Archive for the ‘torino’ Category

MORTI PER TELEGIORNALE

5 dicembre 2008
Questo pezzo lo pubblicai qui un anno fa.
Non è cambiato niente, la gente continua a morire sul lavoro come sempre.
Però forse c’è un motivo di ottimismo per come finirà la vicenda e per come andranno le cose in futuro. Speriamo.
 
Occhi verde chiaro spalancati, sguardo diretto, viso aperto, un eloquio lucido, preciso e trasparente nel descrivere i fatti e le circostanze dell’incidente in cui ha perso, finora, quattro colleghi ed amici bruciati tra le fiamme e di cui lui, per ora, rimane l’unico testimone quasi illeso, se non fosse per una lieve serie di bruciature sulla fronte. Mi viene spontaneo chiedermi, al processo con quale serie di falsità riusciranno a smentirlo. Al momento è l’incarnazione del testimone ideale: chiaro, leale, e sereno.
Antonio Boccuzzi ha cercato di spegnere un piccolo incendio che si era sviluppato in un reparto della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni di Torino, in cui stava lavorando insieme ad almeno un’altra decina di operai la notte del 5 dicembre, correndo a prendere un estintore.
L’estintore era vuoto, imprecando l’ha buttato ed è corso al telefono del reparto, il telefono non funzionava. Si è precipitato allora a prendere il bocchettone dell’acqua e mentre apriva il rubinetto e aspettava che l’acqua gonfiasse il tubo di gomma, senza fiato e con gli occhi dilatati dalla paura, si guardava intorno cercando di capire dove fossero i colleghi. Le fiamme improvvisamente con un gran colpo soffocato sono diventate alte, caldissime, incandescenti, fluttuavano alte, come le dita rosse di una mano.
Gli amici gridavano. Uno di loro avvolto dal fuoco è uscito improvvisamente dall’incendio e l’ha chiamato “Toni, Toni”. Antonio guardava la sua faccia bianca e gonfia e non capiva chi fosse, le sue scarpe continuavano a bruciare mentre lui, con la sua felpa, tentava di soffocare il fuoco sul corpo dell’amico. Allora è corso fuori, sul piazzale davanti al capannone, nel buio ha afferrato la bicicletta, il fuoco sordo e accecante divorava i suoi amici e le loro grida, lui ha urlato, correva e urlava, correva e chiamava gli altri, quelli dell’altro turno, correva e urlava.
La moglie di Antonio Schiavone è seduta davanti al presepe, a casa sua. Antonio è stato il primo a morire, bruciato vivo. Lavorava alla ThyssenKrupp da più di dieci anni. Lei è rimasta con tre figli, il più piccolo ha due mesi e ogni tanto, attraverso il microfono puntato al vestito, si sente il suo pianto in un’altra stanza della casa.
 Lei non piange, è composta, seria, e guarda fisso nella telecamera. Con brevi frasi lucide e definite, conferma le parole dell’amico sopravvissuto a suo marito: i turni di lavoro infiniti, gli straordinari, anche fino a 15 ore di lavoro continuate, non 16, perché dopo 16 ore scatta per legge un giorno di riposo, la manutenzione trascurata della fabbrica in chiusura, la sicurezza del luogo di lavoro lasciata all’iniziativa degli operai, qualcuno deve riempire gli estintori usati nei tanti piccoli incendi che si sviluppano nella fabbrica in dismissione, ma non si sa bene chi e quando debba farlo, e soprattutto se lo fa, la produzione ne risente e alla dirigenza non va bene.
Nessuno si è fatto vivo con lei dalla dirigenza della ThyssenKrupp. “Nessuno?”, chiede l’intervistatore. “Una telefonata? Un telegramma? Un biglietto”. No, nessuno.
 
