Archive for gennaio 2011

SCHWA

30 gennaio 2011

Mah, di cosa preferite che vi parli?
Del film “Il discorso del re”, della mia nuova esperienza di insegnamento dell’italiano a stranieri analfabeti, della rabbia che covo e che da qualche parte dovrà esplodere, (sarò il prossimo protagonista, l’esse i, di Criminal Minds), dei giorni della merla, del fatto che l’inps dice che non pubblicizza la simulazione della pensione ai lavoratori parasubordinati perché teme sommovimenti sociali e che invece io ho saputo l’ammontare della mia pensione, (da qui Criminal Minds), del fatto che è ora che prenda il via un grandioso studio antropologico che utilizzi come laboratorio in fieri il popolo italiano e che spieghi cosa è successo al cervello di milioni di italiani negli ultimi venti anni, del perché il Presidente dell’Inps tema sommovimenti sociali e invece nessuno ha in mente di sommuovere alcunché a nord delle rive del Mediterraneo, per quanto ne avrebbe ben donde, del fenomeno del rotacismo, il mio, e della sua possibile correzione, del mio Master in divenire, (sto facendo un Master) (ho finito l’esame di fonetica, si vede?), dello schwa, /ə/.
Lo schwa sarebbe proprio giusto giusto. Viene dall’ebraico e potrebbe tradursi come: insignificante.
Nel senso del nulla.

 

QUOTIDIANO

21 gennaio 2011

Guidavo all’una e mezza del pomeriggio, sulla stradona verso nord. Andavo verso le colline, quattro ore di lezione da fare in una scuola. Una scuola che presta le sue aule al pomeriggio, vuotate dagli studenti del mattino. Formazione agli apprendisti, ragazzi appena appena adulti, appena assunti con contratto d’apprendistato, obbligati per legge a corsi inutili, mal gestiti, mal organizzati. Come tutto quello che in Italia potrebbe essere buono e ben fatto, e per convenienza e approssimazione e cialtronismo viene spruzzato qua e là di merda liquida.
Così, con un corso di venti ore di inglese, distribuito su cinque giornate, a botte di quattro ore al giorno, in una classe dove potresti trovare il laureato in lingue e lo straniero che mai ha studiato l’inglese, finisce che un terzo si annoia, un terzo non capisce, un terzo non c’ha voglia, uno vorrebbe fare meglio, e tutti vorrebbero essere altrove.
Allora, ero in macchina all'una e mezza, dopo aver dormito malissimo la notte, aver mangiato in fretta una pasta orrenda condita col sugo Mutti alle verdure grigliate, essere uscita col pomodoro aggrappato alle pareti dello stomaco, freddo e malamente scomposto in boli di cipolla industriale e melanzana dopata,  e correvo tra furgoni, concessionarie d’auto, divaniedivani, centriottici e ipermercati in mezzo a questa nebbiolina orrenda, grigia e umida e fredda, con la paura che a scuola non mi facessero trovare la televisione e il dvd, con cui dovevo fare la lezione e non sapere quindi che pesci pigliare con gente mai vista, maldisposta e indifferente.
E così intanto parlavo, mi preparavo alla presentazione del corso, mi presentavo, con il mio sorriso finto da persona che gestisce benissimo le situazioni, fingendo di parlare a un qualche microfono di cellulare che sennò magari da fuori pensavano che parlavo da sola, come in effetti era, e pensavo, come sempre capita all’inizio di qualche corso, che avevo sbagliato tutto, che dovevo cambiare lavoro, che dovevo partire, andare lontano, non tornare più in questo paese del cazzo, che tanto che ci facevo io qui, e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico, e che ero stra stufa di dovere farmi forza e penare, e pensavo, soprattutto,  che piuttosto che entrare in classe avrei mangiato una merda.
Superato il ponte, il castello di San Salvatore, lontano, perso e spaesato in mezzo alla nebbia delle colline. Che aveva di così insopportabile?  Mi sentivo così sola e persa che ho perfino pensato al  mio angelo custode. Dove diavolo era?
Poi ho immaginato questo grosso volatile improvvisamente seduto al mio fianco in macchina, con il testone biondo e i ricci da angelone, delle enormi ali un po' ripiegate, piume dappertutto, sotto il sedile, sui tappettini neri e svolazzanti per il cruscotto, e la tunica bianca stropicciata e un po’ sporca di polvere. Aveva un faccione pallido, il profilo greco, e assomigliava un po’a un promotore finanziario che conosco. Che cazzo, ho detto, perfino l’angelo custode, ormai.
Mi è venuto da ridere.
A quel punto ero arrivata a scuola e ormai mezza merda l'avevo mangiata. 

