Archive for the ‘nord-est’ Category

SESSO AL MARTEDI’ GRASSO

9 marzo 2011

La “Waka Waka” di Shakira va un casino tra i carri mascherati di questo martedì grasso.
Cercavo di arrivare all’agenzia pratiche auto (sì, ho fatto il gesto epocale: ho comprato l’auto nuova) e mi sono trovata tra la folla moderatamente festante, anzi quasi leggermente perplessa, che assisteva al passaggio dei carri. Il carro dell’Allegra compagnia di Maserada sul Piave in quel momento cercava di farsi largo per le strade del centro, ondeggiando plasticose canne d’organo variopinte eruttanti coriandoli sulla curva a gomito che sbocca in Corso del Popolo.
Era preceduto, appunto, dai membri festanti dell’Allegra compagnia: una ventina di quarantenni, qualcuno sospetto anche cinquantenne, abbigliati a mo’di note musicali che, illividiti dal freddo dopo tre orette di sfilata, il viso serio e accigliato da chi me l’ha fatto fare e maledetta quella volta che Bepi mi ha portato alla riunione quest’inverno che te assicuro che xe pien de fighe, intrecciavano coreografie danzanti sulle note di musicacce disco.
Tre passetti a destra, tre passetti a sinistra, una giravolta, chiudi le braccia, stendi le braccia, una alla volta, prima la destra, poi la sinistra, un battimano e via. Sulla scia delle scuole di balli sudamericani (dio quanto li odio), tutti dietro al gran beccatore, il maestro fustacchione bicipitato: a la derecha a la izquierda, un pochito de qua e un pochito de là.
Dietro arrivava il carro degli Amici di San Giuseppe che sparava “Mamma mia” degli Abba. Sponsor la carrozzeria Bettiol Denis. Altra pattuglia di quarantenni (ma le ragazzine dove sono sparite, non ambiscono più a fare le majorettes?): meduse violette, polipastre verdognole sovrappeso, il gallo del quartiere in versione Capitan Findus, che con due manacce da muratore guidava le danze e il trattore che trainava il carro.
Parte la “Waka Waka” e il ragazzo nero, presunto ghanese (è insieme a Adjatay, il ghanese che ho trovato nel gruppo di alfabetizzazione agli stranieri a scuola) che assiste alla sfilata con le mani in tasca e lo sguardo un po’assente sul marciapiede di fronte, accenna un sensualissimo movimento d’anca. Gli è partito naturale al suono della “Waka Waka”, ma subito si blocca. Non è posto questo per ballare, anche se la musica è pompata a tutto volume, mica siamo al sambodromo o in piazza a Accra o dove diavolo ballano i ghanesi. Non si balla sulla pubblica via di una cittadina del nord est, tra uomini nativi imbacchettati che non saprebbero muovere il bacino neanche sotto ingiunzione del fisioterapista, ora retrofletta su!, e donne che volentieri si lancerebbero in ancheggiamenti lascivi, retroflettendo di gusto, in stile velina intorno al palo della lap dance, ma mai per strada, o meglio, in piazza.
E così corre via l’ennesimo Carnevale, le polipesse verdastre ai lati del carro degli Amici di San Giuseppe, imbottite di maglioni sotto i costumi che tirano sui fianchi, cercano di sculettare come le mulatte del carnevale di Rio e accennano con le braccia il famoso gesto di Shakira: mani unite all’altezza del petto in un su e giù vagamente evocativo di altro movimento sussultorio. Il risultato è così goffo che mi vergogno per loro.
Non commento l’ultimo carro che avanza: una enorme biga azzurra carica di fulmini e saette simil-raggi di fuoco e sovastata da un truce sole giallo e fiammeggiante. Titolo dell’opera a grandi lettere sul cartello davanti al trattore che traina il carro, ma solo per chi non avesse capito il senso dell’opera: Il ritorno di Ben Hur? Il carro del sole? E’ tornata la primavera? No, la risposta esatta è: “Non ci resta che la biga”.
Tutto intorno, il pubblico da sfilata dei carri a carnevale o da fiera degli osei o da autoscontri alla sagra. Quelli che ti chiedi dove stiano nascosti tutto il resto dell’anno: branchi di ragazzini magrissimi e torvi, mani in tasca, jeans strettissimi e ciuffi abnormi, schiere di ragazzette fumanti, spavalde e urlanti che si tengono a manina, tipacci rudi in anfibio e passo montanaro, tris di punk: lei grassissima con le calze smagliate e la minigonna, lui altissimo un po’ gay, l’amico con la cresta viola, sette orecchini per orecchio e un po’ ingobbito, coppiette di emo pallidi e depressi. Insomma tutto l’atteggiarsi della presunta contemporaneità giovanile, ritenuto ancora trendy nei paesi, ma definitivamente out per il capoluogo.
Dio come sono snob.

