Archive for the ‘nuova zelanda’ Category

SHOCK CULTURALE

15 ottobre 2008

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Quando non so cosa scrivere, piazzo qui qualche mail dal giro del mondo.
Questa volta si parla dell’arrivo in Nuova Zelanda dopo una ventina di giorni di Giappone.
A rileggerla mi viene da ridere perché mi vengono in mente i miei giorni giapponesi. Giorni stupendi per tanti versi, in giro per un paese affascinante, diverso, totalmente diverso da qualunque altro posto del mondo.
E nello stesso tempo giorni di totale solitudine, in cui, dopo giorni in cui non riuscivo a fare due parole con nessuno, perché nessuno parlava inglese, mi ritrovavo a parlare o cantare da sola per la strada. Giorni anche di totale straniamento e fascinazione, passati a cercare di capire abitudini, gesti e modi di questo popolo di marziani.
L’arrivo, prima in Australia per scalo tecnico a Cairns, poi a Brisbane e infine a Auckland, dopo venti giorni di compassati e impassibili giapponesi, fu per me quel giorno un vero e proprio shock culturale.
Questo descrive cosa ne venne fuori!:

Il signor Dion Salmon, come risulta dalla targhetta spillata alla camicia, (e mi pare di capire che i suoi antenati non facessero gli allevatori di pecore), un ometto secco color castagna, con la faccia come un mocassino spiegazzato, mi fa togliere la cintura prima di passare attraverso il varco a raggi x all’entrata della sala transiti dell’aeroporto di Cairns, Australia.
Vicino a lui un omone alto e grosso, scuro anche lui, ma di un altro colore, il mio primo aborigeno, vestito di una tuta arancione con la scritta “custom”, dogana, mi guarda fisso. Sarà perché ho la giacca a vento e qui ci sono 25 gradi?
Sono le 4 e 40 del mattino e fa un caldo boia. Questa non l’avevo calcolata. Il transito intendo, all’alba e con questo caldo. Ora fra una mezzora dovrò prendere un altro volo che mi porterà a Brisbane, e poi un altro volo ancora fino ad Auckland, Nuova Zelanda. Penso che all’arrivo sarò una polpetta cotta.DSC02023

Oggi è stata una non-giornata. Una di quelle giornate in cui non si succede niente e non si fa niente perché tutto si svolge nell’attesa della partenza. Dopo 18 giorni lasciavo il Giappone per la Nuova Zelanda. Così, nel pomeriggio sono tornata a Narita, l’aeroporto di Tokyo, che ormai non ha più segreti per me, e alle otto di sera mi sono imbarcata sul volo Quantas che mi ha portata qui. Ho regalato alla hostess, una biondona australiana di Perth, quella fottuta carta telefonica giapponese che non sono mai riuscita ad usare perché in Giappone i telefoni parlano giapponese, e lei, riconoscente, ha continuato ad offrirmi te, caffè ed aranciata per tutto il volo. Gli altri passeggeri erano quasi tutti coppiette di giapponesi e famigliole australiane. Cairns, con le sue spiagge tropicali, è meta di vacanze natalizie. Infatti fa un gran caldo, e io con la mia giacca a vento, il maglione di lana e i pantaloni di velluto, mi sento un po’ fuori posto in mezzo a questo popolo di vacanzieri che si presenta in bermuda all’arrivo. Spero che ad Auckland, come pare, faccia un po’ più fresco.

Auckland. Ragazzi, mi ripeterò ma il mondo è davvero bello perché è davvero vario. Finalmente dopo venti giorni di alieni giapponesi, dei bei pezzi di uomini! Finalmente dei bei biondoni, rossi, castani, alti, grossi e con due spalle così! Mi gusto perfino i ciccioni, guarda te! Finalmente degli uomini che ti guardano e ti guardano negli occhi! E parlano! E ridono! E si stiracchiano. E stanno seduti stravaccati! E delle belle donne, cavallone, bionde, sorridenti, sciattone, vestite come capita, con i capelli per aria, i bambini che urlano e che rompono le balle e si sdraiano per terra.
All’aeroporto di Auckland, al controllo bagagli, dove arrivo pallida e stralunata, camminando come sulle uova, sbandando nei corridoi, dopo una notte insonne passata a cambiare aerei, mi accoglie un ragazzone rosso, pieno di lentiggini, sorridente che mi chiede da dove vengo. “Italia” dico io, e potrei quasi cantargli “o sole mio” da come mi fa sentire bene. E lui: ” ooooh Italiaa, brava ragazzo!!!”. Quasi mi commuovo, un uomo che mi parla e che mi sorride. Oddio quanto mi mancava l’occidente. Questo occidente. L’occidente della varietà, della commistione, della diversità tra simili. E anche un po’ di disorganizzazione, un po’ di confusione, un po’ di sana sporcizia. Ecchecavolo, in fondo sono italiana! E poi gli sguardi, la parola sorridente, il commento buttato là tra estranei per scambiarsi un’impressione, un pensiero. Per dire che in fondo siamo tutti qui a sfangarcela in questa valle di lacrime. E mica sono arrivata a Napoli, sono arrivata in Nuova Zelanda, dall’altro capo della terra. Si parla inglese qui e da quello che vedo sono minimo un metro e ottanta, biondi e molto wasp, almeno ad una prima impressione. Accidenti, ma quanto sono diversi i giapponesi!!