Poi, le cifre. In Italia nel 2006 i morti (di cui si sa qualcosa) per incidenti sul lavoro sono stati 1302. Annualmente i morti per incidenti stradali sono intorno ai 5000. Per incidenti domestici siamo sugli 8000. Per terrorismo cosidetto islamico (vittime tra i civili), dal 2004 ad oggi i morti italiani sono 17. Per influenza aviaria, se non mi sfugge qualcosa, in Italia non è morto nessuno, a parte i famosi cigni di Storace.Di morbo della mucca pazza mi pare un’unica ragazza che aveva però vissuto per anni in Gran Bretagna. E anche in Gran Bretagna non hanno riempito i cimiteri di morti da mucca pazza, comunque.
I numeri li ho presi dalla rete qua e là.
Quando guardate il telegiornale e poi vi viene paura di andare in vacanza in Marocco o in Egitto, di mangiare pollo, o bistecche alla fiorentina, pensateci.

Annunci

PIAZZA MADAMA

7 maggio 2008

L’anziano in carrozzina, il viso giallognolo, punteggiato di macchie scure, aspetta pazientemente, un po’ piegato su un lato, la mano tesa, le dita arpionate intorno al bracciolo, gli occhi stanchi socchiusi al sole. Intorno a lui sono parcheggiate altre due carrozzine, ma di bambini: uno dorme, l’altro si agita e si lamenta piano guardando in giro.
Intorno ad una bancarella un po’sbilenca, ai margini del mercato di Piazza Madama (Piazza Madama Cristina, in realtà, ma a Torino alle vie e alle Piazze si da’del tu), quartiere San Salvario, si muovono dieci, quindici donne con il viso serio. Pescano, chinandosi lievemente, tra pantaloni, maglioni, giacche e camicie, e di volta in volta tirano su dal mucchio una manica, una gamba, un colletto, guardano l’indumento, piegando un po’ la testa di lato, o, alzandolo con entrambe le braccia, se lo appoggiano contro e se lo misurano.
La proprietaria, una grossa sudamericana dai capelli nerissimi, seduta dietro il banchetto, su una sedia a sdraio, si guarda intorno senza interesse. Nessuna paura che qualcuno rubi la merce come negli altri banchi. Il cartello in cartone scritto a pennarello, piantato tra i vestiti dice: abiti usati, un euro.
È il banco più frequentato del mercato.

Mi sono avvicinata perché, mentre giravo tra le bancarelle della frutta, dall’altra parte della piazza, ho adocchiato l’assembramento e ho pensato di trovare qualche bella occasione.
Di solito se la roba è bella e costa poco, dalle mie parti, al Paese della Cuccagna, al mercato funziona così: gran movimento di signore, ragazze, amiche che si consigliano a vicenda, chiedono il prezzo, scherzando con il proprietario cercano un minimo di contrattazione. Lui, allora, un po’ fa il galletto, un po’ le corteggia, un po’ le prende in giro, un po’ le lusinga. Loro ridono, si schermiscono, ribattono, insistono, alla fine comprano, e,  sorridendo soddisfatte per l’affare fatto, vanno via chiacchierando, distribuendosi pacchetti e borsette tra le braccia.
Qui è tutto diverso. Nessuno parla, nessuno sorride. Le donne, italiane e straniere, arrivano, parcheggiano l’anziano o il bambino al lato della bancarella, e, silenziose, come impegnate in un lavoro, cercano qualcosa tra i vestiti attorcigliati tra di loro. Se trovano qualcosa, un cenno alla padrona del banchetto sta a significare che la vendita è fatta, infilano il capo in qualche sacchetto della spesa o direttamente nella borsa, aprono il borsellino e senza una parola consegnano l’euro e se ne vanno.
Non c’è bisogno di dire nulla.
A dieci metri vendono roba nuova a cinque euro, ma intorno alla bancarella non c’è nessuno.

Al Paese della Cuccagna o dello Zucchero Filato, o del Lattemiele qui nei dintorni, dove il tenore di vita è alto, medio alto, basso, ma mai così basso, dove si vogliono introdurre limiti di reddito per l’ottenimento della residenza, dove per le strade l’accattonaggio è proibito e non si ha più abitudine a pensare e a considerare che al mondo esista la miseria, e che si è nati solo per caso, e non per merito, in un certo posto invece che in un altro, mi piacerebbe proporre viaggi di istruzione per i ragazzi delle scuole medie nei quartieri più disagiati delle città.

