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CHICAGO: TROOPS HOME NOW! UNA MANIFESTAZIONE AMERICANA

27 agosto 2008
Quando ieri sera, girando per la tivu, su La 7, sono incappata per caso in qualche scena del film “Morte di un Presidente”, sono rimasta senza parole.
Stavo rivedendo esattamente la manifestazione contro Bush e la guerra in Iraq, in cui ero capitata l’anno scorso, in marzo, a Chicago.
Mi sono anche chiesta se la mia manifestazione, quella a cui avevo più o meno partecipato, fosse vera o finta, o se magari ero capitata proprio sul set del film. Le persone sembravano le stesse, i cartelli gli stessi, gli striscioni uguali, le strade erano esattamente quelle di Chicago, quello che cambiava era il numero dei partecipanti: più di diecimila persone era quello che si diceva nel film, circa cinquecento quelle che avevo visto io dal vero. E poi, le date erano diverse: il film era stato girato esattamente un anno prima, nel 2006, io invece a Chicago c’ero stata l’anno dopo, nel 2007.
E poi ero sicura di non avere visto telecamere.
Per la scheda del film vi rimando qui: www.movieplayer.it/film/11319/death-of-a-president-mortediunpresidente
 
Per la mia manifestazione invece leggete qui sotto:
 
DSC02626Lunedì camminavo per la Michigan Avenue, The Magnificent Mile come la chiamano qui, una sorta di Quinta Strada newyorkese o di Champs-Elysées francesi, quando ho incrociato due tipetti che avanzavano reggendo un sacchetto che, da come si comportavano, sembrava contenesse patate bollenti o nitroglicerina.
Uno di loro, un piccoletto scuro con i baffi, mi si è avvicinato velocissimo, ha estratto qualcosa dal sacchetto e me l’ha schiaffato in mano mormorando qualche parola. Era un volantino arancione delle dimensioni di una cartolina. Ma non il solito volantino di pubblicità di quel negozio o del tal locale. Era un volantino che informava che in occasione del quarto anniversario dall’inizio della guerra in Iraq, all’incrocio tra la State Street e la Walton Street di lì a poco si sarebbe tenuta una manifestazione di protesta :
 
TROOPS HOME
NOW!
PROTEST @ 6 PM
TODAY !
RALLY – 24 W.Walton Street (&State Street)
Followed by a BIG anti – war
March down Michigan Ave!
Stop Funding War
and Occupation!
 
DSC02610Subito mi sono diretta verso il posto, percorrendo tutta la Michigan Avenue da sud a nord. Ad ogni incrocio di strada sostavano una quindicina di agenti di polizia per lato. In cielo, poco più avanti, volteggiava un elicottero. Non sapendo bene dove fosse il luogo della manifestazione, ho iniziato a seguire quello che sembrava un giornalista televisivo in giacca e cravatta con tanto di microfono con la sigla della tivu in mano, e il suo operatore con la cinepresa in spalla.
Ho cominciato a pensare che si trattasse davvero di una cosa grossa, ma la gente per la strada continuava ad entrare ed uscire tranquillamente dai negozi come tutti gli altri pomeriggi.
Finalmente, voci ad un microfono, urla e applausi di quello che sembra un comizio mi fanno prendere la direzione giusta. Altra polizia, questa volta i reparti in bicicletta, con i giubbotti gialli rifrangenti con la scritta Chicago Police, gente a piedi che con cartelli in mano si affretta verso il comizio, fotografi un po’ DSC02611dappertutto, non so se per turismo o per professione, traffico un po’ rallentato intorno ad un incrocio.
E finalmente capisco cosa accomuna T., la misera cittadina in cui abito, a Chicago: la partecipazione numerica di persone ad una manifestazione politica.
Devo dire che a Chicago le cose vanno decisamente peggio perché da una popolazione di quasi tre milioni di abitanti mi sarei aspettata qualcosa di più di un quattrocento, cinquecento persone, ma vanno sicuramente meglio quanto a numero di poliziotti: pochi, senza scudi, caschi e manganelli e notevolmente più rilassati.
I partecipanti sono all’interno del cortile di una scuola recintato sui quattro lati, anche se tutto intorno al recinto fervono le solite attività collaterali: manifestanti che vendono giornali di partito o che distribuiscono volantini di eventi più o meno legati allo scopo della manifestazione. Come abbiamo visto mille volte nei film o nei telegiornali, in America tutto è un po’ déjà vu, quasi tutti i manifestanti hanno un loro cartello quadrato, retto da un bastone, e girano in cerchio all’esterno del recinto ripetendo slogan. All’entrata del cortile, una poliziotta cicciona con enormi occhiali da sole, mi consegna un volantino firmato Chicago Police Department, con le regole da seguire durante la manifestazione e il corteo che ne seguirà. Tutti i partecipanti lo prendono in buon ordine. Traduco dal volantino:
 