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MAORI

27 settembre 2008
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Lettura domenicale tratta dalle “lettere da lontano”, le mail dal giro del mondo. Questa arriva dalla Nuova Zelanda. Si parla di Maori, di Pakeha, di Kauri, di opossum e infine di tradizioni. Tanto per non dimenticarsi che fuori di casa c’è un mondo.
DSC00963L’autista del pullman Paihia/Auckland è un degno rappresentante della comunità dei Pakeha, come i maori chiamano gli europei arrivati nella loro terra nei primi anni dell’800. Alto, magro, roseo, un che del Principe Carlo d’Inghilterra, di quel biondo stoppa che mi fa pensare a degli avi inglesi o scozzesi. Diverso insomma, dall’autista dell’andata: un maori piccoletto e tarchiato, con i capelli ricci, scuri e gli occhi azzurri, in calzoncini blu corti e calzettoni bianchi, la divisa della Northliner Express, che tanto ricorda il passato coloniale inglese e a me in particolare il colonello Alec Guiness del Ponte sul fiume Kwai.
I Pakeha, all’inizio arrivarono soprattutto dall’Inghilterra, dalla Scozia, dall’Irlanda, ma anche dalla Dalmazia perché i dalmati erano abili nell’estrazione della resina dagli alberi giganti chiamati Kauri e considerati sacri dai maori. E a vederli, queste meraviglie di alberi, alti 30 metri, con diametri che raggiungono i 10 metri, perfettamente diritti, come un muro di legno vivente, e in grado di raggiungere i 1000 anni, non gli si può dare torto.
I Neozelandesi vanno molto fieri dei buoni rapporti di convivenza che hanno saputo raggiungere con la comunità dei maori, i quali diversamente dai tranquilli e sognanti aborigeni australiani, grazie alla loro tradizione di guerrieri, hanno saputo difendere i loro diritti fin dagli inizi (forse perché hanno subito dichiarato le loro intenzioni mangiandosi qualche marinaio del Capitano Cook o qualche volenteroso missionario anglicano). DSC01047
In realtà, sua maestà Vittoria, la regina d’Inghilterra, con il trattato di Waitangi del 1840, autoproclamandosi sovrana della Nuova Zelanda, ma facendo firmare il trattato anche ad una maggioranza di capi tribù maori, con grande abilità fece diventare la Nuova Zelanda parte dell’Impero britannico, avvalendosi dell’opera di convincimento e diplomazia dei primi missionari e dei primi suoi rappresentanti su litigiosi capi tribù maori, e avvalendosi anche di una traduzione non proprio corretta del trattato dall’inglese al maori, sulla quale tuttora si discute e che ha provocato innumerevoli controversie anche nella compravendita delle terre che gli europei acquistavano dai maori, tanto che ancora oggi chi compra un terreno nelle zone dei primi insediamenti può andare incontro a problemi di rivendicazione da parte dei discendenti degli antichi maori.
Insomma, qui I maori sono quasi allo stesso livello dei Pakeha, anche se noi europei, come sempre, quando siamo arrivati qui abbiamo portato malattie, alcool, fucili e introdotto animali che sono andati a modificare per sempre l’equilibrio di questo paradiso terrestre dove non esistevano animali predatori. Prova ne è l’abbondanza di uccelli che non sanno volare come il simbolo nazionale: il pacifico kiwi.
Quell’animalino carino che si chiama opossum, per esempio, introdotto in nuova zelanda dagli australiani, qui lo odiano perche’ si mangia di tutto, ne hanno circa 70 milioni di esemplari, e se lo incontrano guidando lungo una strada di campagna, lo riducono volentieri in frittata. In compenso, sempre in tema di salvaguardia della fauna, i maori quando sono arrivati qui dalle isole della Polinesia, hanno trovato molto facile cacciare e mangiarsi il povero Big Moa che era una specie di piccione terrestre e indifeso, alto 3 metri, che non sapeva volare, ma pare che fosse molto buono arrosto. E se lo sono mangiato fino a che si DSC00885e’ estinto, intorno al 1700. Da allora credo che i maori si siano buttati sul fish and chips e sul burger king perche’ sono tutti abbastanza in carne: omoni grandi e grossi e donnone alte, imponenti, dalla pelle ambrata, a volte ricoperti dei tatuaggi tradizionali, dagli occhi grandi e liquidi della gente polinesiana , un che di sognante e ironico nello sguardo e tutti con le gambe rigorosamente a X.
I maori sono ormai solo un 14 % della popolazione neozelandese, nella scala sociale sono un po ‘ sotto la media degli europei, ma, fieri delle loro origini e delle loro tradizioni, si danno molto da fare per affermare i loro diritti e per tenere viva la loro cultura e la loro lingua che e’ comunque ovunque nelle diciture ufficiali, al pari dell’inglese. DSC00880
A livello turistico, la tradizione maori ha una grande rilevanza, e dappertutto vengono organizzate visite e ricostruzioni di villaggi maori, cene tipiche e danze antiche, dove viene riproposta la famosa Haka, la rituale danza tribale che noi conosciamo perche’ la squadra degli All Blacks la ripropone all’inizio delle partite di rugby e che aveva lo scopo di intimorire i nemici. E in effetti, a vederli danzare, questi pezzi di uomini, dandosi grandi manate a braccia e gambe, roteando gli occhi, tirando fuori la lingua, tatuati di segni misteriosi e urlanti suoni minacciosi, incutono un certo rispetto.DSC00655
Poi, finita la rappresentazione ad uso e consumo dei turisti, le armi vengono riposte, il villaggio maori viene smontato, gli abiti tradizionali ripiegati, e guerrieri e danzatrici se ne tornano a casa a guardarsi le news delle 7 alla tivu. Il giorno dopo poi li vedi in giro in t shirt e pantaloncini mentre si bevono una coca dal Mc Donalds, o alla guida di qualche taxi o alla cassa del supermercato Woolworth. A quel punto mi chiedo sempre quanto valore e quanto senso abbiano per un maori ad Auckland, per un italiano a Sydney, per un marocchino a Milano o per un pakistano a Londra, insomma, per tutti quelli che, per un motivo o per l’altro vivono fuori posto, lontano dal loro mondo nel tempo e nello spazio, mantenere vive le proprie tradizioni, la propria lingua i propri usi e costumi, attribuendo a questi aspetti la propria identita’ di persone. Mi chiedo insomma se non sarebbe piu’ semplice accettare il nuovo e la nuova vita ed integrarsi, ma in effetti cosi’ perderemmo molte di quelle specificita’ e diversita’ che rendono il mondo bello e vario, o se invece sia giusto mantenere e tramandare, a volte contro tutti e contro tutto, la lingua dei Baschi in Spagna, il velo islamico a Parigi o il matrimonio combinato a Manchester.
Io, la risposta non ce l’ho.

