Archive for the ‘cinema’ Category

HEREAFTER: QUI E DOPO

8 gennaio 2011

A vedere “Hereafter”, l’ultimo film di Clint Eastwood, bisogna andarci quando si ha il cuore in pace.
A me personalmente questo accade qualcosa come una volta ogni dieci anni, per qualche minuto, quindi ci sono abituata, ma se non siete nelle migliori condizioni di spirito, non pensate poi di poter proseguire la serata con una pizza e via, come se niente fosse.
Il film parla di morte, di vita, di vita oltre la morte.
Hereafter che letteralmente si potrebbe tradurre con un bellissimo quidopo, come a dire che dopo qualcosa resta qui, in maniera molto più linguisticamente corretta sta per d’ora in poi, o in futuro, ma anche per un aldilà, che per fortuna non è stato utilizzato come titolo per la versione italiana perché avrebbe portato con sé tante di quelle connotazioni e sfumature di natura cattoreligiosa di cui noi italiani possiamo fare volentieri a meno, soprattutto nel momento in cui si abbassano le luci in sala e cominciamo a goderci un film.
 
E il film ce lo godiamo dal primo momento, con una scena da moderna apocalisse: lo tsunami del 2004 che si abbatte con la sua onda terrificante sulla vita tranquilla e pacifica di centinaia di migliaia di persone in un qualunque mattino di quell’inverno/estate nell’Oceano Indiano.
Da qui prende il via la vicenda di una giornalista francese che, per quelli che sono i casi della vita, quindi per quelle circostanze che sono proprio l’here, l'hic et nunc, il qui ed ora, si intreccerà alle vicende di un operaio di San Francisco e di un bambino londinese che per la loro storia personale hanno avuto a che fare con l’after, quello che viene dopo.
Il film procede per un continuo intrecciarsi di casi e coincidenze, che sono poi le semplici avventure della vita, a pensarci e a farci caso, che diventano poi casi e coincidenze quando proprio vogliamo dar loro un senso e un perché.
In realtà la morte, che arrivi con un’onda di trenta metri, con un incidente d’auto, per mezzo di un attentato terroristico o per malattia, fa semplicemente parte della vita, ma a vederla da lontano, cioè da vivi, pare spettacolare, inaspettata, sorprendente e soprattutto crudele. Crudele perché ci lascia tramortiti, appunto, spaesati, appunto, pieni di domande in cui ci chiediamo quale sarà il nostro paese d’ora in poi e come riusciremo a viverci, incapaci di proseguire nel nostro cammino come se niente fosse, perché ci ha toccati, come nel caso della giornalista francese, o perché ci ha portato via un pezzo, come nella vicenda del piccolo inglese, o perché, come nel caso dell’operaio sensitivo americano, ci coinvolge così quotidianamente con la sua ombra da renderci impossibile la vita.
Vita che per quanto si sposti continuamente tra splendide spiagge indonesiane, le redazioni di un editore parigino, l’appartamento di un operaio americano e la terraced house di una famigliola londinese è ugualmente sempre in bilico tra la vita e la morte, anche se, per vivere non possiamo e non vogliamo accorgercene.
E tutti siamo sempre lì, sul filo, vuole forse suggerirci Clint Eastwood, sia che prendiamo il sole a Pee Pee Island per le vacanze di Natale, sia che prendiamo la metropolitana a Charing Cross o attraversiamo la strada di corsa. E tutti siamo uniti dallo stesso filo: che siano i racconti di Charles Dickens ascoltati da un audiolibro in un appartamento di San Francisco o certe storie tragiche della Londra dickensiana, sempre attuale, anche dopo duecento anni, in certi sobborghi della grande capitale inglese, tutti navighiamo a vista, tentando di arginare la nostra personalissima cognizione del dolore, quello che, da umani, ci è toccato in sorte.
 
Clint Eastwood è sempre, o sempre più, grande. Non ci da’risposte confezionate, sonda e mostra con la grande poesia e il tocco lieve e denso di cui è maestro, il materiale disponibile senza fornirci interpretazioni religiose o laiche: così stanno le cose, prendete, servitevene tutti e fatene quello che credete. Matt Damon è stupendo nell’offrirci l’interpretazione di un uomo semplice schiacciato dal macigno del suo dono/condanna e dalla solitudine che ne deriva, senza una donna, senza amici, perso in un lavoro anonimo: lontano dalla vita perché troppo vicino alla morte e alle domande che ci pone.
Il film finisce bene, nel senso che in qualche modo si esce dal cinema sollevati. Il magone di certe scene sparisce, per fortuna, anche se sappiamo bene che è solo rimandato.
Ma in fondo, è la vita no?