HEREAFTER: QUI E DOPO

8 gennaio 2011

A vedere “Hereafter”, l’ultimo film di Clint Eastwood, bisogna andarci quando si ha il cuore in pace.
A me personalmente questo accade qualcosa come una volta ogni dieci anni, per qualche minuto, quindi ci sono abituata, ma se non siete nelle migliori condizioni di spirito, non pensate poi di poter proseguire la serata con una pizza e via, come se niente fosse.
Il film parla di morte, di vita, di vita oltre la morte.
Hereafter che letteralmente si potrebbe tradurre con un bellissimo quidopo, come a dire che dopo qualcosa resta qui, in maniera molto più linguisticamente corretta sta per d’ora in poi, o in futuro, ma anche per un aldilà, che per fortuna non è stato utilizzato come titolo per la versione italiana perché avrebbe portato con sé tante di quelle connotazioni e sfumature di natura cattoreligiosa di cui noi italiani possiamo fare volentieri a meno, soprattutto nel momento in cui si abbassano le luci in sala e cominciamo a goderci un film.
 
E il film ce lo godiamo dal primo momento, con una scena da moderna apocalisse: lo tsunami del 2004 che si abbatte con la sua onda terrificante sulla vita tranquilla e pacifica di centinaia di migliaia di persone in un qualunque mattino di quell’inverno/estate nell’Oceano Indiano.
Da qui prende il via la vicenda di una giornalista francese che, per quelli che sono i casi della vita, quindi per quelle circostanze che sono proprio l’here, l'hic et nunc, il qui ed ora, si intreccerà alle vicende di un operaio di San Francisco e di un bambino londinese che per la loro storia personale hanno avuto a che fare con l’after, quello che viene dopo.
Il film procede per un continuo intrecciarsi di casi e coincidenze, che sono poi le semplici avventure della vita, a pensarci e a farci caso, che diventano poi casi e coincidenze quando proprio vogliamo dar loro un senso e un perché.
In realtà la morte, che arrivi con un’onda di trenta metri, con un incidente d’auto, per mezzo di un attentato terroristico o per malattia, fa semplicemente parte della vita, ma a vederla da lontano, cioè da vivi, pare spettacolare, inaspettata, sorprendente e soprattutto crudele. Crudele perché ci lascia tramortiti, appunto, spaesati, appunto, pieni di domande in cui ci chiediamo quale sarà il nostro paese d’ora in poi e come riusciremo a viverci, incapaci di proseguire nel nostro cammino come se niente fosse, perché ci ha toccati, come nel caso della giornalista francese, o perché ci ha portato via un pezzo, come nella vicenda del piccolo inglese, o perché, come nel caso dell’operaio sensitivo americano, ci coinvolge così quotidianamente con la sua ombra da renderci impossibile la vita.
Vita che per quanto si sposti continuamente tra splendide spiagge indonesiane, le redazioni di un editore parigino, l’appartamento di un operaio americano e la terraced house di una famigliola londinese è ugualmente sempre in bilico tra la vita e la morte, anche se, per vivere non possiamo e non vogliamo accorgercene.
E tutti siamo sempre lì, sul filo, vuole forse suggerirci Clint Eastwood, sia che prendiamo il sole a Pee Pee Island per le vacanze di Natale, sia che prendiamo la metropolitana a Charing Cross o attraversiamo la strada di corsa. E tutti siamo uniti dallo stesso filo: che siano i racconti di Charles Dickens ascoltati da un audiolibro in un appartamento di San Francisco o certe storie tragiche della Londra dickensiana, sempre attuale, anche dopo duecento anni, in certi sobborghi della grande capitale inglese, tutti navighiamo a vista, tentando di arginare la nostra personalissima cognizione del dolore, quello che, da umani, ci è toccato in sorte.
 
Clint Eastwood è sempre, o sempre più, grande. Non ci da’risposte confezionate, sonda e mostra con la grande poesia e il tocco lieve e denso di cui è maestro, il materiale disponibile senza fornirci interpretazioni religiose o laiche: così stanno le cose, prendete, servitevene tutti e fatene quello che credete. Matt Damon è stupendo nell’offrirci l’interpretazione di un uomo semplice schiacciato dal macigno del suo dono/condanna e dalla solitudine che ne deriva, senza una donna, senza amici, perso in un lavoro anonimo: lontano dalla vita perché troppo vicino alla morte e alle domande che ci pone.
Il film finisce bene, nel senso che in qualche modo si esce dal cinema sollevati. Il magone di certe scene sparisce, per fortuna, anche se sappiamo bene che è solo rimandato.
Ma in fondo, è la vita no?

 


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