una stanza in cui le pareti sono di rete leggera e luccicante, fili delicati, sottilissimi e traslucenti di ragnatela. Il pavimento è un ricamo lieve, intrecciato di trame luminose, antiche, complesse e fragili: camminarci, anche con passo leggero, ma incauto, può sfogliarle in frammenti di dispiacere, acuto come una scheggia nella pelle, senza fine e senza respiro come il momento del dolore. Intorno, un paesaggio di luce nitida, sospesa e stupita. Attenta.

Lo stesso passo, ma per chissà quale strada, io non lo so, ti giuro, è invece argento vivo di felicità.

Farmi del male è l’ultima cosa che vuoi, lo so. Che fare, allora? Non so.

C’è da fare. Sì, comunque.

PI SA PI A PI SA PI A PI SA PI A !!!!!

31 maggio 2011

Ho guardato lo speciale su rai uno alle tre e mezza e ho cominciato a crescere di tre centimetri. Ho anche cominciato a respirare come se avessi improvvisamente tre polmoni. Ho mandato solennemente a fanculo con grandi gesti Cicchitto che si arrampicava sulle pareti dello studio per spiegare che non aveva davvero vinto la sinistra, e quell’altro pezzodicacca dei Responsabili che diceva che Pisapia non era un candidato del Pd. Ho continuato saltando davanti alla finestra. 
Mi sono lavata i capelli, mi sono fatta bella e sorridendo al mondo intero, sono uscita a comprarmi un vestitino corto. Sono uscita a mangiare la pizza di fine corso con il gruppo del lunedì e ho parlato tutta la sera. Il mondo è bello, la gente è simpatica, io sono strafiga e tutto andrà per il meglio.
Non riesco a immaginare cosa può aver provato la gente il 25 aprile del ‘45.

ANGELO CUSTODE

20 marzo 2011

Questo è un vecchio post, già pubblicato qualche anno fa.
Lo rimetto qui per tutti quelli, e sono tanti intorno al mondo, in questo momento, che hanno bisogno di un angelo custode.

Io sarei una che crede agli angeli. Non si capisce bene il perché, come per molte altre cose della mia vita, ma sta di fatto che, anche senza ammetterlo del tutto, ed in fondo è la prima volta che lo faccio, gli angeli per me ci sono.
Dico ci sono, perché dire esistono sarebbe ben diverso: esistono presuppone un credo, ci sono mi suona più improvvisato e meno impegnativo, ed in fondo più adatto ad una che, come me, non crede molto in nulla.
Ma insomma, ho deciso di mollare un po’le maglie del controllo, e ho pensato che, nella mia vita, potrei anche concedermi una bizzarria così poco razionale.
Sarà che da piccola, avevo, attaccato al muro, a fianco del mio letto, un angiolino di ceramica rosa con un bel faccino alla Beato Angelico, un’aria calma ed eterna e una lanterna in mano con dentro una lucina che accendevo prima di entrare nel letto. Sì, perché io entravo, ed entro, nel letto, come uno che entra in una barca, alzando prima una gamba e poi l’altra, e salendoci sopra, per poi scivolare, come un bruco, sotto le coperte senza muoverle.
Da piccola quindi, accendevo la lucina dell’angelo calmo ed eterno ed entravo nel letto barca, solo dopo averci ben guardato sotto, facendomi coraggio e piegandomi a metà, con il fiato sospeso e  con un certo terrore, a scrutare il parquet immobile, innocuo e in penombra.
Fino a che non mi addormentavo poi, facevo ben attenzione a non lasciare sporgere una mano o un piede dal letto, perché ero sicura, e già i miei occhi lo vedevano nel buio, e mi facevano trattenere il respiro, e fermare il cuore, che una mano enorme, fortissima, pelosa e verde di alghe di palude o nera di tenebre, sarebbe uscita fulminea da sotto il letto per afferrarmi per il polso o la caviglia in una morsa potentissima per trascinarmi poi giù giù giù giù e giù, lontano e per sempre, in quell’abisso buio che si apriva tutte le notti sotto il mio letto tappezzato di quell’orribile raso, fortemente voluto da mia madre per la cameretta dell’unica figlia femmina, a rose rosse, gialle e rosa, e per non farmi mai più risalire.
Invece, l’angelo calmo e sereno mi proteggeva. Mi proteggeva sicuramente anche durante la notte, quando, incosciente e inconsapevole, muovendomi nel sonno, avrei abbandonato la mia posizione di sicurezza, girata sul fianco destro, vigile ed attenta, occhi aperti nel buio, verso la porta semiaperta, a controllare che un pazzo assassino non entrasse come una furia brandendo alto un coltello luccicante, pronto a piantarmelo nella schiena, non appena mi fossi girata verso il muro. Chissà come, invece, l’angelo cacciava via tutti quei mostri. Forse creava un campo magnetico, sicuro e protetto, un golfo riparato dove, silenzioso e tranquillo, galleggiava il mio letto nel debole chiarore della sua lucina.
 