 

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PENE AMORE E FANTASIA

27 ottobre 2009
È un film. Anzi, una fiction. Anzi è la realtà.
Allora, c’è Pietro Marrazzo (vero), quello del mi manda rai tre (vero), quello che ora è Presidente della Regione Lazio (vero), che si è mandato da solo in un appartamento di Via Gradoli (vero), quello dove tenevano prigioniero Aldo Moro (forse), quello della seduta spiritica di Romano Prodi (mah..), quello del film di Bellocchio (falso), con i poliziotti che bussano alla porta perché una soffiata dice che il covo delle Brigate Rosse è lì (vero), ma siccome nessuno risponde, se ne vanno (falso e vero), quello dove invece trentun’anni dopo, bussano due carabinieri, anzi non bussano, ma irrompono (vero) e trovano un transessuale (un o una?) ignudo e Marrazzo nudo dalla camicia in giù (vero). Trovano anche una striscia di coca (vero o falso?), il portafoglio pieno di Marrazzo, lo svuotano (vero o falso?), filmano Marrazzo e il transessuale (vero), ricattano Marrazzo (vero), lui stacca tre assegni lì per lì (vero) (boh). I due carabinieri allora propongono il video ad Alfonso Signorini, direttore di Chi (vero), lui indignato rifiuta (ohibò!), allora il Capo del Governo, padrone del giornale, Berlusconi, dice al Governatore del Lazio, Marrazzo: “Marrazzo, cribbio, mi consenta, guardi che la vogliono incastrare, stia attento! (Verissimo) guardi che gira un video compromettente su di lei, girato da quei due malandrini di carabinieri, ma io, Capo del Governo, mai ne parlerò sui miei giornali (buon uomo!), né mai denuncerò le loro gesta alla magistratura!”(vero). E Marrazzo niente, due volte la settimana sempre dai trans. Finché il caso (vero), vuole che, indagando in un altro caso, qualcuno per caso scopra tutto (vero) (falso?). I carabinieri si dicono vittime di un complotto ordito molto più in alto (vero) (falso). Marrazzo si sospende, anzi si dimette da Commissario della Sanità Regionale (vero). Berlusconi è bloccato nella dacia di Putin dalla bufera di neve (falsissimo).
Poi torna ma gli viene la scarlattina (ahahahahahah!).
In forma leggera, però.