 
ALL’ATTENZIONE DEI PARTECIPANTI ALLA MANIFESTAZIONE:
 
La città di Chicago e il Dipartimento di Polizia di Chicago rispettano i vostri diritti garantiti dal
Primo Emendamento. E’ nostro onore e nostra responsabilità proteggere oggi il vostro diritto a manifestare e
a parlare liberamente in un tempo, luogo e modo ragionevoli, che assicurino la sicurezza pubblica vostra e delle
altre persone. La sicurezza pubblica è il nostro primario interesse.
 
Seguono gli orari della manifestazione e il percorso che dovrà seguire il corteo lungo le strade precisando che si dovrà camminare, non si potrà né sostare né fermarsi lungo il percorso e che i partecipanti dovranno disperdersi entro le 21 e 30. Il volantino si conclude con un garbatissimo “Please have a safe march”, concentrato di cortesia angloamericana.DSC02644
Quando lo leggo, da italiana, non so se ridere pensando alle nostre manifestazioni, rimanerne ammirata come testimonianza di società e di democrazia avanzata dove vengono rispettati i diritti di tutti i cittadini o incazzarmi per quella che sembra l’enorme ipocrisia di una società in cui quello che dovrebbe essere un atto di protesta, viene comunque inscritto, come un accordo tra le parti, all’interno di un codice di comportamento dato per scontato e accettato da tutti. DSC02630
Colta da un cortocircuito emotivo/internazionale non so bene che reazione avere, anche perché ai partecipanti sembra tutto assolutamente normale, e così mi limito ad osservare.
Chissà come, le persone che prendono parte alle manifestazioni hanno qualcosa di simile in tutto il mondo. C’è una globalizzazione anche degli atteggiamenti, dei modi di vestire o forse degli sguardi che accomuna chi si prende la briga di scendere in strada, mettersi in spalla un cartello o prendere in mano uno striscione e sfilare in mezzo a reparti di polizia ed elicotteri volteggianti sopra la testa, per far valere le proprie idee o protestare contro qualcosa.
DSC02632Ci sono dei precisi codici di comportamento non detti e non scritti, anche in circostanze che vorrebbero essere di rottura, di ribellione e di non conformismo, perché nessuno andrebbe mai ad una manifestazione in giacca e cravatta anche se magari guadagnasse mille euro (o dollari) al mese come cameriere al Holiday Inn, avesse appena finito il proprio turno di lavoro, il che giustificherebbe l’abbigliamento, si trovasse a passare di lì per caso e fosse d’accordo con lo scopo della protesta. Sono benvenute invece le tenute stile povero diavolo morto di freddo ma incazzato, appena uscito da turno di lavoro massacrante, o giovane arrabbiato con cappuccio della felpa in testa e giaccone dimesso. In Italia poi vanno ancora molto le varianti colorite tipo capelli rasta, cappelli peruviani, fasce di lana per le orecchie e ancora le kefiah palestinesi, e in estate magliette con il solito Che Guevara o altri slogan rivoluzionari più o meno attinenti.
Qui a Chicago la variante insolita è invece la bandiera americana. Qui (come in Italia), chi protesta contro la guerra in Iraq è tacciato di antiamericanismo che come offesa in questo paese mi da’ l’idea che sia l’equivalente italiano dell’accusare la madre di qualcuno di meretricio, pertanto per scacciare ogni dubbio, i partecipanti sono pieni di bandiere americane, magari con cucito sopra il simbolo della pace. DSC02634
Sono poi tantissimi i cartelli che chiedono l’incriminazione di Bush per crimini di guerra, o perchè bugiardo, o, accusa gravissima non patriottico : “Impeach Bush for war crimes” o “Impeach Bush, liar, unpatriotic”
C’è perfino una piccola banda, vestita alla buona, con quello che hanno trovato in casa, come i tamburini delle guerre di secessione, in rosso, bianco e blu, i colori della bandiera, cappelli e sciarpe in tono, che con saxofoni, tamburelli, trombe e tromboni cerca di suonare una versione un po’ moscia di “El pueblo unido jamas serà vencido”. A parte un messicano, sono l’unica che sa le parole e faccio un figurone.
 