Un campo magnetico era riuscito di sicuro a crearlo anche quel giorno di maggio di venti e più anni fa in cui, in quattro su una 127, per uno scherzo finito male, facemmo testa coda sulla Callalta, e sfiorando una decina di auto che correvano nel traffico di una domenica sera, riuscimmo a passare tra due platani e a planare senza capottare in un fosso miracolosamente asciutto. Gli unici miei danni furono una gran botta alla tempia e la sfilacciatura di una fettina laterale di lingua rimasta presa tra quattro molari.
Quando ripresi i sensi, dopo aver visto dai finestrini il mondo volarmi intorno e diventare nero in un attimo, riuscii perfino ad uscire dal sedile dietro e a risalire da sola dal fosso, arrampicandomi ostinatamente ai ciuffi d’erba verde della riva, aiutata da un infermiere bianco e sorridente dell’ambulanza che vedevo lontana, irraggiungibile, parcheggiata sul ciglio della strada. Ma sono sicura che non era un infermiere. Era il mio angelo, che silenzioso e attento come sempre, si complimentava con me, e mi incitava con un sorriso. Poi, mentre al pronto soccorso aspettavamo le radiografie, forse andò a bersi una birra con gli angeli degli altri tre. Birra meritata, visto che in quattro ci procurammo solo un taglio da tre punti al pronto soccorso.
Good job, direbbero in america.
Quante ne ha viste poi, in questi anni. Almeno due voli in moto, si andava piano però, poi un altro paio di incidenti sicuramente mortali, che mortali però non furono, e non diventarono neanche incidenti, (ma quella golf targata germania me la ricordo benissimo mentre ci sfrecciava a fianco in galleria dopo un sorpasso rientrato, e pure il camion alla fine della retromarcia nella stradina in toscana), e una curva presa troppo larga dopo una cena in collina.
Il bello è che non ero mai io alla guida, e il mio angelo doveva essere assai incazzato e avere in più ottimi rapporti con i suoi colleghi.
Cosa manca? Ah beh, forse quella volta che ho fatto autostop a quindici anni, quella sera nella metropolitana di Londra, i vari maniaci, pedofili per fortuna solo esibizionisti, e alla fine innocui, incontrati ai giardinetti da bambina e poi insomma, mettiamoci pure il giro del mondo, via.
In fondo con tutti gli aerei e autobus e metropolitane che ho preso, e quartieri sconosciuti e ostelli e strade mai viste, e onde australiane e traghetti neozelandesi, e treni, e vie deserte, avrà avuto il suo daffare anche se io non mi sono accorta di nulla.
Ci metterei poi anche qualche periodo in cui entravo in casa e, con il cappotto addosso, mi lasciavo cadere sul divano a guardare il muro, o un paio di sere in cui mi sono fermata nell’ingresso e, lentamente, senza credere che succedesse davvero, sono scivolata piangendo lungo il muro. Di sicuro, dopo un po’è stato lui, il mio angelo, a farmi alzare, a lavarmi le mani piano piano come una convalescente, guardando l’acqua scorrere dal rubinetto come fosse la prima volta, e a lavarmi la faccia senza guardarmi nello specchio. O forse sono stata io, pensando a lui, o lui, pensando a me. O tutti e due insieme, così insieme che ormai non sappiamo neanche più dove comincia l’angelo e dove finisco io, tanto siamo abituati a lavorare fianco a fianco e ad arrangiarci.
Come direbbero gli americani, siamo una bella squadra. Good job, angelo.

