Archive for dicembre 2010

BUON NATALE

25 dicembre 2010

M. ha la bambina che da un paio di mesi le ha prese tutte. Ogni quindici giorni un’influenza, e con il lavoro è un casino. E baby sitter e corse di qua e di là. E la macchina quasi nuova che la lascia a piedi ogni dieci giorni e due meccanici che non capiscono cosa abbia. E suo fratello ricoverato in ospedale per un’infezione, che con la vita che fa si prende di tutto, e quindi altri giri, altre corse. Da sola, si sa, è tutto un casino. Per il resto tutto uguale, non è cambiato niente. A Natale, di solito va da sua mamma. Il figlio di N. invece, era seduto a fianco del ragazzo che è morto nell’incidente, era su tutti i giornali. Non s’è fatto quasi niente e per fortuna non si ricorda nulla. Solo che tutti e quattro urlavano gira gira gira, e l’altro invece è corso dritto oltre il vuoto, dritto nella notte nera oltre il cavalcavia. Avevano bevuto un casino tutti e quattro. A Natale lui va in Namibia, il figlio sta da sua madre. La madre di B. è entrata nella nuova casa, vicino a sua sorella. Da quando è morto il marito, qualche mese fa, non poteva più vivere da sola in quella casa, da sola. Troppo grande. Come regalo le hanno comprato una televisione nuova, per via del digitale terrestre. L. passerà il Natale in famiglia, poi forse andranno qualche giorno in montagna. I ragazzi bene. F. andrà dalla ex suocera con il bambino. Con C. non si vede più, ma ogni tanto le telefona. P. ha deciso che andrà dai suoi amici. Da quando ha lasciato A. e se n’è andata di casa per stare con V. è confusa. V. invece andrà dall’ex cognato che ha una nuova compagna. R. è da solo, non ha più famiglia e con sua figlia i rapporti sono sempre stati freddi. E’uscito a cena con la ex cognata, un paio di giorni fa, l’unica con cui è rimasto in amicizia, per farsi gli auguri. A. e P. fanno il pranzo a casa della famiglia di A. e il cenone dalla famiglia di P. M. va a casa dell’ex moglie, che ora ha altri tre figli, per stare con suo figlio G.
Natale è la festa della famiglia. Nel senso che a Natale ci si accorge di averla, di non averla, di non averla mai avuta, di non volerla avere, di volerla. E che solo per brevi momenti la vita ti ha dato retta.
Comunque, miei cari lettori, Buon Natale.

 

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“RAGAZZI” LO DICI A TUA SORELLA

17 dicembre 2010

Beh, diciamo che anche solo fino a un paio di anni fa, non avrei mai creduto di pensarla così, però oggi la lettera di Roberto Saviano pubblicata da Repubblica ai ragazzi del movimento,  mi suona tanto da sermone del parroco di chiesa di campagna. Fuori dal mondo e fuori dalla realtà.
Intanto quanta retorica: già usare ragazzi evoca quell’enfasi familistico patriottica tutta italica de i nostri ragazzi, locuzione multivalente, pelosamente affettuosa e intimistica di quando si vuole sottintendere: sono dalla vostra parte, siamo tutti una grande famiglia, padri e figli, noi, italiani brava gente.
Di solito infatti i nostri ragazzi entrano in campo con tutta la loro retorica quando si parla di soldati che muoiono (da eroi) in Afghanistan, che a guardar bene poi sono uomini fatti, nonché consapevoli professionisti stipendiati. Poi si parla de i nostri ragazzi quando mandiamo la nazionale di calcio a cercare di vincere in qualche torneo internazionale. E tutti ci sentiamo più buoni e più italiani. Ora qui abbiamo i ragazzi del movimento.
Ma poi, di che ragazzi parla Saviano? Si è accorto che qui non ci sono solo dei ragazzi che stanno in movimento, a far passare il quadrimestre urlando per le strade perché la manifestazione di piazza è come il morbillo, prima o poi bisogna farlo ma poi passa, ma che ci sono operai arrampicati sulle ciminiere, ricercatori universitari sui tetti, insegnanti che fan lezione per le strade, terremotati che girano con le carriole, cittadini seppelliti di immondizie, pensionati in miseria, un ceto medio che scivola di giorno in giorno verso la povertà, e soprattutto giovani, giovani e giovani, migliaia di giovani, milioni di giovani che non hanno la minima idea di cosa faranno della propria vita?
E tutti, tutti, tutti, tutti incazzati neri contro.
Contro di cosa? Difficile è dire esattamente contro cosa. Perché la legge cosidetta Biagi arriva dal centrosinistra, il precariato e il debito pubblico arrivano da lontano, la crisi economica non l’abbiamo inventata in Italia, il terremoto neanche. Ma soluzioni non se ne vedono, anzi.
Dal Palazzo arrivano colate di merda e tutta questa gente è completamente sola. Nessuno li rappresenta, nessuno ha la capacità di raccoglierne la disperazione e indicare loro una strada.
E chi vorrebbe farlo, farebbe bene prima di pensare di essere in grado di indicare una direzione, a leggere tutti i 500 e più commenti alla lettera di Saviano.
Certo, a milioni se la sono cercata questa fine, perché a milioni, negli anni passati, hanno creduto alle favole televisive del presidente operaio, e altri milioni continuano a crederci e a giurarci sopra.
Forse a milioni cominciano ad essere incazzati anche contro sé stessi, per esserci cascati, come asini.
A milioni, perfino io, spero che si incazzino ancora di più. Finalmente.