L’altra variante statunitense è l’andamento del comizio che , un po’ sullo stile dei sermoni dei predicatori americani, è interattivo e prevede la partecipazione attiva del pubblico: “La volete voi la pace?!?!” “SIIII !!!”, “Non volete la guerra?!?!?!” “NOOOO!!!!” “E quando la volete la pace?!?!” “ORA!!!!” “Quando??” “ORAAA!!” “Quando???” “ORAAAAA!!!” . E poi sullo stile di “We are The World” incitati dal Quincy Jones di turno : “avanti , fatemi sentire!! Quando?!?” “ORA!! ORA!! ORA!!”.
L’unica nota un po’ sovversiva è un gruppetto di ragazzi vestiti di nero con fazzoletti sul viso, passamontagna e bandiera nera anarchica con il simbolo della pace. Sono gli unici fuori dal coro. Gli anarchici devono avere vita dura in un paese così fondamentalmente nazionalista e legato alle proprie regole.
Prima di andarmene a prendere il treno vedo lo striscione più convincente: è uno striscione rosso, sostenuto da quattro ragazzi dallo sguardo determinato: “ONLY THE PEOPLE CAN STOP THE WAR” firmato dal Workers Party U.S.A.
Speriamo bene. In fondo la guerra in Vietnam l’ha davvero fermata la gente.
 
 

CHICAGO

16 giugno 2008

Continuo con le cronache dal giro del globo.
Di Chicago mi sono innamorata, e qui si vede. Mi spiace solo che splinder mi dica che ho superato la quota mensile di fotografie perché ne avevo di belle. Però potete sempre immaginare un lago. che è come un mare, di cui non si vedono le coste intorno, che d’inverno si copre di ghiaccio blu. Un lago con le onde che si schiantano su una spiaggia coperta di neve e di ghiaccio. E anatre selvatiche che zampettano sul laghetto ghiacciato del Lincoln Park e scoiattoli che corrono velocissimi sulla neve candida e su per gli alberi nei parchi del centro città, a due passi dalla Michigan Avenue, la strada principale di Chicago.
Il pizzino finisce un po’ tipo depliant turistico, ma insomma, una mica può far sempre letteratura.

Il rombo incessante della El, la sopraelevata, percorre sordo e soffocato le strade di Chicago.
La notte, il suono arriva ad ondate, spazzato dal vento, un tuono lontano, continuo, un cuore ferruginoso, vitalissimo, che segna il movimento di questa città.
Di giorno, il rombo lontano si fa ruggito, schianto sferragliante ed assordante nel momento in cui capita di camminare sotto uno dei tanti attraversamenti dei binari e sotto i percorsi del treno tra le strade del centro.
Un gigantesco meccano di ferro sporco, giallo, arancione, rugginoso, di pilastri e di scale di metallo, di stazioni di legno, attraversa le strade, si incunea tra le case, oscura le vie del centro, sfiora i grattacieli, percorre i ponti tra una riva e l’altra del Chicago River.
Le rotaie curvano intorno agli edifici, i vagoni a pochi metri dalle finestre delle case, sfiorano cucine, impiegati davanti ai computer, camere da letto, persone sedute a mangiare, visioni di quadri alle pareti, lampadari accesi, bambini che fanno i compiti, armadi semiaperti, gente che va da una stanza all’altra, che parla con qualcuno. La vita di una città.
A est, sullo sfondo, in lontananza, una linea invisibile delimita grattacieli e edifici, squarci di cielo luminoso alla fine delle strade: è il lago Michigan, il mare di Chicago.