MARTEDI’ GRASSO (replica)

18 febbraio 2011

Questo post l'ho già pubblicato giusto due anni fa. Ma faccio come in televisione d'estate, non ho tempo di scrivere, né tantomeno so cosa scrivere, così siccome leggendo dall'amico s|a mi è venuto in mente il mio vestito da moschettiere, ve lo rimetto qua. In replica.

Va beh, ho capito, vi piacciono i post intimistici.
Ieri ho parlato della mia faccia allo specchio e sono passate di qua un centinaio di persone.
Come facessero a saperlo, che parlavo della mia faccia, e soprattutto come questo potesse risvegliare tutto questo interesse, non mi è molto chiaro, però oggi voglio riprovarci parlandovi del costume di Carnevale di quando ero bambina.
Non c’è molto da dire, in effetti, se non che quell’anno, l’anno dei miei quattro o cinque anni, mia madre decise di comprarmi un costume da Carnevale vero.
Prima non l’avevo mai avuto, e neanche ho ricordo di altri costumi indossati dai miei fratelli.
Se ci fossero stati, di sicuro mi sarebbero stati appioppati, come quell’orribile soprabito di velluto a coste marrone di mio fratello L. che un giorno, in quarta o quinta elementare, mia madre decise di farmi indossare, e dio quanto mi vergognavo, e che per fortuna mi convinse a portare solo per un paio di giorni, finché i miei amici Anna e Sergio mi dissero che faceva davvero schifo.
O i pigiami di cotone blu, o azzurro, con i bordini bianchi, che però, insomma, mettevo anche volentieri, perché mi piaceva il colore e poi tanto, di notte, nessuno mi vedeva.
Probabilmente di costumi di Carnevale ce n’erano stati per i miei fratelli, ma erano andati rovinati negli anni, loro erano grandi ormai, terribilmente grandi: se io avevo cinque anni, L. ne aveva undici ed E. ne aveva addirittura tredici. Tra di noi ormai c’era un abisso, e poi io ero una femmina. Questa questione dell’unica figlia femmina, quasi inaspettata, dopo due maschi bradi e litigiosi, era evidentemente estremamente importante per mia madre e il suo concetto di abbigliamento femminile. Da quando ero nata infatti, era stato tutto un tripudio di vestitini rosa, di collettini bianchi di pizzo, di maniche a palloncino, di camicettine con i volants, di pon pon colorati, bottoncini di madreperla, calzettine traforate, scarpettine di vernice o sandaletti bianchi lucidati con la biacca. La mia cameretta era un’esultanza di fioroni rosa, gialli e rosini su chilometri di raso rosa di mantovane e copriletto. Il mio lettino aveva una testata rococò ricoperta dello stesso raso, le tende erano bianche a balze, le pareti erano rosa, la lampada era una romantica ceramica dipinta a fiorellini (rosa), e la scrivania era un qualche stile impero con poltroncina in stile ricoperta di velluto verde.
Il risultato di tutto questo diluvio di stoffe, rasi, drappeggi, volants, colorini pastello, pizzi e vernici, fu che divenni in assoluto la prima bambina della mia scuola a indossare i blue jeans e a non togliermeli più per una ventina di anni.
Inutile aggiungere che, mio malgrado, ero una bambina tranquilla e pulita, ma che non mancavo mai di sporcarmi apposta le scarpine appena lucidate, strofinandole nella polvere, tirarmi fuori la camicia dalla gonna, e di spettinarmi furiosamente i capelli amorevolmente tirati e ripiegati in su con il pettine bagnato.
Diciamo però che dai dieci anni in poi presi definitivamente il controllo del mio armadio, della mia acconciatura e un paio d’anni dopo pure dell’arredamento della mia cameretta, e mia madre, desolata e frustrata, mi lasciò andare alla mia deriva.
Così, dall’armadio sparirono i vestiti, la spaventosa triade “gonna golf e camicetta” fu sostituita da blue jeans e maglietta d’estate e pantaloni di fustagno e maglione d’inverno. I capelli crebbero inesorabilmente e si fissarono prima in una coda di cavallo raggrumata, poi in una libera crescita indistinta.  Il colore rosa fu bandito nei secoli e definitivamente espulso con raccapriccio dalla mia vita.
La testata rococò fu estirpata dal letto, i tendaggi sradicati, la scrivania eliminata e sostituita da un’asse di truciolato su due cavalletti di ferro, l’armadio laccato di bianco fu ricoperto di fotografie strappate dai giornali e soprattutto la camera fu ridipinta di giallo e il soffitto di marrone.
Prima di tutto questo furibondo cambiamento però, all’alba dei miei quattro o cinque anni, ero ancora una docile e dolce bimba abbigliabile secondo i canoni della moda bambinesca femminile di quegli anni.
Non riesco proprio a spiegarmi quindi, ancora oggi, come mai quella sera di tanti anni fa, mia madre mi abbia portato in una delle più belle cartolibrerie della città, che inspiegabilmente allora vendeva costumi di Carnevale. E soprattutto, non riesco a spiegarmi come mai, già allora, tra i tulle azzurri dei vestiti da fatina, le balze colorate dei vestiti da Biancaneve, i rasi bianchi finemente ricamati dei vestiti da Colombina, io abbia scelto proprio quella magnifica casacca di velluto blu con i lustrini d’oro, quella camicia di raso bianco, quei pantaloni di panno rosso con i fregi dorati, quel cappello rosso con la piuma,  del mio meraviglioso, incantevole vestito da Moschettiere.