 

RIVOLUZIONE

15 dicembre 2010

Visto lo stato delle cose, io ora la penso esattamente così.

SICUREZZE

12 dicembre 2010

A me piace lui, un sacco. Lui, non si capisce bene. Probabilmente meno di un sacco, e quindi non se ne fa niente.
Invece io piaccio un sacco a un altro che a me non piace niente. Quindi lo stesso non se ne fa niente.
 
Una volta, più giovani, era tutto più semplice. Ci si piaceva così così, ma comunque si combinava qualcosa, ci si provava, almeno.
Ora gli equilibri sono molto più stabili e allo stesso tempo instabili. Stabili perché ognuno cerca di mantenere quell’equilibrio che gli permette di camminare, senza doversi troppo preoccupare, nel sentiero che si è scavato nella roccia, prima a colpi di piccone, e poi di mazzetta, e poi di scalpellino, e infine con le unghie e anche con i denti. E ci vuole camminare sereno e tranquillo, portandosi in spalla il suo zainetto di storie, amori, dolori, passioni, fallimenti, felicità, perché quello è, ormai, ma senza guardarci mai dentro, che sennò è una gran fatica.
Instabili perché comunque lo zainetto pesa sulle spalle e a volte si ha voglia di aprirlo, rovesciarlo e guardare scivolare fuori tutto quello che c’è dentro, e chi s’è visto s’è visto.
Ci vorrebbe un po’di precariato, non solo nel lavoro.

TEMA 2

8 dicembre 2010

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Ai miei tempi, alle elementari, dalla terza in poi avevamo due libri: il sussidiario e il libro di lettura. Il sussidiario ce l’ho ancora: c’erano dentro un po’ tutte le materie, dall’italiano alla storia, dalla matematica alla geografia, dalle scienze alla religione. Il libro di lettura invece non ce l’ho più, ma mi ricordo che aveva una copertina azzurra, con un disegno e un titolo che forse aveva a che fare con le ali, o le nuvole, o scie luminose nel cielo. Qualcosa di volatile comunque.
Dentro c’erano le letture e le poesie. Forse anche le canzoni. No, le canzoni no, perché ce le faceva copiare in un apposito quadernetto il maestro di canto. Tutte cose sul genere: Il Piave mormorò, Il tricolore, La fanfara dei bersaglieri e cose così, che potrei ancora cantarvi parola per parola, che allora mica si scherzava con i cori, le canzoni e le poesie da imparare a memoria.
Allora andavano moltissimo le poesie di Diego Valeri e di Pascoli, e letture edificanti sulla famiglia, la patria e i buoni sentimenti. Del resto la mia scuola era intitolata a Edmondo De Amicis e credo pure che “Cuore” sia stato uno dei primi libri in assoluto che ho letto da bambina. Mi piaceva la storia del Piccolo scrivano fiorentino, per via che scriveva, ovviamente, e del padre ingrato che alla fine si rende conto di che perla di figlio ha.
Avevamo una bibliotechina di classe dove ogni bambino doveva portare un libro che gli altri potevano prendere in prestito. Io avevo portato “Le avventure di Tom Sawyer” che mi era piaciuto moltissimo, soprattutto per via di Huckleberry Finn, che quello sì che era un vero figo, mica Tom Sawyer. Mi era quasi sembrato un atto sovversivo portare un libro straniero nella bibliotechina di classe, ed ero contenta di vederlo lì, tra le fiabe melense di principesse e cenerentole e il “Cuore” onnipresente. Nessuno lo prendeva mai in prestito, il mio libro, ed ero rimasta malissimo quando la maestra mi ha detto di riportarmelo a casa perchè un altro bambino, Alessandro, quel tonto ignorante e mammone, l’aveva preso in prestito ma si era lamentato che non aveva potuto leggerlo perché era scritto troppo in piccolo. Me lo ficcò in mano, quasi arrabbiata, come se avessi scelto io i caratteri di stampa, d’intesa con l’editore e come se non fosse un’idiozia quella di non leggere un libro perché è scritto troppo in piccolo. Ogni tanto lo rivedo in giro in città, Alessandro, invecchiatissimo, e con la stessa faccia da mammo, e mi viene voglia di andare a dargli uno spintone e dirgli qualcosa come: aaaaaah scritto troppo piccolo!! Ma dì piuttosto che non sapevi leggere! Testone!
E comunque nei miei libri di testo delle elementari si usavano ancora termini come codesto, aviogetto, allorché e massaia, e di conseguenza, un italiano un po’antiquato, ma quasi aulico e raffinato, che forse, pur nella sua semplicità, voleva, nello sforzo immane e prodigioso di quegli anni di alfabetizzazione di massa forzata a botte di italiano standard, scostarsi e innalzarsi dalla parlata comune, quasi sempre contaminata dai dialetti e sforzarsi di insegnare ai bambini una lingua quasi formale e libresca.
E allora eccovi qui un altro esempio della Dipòk decenne. Non un tema vero e proprio questa volta, ma un riassunto estemporaneo, fatto lì per lì, di un racconto edificante letto in classe dalla maestra sulla solidarietà umana. A rileggermi mi faccio davvero uno strano effetto: tra boccioli che si schiudono, pasti frugali, e questo stile un po’pomposo e retorico, ricalcato evidentemente sulle letture che mi propinavano all’epoca. Però, bisogna ammettere, con tanto di paratassi, già allora.
Voto: otto e mezzo. Ebbè!
 