Una città di quasi tre milioni di abitanti, la terza degli Stati Uniti, dopo New York e Los Angeles, nasce, cresce e vive tuttora in perfetta simbiosi con il proprio lago.
E’ il lago che crea questo clima pazzo, questi inverni gelidi, lunghissimi, fatti di venti impetuosi che spingono a spallate i passanti lungo i marciapiedi, fanno volare la neve in folate improvvise, per poi, come ora, alle porte della primavera, scaldarsi improvvisamente in una brezza leggera, tiepida che dai meno dieci, meno cinque gradi sale ai venti, ventidue nel giro di poche ore, e fa spogliare tutta la città in maglietta e infradito, per poi ridiscendere precipitosamente da un giorno all’altro a zero gradi e tornare a nevicare.

E’ lungo il lago dove crescevano le cipolle selvatiche chiamate Checaugou dagli Indiani Potawatomi nativi della regione, che dal Quebec per primo, nel 1779, venne a vivere un tale Jean Baptiste Pointe Du Sable, cacciatore di origini afrocaraibiche (un nero, per intendersi), che iniziò un commercio di pellicce con gli indiani.
Dopo poco più di duecento anni, le uniche tracce lasciate dagli Indiani, sono le strade diagonali, i loro antichi sentieri, che curiosamente incrociano il reticolato di strade perpendicolari, tipico delle città’ americane. E cosi’, l’antico polveroso track di terra battuta, il sentiero di caccia dei nativi, diventato una Lincoln Street o una Clark Street, asfaltata e trafficata di automobili e di persone, si inoltra tra la selva dei grattacieli luccicanti di vetro e cemento che corre lungo il lago.
Un lago che è come un mare, scintillante, cangiante, senza orizzonti visibili di terre confinanti, con onde blu furiose che si schiantano sulla spiaggia di sabbia color ocra. O nei giorni di gelo, un mare coperto di ghiaccio galleggiante, denso, verdeblu, opaco e mobile, e di piccoli iceberg bianchi che si confondono con la neve delle rive.
E lungo il lago grandi parchi ricoperti di neve e di laghetti ghiacciati dove le oche selvatiche avanzano lentamente, come su lastre di vetro azzurro, le zampe palmate che sfrigolano sul ghiaccio.

Chicago, americana ed insieme europea, con le sue casette in stile inglese ma con il portico del Midwest, i vialetti americani con il marciapiede che corre tra le aiuole, e le case costruite in stile italiano per i primi operai, i grattacieli che svettano vicino a piccole chiese in stile gotico, lo stadio del football dei Chicago Bears circondato di tempietti come piccoli partenoni ateniesi, ma ricoperto da un tetto di vetro, acciaio e cemento che ricorda l’astronave di Startrek o di 2001 Odissea nello Spazio.
E la gente di tutte le razze, discendenti di emigranti inglesi, irlandesi, svedesi, tedeschi, ucraini, ma anche italiani, greci e cinesi, e neri scappati dagli stati del sud dopo le guerre di Secessione.
Gente cordiale, sorridente, che al primo sole cammina per le strade in canottiera, festeggia San Patrick, patrono irlandese, colorando il Chicago River di verde, partecipa in massa alla parata come ad una festa popolare, portando le sedie per strada e bambini e nonni e ragazzi vestiti di verdeirlanda, tutti a bere birra e fare un picnic cittadino con amici e vicini.
Gente che si veste all’europea, uomini d’affari in perfetti, eleganti completi grigioneri, ma anche ragazzi neri con bandane e cappuccio della felpa in testa, enormi giacconi colorati, pantaloni di tre taglie di più con cavallo alle ginocchia e scarponcini senza stringhe, che camminano dondolando come rapper minacciosi.
E splendidi musei, pieni di quadri europei, italiani, francesi e olandesi (ma quando ce li hanno portati via tutti quei Canaletto e Tiziano e Renoir e Gauguin, Rembrandt e Kandisky ?).
E università piene di premi Nobel, e librerie di quattro piani dove si prende un libro, ci si accomoda su un divano e si legge tutto un pomeriggio, magari seduti accanto ad un homeless intellettuale che si ripara dal freddo.
E caffè dove si va a lavorare con il computer wireless e leggere e scrivere e incontrare gli amici.
Chicago, metropoli democratica in pieno Midwest, città di grandi scioperi e di battaglie operaie.
La città del signor Pullman, quello delle corriere, della Motorola, della Boeing, di Playboy e di Al Capone. Dove sono nati Hemingway, Harrison Ford e Barack Osama.
Una New York dei Grandi Laghi, ma più cordiale, più aperta e più serena, senza quella sensazione di pericolo, di asprezza, di minaccia incombente che si prova girando per le strade di New York.
La città dei Blues Brothers, del Fuggitivo, degli Intoccabili e di Mamma ho perso l’aereo.
Che altro vi devo dire? A me è piaciuta un sacco. Ragazzi, venite a Chicago.