 

 

NUOVA ZELANDA

22 giugno 2008
Una lettura domenicale, per chi oggi non è al mare, passa di qui e ha voglia di viaggiare leggendo.
Solo impressioni e pensieri scritti e inviati agli amici del momento in cui, dopo aver lasciato la Nuova Zelanda e dopo varie vicissitudini all’arrivo in Australia, tra cui la ricerca di un medico per curare una bronchite giapponese e la definitiva crepatura dei miei preziosissimi occhiali da vista e da sole per opera di un ottico imbranato di Sydney, cercavo di tirare le fila del paese appena visitato e di cominciare a capire, guardandomi in giro, il paese/continente dove ero appena arrivata.
 
 
Cari amici,

sono ancora qui. in Australia.
dopo un lungo intervallo in cui ho cercato di capire dove andare in Australia, ho letto 3/4 guide diverse, girando per le librerie dove hanno dei reparti di libri di viaggio grandi come un’intera libreria delle nostre, ho vissuto negli internet point per cercare voli e alberghi, ho cambiato 128372732832672 alberghi, sono andata dal dottore per l’ennesima volta, sono andata a farmi la tessera sanitaria (e a cercare di capire dove farla a Sydney) per non pagare il dottore, ho comprato le medicine e sono tornata dall’ufficio della Medicare per farmele rimborsare (ma non le rimborsano), sono tornata a farmi rimborsare il dottore (e lo rimborsano subito cash! altroché alla Asl), ho trovato il modo di farmi distruggere gli occhiali da sole e vista da un cretino di ottico cinese che mi ha crepato le lenti e cosi’ ora devo andare in giro con gli occhiali vecchi e non vedo un tubo, ho telefonato 3838232640 volte al numero verde della ditta del cretino cinese per urlargli che hanno un deficiente di impiegato che non sa il suo mestiere e che cazzo! voglio un rimborso perché gli occhiali erano nuovi e pagati un occhio (anzi due), insomma, dopo un lungo periodo in cui ho avuto da fare, rieccomi qui.
però, siccome in tutto questo turbinio di andirivieni di rotture di scatole devo ancora davvero capire l’Australia, vi tocca un altro po’ di Nuova Zelanda.

a prima vista devo dire che in Nuova Zelanda mi sentivo più a mio agio. Non so perché ma è così, però finora ho visto solo il lato cittadino dell’Australia, da Brisbane a Sydney, passando per la Sunshine coast. Mi manca l’outback, l’interno dell’Australia. Alla fine, dopo vari ripensamenti, ho deciso di andarci. Per capire. E così, domani mattina parto per Alice Springs, tre ore e mezzo di volo e un altro fuso orario, mica bruscolini.