Riassunto di: Solidarietà umana
 
Quest’uomo conduceva una vita originale: amava la solitudine.
Solo la natura gradiva, e quando doveva passare per la città, l’attraversava a capo chino col passo frettoloso.
Considerava la società ingiusta per il fatto che lui era diverso dagli altri, lui era povero.
Viveva in una casa piccola i suoi vestiti erano miseri come le sue sostanze.
Al mattino alzatosi passeggiava lungo i rivi dei fiumi, il gorgoglio dell’acqua gli dava una dolce sensazione come il canto degli uccelli.
Un bocciolo che si schiudeva davanti ai raggi del sole gli sembrava un miracolo.
Mangiava sull’erba un pasto frugale: pane, formaggio e della frutta.
D’estate si addormentava supino sull’erba molle, guardava le stelle, le conosceva tutte le più vicine e le più lontane.
Però un giorno ebbe bisogno di un aiuto che solo una cosa che lui scansava poteva dargli: l’uomo.
Si era allontanato parecchie miglia dalla sua casa e d’un tratto si sentì male.
Si fermò.
Non s’era mai sentito così male e ora non sapeva cosa fare.
Ansava e la solitudine raddoppiava l’ansia.
Tutto ad un tratto sentì un fruscio, attese. Qualcuno lo chiamò fratello. Quest’uomo non conosceva la vita affettiva, pensava che la società fosse ingiusta e cattiva, ma non era così.
Si affidò a quell’uomo che l’aveva chiamato con una parola così espressiva.
E lungo la strada mentre calava la sera anche lui sentì il bisogno di chiamare quell’uomo con la parola che gli aveva aperto il mondo degli affetti e delle amicizie: fratello.

 

CONFLITTO OTTICO

4 dicembre 2010

Caro blog, sono uscita con lui. Abbiamo parlato e parlato e parlato e non so cosa ho detto. Anzi, non ho neanche capito di cosa abbiamo parlato.
Mi ricordo solo un lungo sguardo: ci siamo guardati negli occhi per un tempo infinito.
Quello che a me è sembrato un tempo infinito. Venti minuti, mezzora? Ma figurati.
Ho fatto le prove davanti allo specchio e non possono essere stati più di tredici, quattordici secondi. Prova tu a guardare qualcuno negli occhi per quattordici secondi. Davanti allo specchio ho provato anche a sorridere per quattordici secondi, e non è facile. Perché di sicuro stavo anche sorridendo. Eppure avrei continuato per un'altra mezzora, le orecchie un po’mi fischiavano per il silenzio: intorno probabilmente la gente si era fermata. Quelli del tavolo lungo il muro, erano rimasti immobili: uno girato verso il capotavola con il bicchiere alzato a metà, un altro mentre allungava il braccio verso la saliera, un altro ad arrotolare con la forchetta le pappardelle al sugo d’oca. Il tintinnare di forchette e il vociare della tavolata di fondo non c’era più. La cameriera era sulla porta della cucina con tre piatti in mano e perfino il fumo si era bloccato in tre nuvole leggere e sfilacciate fisse sui bolliti di carne e sulle verdure cotte.
Io sapevo da qualche parte dentro di me che avrei dovuto abbassare lo sguardo, o girare gli occhi a guardare da qualche altra parte. Sentivo delle parole lontane che me lo suggerivano, ma era un pensiero che non riusciva a arrivare, appena abbozzato, come se si fosse perso per strada attraversando dei percorsi lunghissimi dentro i ricordi, o i pensieri, ed ero contenta che non arrivasse. E guardavo lui come per capire perché volevo continuare a guardarlo. Forse lui una risposta ce l’aveva. Ma neanche questo pensiero arrivava. Anzi, non partiva neanche.
Alla fine dei quattordici secondi lui ha girato gli occhi, ha visto la bottiglia dell’acqua e ha pensato di riempire i bicchieri. La gente allora, intorno, ha ripreso a mangiare.


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