LOS ANGELES, DOWNTOWN

9 giugno 2008

Continuo a vivere di rendita mettendo qui i pizzini dal giro del mondo.
Così, dopo Los Angeles, Hollywood , questa è invece la faccia sporca di Los Angeles: Downtown.
A Los Angeles l’anno scorso, sono arrivata per caso giusto qualche giorno prima della notte degli Oscar, e sempre per caso, poiché c’era una buona offerta in internet, sono finita a prenotare un alberghino dal nome da starlette: "Hollywood Celebrity Hotel", che era esattamente dietro il Kodak Theatre. DSC02082
Per arrivare su quello che noi chiameremmo il corso principale, l’Hollywood Boulevard, la Via Roma di Hollywood, uscivo dal mio alberghino, facevo venti metri e passavo dall’entrata sul retro del Kodak Theatre, quella dove entravano gli inservienti, le guardie, e dove enormi camion scaricavano le merci.
Il Kodak Theatre è un teatro che dentro é grande, ma che, visto dall’esterno sembra piccolissimo, costruito all’interno di un pacchianissimo centro commerciale in stile assirobabilonese con finte colonne sormontate da elefanti rampanti. All’interno del centro commerciale una sorta di piazzetta, e tutto intorno negozi di abbigliamento, di souvenir, e i soliti Mc Donalds, Starbucks e fast food di vario genere.
DSC02077Pioveva incessantemente, un po’ come qui in questi giorni, la gente girava per il centro commerciale maledicendo il maltempo. Ovviamente mi sono limitata a guardare da fuori, un taxista mi diceva che il biglietto per la notte degli Oscar costava sui seimila dollari, e sono ripartita da Los Angeles giusto la sera prima.
Però, un incontro con una celebrità l’ho fatto anch’io: ad una mostra di famosi abiti da scena allestita al primo piano del centro commerciale, era presente la candidata, e poi vincitrice, dell’Oscar come miglior costumista Milena Canonero, una bella signora vagamente somigliante a Charlotte Rampling.
Mentre giravo tra i bellissimi costumi del film "Marie Antoinette" la sentì parlare in italiano con un assistente, mi girai, ci guardammo, lei forse capì che ero italiana e ci scambiammo un sorriso. Stavo per tenderle la mano, per congratularmi, come altri visitatori della mostra avevano fatto poco prima, ma la mia solita, inutile, scema, timidezza mi portò via. Me ne andai nella pioggia tra i finti elefanti e non la vidi più.