Ci risentiamo da Ayers Rock, anzi Uluru, come la chiamano gli aborigeni, il cuore rosso dell’Australia.

Ciao!

All’aeroporto di Christchurch, circondata di coreani, aspetto il volo che mi porterà ad Auckland. Dall’aspetto non è facile per uno sguardo europeo accorgersi della differenza tra un coreano ed un giapponese: i tratti somatici sembrano gli stessi,  anche se i giapponesi sono vestiti meglio, con una certa loro eleganza. Ma un aspetto importante fa la differenza: un coreano sta ad un giapponese come un napoletano ad uno svedese.
In poche parole, mentre i giapponesi sono sempre silenziosi, educati, gentilissimi ed imperturbabili, (tranne quando bevono), i coreani fanno un casino della madonna, urlano, ridono e schiamazzano come ragazzini all’ultimo giorno di scuola.

Ultima notte in Nuova Zelanda. Domani mattina un volo Qantas mi porterà a Brisbane, in Australia. Un po’ mi dispiace lasciare questo paese verde e gentile, giovane e pieno di energie, naturali ed umane, ondulato di colline vulcaniche ancora mobili, di geyser esplosivi, di fanghi ribollenti, di lave, di terremoti che non uccidono perché non ci sono case, dove la natura deve ancora trovare il suo assetto definitivo e tutto sembra ancora da fare.
E le città costruite l’altro ieri, dove le case sono di compensato e possono viaggiare da un posto all’altro, dove sono considerati monumenti degni di considerazione turistica le case abitate e gli alberi piantati dai settlers, i coraggiosi che per primi sbarcarono qui nella prima metà dell’800, approdando in baie magnifiche, luminose dell’aria sottile del clima oceanico, bordate di colline verdissime, nel paese chiamato Arotearoa “ la terra dalle lunghe nuvole bianche”, come l’avevano battezzata i maori quando arrivarono qui.
Un paese fatto di emigranti, dove tutti sono figli e nipoti di qualcuno che è nato da un’altra parte. Il paese “del latte e del miele” come lo descrivevano nelle lettere ingenue ai familiari i primi workers, i lavoratori scappati dalla miseria delle nebbiose città europee, dalla fame di Londra o delle campagne scozzesi e irlandesi, che si trovavano davanti un paese di un verde luccicante, intatto, ricoperto di foreste dove potevano sognare una nuova vita, dove esportavano la propria cultura, le proprie tradizioni, rimanendo tenacemente legati alla madre patria, ma sentendosi comunque dei pionieri.
E quindi l’Inghilterra, o meglio, il Regno Unito, da cui proveniva la maggioranza degli emigrati, qui è dovunque: nell’architettura e nella toponomastica delle città dove c’è sempre una Queen’s Road o una Victoria Street, nell’organizzazione sociale, nelle code alla fermata degli autobus, nella tradizione del fish & chips, del te, e dei pub, nella maledetta tradizione idraulica dei due rubinetti, uno di acqua rovente e uno di acqua gelida in lavandini ridicolmente piccoli e assurdamente scomodi, dove se cerchi di lavarti i denti finisci per sputarti sui piedi, e nelle tradizioni sportive del rugby, del cricket e della vela, per cui in spiaggia i bambini invece di giocare a calcio giocano a cricket come delle vecchie signore.