PRINCIPIANTI PROGREDITI

11 febbraio 2011

Nadiia è una bizzarra signora russa sulla sessantina, carnagione bianchissima, rossetto rosso e voce baritonale, i capelli cortissimi e biondi che spuntano da una bombetta nera che tiene appena appena appoggiata sulla testa. Sta fieramente dritta in punta di sedia, i gomiti appoggiati al tavolo come se stesse partecipando a un pranzo all’ambasciata, saettando gli occhi vivaci qua e là, seduta  tra Aprana, una modesta signora dallo Sri Lanka e Naza, ragazza kosovara.
Aprana sta infagottata in un misto di sari, giacca a vento e sciarpa, una faccetta marroncina nascosta dietro un paio di occhiali /monitor di osso scuro e recita gli esercizi come un rosario. Secondo me ha studiato dalle suore. Cingalesi, ma suore. Naza mi guarda come se fossi Miss Universo, o l’ultimo premio Nobel per la letteratura, o l’incarnazione dell’Italia terra dei miracoli futuri, mi sorride, mi dice che è felice che io sia lì e mi osserva con uno sguardo così aperto e fiducioso che temo che non capisca niente di quello che dico, ma si limiti alla speranza di capire tutto, finalmente, un giorno.
Di fronte c’è il blocco delle donne bengalesi: colori vari di giacche a vento e piumoni sovrapposti a sari leggerissimi rosa, gialli, arancioni, sciarpe intorno al collo o a coprire la testa, bambini urlanti in braccio e carrozzine lungo le pareti della classe. Tra tutte spicca il faccione di Saranda, occhi smisuratamente grandi e denti bianchissimi che urlando legge più veloce di tutte, malissimo, tanto che la nigeriana Mamouna che siede imponente alla sua sinistra, la richiama dicendole che va troppo avanti, e con gesti calmi e sorridenti la invita anche a portare fuori, dalla baby sitter, e sarebbe anche ora, la figlia rompiscatole che ha fatto quasi piangere la bambina dell’ucraina senza nome, il donnone con i capelli grigi e vistosa peluria sul labbro superiore, aggiuntasi all’ultima lezione, per provare, dice, e che si è rivelata una sottile linguista, che si pone problemi del tipo: perché la gente dice metti la roba sul frigo e non nel frigo? E perché a volte si dice quei e a volte quelli e a volte quegli? E come si chiama tunnel sotto stazione? E così via. Le davo sessant’anni e invece scopro che ha una bambina di due anni.
Katarina, vecchia russa senza cognome, capelli grigi corti e spettinati, e berretto con frontalino alla Lenin, sorride dall’altra parte del tavolo. Arriva e parte quando vuole, sembra che non segua le lezioni mentre sfoglia incessantemente un vecchio vocabolario ingiallito russo-italiano, sorridendo tra sé e sé, e lanciando di quando in quando, inaspettatamente, domande argute e intelligenti. L’ho messa vicina a Fatima, a scrivere un percorso di indicazioni stradali, per andare, seguendo la cartina sul libro, da Piazza di Santa Maria Maggiore a Viale Manzoni. Non ne hanno indovinata una, ma sembra si siano divertite.
Uno dei pochi uomini è l’indiano Johnston. Magro, educato, occhiali di metallo e l’aria da intellettuale, si siede sempre bello dritto davanti a me, di là dal tavolo, facendo spostare chi si è già seduto, e segue con grande attenzione, fermando la lezione quando non capisce, consultandosi con la marocchina Amina, una delle migliori, o parlando in inglese con la nigeriana Perpetua, silenziosa e seria, immobile appoggiata alla sedia, anche lei chiusa, per tutte le due ore nel suo piumino grigio, nonostante i termosifoni bollenti.
Alla fine Mirvete, ciuffi di capelli tra il biondo e il grigio e sorriso storto mi chiede se ho bisogno di donna di pulizia per casa mia.