Un po’come quando si portano i bambini in campagna per mostrargli che i polli non nascono già a pezzi nelle vaschette dei supermercati, o che le mucche prima di diventare fettine erano dei grossi animali a quattro zampe. Un semplice processo educativo.

Comincerei già dalle medie inferiori. Basta con le solite Firenze, Gubbio e Assisi. Basta con Pesaro e Urbino. Basta Costiera Amalfitana. Basta con i centri tirati a lucido delle città ricche e turistiche, punteggiati delle solite catene di negozi Calzedonia, Diesel o Sephora. Basta con lo strascicarsi annoiato per musei affollati con gli occhi fissi al cellulare, basta con il giro in cerca del ricordino e la ricerca del Mc Donalds o dello Spizzico per il pranzo, mentre gli accompagnatori tirano il fiato seduti in gelateria, basta con l’uscita serale in discoteca per quelli delle superiori, con corollario di fughe, spinellamenti e ubriacature.

A Milano si potrebbe andare tutti a Quarto Oggiaro, a Napoli tutti a Scampia, a Venezia tutti a Marghera. A Torino, le scolaresche, invece che il Museo Egizio o la Mole Antonelliana e il museo del cinema, dovrebbero essere portate in tour a San Salvario o al mercato di Porta Palazzo.
Insegnanti selezionati, pazienti ed esperti, dovrebbero preparare i ragazzi nei giorni precedenti la visita, istruendoli a non guardare con aria schifata ed indignata chi compra abiti usati invece che capi firmati, a non avere paura e a non scansarsi tenendo stretta la borsa se camminano per strade frequentate soprattutto da stranieri, a non pensare che un quartiere sia degradato e pericoloso se ci sono (in ordine di apparizione): A) un phone center dalle vetrine non proprio luccicanti, B) un negozietto con piccola vetrina di oggetti cinesi, (statuette di gattini sorridenti, collanine colorate, tazzine economiche), C) un negozio di prodotti africani con la merce distribuita sugli scaffali in modo diverso dal supermercato Panorama e un anziano in camicione e sandali con grossi piedi neri è seduto davanti al negozio in questione, D) una donna anziana con un foulard in testa che vende panini rotondi ad un angolo della strada estraendoli da un sacco a quadri bianchi e blu, E) uomini di colorito abbronzato che parlano una lingua sconosciuta a voce alta tra di loro, come se litigassero, ma solo come se litigassero.

Per pranzo dovrebbero essere ammessi solo panini al prosciutto o al formaggio portati da casa, e mezzo litro di acqua di rubinetto. Per dolce: frutta fresca. Per tre, quattro giorni niente cellulari, né ipod, né cuffiette infilate nelle orecchie.
Secondo me i ragazzi,  si divertirebbero sul serio, e se anche non si divertissero, chissenefrega. Almeno penserebbero e, per una volta, farebbero qualcosa di diverso.

DEPORTATI FORTUNATI

23 gennaio 2008

Questa mattina a Torino, esco dalla libreria in piazza CLN, e, un po’ di corsa, giro a sinistra per correre in stazione. La prima cosa strana è il silenzio. Un silenzio percorso in sottofondo da un rombo sordo e misterioso e la singolare quiete di una città improvvisamente senza auto. Eppure, prima, le auto circolavano.

Poi i ragazzi, un sacco di ragazzi, tantissimi ragazzi, una marea di ragazzi e ragazze che camminano veloci in mezzo alla strada, una delle strade principali della città, Via Roma, in direzione della stazione.