LA CLASSE

11 ottobre 2008
“La classe” è un film che gli aspiranti insegnanti dovrebbero vedere. Passerebbe loro la voglia di provare ad insegnare, cambierebbero mestiere, ci guadagnerebbero in salute, soldi, soddisfazioni e verrebbero incontro al nostro ministro dell’Istruzione che aspira a mandare a casa una buona parte degli insegnanti di questo paese.
Un bel film, con la regia di Laurent Cantet, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, teso e nervoso dall’inizio alla fine, con personaggi e attori presi non dalla strada, come si usa dire, ma direttamente dalla classe.
L’insegnante protagonista del film è Francois Bégaudeau, che è pure sceneggiatore e autore del libro “Entre les murs”, da cui è tratta la sceneggiatura, e che, essendo insegnante lui stesso, non fa che interpretare la sua vita nel film.
I ragazzi, a loro volta, sono i ragazzi di una qualunque scuola della periferia di Parigi, con i loro veri nomi di battesimo, i loro vestiti, le loro facce.
Il film mette angoscia. Non so se la metta solo a me, che appunto, tra le altre cose, aspirerei ad insegnare e che ho fatto qualche comparsata in un’aula scolastica negli ultimi mesi, o se l’angoscia possa derivare anche dall’interrogarsi, osservando la semplice realtà di una scuola qualunque, su quale possa essere il futuro della scuola, e quindi dei giovani, e quindi dei prossimi adulti, e quindi della nostra futura società.
La classe di cui nel film seguiamo le vicende nel corso di un anno scolastico, è una classe multietnica, un piccolo laboratorio di antropologia culturale, con ragazzi francesi e ragazzi prevalentemente della seconda generazione di immigrati da vari paesi francofoni, dal Marocco, dal Mali, da non specificate isole caraibiche, ex colonie francesi. Ci sono poi un paio di cinesi, di prima generazione invece, arrivati da poco con tutte il loro carico di problematiche di inserimento, di adeguamento alle leggi sull’immigrazione, e di apprendimento della lingua.
Tutti adolescenti, duri e fragili, come tutti gli adolescenti, ma cresciuti troppo in fretta in un ambiente difficile che li attira per poi respingerli, che li lusinga con le sue novità e li disprezza per le loro origini.
Il film è angosciante perché i problemi che ne emanano sono irrisolvibili, complessi, inestricabili, e perché i dialoghi sono così reali, stringenti e diretti, con un’alternanza rigorosa e serrata di inquadrature e di situazioni, da richiedere di continuo la nostra più sofferta attenzione e partecipazione.
Tutti hanno le loro ragioni. Ha ragione l’insegnante, che cerca ostinatamente e ingegnosamente, minuto dopo minuto, di guadagnare la fiducia dei ragazzi, di instillare nelle loro menti, parola per parola, una qualche forma di conoscenza e di capacità di comprensione e valutazione della letteratura francese, ma in primo luogo della realtà.
Hanno ragione nel complesso gli insegnanti tutti, schiacciati tra la scuola, le istituzioni, le regole, le famiglie degli studenti, le difficoltà della loro vita personale, e le mille prove che li attendono giorno dopo giorno durante il loro lavoro in classe, tanto da farne dei piccoli eroi nella trincea di una difficile e totalmente nuova quotidianità.
Hanno ragione i ragazzi, sbattuti al fronte della vita senza armi, schiacciati, anche loro, tra problemi di integrazione, aspettative famigliari, conflitti culturali tra il tentativo di adeguarsi a una cultura del tutto nuova e diversa, mantenendo quella della propria famiglia di origine, e soprattutto, secondo me, schiacciati da una rabbia e una tendenza alla ribellione contro tutto e contro tutti, che portano alla totale mancanza e, di conseguenza, al bisogno urgente e improcrastinabile di regole, di limiti, di obiettivi e di prospettive.
Per tutta la durata del film, è continuo, estenuante ed esasperante infatti, il tentativo, da parte degli insegnanti, del preside, della scuola diventata ormai quasi una sorta di rappresentanza diplomatica, avamposto di una civiltà e di una cultura in una terra di confine e quasi straniera come la terra della periferia di una moderna metropoli, di dare delle regole, dei confini, dei limiti ai ragazzi.
Regole che naturalmente si rifanno a questa civiltà, alla cultura francese, europea, la nostra cultura di questo secolo ventunesimo che, messa alla prova, dai continui attacchi degli studenti di questa scuola parigina, dimostra di non avere semplicemente le armi per farsi capire e farsi accettare.
Di non averle ancora, forse, perché troppo nuovi sono i problemi della scuola multietnica, di non poterle averle mai, perché troppo complessi i conflitti di un’intera società.
Cosa dire infatti alla mamma di Suleyman, uno dei ragazzi più problematici, che di fronte al consiglio di disciplina della scuola, difende il figlio parlando la sua lingua, ché il francese non lo conosce ancora, appellandosi a quelle che, per la sua cultura, sono le regole da seguire per essere un bravo figlio: aiutare i fratelli e le sorelle, aiutare in casa, essere obbediente. Che le importerà mai se il figlio ogni giorno si dimentica i libri a casa, non si toglie il cappello in classe e da’ del tu ai professori.
E cosa dire agli studenti che rifiutano e scherniscono l’uso del congiuntivo perché sorpassato e datato? A quelli che scrivono la coniugazione dei verbi come gli viene, ché tanto fa lo stesso. O alla ragazzina che si rifiuta di leggere un brano in classe perché quel giorno non ne ha voglia. O a quelli che prendono in giro gli altri compagni perché hanno diverse abitudini, vestono diverso o tifano per una squadra avversaria.
Bene, la risposta alla mamma di Suleyman, non ce l’ho, non ce l’ha nessuno, né mai ce l’avrà nessuno, credo.
Secondo me, invece, l’unica risposta possibile, a dei ragazzi, una volta che ho ascoltato le ragioni di tutti, una volta che ho cercato di capire, di comprendere, di cercare il dialogo e di porgere l’altra guancia, la risposta, alla fine, alla domanda: ma perché devo fare così? è e deve essere una sola: perché si fa così. E basta.