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LOS ANGELES, DOWNTOWN

 Los Angeles "Downtown", il "giù in città ", un po’ come dire il centro storico di Los Angeles, mi accoglie in un pomeriggio di pioggia battente. Accogliere non è il verbo più adatto, perché poche volte in giro per il mondo mi sono sentita così a disagio e poche volte ho provato questa sensazione di pericolo nascosto e imminente.
Me ne rendo conto appena salita sulla metropolitana che da Hollywood mi porta verso il centro. La fermata è a pochi metri dai lustrini e dai tappeti rossi del Kodak Theatre di Hollywood dove fervono i preparativi per la notte degli Oscar, e un enorme Oscar addormentato, avvolto nel cellophane giace disteso lungo il marciapiede in attesa di essere issato sul palcoscenico. Decine di operai, di guardie della security, di poliziotti, di fotografi, di giornalisti, di cineoperatori, di addetti all’organizzazione della serata, affollano da un paio di giorni il centro commerciale al cui interno si trova il teatro, camminano sul tappeto rosso ricoperto di plastica, bloccano le uscite, deviano i percorsi dei DSC02104turisti, intervistano personaggi più o meno conosciuti, si ritrovano infreddoliti a mangiare qualcosa seduti all’aperto nei vari fast food del centro commerciale, al riparo da una pioggia insistente che nel giro di mezza giornata ha abbassato di almeno una quindicina di gradi la temperatura del mite inverno californiano. Percorsi pochi metri, scese le scale mobili della stazione di Hollywood Highland, e salita sui vagoni della metropolitana, il mondo cambia.

A Los Angeles Downtown gli Angeli sono disperati.DSC02135Occhi persi nel vuoto di persone che parlano da sole nell’apparente indifferenza dei vicini che sperano solo che la loro fermata arrivi velocemente, homeless pieni di borse di plastica, persone comunque male in arnese, sono gli utenti delle misere quattro linee della metropolitana in una città di dieci milioni di abitanti e migliaia di chilometri di Highways e di autostrade.

A Los Angeles chi non ha la macchina non va davvero da nessuna parte e di sicuro i soldi, in questa città che pure produce tonnellate di sogni, sono tutti nelle stesse tasche.

Me ne accorgo scendendo dalla metropolitana alla Pershing Square Station, una grande piazza attorniata di austeri edifici, da cui inizia il "Jewelry District", il quartiere dei gioielli: centinaia e centinaia di negozi, almeno cinquemila, secondo le informazioni sulla città, per almeno quattro isolati, uno a fianco all’altro, vendono solo e unicamente gioielli, diamanti, oro, argento, pietre preziose di tutte le epoche, di tutte le provenienze e lavorazioni. Un intero quartiere presidiato da guardie armate alle porte dei negozi e delle gallerie, dove moltissimi vendono, ma pochissimi sono i clienti per le strade. I clienti apparenti invece sono tutti all’interno di un grande banco dei pegni, ma sono clienti che vendono: messicani in grande maggioranza.
Il banco dei pegni è l’unico negozio del quartiere che in vetrina espone i prezzi della merce, gioielli che non sono stati riscattati: vecchi orologi di famiglia, modesti anelli di fidanzamento, collanine e pendenti, ognuno con la sua storia e davanti alle vetrine ragazze messicane che confrontano i prezzi.
Per le strade oltre il Jewelry District, un’umanità indaffarata e distratta, tra negozietti all’ultimo saldo di abbigliamento e calzature made in China, anonimi drugstore, fast food in disarmo dal pavimento unto e uffici del tipo Western Union per le spedizioni di denaro all’estero da parte dei tantissimi messicani approdati qui in cerca di lavoro.

Grandi, storici palazzi della fine dell’ottocento, testimoniano la grandezza passata della città di Los Angeles, come il bellissimo, solido Bradbury Building, un palazzo di mattoni rossi, progettato dall’architetto George Wyman nel 1893. DSC02116
Una serie di particolari avvenimenti precedono la costruzione di questo edificio: Wyman si convinse a stendere il progetto del palazzo, dopo un sogno profetico in cui il fratello morto lo incitava ad un lavoro che lo avrebbe reso famoso, e fu inoltre ispirato nel progetto dalla lettura di "Looking Backward: 2000 – 1887" di Edward Bellamy, un’ opera profetica che descriveva la società ideale del futuro, una società utopistica dell’anno 2000, in cui il fabbricato ideale era la copia del Bradbury Building. Una strana coincidenza ha fatto sì che dopo un secolo, la società ideale non si sia realizzata, ma che in questo palazzo, con il suo grande atrio di legno e di ferro battuto, sia stato ambientato "Blade Runner", film sotto tanti aspetti profetico nella sua visione di una città cosmopolita, violenta, sporca, cupa e flagellata da una pioggia incessante. Non certo la pioggia di oggi, domani tornerà a splendere il sole californiano, ma la pioggia dei cambiamenti climatici che ci aspettano.