Un corteo, penso, uno sciopero, una manifestazione. Ma i ragazzi non hanno né la faccia né i vestiti da manifestazione: niente sguardi incazzati, né visi accesi e polemici, niente kefiah intorno al collo, cappucci della felpe tirati in testa, dreadlocks rasta, nè fasce per i capelli multicolori, jeans strappati in fondo e cavallotti bassi. Niente di niente.
Normali giacche a vento, giubbotti e giacconi colorati, maglioni e pantaloni e jeans e scarponcini e stivali da adolescente in età di scuola superiore mimetizzato tra gli altri adolescenti. E poi non c’è la musica, non ci sono gli slogan, i cori, gli striscioni né le bandiere.
Nessun rumore di macchine, anzi, vigili che fermano le auto bloccando le vie laterali parcheggiando la moto in mezzo alla strada. E passanti che si fermano ai bordi della via ad osservare, a interrogarsi l’un l’altro.

E i ragazzi, a centinaia ad occupare tutta la via, veloci, concentrati, quasi silenziosi se non fosse per un sotterraneo chiacchiericcio, che non è festoso, non è vivace e spensierato come di chi parte con i compagni per una gita scolastica.
Perché se non è una gita scolastica, un’enorme, gigantesca gita scolastica, dove starebbero andando questi ragazzi con tutte quelle valigie, con i trolley, con gli zaini e le borse? Decine di valigie, centinaia di trolley, anzi, saranno un migliaio tra borse, zaini, valigie ma soprattutto trolley che trascinati sulle rotelle sull’asfalto ineguale della via producono un sordo rumore di tuono.

Fanno la mia stessa strada, direzione Stazione di Porta Nuova. Oddio, non prenderanno mica tutti il regionale per Milano? Accelero il passo, temendo di trovare la stazione invasa.

Finalmente al semaforo di fronte alla Stazione ne becco due ansanti e imprecanti perché per colpa del semaforo rosso hanno perso il contatto con il loro gruppo. Il gruppo H come dice una targhetta spillata al giubbotto.

Scusa – chiedo a uno dei due, un ragazzone biondo, tutto rosso in faccia per lo sforzo di portarsi in spalla un enorme zaino, – ma dove state andando? – – In Polonia. Ci portano in Polonia, ai campi di concentramento! – fa lui, tutto serio.

Al binario venti, dice il tabellone, è in partenza il treno per Cracovia.
Niente vagoni piombati né mitra spianati per il Treno della Memoria dei ragazzi italiani, ma comunque in mezzo alla folla degli studenti in partenza, la vista di una ragazzina tutta ricci e sorridente, con un vistoso trolley rosa confetto mi rincuora.

DIVERSAMENTE BENESTANTI

2 dicembre 2007

A T., l’ottusa e ricca cittadina dove vivo, è proibito da qualche anno l’accattonaggio, e difficilmente capita di incontrare per la strada qualcuno che chieda l’elemosina.
Non esistono poi venditori ambulanti abusivi:  niente senegalesi con lenzuola coperte di borse finto Fendi, finto Gucci o finto Luisvuitton, né cinesi con giochini semoventi, sudamericani con maglie colorate e bigiotteria, magrebini con cd pirata, né tantomeni lavavetri agli incroci. È proibito e basta. Punkabbestia mai esistiti, zingari rarissimi: ogni tanto appare una vecchietta similzingara con un bicchierino di carta proteso verso i passanti, si siede mesta e cantilenante davanti ad una rinomata gastronomia del centro, ma fa solo un part time. Finito il turno, sparisce.

Ultimamente, gli unici ambulanti sembrano essere i venditori di rose cingalesi o filippini, che la sera appaiono veloci e discreti fra i tavoli dei ristoranti, fanno quelle due orette di lavoro, tanto per arrotondare, e poi forse tornano a indossare la giacca bianca da cameriere o la livrea verde da custode in qualche casa privata. Forse sono tollerati come novelli cupidi, o forse a quell’ora i vigili hanno finito il turno e nessuno può intervenire per fustigarli o deportarli, o stai a vedere che la provincia li ha assunti con contratti a progetto per dare giusto quel tocco di colore.
Comunque, sta di fatto che in giro per la città è difficile incontrare qualcuno che abbia l’apparenza del portatore di indigenza, del diversamente benestante insomma.