L’England, la vecchia Inghilterra, è ovunque, ma con qualcosa di diverso che una vita così difficile e così lontana dal resto del mondo ha saputo dare ai neozelandesi.
“Friendly”, ovvero amichevole, cordiale, è uno degli aggettivi più usati qui in Nuova Zelanda. Friendly sarà l’accoglienza al tale albergo, e friendly sarà il servizio offerto dal talaltro negozio. Friendly ricorre nei depliant dei servizi turistici, nelle descrizioni delle escursioni, nelle pubblicità dei take away, delle lavanderie, dei ristoranti.
E friendly, diversamente dagli inglesi, i neozelandesi lo sono davvero. La gente spesso ti sorride incrociandoti per la strada, o ti saluta come da noi ormai si usa solo incontrandosi lungo i sentieri di montagna o per le vie di paeselli dove tutti si conoscono.
La cassiera al supermercato ti chiede come va e fa due chiacchiere con te, l’impiegata dell’ufficio informazioni ti saluta come se foste state a scuola insieme e gli autisti degli autobus sono pazienti e disponibili come se fossero pagati per questo.
E’ un po’ un vezzo dei paesi di cultura anglosassone quello di elargire mille sorrisi e complimenti agli estranei, ma quello che talvolta in Inghilterra o negli Stati Uniti mi è sembrata una forzatura un po’ ipocrita e poco sincera, qui sembra proprio un modo di essere.
Del tutto diversa dalla cortesia rigida, formale e un po’ imbalsamata dei giapponesi, la cordialità neozelandese mi sembra solo un altro aspetto di quel take it easy che appare come il tratto fondamentale di questa gente.
E se devi prendere la vita come viene, anche essere gentile con il prossimo, probabilmente facilita le cose e rende tutto più semplice.
E così, friendly and easy mi sembrano le caratteristiche più evidenti di questo popolo, fatto di gente semplice, che pare sempre abbigliata di vestiti stazzonati, tirati fuori casualmente da una valigia, dove non sembrano esistere le marche, le mode, gli status symbol, i telefonini di ultima generazione, le automobili fighe, le pubblicità piene di allusioni erotiche, insomma tutti quegli eccessi a cui invece siamo abituati dalle nostre parti, complici un consumismo estremo, ma anche un nostro certo gusto per le belle cose, il buon mangiare, il bel vestire e anche apparire, che qui sicuramente non esistono.
Gente semplice, cordiale, diretta, che saluta tutti con un “hi folks!” salendo sull’autobus. Figli, nipoti e pronipoti della vecchia, decadente e complessa Europa o della nuova, emergente, spregiudicata e vitalissima Asia, o della miriade di isole del Pacifico che conosciamo solo per sentito dire: tutti arrivati qui in cerca di qualcosa e diventati Neozelandesi.
Gente che vive in barca, cammina a piedi nudi per le strade, mangia in macchina dalle scatole di cartone dei take away, non si fa problemi a fare tre, quattro, cinque bambini, tutti biondi e tutti scalzi, vestiti di niente quando ci vorrebbe la giacca a vento e la sciarpa, gente che cammina nella pioggia senza ombrello, se ne frega del vento che ti stacca la testa o del sole che ti brucia la pelle.
Gente dura, ma piena di promesse, senza complicazioni e senza fronzoli, che emblematicamente e diversamente da altri paesi che nelle loro bandiere e nei loro stemmi si fregiano di aquile bipenni, leoni rampanti, orsi minacciosi e tori possenti, ha scelto come simbolo del proprio paese il kiwi, un animalino nativo della Nuova Zelanda.
Il kiwi, un uccellino che non sa volare, imbelle ed indifeso, timido e notturno, con piume marroncine, cosi sottili e seriche da sembrare una pelliccetta scolorita, un lungo becco e due ali inutili, un po’ goffo, tenero e simpatico, ma assolutamente, ineguagliabilmente ed unicamente Neozelandese.

 

6 gennaio 2008

albero N.Z.Secondo pezzo in cerca di una risposta alla domanda di ieri. Questa volta da Auckland, da un posto poco turistico.

LA SPOON RIVER DI AUCKLAND

La Spoon River di Auckland, la collina dei morti dimenticati, la incrocio per caso la mattina in cui lascio l’ostello e decido di fare due passi in attesa del pullman per la Bay of Island.

Come sempre accade ad Auckland soffia un vento teso e nel cielo azzurro corrono lunghe nuvole bianche, gonfie di una pioggia sottile. A lato del marciapiede di una strada molto trafficata del centro, noto un giardino che sprofonda in una sorta di vallata ricoperta di cespugli e alberi.
Tra gli alberi centinaia di vecchie lapidi e tombe, si rincorrono tra marmi grigi spezzati, angeli anneriti e decapitati, recinti divelti, fino alla fine della valle, dove comincia l’autostrada che porta al sud: la Hamilton Motorway.

Un dimesso e scolorito pannello informativo del comune di Auckland racconta la storia di questi morti, e quindi di questo paese, il tutto racchiuso in poche righe e in un paio di fotografie sbiadite della fine dell’800 che ritraggono la zona come era poco più di centocinquanta anni fa: praticamente quattro baracche di legno in mezzo al nulla.

La storia racconta che a meta’ dell’800, gli europei che stavano cominciando ad arrivare qui a cercare una vita nuova in questo paese, cominciarono anche a morire, e quindi, di comune accordo, decisero che questo pezzo di terra fosse destinato a fare da cimitero.
E cosi’, inglesi in massima parte, ma anche scozzesi, irlandesi, tedeschi, slavi ed olandesi, cominciarono a portare qui i loro morti, ed erano morti anglicani, presbiteriani, ebrei, cattolici, ognuno con la sua lapide e con i simboli della sua fede, ma tutti insieme seppelliti qui, nel cimitero di Symonds Street.