DSC02114Nel grandissimo atrio luminoso e severo dall’atmosfera inquietante del Bradbury Building, dai pavimenti di piastrelle incerate e lungo le silenziose scale di legno tirato a lucido, cerco le ombre del poliziotto cacciatore di androidi Rick Deckard, e l’eco dello struggente monologo dell’ultimo replicante, il bellissimo Roy Batty/Rudger Hauer, prima che il tempo della vita a lui concessa finisca: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginare, Navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione e ho visto i raggi beta balenare nel buio presso le porte di Tannhauser. E tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire". Ma incontro solo una famiglia di inglesi. E siamo in quattro, tra i pochissimi turisti in cerca della gloria perduta di questa Los Angeles storica.

Lungo la Broadway, un cartello bagnato affisso ad un lampione, spiega ai volenterosi visitatori che questo quartiere nei primi anni del 900 era considerato la Wall Street del West, e lo testimoniano i grandi palazzi allora sede di banche prestigiose che, dopo la Grande Depressione del 1929 non si sono più riavute. La decadenza della Los Angeles storica data da allora, i bei fabbricati, i teatri, i lussuosi palazzi del cinema, i bar, i ristoranti dell’epoca con i loro mobili di bel legno scuro massiccio e i loro arredi all’inglese, documentano la ricchezza e la solidità di un’età dell’oro scomparsa, e con lei il gusto per una certa architettura, cultura e stile di vita.
Los Angeles rimane comunque una città vitalissima, se è vero che l’economia del solo stato della California, risulta essere all’ottavo posto nella graduatoria delle potenze economiche mondiali. Forse la distribuzione del reddito andrebbe rivista, ma, a questo proposito, niente di nuovo sotto il sole.


UN PO’ DI AMERICA finta e vera

9 dicembre 2007

Cosa ci devo fare? Mi piacciono i film di Natale. Ma non quelle cagate di De Sica (Christian) e quell’altro di cui ora non ricordo il nome, ma quei film americani tipo quello che ho visto stasera in tivu: "Miracolo nella 34esima strada", dove un vecchietto con la faccia da Babbo Natale, e che è Babbo Natale in persona, che lavora in un grande magazzino di New York dove fa appunto Babbo Natale con i bambini che gli si siedono sulle ginocchia e gli chiedono i regali, cosa che accade solo nei film americani, viene accusato (ingiustamente) di non essere Babbo Natale. Nel contempo, la sotto trama ci mostra la sua capa, donna in carriera che non crede più nell’amore e nelle illusioni dopo l’abbandono da parte del marito, che insegna alla sua bambina a non credere a Babbo Natale, e a non illudersi in genere, per non dovere soffrire un domani.
Finirà per sposarsi la notte di Natale con il bell’avvocato che in tribunale difenderà con successo Babbo Natale da chi lo accusa di essere un vecchio pazzo, suscitando una rivolta popolare tra grandi e piccini niuiorchesi, con tutta New York che si ritrova nelle strade della città alla stessa ora per sostenere Santa nel processo, titoloni sui giornali che scorrono uno dietro l’altro alla vecchia maniera hollivudiana e la scritta "I believe" su muri, cartelli e distintivi sui cappotti.
Nel frattempo nevica sulla città in festa, la gente pattina al Rockfeller Center, i bambini sono un po’ americani ma simpatici, i vecchietti burberi ma generosi, i cuori infranti si riparano e rigioiscono, nelle case ci sono grandi alberi di Natale addobbati magnificamente, tutti sono buoni, e perfino io mi commuovo. It’s a wonderful wonderful world.