Torino quindi, ora che la frequento regolarmente, mi mette in crisi, e come chi da lungo tempo non pratica un’abitudine, non so più come comportarmi con i non abbienti.
Ieri pomeriggio, in una piazzetta del centro, nei pressi di Piazza San Carlo, una signora bionda, tenendo premuto un piede sulla leva che tiene aperto il coperchio, frugava in un cassonetto per la raccolta del secco. Era in ciabatte e senza cappotto, come una che abbia appena urlato al marito: "Mario, guarda che vado a portar giù la spazzatura!", e sia scesa di corsa così com’era. Una signora qualunque, vestita di abiti normali, quelli che mia madre definisce da casa, se non fosse stato per le calze vistosamente smagliate. Teneva alta, nella mano sinistra, una camicia azzurra un po’ stropicciata e sporca, e con l’altra mano frugava tra i sacchetti.
Nella sorpresa di vedere qualcuno che nel 2007, nel centro di una città italiana frughi tra le immondizie, l’ho guardata forse per un attimo di più, ma abbastanza da farla girare verso di me con un’espressione da "che cazzo vuoi?".
Ho cercato di non girare subito lo sguardo altrove come di chi non volesse vedere o disapprovasse, ma cercando di mettere in piedi uno straccio di contatto umano. Forse comunque mi era ostile, forse la stavo imbarazzando, forse avrebbe preferito non essere guardata, forse vedeva solo curiosità o contrarietà nel mio sguardo. Comunque di sicuro ci avrebbe visto quello che voleva vederci lei.

Ho pensato: mi fermo e le do qualcosa. Ma cosa? Ma quanto? Da un euro (ma vergognati), sono passata velocemente a dieci euro. Sì dieci andava bene. Dieci? Che se ne fa di dieci euro una che fruga nella spazzatura? Almeno venti. No, venti sono troppi. In un attimo ho cercato un bilancio tra il mio reddito, attualmente nullo, e il bisogno di una persona che rovista i cassonetti, tra l’impulso a fare qualcosa e il timore di offendere, tra quanto valevano per me dieci euro e quanto potevano valere per lei. Ma, e poi, li avevo in moneta? O una volta aperto il portafogli mi sarei trovata davanti un foglio da 50 euro interi? Mica potevo chiederle il resto. In un attimo era già troppo tardi per tutto. Sentendomi una codarda ho proseguito per la mia strada pensando che magari l’avrei rincontrata, magari al ritorno, magari un altro giorno. O magari mi stava seguendo lei intuendo i miei pensieri. Alla fine mi sono data della scema e ho chiuso lì.

Così, oggi, quando in stazione mi si è avvicinata una tipa e mi ha chiesto se potevo darle gli ottanta centesimi che le mancavano per fare il biglietto del treno, non ho esitato.
Ho cercato nelle tasche del cappotto mentre lei mi guardava con uno sguardo un po’ fisso e un po’ vuoto. Era una donna sui quaranta, ma forse erano trenta, grassoccia, un viso bianco, tondo, tra una nuvola crespa di capelli scuri, gli occhi truccati di nero e una strana gonna di maglia traforata che pendeva da tutte le parti. Le ero quasi grata per aver stabilito lei la cifra, con una richiesta così precisa da esperta di marketing. Mi toglieva dall’imbarazzo della valutazione economica e pure ero sicura di farla contenta. Con solo ottanta centesimi saremmo rimaste soddisfatte tutte e due. Facilissimo. Ero talmente contenta che cercavo proprio gli ottanta centesimi e mentre lei mi guardava, stavo contando le monetine nel portafogli, quando improvvisamente mi sono vista, mi sono fatta pena e le ho dato l’euro che avevo già in mano.
Si è allontanata veloce sussurando un grazie. L’ho guardata per un attimo mentre fissava il tabellone delle partenze, cercando di capire. Magari era vero che doveva fare il biglietto. Magari no, non sembrava messa così male. Per la terza volta in poche ore mi sono data della cretina: ma tu andresti in giro a chiedere l’elemosina se non ne avessi bisogno?