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 

QUOTIDIANO

21 gennaio 2011

Guidavo all’una e mezza del pomeriggio, sulla stradona verso nord. Andavo verso le colline, quattro ore di lezione da fare in una scuola. Una scuola che presta le sue aule al pomeriggio, vuotate dagli studenti del mattino. Formazione agli apprendisti, ragazzi appena appena adulti, appena assunti con contratto d’apprendistato, obbligati per legge a corsi inutili, mal gestiti, mal organizzati. Come tutto quello che in Italia potrebbe essere buono e ben fatto, e per convenienza e approssimazione e cialtronismo viene spruzzato qua e là di merda liquida.
Così, con un corso di venti ore di inglese, distribuito su cinque giornate, a botte di quattro ore al giorno, in una classe dove potresti trovare il laureato in lingue e lo straniero che mai ha studiato l’inglese, finisce che un terzo si annoia, un terzo non capisce, un terzo non c’ha voglia, uno vorrebbe fare meglio, e tutti vorrebbero essere altrove.
Allora, ero in macchina all'una e mezza, dopo aver dormito malissimo la notte, aver mangiato in fretta una pasta orrenda condita col sugo Mutti alle verdure grigliate, essere uscita col pomodoro aggrappato alle pareti dello stomaco, freddo e malamente scomposto in boli di cipolla industriale e melanzana dopata,  e correvo tra furgoni, concessionarie d’auto, divaniedivani, centriottici e ipermercati in mezzo a questa nebbiolina orrenda, grigia e umida e fredda, con la paura che a scuola non mi facessero trovare la televisione e il dvd, con cui dovevo fare la lezione e non sapere quindi che pesci pigliare con gente mai vista, maldisposta e indifferente.
E così intanto parlavo, mi preparavo alla presentazione del corso, mi presentavo, con il mio sorriso finto da persona che gestisce benissimo le situazioni, fingendo di parlare a un qualche microfono di cellulare che sennò magari da fuori pensavano che parlavo da sola, come in effetti era, e pensavo, come sempre capita all’inizio di qualche corso, che avevo sbagliato tutto, che dovevo cambiare lavoro, che dovevo partire, andare lontano, non tornare più in questo paese del cazzo, che tanto che ci facevo io qui, e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico, e che ero stra stufa di dovere farmi forza e penare, e pensavo, soprattutto,  che piuttosto che entrare in classe avrei mangiato una merda.
Superato il ponte, il castello di San Salvatore, lontano, perso e spaesato in mezzo alla nebbia delle colline. Che aveva di così insopportabile?  Mi sentivo così sola e persa che ho perfino pensato al  mio angelo custode. Dove diavolo era?
Poi ho immaginato questo grosso volatile improvvisamente seduto al mio fianco in macchina, con il testone biondo e i ricci da angelone, delle enormi ali un po' ripiegate, piume dappertutto, sotto il sedile, sui tappettini neri e svolazzanti per il cruscotto, e la tunica bianca stropicciata e un po’ sporca di polvere. Aveva un faccione pallido, il profilo greco, e assomigliava un po’a un promotore finanziario che conosco. Che cazzo, ho detto, perfino l’angelo custode, ormai.
Mi è venuto da ridere.
A quel punto ero arrivata a scuola e ormai mezza merda l'avevo mangiata. 


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