LA TOSCANA ANGLOFONA DI SPIKE LEE

5 ottobre 2008
(attenzione qui si rivela il finale del film)
 
Sulle Rocky Mountains toscane di Spike Lee in Miracolo a Sant’Anna, in realtà di miracolo non ne accade solo uno, ma ne succedono tanti: gli italiani parlano toscano tra di loro e con gli americani, gli americani parlano italiano tra di loro e con i toscani, i tedeschi invece parlano tedesco tra di loro ma sono sottotitolati, però parlano italiano, con accento tedesco come il Papa, con partigiani italiani e soldati americani.
Poi, le ragazze di montagna nel 1944, dopo quattro anni di guerra, sono delle strafighe in gran tiro, con capelli sani e lucidi, carnagione e mani da contessa, con tanto di calze velate e varietà di abiti perfettamente puliti e stirati tra un amplesso e una strage, non hanno il minimo pudore nel mostrarsi a seno nudo al primo soldato afro americano che passa, come starlette sul lungomare di Cannes, mentre decidono di cambiarsi la maglietta stendendo la biancheria nel prato.
Inoltre in questi paesini di montagna della toscana anglofona, in piena guerra mondiale, con nazisti in giro per ogni dove, si organizzano feste danzanti con orchestrina, cibi e bevande, nella chiesa del paese, e dove senò, che è un’usanza tipicamente italiana organizzare feste popolari nelle chiese cattoliche, con tanto di ceri votivi disseminati sugli altari, per creare l’atmosfera, come si usa nei locali al Village, per dar modo alle ragazze montanare ma strafighe di civettare con i soldati strafighi e neri e dar loro modo di esprimersi in dialoghi alla Eminem.
Nelle chiese italiane però durante i party è vietato fumare, ché siamo pur sempre in un luogo sacro.
I ragazzini di montagna, scampati ai massacri, vestono abiti laceri ma indossano scarponcini in pelle in stile anfibio, sono magri e malati, ma hanno la forza dell’incredibile Hulk quando per esempio prendono in mano la grossa testa in pietra scalzata da una statua dell’Ammannati, e la sollevano e la girano di qua e di là come fosse un pallone da pallavolo.
Ovunque campeggiano crocifissi, santi e madonne, che insomma siamo pur sempre in Italia, ma forse conta pure molto il fatto che il libro da cui è tratto il film sia stato scritto da tale James McBride, figlio di un reverendo cristiano nero e di una polacca bianca ed ebrea, figlia a sua volta di un rabbino ortodosso, ma convertitasi al cristianesimo per sposarsi il reverendo. Insomma, il povero McBride, ottavo di dodici figli, di religione deve averne masticata tanta in casa, tanta da metterla tutta pure nei suoi libri e da “convincere” Spike Lee a fare un film che termina con la visione di una sorta di paradiso terrestre, in realtà una spiaggia delle Bahamas, dove il protagonista, Hector Negron (!) incontra un riccone con le meches sul ciuffo (Luigi Lo Cascio, ma come ti sei conciato?) che con una carrambata finale, mostrando il crocefisso donatogli da Hector, si rivela il bambino scampato al massacro, anzi al doppio massacro, diventato grande e, appunto, riccone tanto da pagare la cauzione al protagonista e salvarlo dalla galera.
Oltre a tutti i miracoli di cui sopra, il film procede per dialoghi fumosi e insulsi, di una noia mortale soprattutto per tutto il primo tempo, inverosimili per collocazione storica e inappropriati per i personaggi che li recitano. Ma quando mai un soldato nero si sarebbe sognato di contestare gli ordini di un capitano bianco nel 1944, e quando mai, in quegli anni, una ragazza di campagna, o di montagna che pure ha fatto la governante in città, avrebbe osato trattare il padre come un imbecille, e urlargli di chiedere scusa agli amici. I morti poi, e ce ne sono tanti, muoiono tutti, come nei fumettacci cattivi, con gli occhi aperti, sbarrati e con il viso imbrattato di sangue.
Viene poi il dubbio, osservando dialoghi e vicende del bambino protagonista che il regista volesse eguagliare con la storia lacrimevole di un bambino in tempo di guerra, le vicende cinematograficamente ed economicamente fortunelle de “La vita è bella”. Guarda mai che mi diano un oscar pure a me, si è detto Spike Lee.
Invece di sicuro niente oscar, di sicuro non da me, perché la sensazione generale, per tutta la durata del film, è di uno sfasamento storico, geografico e culturale, che del resto va di pari passo con la pretesa del regista di dare la sua versione fiction dei motivi che causarono la strage di Sant’Anna di Stazzema e la versione tutta revisionista della lotta partigiana, quando ormai perfino Fini dice che non è vero che tutti combattevano per la parte giusta.
Spike Lee voleva fare, in fin dei conti, un film sui soldati neri durante la seconda guerra mondiale, ma avrebbe fatto meglio a girarlo a casa sua, o anche a casa nostra, ma senza andarsi a impelagare nei fatti ancora vivi, anche se non per tutti, della nostra memoria storica.
A nessun regista italiano verrebbe mai in mente, spero, di andare a Dallas a girare un film in cui il presidente Kennedy viene ucciso da un amante segreto di Jacqueline. Se ne venisse fuori un film comico sarebbe di cattivo gusto, se volesse essere un film storico sarebbe falso, se si volesse fare fiction sarebbe bassa fantascienza.