Ma la loro pace eterna duro’ poco, una ventina di anni appena, perché la città cresceva a vista d’occhio, gli abitanti della zona cominciarono a preoccuparsi per l’inquinamento dei pozzi d’acqua nei dintorni del cimitero, e soprattutto, urgeva la costruzione di un ponte che collegasse i due versanti di questa piccola valle. E cosi, nel 1910, dopo pochi anni, il cimitero fu chiuso, molte tombe furono divelte, i morti spazzati via e si inizio’ la costruzione del Grafton Bridge.

Sul ponte, trafficato di auto e pedoni, una targa commemorativa a nome di tutta la cittadinanza chiede scusa ai poveri morti, ai pionieri che erano arrivati qui, dopo mesi di viaggio, armati di nulla se non di belle speranze e di coraggio, in quello che era davvero un mondo nuovo, dove non c’era proprio nulla, se non strani alberi, strani animali e i guerrieri maori, altro che America. La città chiede scusa ai marinai, ai pescatori, ai farmers, agli allevatori di pecore, ai cacciatori di balene, ai minatori, agli intagliatori degli alberi della gomma e ai contadini arrivati qui e morti poco dopo, di malattie, di infortuni, di parto e anche qualche volta di vecchiaia. Scusate, ma avevamo fretta.
E ancora più fretta avevano i nipoti, quando, decidendo di far passare di qui l’autostrada negli anni 60, spazzarono via altre quattromila tombe.
Improvvisamente ho davanti agli occhi le immagini di un film horror con le schiere di questi morti, delle loro anime vaganti senza pace che invadono la Motorway e corrono di notte per le larghe strade di questa luminosa città spazzata dal vento del Pacifico.

Ombre vestite di cuffie e crinolina, come quella di Catherine, adorata moglie del Capitano Duncan Mathson, uccisa accidentalmente nel 1857, come recita la lapide, o vestite dei panni del marinaio Christien Kjer di 40 anni, annegato con i figli Henrich e Annie di 9 e 7 anni, o di James Maxwell, ucciso da una caduta da cavallo lungo il fiume all’età’ di 37 anni, o il povero Alexander Stevenson morto qui, e basta, a 30 anni o di Mary Temple William, che a 6 anni aveva piantato il bell’albero sotto il quale fu seppellita a 81 anni. (piantare alberi giova alla salute).

Ritorno tra i vivi, alla fine, e trovo sull’ultima tomba vicino alla strada un portafogli appoggiato su una confezione da sei di uova fresche. Nel portafoglio la foto sorridente sulla tessera del bus di un ragazzino che, andato a comprare le uova per la colazione, si e’ seduto, chissà perché, su una vecchia tomba in una mattina d’estate.

BUON ANNO

31 dicembre 2007

E per farvi gli auguri di Buon anno, riciclo un’altra delle lettere scritte agli amici l’anno scorso dalla Nuova Zelanda. Lo so, non è carino, ma vi assicuro che, se guardo dalla finestra, il paesaggio urbano che potrei descrivervi è senz’altro peggiore di quello della cittadina di Paihia, nella Bay of Island, Nuova Zelanda.

In primo luogo perché a Paihia non c’è un paesaggio urbano, ma un paesetto con davanti una baia piena di isole verdissime e appena più in là, usciti dalla Baia delle Isole, l’Oceano Pacifico. E poi tanto oceano, tanto oceano, tanto oceano fino ad arrivare in Sud America, in Cile.
Insomma, tutta quella parte di mappamondo coperta di acqua, che attraversa anche la linea del cambiamento di data, tanto che partendo da Sydney alle sette di sera della domenica, si arriva a Los Angeles alle sette di mattina della domenica, guadagnando un giorno nella propria vita.

Mi piace ritornare, almeno con il pensiero, in Nuova Zelanda, l’Arotearoa, la "terra dalle lunghe nuvole bianche" dei Maori per quella sensazione di friendly & easy che c’era nell’aria. E non solo a Paihia che è un paesetto, ma anche a Rotorua, Wellington o Christchurch, una capitale da 250,000 abitanti. Tutto così diverso dall’Italia schizzata e fantasmagorica che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma, per ora non si può, quindi rileggiamoci le vecchie lettere.

DOVEVATE VEDERMI QUESTA MATTINA

Dovevate vedermi questa mattina mentre tornavo verso casa lungo la Marsden Road, la strada che corre in alto sulla costa, lungo la spiaggia di Paihia, e incominciava a cadere una pioggia leggerissima.
Mi ero portata dietro l’ombrellino verde omaggio della europcar, ma un po’ mi vergognavo ad aprirlo perche’ qui nessuno usa l’ombrello, un po’ se l’avessi aperto il solito vento teso del sud me lo avrebbe portato via, e cosi’ mi sono messa in testa il cappellino stile Mr Crocodile Dundee che mi ero appena comprata e sono andata avanti nelle intemperie. Sembravo una vera Kiwi, come amano affettuosamente autodefinirsi i neozelandesi, dal nome del volatile nazionale, il kiwi appunto, una specie di quaglia pelosa dal becco lungo.