TORINO

10 novembre 2007

Foglie gialle, arancioni, marrone accartocciato, cadono veloci a nevicata dagli alberi lungo l’argine del Po. A Torino tira un vento teso che si alza in folate improvvise, solleva ventate di polvere dalle strade lucide. È il foehn, la bora dell’ovest. Chissà perché Torino me la immaginavo sempre immobile, compassata, rispettata da un vento troppo impetuoso. Un vento teso, mobile, da città di mare piena di vicoli e di anfratti , e che invece corre veloce giù dalle colline, e si allarga senza ostacoli tra le vie geometriche della città spazzandone le larghe strade e riempiendo le piazze austere.
Torino luccica sotto un cielo terso e azzurrissimo da capitale delle montagne. Sembra appena lavata e lasciata lì ad asciugare all’aria. Mi sorprende perfino il fiume che corre sotto i ponti del centro con un fragore di torrente, non di fiume di città.
Torino da’ del tu alle strade: c’è Corso Vittorio (Emanuele), Piazza Vittorio (Veneto), addirittura una signora, avvicinata per un’informazione, mi parla di via Massimo. Via Massimo? Dico io, cercando velocemente sulla cartina tormentata dal vento. Ma dove? Sì, lì, non vede? Via Massimo D’Azeglio. Per non parlare di Via Duca (Degli Abruzzi). Va beh che anche a Padova c’è il Prato e il Santo, ma qui mi sembra che omettiamo un po’ troppo.

Tutti i torinesi che incontro sono fierissimi del nuovo luccicore della città e dei vestiti nuovissimi che indossa. Palazzi, monumenti, giardini e strade sembrano tutti passati con la carta vetrata, qualcuno poi ha dato una mano di antiruggine, di impregnante, e ha ridipinto la città. Non è rimasto davvero niente dell’impressione di città grigia, lavoratrice e polverosa che mi portavo dietro da una visita di tanti anni fa. Dovrei passare anche per la periferia. Chissà lì com’è la storia. La prossima volta ci vado.
Per la strada, cadenze torinesi con antichi sottoaccenti calabresi, siciliani, napoletani. Stranieri, tanti. Come altre città d’Italia, anche Torino non è più solo un posto dove si nasce e si resta per mille anni, ma anche un posto dove la gente arriva perché ha cercato altro. Con tutti i problemi e le sfide di un’emigrazione incontrollata, ma con la sensazione che la città alla fine accoglierà e digerirà tutti. Bene o male.
Torino da’un’idea di grandezza che non è solo quella delle sue strade, o del suo fiume. Ad ogni passo si incontra la storia dei libri, del sussidiario delle elementari, con tutte le guerre di indipendenza una dietro l’altra. Ad ogni passo scopro che in questa casa d’angolo ha vissuto Nietzsche, di là è passato Gramsci, qui Cavour, lì Alfieri, per non parlare di Cagliostro. Sono una povera provinciale in giro per la grande città, lo ammetto, ma a me tutta questa storia fa effetto. Guardo le targhe sui muri con venerazione, scruto i mattoni come se potessi vedere uscire sapienza, cultura e storia dall’intonaco e scivolare giù allagando l’insegna della pizza al taglio e arrotolarsi sul cartello del divieto di sosta sottostante. Come mi aveva fatto effetto il Partenone a 18 anni, che volevo assolutamente vedere dopo aver fatto per cinque anni di liceo traduzioni di Senofonte o di Erodoto. O come, per altri percorsi emotivi, mi ha fatto effetto vedere e toccare l’Opera House di Sydney dopo averla vista per centinaia di volte in fotografia sui cataloghi dell’Australia o qualche incrocio del centro di Tokyo, dopo aver sognato per anni il Giappone.

Com’è diversa invece la città dove abito. Certo, tutt’altra storia, tutt’altra posizione, tutt’altra grandezza. Una cittadina, dall’altra parte dell’Italia. Ma questo è un altro post.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: