QUOTIDIANO

Guidavo all’una e mezza del pomeriggio, sulla stradona verso nord. Andavo verso le colline, quattro ore di lezione da fare in una scuola. Una scuola che presta le sue aule al pomeriggio, vuotate dagli studenti del mattino. Formazione agli apprendisti, ragazzi appena appena adulti, appena assunti con contratto d’apprendistato, obbligati per legge a corsi inutili, mal gestiti, mal organizzati. Come tutto quello che in Italia potrebbe essere buono e ben fatto, e per convenienza e approssimazione e cialtronismo viene spruzzato qua e là di merda liquida.
Così, con un corso di venti ore di inglese, distribuito su cinque giornate, a botte di quattro ore al giorno, in una classe dove potresti trovare il laureato in lingue e lo straniero che mai ha studiato l’inglese, finisce che un terzo si annoia, un terzo non capisce, un terzo non c’ha voglia, uno vorrebbe fare meglio, e tutti vorrebbero essere altrove.
Allora, ero in macchina all'una e mezza, dopo aver dormito malissimo la notte, aver mangiato in fretta una pasta orrenda condita col sugo Mutti alle verdure grigliate, essere uscita col pomodoro aggrappato alle pareti dello stomaco, freddo e malamente scomposto in boli di cipolla industriale e melanzana dopata,  e correvo tra furgoni, concessionarie d’auto, divaniedivani, centriottici e ipermercati in mezzo a questa nebbiolina orrenda, grigia e umida e fredda, con la paura che a scuola non mi facessero trovare la televisione e il dvd, con cui dovevo fare la lezione e non sapere quindi che pesci pigliare con gente mai vista, maldisposta e indifferente.
E così intanto parlavo, mi preparavo alla presentazione del corso, mi presentavo, con il mio sorriso finto da persona che gestisce benissimo le situazioni, fingendo di parlare a un qualche microfono di cellulare che sennò magari da fuori pensavano che parlavo da sola, come in effetti era, e pensavo, come sempre capita all’inizio di qualche corso, che avevo sbagliato tutto, che dovevo cambiare lavoro, che dovevo partire, andare lontano, non tornare più in questo paese del cazzo, che tanto che ci facevo io qui, e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico, e che ero stra stufa di dovere farmi forza e penare, e pensavo, soprattutto,  che piuttosto che entrare in classe avrei mangiato una merda.
Superato il ponte, il castello di San Salvatore, lontano, perso e spaesato in mezzo alla nebbia delle colline. Che aveva di così insopportabile?  Mi sentivo così sola e persa che ho perfino pensato al  mio angelo custode. Dove diavolo era?
Poi ho immaginato questo grosso volatile improvvisamente seduto al mio fianco in macchina, con il testone biondo e i ricci da angelone, delle enormi ali un po' ripiegate, piume dappertutto, sotto il sedile, sui tappettini neri e svolazzanti per il cruscotto, e la tunica bianca stropicciata e un po’ sporca di polvere. Aveva un faccione pallido, il profilo greco, e assomigliava un po’a un promotore finanziario che conosco. Che cazzo, ho detto, perfino l’angelo custode, ormai.
Mi è venuto da ridere.
A quel punto ero arrivata a scuola e ormai mezza merda l'avevo mangiata. 

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8 Risposte to “QUOTIDIANO”

  1. lemmaelabel Says:

    Cara Dipok/creatrice, vedo che il tuo talento ha visualizzato (come da te anticipato poche righe sopra) l'ibrido angelo/diavolo. 🙂
    E vedo, anche, un nuovo Tag: quasi chiuso per tristezza…e capisco…
    (io, però, continuo ad affacciarmi tutti i giorni)
    MIAO!

  2. anonimo Says:

    Anch’io ho fatto l’angelo custode per un po’. Non è che proprio t'impongano la permanente  per i riccioli – infatti ho continuato a portare sempre i capelli lisci – comunque te la menano, pure per la tunica.
    Una vera seccatura.
    Anche con le ragazze, non è che siano tutte rose e fiori, credo per via delle piume che vanno dappertutto.
    Non potete proprio fare a meno di rimarcarlo, eh?
    Continui giorno dopo giorno perché la paga è buona, anche se poi finisci sempre per deprimerti col fatto che ci avresti giurato, da giovane, che la vita ti avrebbe dato qualcosa di meglio e tutte quelle storie là.
    Alla fine mi hanno esonerato perché ero quello di Kurt Kobain.

    Rob

  3. anonimo Says:

    Succede che la nebbiolina umidiccia e pesante ci infradici i sentimenti, che un lavoro in un posto cosi' miserando quale l'Italia e' diventata ci pesi tanto da lasciarci senza fiato.
    Io lavoro a 6500 km dall'Italia (in Angola) e torno a casa ogni 2 mesi, ma tutto quello che vorrei e' cambiarlo questo nostro Paese, perche' quando guidi veso le colline a primavera e i colori dei fiori sulle chiome degli alberi le trasforma in un quadro impressionista fatto di macchie rosa sullo sfondo verde dei prati col cielo blu intenso che solo l'inizio di maggio ti sa regalare, quando corri lungo i sentieri e il profumo dei boschi ti riempie i polmoni, in quelle occasioni penso che io appartengo a questo posto…

    JGW

  4. dipocheparole Says:

    @lemmola: dove diavolo è il mio angelo custode? è una frase quasi tragica in effetti:))

    @rob: storia tragicissima la tua!!! (sarà che vedo tutto tragico?):)))

    @jgw: è comprensibile che stando in Angola tu veda l'Italia con gli occhiali rosa e abbia nostalgia di paesaggi idilliaci. Sì, in effetti ne è rimasto ancora qualche pezzetto qua e là, ma se dobbiamo rimanerci, o tornarci, solo per le colline in fiore e il profumo dei (rari) boschi siam messi davvero male.

  5. anonimo Says:

    Ciao Elena, mi sa che hai ragione, mi capita spesso di vedere solo la parte "bella" della foto… Pero' non e' nostalgia, direi piu' incazzatura colossale. Mi sono sempre impegnato per far qualcosa di buono, per dare una mano a migliorare ed invece… dopo tanta fatica vedo che solo i furbetti hanno le occasioni per fare le cose (eletti in comune, regione e magari anche parlamento). Persone legate alle logiche del clientelismo, scaltri e "immanicati". La rabbia mi serve per rimanere concentrato, la parte bella della foto mi da il motivo per continuare a crederci. Anche le persone che leggo qua e la per la rete sono un buon motivo…

  6. anonimo Says:

    guarda che l'ho notata quell'ultima tag a destra.
    s|a

  7. anonimo Says:

    "e che cavolo mi sono pensata di fare l’insegnante se l’unico mio desiderio è non dover parlare in pubblico": e qui è scattato il riconoscimento, me lo domando spesso anch'io.
    L'angelo promotore finanziario invece mi ha fatto proprio ridere.
    s|a

  8. dipocheparole Says:

    @ jgw: hai ragione. Bisogna rimanere concentrati sulla rabbia o con la rabbia. Io ultimamente sono concentratissima.

    @s|a: eh, hai visto che tag!? 🙂 Sì, ammetto, l'ho rubato da te.

    Pure tu a leggere "Come parlare in pubblico? "

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