Mentre camminavo, incontravo ragazzine neozelandesi in canottiera e calzoncini con i doposci con il pelo, coreani in giacca a vento e scarponcini da trekking, ragazzoni australiani in braghette corte e piedi nudi, signore americane con poncho etnico in puro stile maori in lana con applicazioni di piume di presunta gallina, ragazze giapponesi in tacco a spillo, coppie anzianotte inglesi con zainetto e sandali con calzino, famiglie di indiani con donne col sari e bambine in t shirt con la faccia di Homer Simpson.
Uno strano destino nella scelta dell’itinerario, ha voluto che nel mio viaggio arrivassi prima in Giappone, il paese delle regole, del conformismo e dell’omogeneita’, e poi in Nuova Zelanda che a me, solita turista per caso, appare proprio come l’esatto contrario.
Uno dei primi pensieri che ho avuto arrivando qui, e’ stato che ci sono paesi dove si nasce e si resta per sempre, paesi chiusi, vecchi, gravati forse dal peso di una storia millenaria, dove le abitudini, le tradizioni o chissache’, possono rendere la vita pesante, soffocante, e dove l’esistenza deve per forza incanalarsi su binari gia’ tracciati. Paesi stanchi ma comunque ricchi, dove finisce per arrivare un’emigrazione povera in cerca di pura sopravvivenza, ma piena di energia.
E poi ci sono i paesi dove invece si arriva dopo aver cercato altrove, paesi giovani come questo, dove la casa in pietra piu’ antica della nazione viene riportata sulle guide e data 1833, paesi senza storia, (o comunque con una storia documentata breve), che cercano di darsene una a fini turistici, e allora anche il sasso dove per caso il Capitano Cook (uno dei primi europei ad arrivare fin qui nella seconda meta’ del 1700), si e’ appoggiato una sera perche’ era sbronzo, assume connotati storici. (questa me la sono inventata, ma il concetto e’ quello). Paesi come la Nuova Zelanda, dove arriva un’emigrazione piu’ ricca, intraprendente, fatta di chi non ce la faceva piu’ a stare dove stava, di sognatori, di chi dice: ricomincio da tre o quattro, perche’ tre/quattro cose gia’ ce l’ha, di amanti del cambiamento, del nuovo, del diverso e di uno stile di vita piu’ semplice.

"Take it easy" o "I’m easy like a Sunday morning" e anche un po’ di " carpe diem" mi venivano in mente stasera in spiaggia al tramonto, mentre guardavo due tipi che, uno con l’acqua alla vita, l’altro lungo il bagnasciuga, camminavano in mare a una decina di metri di distanza l’uno dall’altro trascinando una piccola rete da pesca. Fatti un duecento metri, si sono fermati e hanno tirato la rete verso la spiaggia. Ne sono usciti una dozzina di pescioni luccicanti e guizzanti, qualche pesciolino piccolo e argenteo che hanno ributtato in mare e qualche granchietto. Lentamente, scherzando con qualche turista che si era avvicinato, hanno districato i pesci dalla rete, li hanno messi dentro un secchio, ci hanno buttato sopra la rete e se ne sono andati.
In quel momento niente mi e’ sembrato piu’ facile.

Ecco, mi sembra un buon augurio per l’anno che arriva: che l’anno nuovo sia per tutti quanti easy, lieve, diverso, sereno e fecondo: come buttare le reti in mare lungo una spiaggia al tramonto per portarsi a casa la cena.

buon anno a tutti.

un abbraccio.

E.

NATALE ESTERO

24 dicembre 2007

merry xmasEsattamente un anno fa, di questi giorni, ero in giro per il mondo. Ero appena stata in Giappone per quasi tre settimane, e nei giorni che precedono il Natale ero approdata in Nuova Zelanda.

Uno dei connotati di cui sono più carente è il senso di appartenenza, e anzi, come per quegli strani casi di organismi umani che hanno gli organi invertiti per cui, il cuore è a destra, il fegato a sinistra e l’intestino gira dalla parte opposta, il senso di straniamento è per me molto più familiare e benefico, per cui passare il Natale dall’altro capo della terra, in mezzo a perfetti sconosciuti, ad una temperatura quasi estiva, mi dava una certa euforia.
C’era tuttavia, soprattutto in Giappone e un po’ meno in Nuova Zelanda, ma come in tutto il mondo, diciamo così, occidentalizzato, una certa ansia natalizia, una frenesia di pacchettini, di decorazioni, di spese superflue, come avviene in tutte le nostre città di questi giorni.