Tutto ciò comunque mi ricorda una cosa che ho scritto qualche mese fa a Chicago.
Non era Natale perché eravamo già in febbraio, ma cadeva la neve, e come spesso succede in America mi sembrava di stare in un film. Un film di quelli che piacciono a me.

CHICAGO E LA NEVE

Ginger procede silenziosa al mio fianco, ansimando leggere nuvolette di vapore che subito svaniscono e producendo solo un lieve sfrigolio nella neve fresca.
Il marciapiede ne è completamente ricoperto dopo la nevicata di oggi e così anche i giardinetti di fronte alle case e i quattro, cinque gradini che salgono ai portoncini d’entrata.
Sono le dieci di sera, la neve cade ancora, a tratti lentamente, a tratti roteando vorticosamente, spazzata dalle folate di vento che arrivano dal lago.
In North Burling Street il silenzio è interrotto solo ad intervalli regolari dallo sferragliare della sopraelevata, The Elevated Train, la El, come viene affettuosamente chiamata, oppure "Chicago’s rusty iron heart", il cuore di ferro arrugginito di Chicago, (come la definì Nelson Algren, uno scrittore innamorato di questa città e cantore dei bassifondi dell’America in "Take a Walk on The Wild Side" (molto prima di Lou Reed..).
Da una di queste casette ai lati della strada, potrebbe uscire da un momento all’altro, scendendo di corsa i gradini, un James Stewart o un Cary Grant in cappotto e cappello e avviarsi lungo il vialetto improvvisamente virato in bianco e nero, e una di quelle attrici anni 40, in cappottino stretto in vita, cappellino e borsetta al gomito, potrebbe rincorrerlo a passetti corti nella neve.
All’angolo della strada Frank Capra potrebbe filmare un Gene Kelly che danza sotto un lampione vestito da marinaio o un giovane Frank Sinatra che avanza pensieroso lungo il marciapiede, mani in tasca e cappello all’indietro, in un cortocircuito di memorie cinematografiche.
Nel frattempo i medici di ER, finito il loro turno, salgono le scale di legno della sopraelevata e aspettano il treno tra folate di vento gelido, fiocchi di neve impazziti e dialoghi drammatici, per poi salire sull’ultimo treno che li porta nel loro appartamento solitario, alla fine di una giornata difficile. In ER a Chicago è sempre inverno e la vita è sempre complicata. Ma è solo un film, e la realtà è ben diversa: a Chicago può anche essere primavera.
All’incrocio con la Webster Road, Ginger si ferma, alza appena il sopracciglio destro per capire se ho intenzione di andare all’Oz Park, e procede lentamente. "Good dog", le dico, come si usa qui, "good girl", allungando la mano ad accarezzarle il dorso color miele, e l’effetto è un lento scodinzolio di riconoscenza.
Il "Tin man", l’Uomo di latta del Mago di Oz, osserva i rari passanti leggermente piegato dal suo piedestallo all’angolo del parco. La sua corazza di latta riflette la luce dei lampioni, e da un momento all’altro con un balzo potrebbe saltare giù e con un leggero tintinnio di metallo mettersi a correre nel parco silenzioso ricoperto di neve, con pochi balzi raggiungere il "Cowardly Lion", la statua di bronzo del Leone codardo dal cuore di paglia e insieme correre via nella notte, scomparendo nel buio. Di sicuro non lascerebbero impronte.
Ginger è stanca, oggi al lago, nonostante il ghiaccio che si condensava in riva in piccoli iceberg bianchi, il richiamo dell’acqua è stato troppo forte e si è buttata più volte a nuotare. Il lago Michigan, un lago che è come un mare, azzurro cupo e ornato di piccole creste di ghiaccio bianco, e un Golden Retriever color miele, che nuota in mezzo al ghiaccio con una pallina rossa in bocca, è la mia prima immagine di Chicago. 

(dedicato alla Manu:))


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