4 gennaio 2008

Uno dei miei dieci saltuari lettori, in un commento ad un post, ha fatto questa riflessione:

"Mi sono chiesto a volte che differenza c’è tra il visitare terre straniere da turisti e il visitarle senza passare per i musei, i luoghi di ritrovo dei turisti e i monumenti.
Io non sono mai entrato per esempio in un museo nè italiano ne straniero, non ho una sola foto con un monumento straniero o italiano, non conosco nulla dei luoghi turistici dei luoghi stranieri e italiani dove sono stato".

Io ho risposto: ci scriverò un post.

Poi, invece ho pensato di scriverne diversi per trovare una risposta. Un po’ di risposta già ce l’ho in mente, e inizia da Tokyo.

SHIBUYA

Giappone shibuyaNel quartiere di Shibuya, uno dei ventitre quartieri di Tokyo, una città di duecentomila persone pressate in una densità di circa 13.000 abitanti per chilometro quadrato, ( che se non sbaglio a fare i conti significa 13 persone per metro quadro, e se sbaglio qualcuno mi corregga!), ho passato almeno un paio d’ore in un caffè al secondo piano di un palazzo, a guardare un incrocio.

L’incrocio era il punto di incontro di sette strade regolate nel flusso automobilistico da vari semafori e con diversi attraversamenti pedonali. I palazzi intorno erano quei grattacieli che di solito abbiamo in mente quando pensiamo alla modernità del Giappone e a Tokyo in particolare: edifici coperti di ideogrammi luminosi, di enormi pubblicità semoventi, visi asiatici sorridenti, immagini colorate, scritte che si rincorrono, musiche e suoni confusi e alieni. Sotto, nelle strade, il movimento incessante di migliaia di persone, tutte giapponesi, che vuol dire con la faccia da giapponesi e parlanti giapponese, che camminano, mangiano, corrono, parlano, discutono, ridono, comprano, e l’impressione di sentirsi premuti e compressi da tutti i lati e di trovarsi sempre in un autobus affollato all’ora di punta.

L’unico momento di stasi, l’attimo in cui la marea di folla si ferma improvvisamente, come per un intervento di paralisi collettiva, e forma un argine umano lungo il marciapiede, è quando scatta il semaforo rosso per i pedoni. Allora, in pochi secondi, si addensano centinaia di persone: una vicina all’altra, e poi una dietro l’altra e poi ancora in seconda fila e poi in terza e quarta e quinta e sesta e settima fila e per pochi secondi formano un’unica massa immobile. E così anche sui marciapiedi intorno: a destra, a sinistra, al centro, sopra e sotto, tutti in attesa del verde.
E intanto le automobili, i pullman, i furgoni corrono attraversando l’incrocio: e c’è chi svolta a destra, a sinistra, in basso a destra, in alto a sinistra, sopra e sotto, a fasi alterne ma mirabilmente oliate, senza un ingorgo, senza un rallentamento, senza un colpo di clacson, in perfetta e ammaliante scioltezza, finchè non scatta il verde.
Allora lo stesso movimento magico e oliato si ripete per i pedoni: tutti simultaneamente, come ballerine di fila ordinate e attente, attraversano velocemente l’incrocio non solo perpendicolarmente, ma anche in diagonale, da destra a sinistra, da un lato all’altro, da sopra a sotto e da sotto a sopra, senza mai uscire dalle strisce pedonali, e approdano al marciapiede di fronte.
Pochissimi si avventurano con il giallo, tutti sono fermi al rosso.

Adoro i giapponesi.

I PIU’ TRISTI

30 dicembre 2007

Ok. per dimostrarvi il mio lato leggero, invito tutti i miei lettori e tutti coloro che transitano giornalmente per questa pagina, e dovreste essere una decina, me compresa, a fare la classifica dei tre film più tristi mai visti. Insomma, i film vi hanno fatto piangere.
Per gli uomini, valgono anche quelli in cui avreste voluto piangere ma vi siete trattenuti. E’ possibile anche indicare una scena in particolare.

Questa è la mia classifica:

1) Il cacciatore                   (tutto)
2) Billy Elliot                       (un po’ tutto)
3) Colazione da Tiffany    (l’ultima scena in cui Gatto viene abbandonato sotto la pioggia) (Terribile!)

Attendo le vostre classifiche. Non lasciatemi piangere da sola!


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