In Giappone, nei grandi magazzini e nei negozi la musica era un perenne "White Christmas" o "Do They Know it’s Christmas Time" o altre famose carole e canzoni natalizie di provenienza angloamericana. La cosa dava da pensare, riflettendo sugli effetti del consumismo globalizzato, considerando che una minima percentuale dei giapponesi è di religione cristiana e che la maggioranza assoluta non parla una parola di inglese. Che cavolo interessa ai giapponesi del Natale sarebbe un mistero se anche noi non conoscessimo bene i tremendi poteri di pubblicità, mode, conformismo e spinta al consumo per soddisfare bisogni solamente indotti. In effetti anche da noi una misera minoranza parla inglese ma ascolta musica angloamericana, però la stragrande maggioranza si professa cattolica e riempie le chiese almeno per la messa di mezzanotte.

Aggiungo qui sotto una delle lettere che scrivevo agli amici mentre ero in viaggio. Mentre la rileggevo, con una punta di nostalgia mi sono ricordata di tutti gli internet point che ho girato, dove scrivevo su tastiere giapponesi, neozelandesi, australiane, ingegnandomi a trovare lettere e segni di interpunzione. Non ho corretto tutte le e accentate sbagliate, i po’’ e le a’.
Per un pochino sembrerà di essere dall’altra parte del mondo: è il mio modo di fare gli auguri a chi mi legge e che per le feste vorrebbe essere altrove.

MERRY XMAS

Cari voi tutti,

vi scrivo da una casetta silenziosa a duecento metri dal mare. Dietro di me una foresta di alberi strani, mai visti prima, davanti a me, oltre un pugno di altre casette basse, la strada, la spiaggia, e oltre il promontorio che chiude questa piccola baia, l’Oceano Pacifico.
Alla fine sono arrivata a Paihia, nella Bay of Islands, nel nord della Nuova Zelanda. Qui è notte, e da pochi minuti è la vigilia di Natale. Ieri tornando a casa, dalla strada che corre alta lungo la spiaggia ho guardato giù’ e sulla sabbia bagnata qualcuno aveva scritto: MERRY XMAS. Ho fatto una foto perché non avevo mai visto gli auguri di Natale scritti sulla sabbia in riva al mare.

Anche in Giappone, festeggiano il Natale, non si capisce bene il motivo.
I Giapponesi impazziscono per il Natale, e forse non solo a fini consumistici, perché impazziscono anche per tante altre cose, come le feste di matrimonio all’occidentale, ma con la benedizione in un tempio shintoista o i centri commerciali realizzati come piccole piazze italiane, con tanto di cielo che cambia dal giorno alla notte, come da noi con i presepi, la piazza con la fontana stile trevi, e tanto di neve che scende dal cielo finto.
Anche qui in Nuova Zelanda vanno matti per il Natale, ma qui mi sembra un po’ più normale, perché almeno tra maori, inglesi, europei di tutti i paesi, americani e australiani, qualche cristiano dovrebbe esserci. Però mi ha fatto effetto tre giorni fa entrare nella hall della Sky Tower di Auckland, una costruzione di più di trecento metri di altezza, e trovare un enorme albero di Natale con sotto un coro composto da un mix di ragazzi con la faccia da maori, da polinesiani, da occidentali anglosassoni, indiani e asiatici in maglietta nera con le maniche corte e il simbolo degli All Blacks, e sentirli cantare " Silent night " o "Jingle bells" applauditi da un pubblico commosso che scattava fotografie.
Insomma, anche qui e’ Natale.

Il mondo e’ davvero bello perche’ e’ davvero vario. E passare da un Giappone, paese che piu’ uniforme e chiuso di cosi’ non si potrebbe, quanto a cultura millenaria, omogeneita’ della razza, educazione, lingua e tratti caratteristici della societa’, e arrivare in un paese come la Nuova Zelanda dove vive una popolazione che arriva da ogni parte della terra, dove la costruzione piu’antica, a parte la civilta’ maori, ha poco piu’ di duecento anni e dove puoi entrare in un ristorante e mangiare insalata greca come antipasto, fish and chips o tempura giapponese come secondo, e strudel svizzero come dolce, e’ un pochino spiazzante.
Per questo prendo tempo per parlarvi della Nuova Zelanda. L’unico pensiero che mi frulla un po’ scomposto per la testa da ieri e’ questo: ci sono paesi dove si nasce e si resta per mille anni, e ci sono paesi dove si arriva perche’ si e’ cercato altro. Per ora solo questo.

Quanto al Natale nostro: tantissimi auguri a tutti. Di serenita’ soprattutto.

Un abbraccio
E.


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