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ALTRO CHE CSI

19 maggio 2010

E tanto per togliere di mezzo il post precedente, vi piazzo qua questa notizia.

http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=102601&sez=NORDEST

Certo che davvero non avrei mai pensato che per scoprire il responsabile di una rapina da 4200 euro in Italia si arrivasse a tenere sotto osservazione i giovani malviventi proprietari di felini, a pedinare il micio tra i tetti e ad analizzare perfino i peli del gatto del presunto rapinatore.
Rimango sospesa tra la sorpresa, la facile reprimenda un po’ demagogica (e quelli che rubano i miliardi?) e la (misera) soddisfazione per la giusta punizione. Miao.

UNO SU DUE (sottotitolo: TERRAGLIO)

1 aprile 2010
terraglio
 
Tra Treviso e Venezia, corre una lunga, bella strada dritta.
In realtà la strada parte da Mestre, perché Venezia, come molti sanno, non tutti, (perlomeno non la turista canadese che una volta incontrai in treno che pensava di prendere un taxi per raggiungere l’albergo in centro a Venezia), è un’isola e non è dotata di strade carrabili.
Questa strada si chiama Terraglio.
Pare che il nome venga da Terraleum, un terrapieno che la Repubblica di Venezia realizzò nel XIII secolo, con i materiali di scavo di un canale che avrebbe dovuto collegare Treviso a Venezia.
Il canale, alla fine, non si fece. Rimase il terrapieno che divenne con il tempo la principale via di comunicazione tra la Serenissima e l’entroterra. I Veneziani ci venivano in villeggiatura, lungo il Terraglio, e ci costruirono ai lati, numerose, bellissime ville (ville venete, appunto).
Qualcuno poi, lungo la strada, ci piantò dei magnifici platani, (quelli che i leghisti tempo fa proposero di tagliare per eliminare il problema degli automobilisti che ci sbattono contro), e Wikipedia dice che “Per le ville, i platani secolari e la campagna circostante, il Terraglio è sottoposto a vincolo paesaggistico ai sensi dell’art.157 del D.Lgs. 42/2004 "Codice dei Beni Culturali e del paesaggio".
Io tutto questo vincolo paesaggistico non lo vedo molto, perché la strada, come si usa da queste parti, è punteggiata di case, casette, capannoncini, distributori, concessionarie e fabbrichette, però bisogna dire che è messa molto meglio di altre strade dei dintorni.
Io, al Terraglio, ci sono affezionata, come si può essere affezionati a una strada, per una serie di motivi. Il primo è che ci ho abitato sopra, davanti, a lato diciamo, per una diciottina di anni, e dalla silenziosa periferia in cui invece vivo adesso, provo quasi nostalgia per quel gran traffico di persone, di merci, di vita in pocheparole, che connotava invece lo stradone.
Un altro motivo è che mi ricorda le domeniche a piedi di quel periodo del pleistocene conosciuto come Austerity. Una domenica sì e una no percorrevo a piedi il primo tratto per raggiungere lo stadio di rugby che allora si trovava da quella parte della città. Ero follemente innamorata di un giocatore della squadra locale e ricordo quasi con commozione l’euforia, l’ardore e la passione, mai ricambiata, che provavo nel camminare nel mezzo della carreggiata deserta di automobili, spinta dal desiderio di vedere finalmente Lui in campo.
Un altro motivo sono le innumerevoli volte in cui ho percorso lo stradone per andare a Venezia, a vedere il mare. In realtà, la laguna. Succedeva di notte, di solito. Stanca di qualunque altra cosa, prendevo la macchina, mettevo il pilota automatico, una cassetta, un cd poi, nel tempo, e attraversavo nella notte quella che già dopo una decina di chilometri diventa terra veneziana. Arrivavo sul Ponte della Libertà, rallentavo, guardavo in lontananza le luci e i bagliori alieni, rosei e azzurrini, del Petrolchimico, abbassavo i finestrini per sentire l’odore umido, denso e salmastro del mare, vedevo la massa scura, vibrante, agitata della laguna, respiravo a fondo, mi riempivo il cuore, facevo il giro di Piazzale Roma e tornavo indietro. Una pazza. Ma si sa. Ma per me, prendere il Terraglio e andare a Venezia è sempre stato un po’come aprire una finestra quando hai bisogno di prendere aria. Funziona anche con il treno, che corre lì a fianco. Una ventina di chilometri fino a Mestre, dieci in più fino a Venezia e il mondo cambia.
 
Era un po’a questo che pensavo ieri mentre leggevo su “Il Gazzettino” i risultati delle elezioni locali.
Pare infatti interessante sottolineare, per chi abita in altri luoghi meno sfigati del mio, come nella provincia di questa triste città, Treviso, il 65,82% delle persone abbia votato il candidato della destra Luca Zaia, e come il 48,53 % (quarantotto virgola cinquantatre per cento) delle persone abbia votato come lista collegata la Lega Nord. UNO SU DUE.
Significa che, a parte i minori di diciotto anni (che comunque voterebbero la Lega per l’80%), i malati, i matti e i carcerati, quando io esco per strada incontro un leghista ogni due persone.
Quando io parlo con qualcuno, parlo con un leghista nella metà dei casi.
E non rallegriamoci troppo per il restante cinquanta per cento, perché a parte lo sparuto gruppo delle liste di “sinistra” (virgolette d’obbligo quando nella sinistra ci sta un partito come L’Italia dei valori e un personaggio come il questurino Di Pietro) con il suo 24,98%, il resto delle possibilità era dato da liste come: Forza Nuova, Veneti Indipendenti, Partito Nasional Veneto, Unione Nord Est, UDC, Beppe Grillo, Alleanza di Centro e PDL.
Mi tiro su solo a guardare come vanno le cose a una trentina di chilometri da qui: alla fine del Terraglio, appunto, a Venezia, dove, grazie a Dio non hanno scelto Brunetta come Sindaco e dove pare esserci davvero un altro mondo. In particolare a Marghera dove la Lega Nord è all’11,28, il PDL al 19,05 e il PD al 29,48. Non che questi ultimi se lo meritino comunque.
Tra Treviso e Marghera ci sono esattamente ventisei chilometri. Una lunga bella strada dritta. Purtroppo non è servita alla comunicazione delle idee.

(Nell’immagine: Il Terraglio e l’entroterra veneziano in una mappa di Antonio Vestri, 1709)

 

ARTICOLO VENTISEI

22 ottobre 2009
Il questurino in borghese, faccia larga meridionale, labbroni sensuali, occhi bovini, basette e stempiatura con riporto, e collanina d’oro al collo con un unico grazioso pendente, una piccola manetta, fissando lo schermo del computer, digita con i ditoni, un tasto alla volta, il nome del mio articolo ventisei, un americano, ingegnere elettronico di Harlem, New York, che, in qualità di interprete, accompagno all’Ufficio Stranieri.
Il suo collega, in divisa di una taglia in meno, biondiccio, occhi chiari vicini, faccia lunga e stretta da vera razza Piave, gli sta accanto e gli ricorda che gli articoli ventisei hanno un’altra procedura.
Chiede al mio articolo ventisei: sportivo? Brad mi guarda interrogativo. No, rispondo, è un ingegnere elettronico, lavora alla xxxxxxx, qui a Venezia.
Quando siamo finalmente entrati nei locali dell’Ufficio Stranieri, dopo un’attesa di un’oretta, l’ora dell’appuntamento era le 7 e 34, e sono appena le otto e mezza, l’altro questurino, quello con i guanti verdi di lattice, che gli ha preso le impronte digitali per fare la richiesta del permesso di soggiorno, appena lo ha visto, lo ha chiamato Obama. Brad, che è nero, marrone chiaro, e assomiglia a Obama come io assomiglio a Angela Merkel, nel senso che siamo tutte e due bianche, ha alzato il pollice destro, dicendo yess. Il questurino ha sorriso e si è sentito figo.
Anch’io ho fatto la simpatica, sorridendo al suo yesssamerican e così io e Brad, dopo il primo passaggio di documenti, un paio di firme, e un altro paio di battute, ci siamo guadagnati il secondo passaggio, nella seconda stanza, senza neanche dovere tornare fuori in attesa della seconda chiamata, come di solito prevede la procedura, al freddo, nel vicolo antistante l’Ufficio Stranieri, ad aspettare, in piedi, tra le transenne, i due cessi chimici, un paio di file di sedie di plastica marrone luride accostate alle pareti, un container generosamente donato dalla ditta yyyyyyyyy per le attese delle famiglie con minori nelle lunghe mattine di inverno, in mezzo a decine di cinesi, ghanesi, ucraini, marocchini, ivoriani, burkinafasesi, indiani, pakistani, senegalesi.
Tutti preferibilmente accompagnati da bambini colorati, spaesati, piangenti, da anziane donne avvolte in scialli, da mogli nere, imponenti e silenziose, o attaccati alle transenne, impazienti, intimiditi, spaventati, scontrosi, incazzati, tutti con le orecchie tese, tesissime, per il timore di non riuscire a sentire il proprio nome urlato dal questurino di turno sulla porta dell’Ufficio Stranieri, con accento vuoi napoletano, vuoi siciliano, vuoi veneto.
Sarebbe anche divertente far caso alle varie pronunce di nomi cinesi: Lin Pin Tong, senegalesi: Ismael qualcosa, russi: Vladimir qualcos’altro e al sorrisetto o la noncuranza sciatta con cui vengono pronunciati velocemente, come se tutte le persone che sono convenute lì alle sette del mattino, sotto una pioggerella insistente, in un vicolo sporco, fossero lì per ridere dei loro nomi e cognomi urlati da un funzionario di polizia, e non per avere in mano, finalmente, dopo mesi di attesa, viaggi infiniti, documenti sgualciti di tutti i tipi tra le mani, andirivieni e code tra uffici postali e questure e prefetture e comuni, un permesso di soggiorno.
Invece per fortuna, stamattina, ci va di lusso a me e al mio articolo ventisei, che indica gli stranieri in possesso di permesso di lavoro come dirigente o personale altamente specializzato. Dobbiamo solo fare il secondo passaggio, in una stanza con quattro scrivanie, una ad ogni angolo, dove, stando in piedi, come questuanti, davanti al funzionario di turno, a noi tocca catenina con manetta, ognuno parla, urla per farsi sentire, dei fatti suoi, interpellato con tono, urlato, tra l’amichevole e il divertito. Lo stesso tono noncurante dell’infermiere all’anziano: e tu nonno, hai già fatto pipì? Del medico con l’ammalato, del cittadino di diritto con lo straniero. Lo stesso tono di chiunque, nel suo piccolo, si senta investito di un suo piccolo potere, e ami esercitarlo. Con accondiscendenza, bonomia, con l’uso del tu al posto del lei. La parola urlata, come se invece che anziano, malato o straniero, uno fosse sordo e rincoglionito.
Così veniamo a sapere che lei, alla mia destra è ivoriana, dov’è nata lei?? Abi.. Abi di gian?!? Lui invece è dal Burkina Faso, e tu dove abiti?e da quanto lavori qui? Che la cinese dietro di me è alta uno e sessanta, che lui prima ha lavorato a Milano e adesso hanno deciso di venire qui.
Una mezzoretta in piedi di fronte alla scrivania di Manetta, tra firme, timbri, controlli di passaporto, sfogliamento di documenti, richieste a mezza voce, altre impronte, altre verifiche e finalmente si va.
Il permesso di soggiorno, che culo, forse con la nuova procedura arriva solo fra trenta, quaranta giorni. E si figuri che c’è chi aspetta da più di un anno. Che fortunelli.
 
 

NOWHERE LAND

9 ottobre 2009
Passavo sul ponte sul Piave, fiume sacro alla Patria, tra una fila incessante di macchine, camion, autocarri, furgoni, pulmann di qua e una fila incessante di macchine, pulmann, autocarri, furgoni, camion di là. Ascoltavo, come sempre, Bruce Springsteen, (vado avanti e indietro sullo stesso cd: o Radio Nowhere o The Devil’s Arcade, o Radio Nowhere o The Devil’s Arcade, a volte Girls in Summer Clothes), mi aspettavano in una scuola per un corso di inglese per apprendisti commessi del settore non alimentare, ero pure di corsa, perché la scuola sta di là, sulla sinistra Piave, e io sto di qua, sulla destra Piave (divisione fondamentale nella percezione antropologica della creazione delle razze per gli autoctoni della zona), non pensavo a niente, se non a cercare di capire come diavolo Bruce pronuncia your e remember, anzi cercavo di imitarlo senza riuscirci, quando ho buttato un’occhiata di là dal ponte.
Il Piave era in secca, come sempre da almeno un trentennio a questa parte. Una distesa di sassi bianchi, alternati a brevi, lunghi, fossi e laghetti azzurri di acqua ferma. Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio. E poi il tripudiar de l’onde e così via. Qui di onde nemmeno l’ombra, Bruce urlava come un dannato, gli autotreni scivolavano via tra i parapetti del ponte, dal finestrino semiaperto scorrevano ondate di frastuono e di idrocarburi, non si capiva bene se da nord stesse arrivando un temporale, quando, all’improvviso, di là dal fiume, alzando lo sguardo, ho visto il Veneto come era, lì, mille anni fa.
Su un cielo di vago cobalto, un fondale di malinconiche, lievi, solenni, colline nebbiose, verdi, scure, immobili su un fondo azzurro, cupo di montagne lontane, alberi foschi, raccolti, antichi, intorno al castello di Conegliano.
 

STAVOLTA VENGONO ANCHE GLI APOSTOLI

9 agosto 2009

passeggiata sul sile

SCORAMENTO

19 maggio 2009

Ecco, una poi legge una cosa come questa sul giornale locale, proposta dal locale ministro, un altro unto (di brillantina) dal signore, ex pr delle discoteche della zona, e le viene da piangere.
E i commenti? In gran parte non sono d’accordo con la proposta. Ma non per l’assurdità della proposta, ma perché la gente si chiede: " e che dialetto insegnano poi? quello di Venezia? quello di Vicenza? quello di Treviso? ah no, mi vegno da San Donà e non vojo imparar el dialeto de Belun."
Ma io perché continuo a vivere in questo posto?

TERREMOTI. Ieri

7 aprile 2009
Il 6 maggio del 76 alle nove di sera, stavo studiando matematica, seduta al mio tavolo, davanti alla finestra.
La finestra era aperta, era stata una bella giornata, e se non ricordo male, fuori era ancora abbastanza chiaro da non dovere accendere la lampada. Il tavolo era un’asse di truciolato appoggiato a due cavalletti di ferro, e spesso, mentre scrivevo, oscillava o si spostava leggermente.
Quella sera, improvvisamente, il tavolo diede una gran botta in avanti, tanto che mi tirai indietro sulla sedia e di colpo mi girai a guardare se per caso non fosse entrato in camera mio fratello, e per scherzo non vi avesse dato una spinta.
Sentii delle urla, un gran trambusto, uno stordimento anomalo e spaventoso. Senza capire cosa stesse succedendo corsi nel corridoio, trovai mio padre che apriva la porta di casa, chiamando a gran voce me e mio fratello che era a letto con l’influenza, e tirando fuori dalla cucina mia madre che non voleva spegnere il gas e mollare la pentola con il risotto che stava cucinando.
Poi giù di corsa, quattro piani per le scale che tremavano, tra decine di inquilini degli altri piani, bambini che correvano, anziani lenti e cauti attaccati al corrimano, cani impazziti che facevano su e giù per i gradini. Una scena muta e infinita. Il sonoro: solo l’abbaiare dei cani che rimbombava per le scale. Davanti a me mio fratello, bianco come un morto, con la febbre alta, in pigiama e a piedi nudi, che perde le ciabatte scendendo per le scale, sulle spalle la prima cosa che mio padre aveva preso al volo dall’armadio per coprirlo: la vecchia pelliccia di ocelot di mia madre.
Restammo in strada per un paio d’ore. Mio padre, preoccupatissimo, che avrebbe voluto dormire in macchina, mia madre che diceva che era stata una scossetta, che lei non sarebbe neanche scesa in strada e chissà il risotto com’era finito, mio fratello, sempre più pallido e imbarazzatissimo, stretto nella pelliccia di ocelot odorosa di naftalina, io ammutolita dalla paura.
Tornati in casa, mi sedetti su una sedia della cucina e ebbi la prima e ultima crisi di nervi della mia vita. Piansi istericamente per una mezzora, mentre mio fratello, studente di medicina, diceva che bisognava darmi due o tre sberle per farmi calmare, mia madre diceva che non era il caso e mio padre diceva sorridendo che ormai era tutto finito. Passai una nottata di incubi, e tutto finì lì.
L’epicentro del terremoto era a un centinaio di chilometri, a Gemona del Friuli. A noi, per fortuna, erano toccate solo le briciole della scossa.
Del giorno dopo ricordo il titolo del Gazzettino: “FU OSOPPO” e sotto la foto della cittadina friulana rasa al suolo, una specie di Hiroshima dopo la bomba atomica.
Dei giorni seguenti ricordo i programmi di una radio privata locale, una delle prime radio private, e la voce cupa del disc jockey di turno che, con lunghe pause, leggeva i nomi dei ragazzi morti nel crollo della caserma di Gemona. L’altro mio fratello ci aveva fatto il militare un paio di anni prima.
Mi vengono poi in mente le parole di un amico che era partito il giorno dopo per andare a portare aiuto.
Lui e altri due in macchina, prima per la statale e poi su per le strade disastrate. Senza sapere come, si erano trovati a scavare tra le macerie di una casa. Avevano tirato fuori due bambolotti morti, coperti di polvere grigiogialla, rigidi ma intatti, il pigiama con i disegnini.
Ricordo una ragazza che veniva da Tolmezzo, che si era trasferita qui da parenti, e che l’anno dopo si iscrisse al liceo da noi. Era una dell’Azione Cattolica. Allora si faceva un gran parlare di aborto, per via della legge, e lei era antiabortista. Fece la maturità due anni dopo, poi se ne andò, tornò in Friuli e non la rividi più.

UNA GIORNATA AL MARE

21 febbraio 2009
Il tipo dell’annuncio (Cercasi persona con maturata esperienza in agenzie viaggi. Richiesta dinamicità e ottima conoscenza lingue.) mi dice che ha intenzione di aprire un’agenzia di viaggi, che praticamente non gli costa nulla l’affare, perché ha già il locale a disposizione, a fianco dell’avviatissima attività di famiglia, che anche l’affiliazione alla catena di franchising per agenzie di viaggio non ha un costo molto alto e che forniranno tutto il necessario, dal sistema informatico ai contratti con i tour operator. L’unica cosa che gli serve è qualcuno che abbia esperienza del lavoro, perché lui fa tutt’altro mestiere, ed è per questo che cerca una persona che abbia già lavorato in agenzia, e che sappia come muoversi, come gestire la clientela, come fare pubblicità alla nuova attività, come procurarsi contatti con le ditte per i business travel (dice lui). Una persona insomma, che faccia partire l’agenzia.
Bene, gli dico, io ho diciotto anni di esperienza nel settore. Sa, poi, in ufficio facevo di tutto, dalla pubblicità ai biglietti aerei, dalle prenotazioni dei voli, degli alberghi, delle auto, dei pacchetti di viaggio,  al bagnare le piante sulla mensola in vetrina, dalla gita scolastica a Firenze al viaggio di nozze in Polinesia, con stop a Parigi all’andata, voli, trasferimenti e hotel per tre isole diverse, sosta con escursione all’isola di Pasqua e tour su misura del Cile, mica come vendere il pacchetto tutto compreso a Sharm el Sheik.
Perfetto dice lui, allora guardi, io le posso offrire un rimborso spese e poi lei ha il guadagno di tutto quello che riesce a vendere. (*) Tolte le spese dell’ufficio, ovviamente. Lei ha la massima libertà di organizzarsi come vuole poi, sa, l’attività di famiglia è aperta dalle sei del mattino alle otto di sera, tutti i giorni. Cosa ne pensa?
Ah, dico io. Mah, sa, sono un po’ perplessa sui compensi…, mi scusi, per rimborso spese cosa intende? Beh, dice lui, le rimborso la benzina e il pasto. Sa, noi crediamo che una persona all’inizio vada stimolata, e non possiamo mica correre il rischio che uno magari si siede in ufficio e non fa nulla.
Mentre esco incrocio una ragazza che arriva per il colloquio successivo. All’arrivo ne avevo incrociata un’altra, giovanissima, sui vent’anni. Sul tavolo il tipo aveva una ventina di domande di lavoro. Mi hanno risposto in tanti sa, mi aveva detto, anche gente che non ha esperienza. Qualcuno che accetta lo trova di sicuro. Purtroppo.
Io invece, uscita dal suo ufficio, ho tirato un gran respiro, ho guardato in alto il cielo, ho preso la macchina e sono andata al mare. Faceva freddo, ma era davvero una giornata stupenda.
 
* Il guadagno medio lordo della vendita di un qualunque servizio turistico (esclusi la biglietteria aerea, ferroviaria e navale) va dal 7 al 10 per cento dell’ammontare del servizio.  
Il guadagno della vendita  della biglietteria aerea, da quando le compagnie aeree hanno abolito le commissioni, consiste esclusivamente nelle spese di prenotazione.

mare

EFFETTI SPECIALI

21 gennaio 2009
C’era quella stupenda pubblicità una volta, che diceva: potevamo stupirvi con effetti speciali, e invece eccetera eccetera. Non ricordo assolutamente cosa pubblicizzasse, ma la frase potrebbero stamparla sulla mia lapide leggermente modificata: avrei voluto essere stupita con effetti speciali, e invece eccomi qui.

Il fatto è che ci sono dei giorni in cui mi annoio mortalmente. No, mi annoio non è la parola giusta, diciamo che mi tedio. Mi alzo, mi guardo alla specchio e non ne posso più di vedere la mia faccia, sempre quella. Non perché non mi piaccia, o aspiri ad una plastica, ma per l’inerzia che mi ispira il contenuto della faccia. Vorrei poi poter tirare un lembo di parete e ribaltare tutto l’appartamento come un calzino. E non vedere più la macchia di umidità sul soffitto della cucina, sapendo che mai il padrone di casa la smacchierà. E allora vorrei che le radici del rampicante che hanno spostato le tegole, invece che polvere d’intonaco, cominciassero a spingere verso il basso dei bei rami verdi, di edera che dove s’attacca muore. Poi vorrei appendermi fuori a un angolo di nuvola e con un solo gesto, traaaaac, risvoltare il mondo, e tirar fuori dal nulla un’altra città.
Allora uscirei più volentieri, sapendo che magari sui marciapiedi diventati color violaciocca o blu elettrico, non incontrerei il padrone della pulitura a secco che staziona davanti alla sua vetrina sperando che qualcuno gli parcheggi nel Suo carico/scarico, per poter così chiamare i vigili e far appioppare multe a tutti i vicini. Magari poi, dentro il bar all’angolo, invece dei soliti quattro leghisti bestemmiatori, intenti alla decima ombretta della giornata, vedrei dalle vetrine delle persone sedute ai tavolini a parlare, a leggere qualcosa che non sia Il Gazzettino, o perfino un libro (che non sia Ken Follett o Fabio Volo, ma esagero, lo so).
Tornata a casa accenderei la televisione e non vedrei gente che a un dibattito si urla addosso, accavallando le voci, scuotendo vigorosamente la testa, gesticolando, ripetendo sei volte la stessa frase: fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, fai demagogia, oppure: ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo, ma cosa stai dicendo. Alla terza volta infatti, il conduttore gli andrebbe vicino, e invece di toccargli delicatamente il gomito, gli direbbe: senta pezzo di deficiente, guardi che non siamo tutti degli idioti qui, abbiamo capito che questa è la sua tattica cretina per non far parlare la gente, quindi ora si becchi questo: e PAM, gli tirerebbe un bel gancio al mento. L’ospite, tramortito, verrebbe trascinato via per i piedi da due cameramen, (e buttato in strada dopo aver fatto uno, due eeeee tre! e splash, sotto un camion che passa.) e il suo posto sarebbe subito preso da un altro, di pari orientamento, lo concedo, ma che sappia comportarsi.
Cambiando canale non vedrei Richard Gere con il cachet grigio perla sui capelli che strizza gli occhi a ogni battuta in cui vuole sembrare commosso e/o pensieroso, e Winona Ryder che poi muore di cancro e tutti lo sanno, e deve apparire fresca, giovane e spontanea per tutto un film, diomio quanto sono fresca, giovane e spontanea e tesa verso un destino infausto, perché quel cazzone del regista, accidenti è una regista, Joan Chen, entrerebbe nel film, si avvicinerebbe a Richard Gere, e gli direbbe: senti Richard, puoi smetterla, dico, I say, puoi farla finita, di strizzare gli occhietti, i tuoi occhietti un po’troppo vicini, quando vuoi sembrare appassionato e commosso, che ormai è dai tempi di American Gigolo che lo fai, e ormai tutti, e tutte soprattutto, qui ne abbiamo le palle piene? E tu Winona, Win, my god, cristo santo insomma, stai morendo di cancro, l’hai capito o no? Non puoi farla finita con quest’aria fresca, giovane e spontanea? Ma è mai possibile con tutto quello che vi paghiamo, dico, I mean, direbbe la regista, I mean, è possibile che ancora recitiate in questo modo? Richard la guarderebbe da sotto in su, la testa un po’piegata, come fa sempre, poi girerebbe un po’di lato la faccia e alzando le braccia a metà, le palme in fuori, alla maniera del Tenente Colombo, direbbe: ok ok ok. Io lo guarderei dal mio divano, davanti alla mia televisione e direi: ancora? Ma sembri il Tenente Colombo! E sembri anche Marlon Brando o Paul Newman! Ma caspita, ma tutti uguali siete? Ma ancora con ste manie alla Actor’s Studio!? Ma caspita Richard, ma allora non hai capito niente! E cambierei canale di botto. Anzi spegnerei.
C’aveva ragione il Boss, altroché.  
 
DANCING IN THE DARK
I get up in the evening and I ain’t got nothing to say
I come home in the morning, I go to bed feelin’ the same way
I ain’t nothing but tired, man I’m just tired and bored with myself
Hey there baby, I could use just a little help

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Message just keep getting clearer, radio’s on and I’m moving ‘round my place*
I check my look in the mirror, I wanna change my clothes, my hair, my face
Man, I ain’t getting nowhere, I’m just living in a dump like this
There’s something happening somewhere, baby I just know that there is

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

You sit around getting older, there’s a joke here somewhere and it’s on me
I’ll shake this world off my shoulders, come on baby this laugh’s on me

Stay on the streets of this town and they’ll be carving you up alright
They say you gotta stay hungry, hey baby, I’m just about starving tonight
I’m dying for some action, I’m sick of sitting ‘round here tryin’ to write this book
I need a love reaction, come on now baby gimme just one look

You can’t start a fire sitting ‘round cryin’ over a broken heart
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark
You can’t start a fire worryin’ about your little world fallin’ apart
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark
Even if we’re just dancing in the dark
Even if we’re just dancing in the dark
Even if we’re just dancing in the dark
Hey baby!

 
BALLANDO AL BUIO
Mi alzo di sera
E non ho niente da dire
Torno a casa al mattino
Vado a letto sentendomi nello stesso modo
Non ho niente sono solo stanco
Amico, sono stanco e annoiato di me
Ehi baby mi servirebbe solo un po’ d’aiuto
 
Non puoi accendere un fuoco
Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
 
Il  messaggio diventa sempre più chiaro
La radio è accesa e sto girando in tondo per la stanza
Mi guardo allo specchio
Voglio cambiarmi i vestiti, i capelli, la faccia
Amico, non otterrò mai niente se continuo a vivere in un buco come questo
C’è qualcosa che accade da qualche parte
Baby so solo che c’è
 
Non puoi accendere un fuoco
Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
 
Stai seduto e diventi vecchio
C’è uno scherzo da qualche parte ed è su di me
Mi scrollerò questo mondo di dosso
Andiamo baby le risate sono su di me
Stai nelle strade di questa città
E ti conceranno per le feste
Dicono che devi restare in campana
 Ehi baby sono quasi morto di fame stanotte
Senza un po’ di azione muoio
Sono stufo di restare qui seduto cercando di scrivere questo libro
 
Ho bisogno di una reazione d’amore
Andiamo baby dammi solo uno sguardo
 
Non puoi accendere un fuoco restando seduta a piangere su un cuore spezzato
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
Non puoi accendere un fuoco preoccupandoti del tuo piccolo mondo che si sta sgretolando
Questo fucile è in affitto
Anche se stiamo solo ballando al buio
 
 
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