Archive for aprile 2009

PRECISIONE ED ESATTEZZA

27 aprile 2009
disordine
Rieccomi al tema di qualche giorno fa. Sì mi è caro, e nell’ultimo post, parlandone, sono scivolata a ragionare dei miei poco evidenti, ma molto sentiti, entusiasmi, e ho talmente debordato che sono finita a parlare della mia sfingitudine.
In realtà qualche giorno fa non sapevo neanch’io bene perché precisione ed esattezza mi stiano così a cuore, e ieri sera girando per la rete, in un evidente caso di serendipità, mi sono imbattuta in un pezzo che mi ha dato da pensare, e ha chiarito le mie idee su almeno uno dei probabili motivi per cui tengo tanto, e sempre di più, a essere precisa e accurata.
Di sicuro, precisa lo nacqui. Ma nessuno, a dire il vero, se ne accorse, tanto meno io. La mia cameretta, da piccola, era un bel casino, benché i miei quaderni fossero ordinati. A undici anni però la parrucchiera mi dovette tagliare via con le forbici un consistente grumo di capelli indestricabilmente arruffati e annodati a livello nuca, sotto la parvenza liscia e ordinata della mia lunga coda di cavallo, che ormai davano al mio cranio un aspetto bitorzoluto. Succede, se ci si pettina raramente e solo in superficie.
La mia casa ha un’apparenza ordinata, ma, contro ogni dettame del feng shui, mantiene dei punti oscuri di accumulo: la mensola in entrata, il sopra-frigorifero, l’angolo di destra del divano, il secondo cassetto dell’armadio, e soprattutto il buco nero del mio appartamento, il tracollo quotidiano dei miei buoni propositi, l’angolo di agglomeramento delle mie energie negative: lo sgabuzzino.
Con il mio lavoro, intendo il lavoro di venditrice di viaggi nella mia prima vita, ho dovuto imparare a essere implacabilmente precisa. Sbagliare a digitare un semplice numero, un tre invece di un quattro magari, se quello è il numero o l’ora di un volo o di un biglietto aereo in una prenotazione aerea significa far saltare l’organizzazione di un viaggio, perdere notti di albergo, escursioni, noleggi di auto, altri voli in coincidenza, e alla fine perdere soldi di tasca tua e arrampicarti sui vetri per non perdere pure i clienti.
Precisione ed esattezza richiedono però uno smisurato sforzo quotidiano, perché come sempre nell’universo, come disse pure Newton, ad ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, e tutto sembra congiurare contro di loro. La fretta, la memoria, la distrazione, il malumore, la stanchezza, e soprattutto l’abitudine tanto per dirne sei, di forze uguali e contrarie. Per non parlare poi della tendenza all’accumulo e dell’effetto imitazione che sono la conseguenza prima di imprecisione e inesattezza. Provate a lasciare per qualche giorno il giornale vecchio o la posta già aperta su una qualche mensola in casa, e nel giro di una settimana quello diventerà il posto della carta, provate a lasciare una pratica fuori posto in un ufficio e vi ritroverete con una trentina di  pratiche fuori posto o sparite in un buco nero di incontrollabile attrazione. Provate a lasciare il sacchetto della spazzatura in un certo punto per la strada e nello spazio di una serata, quello diventerà l’angolo dell’immondizia. Provate ad incominciare una riunione o una lezione con cinque minuti di ritardo per aspettare che tutti siano arrivati, e aspettatevi che alle successive riunioni o lezioni tutti arrivino in ritardo. Provate a non chiarire per troppo tempo equivoci o incomprensioni e vi ritroverete un grumo di nebbia nel cervello e nel cuore, vostro e di chi vi sta intorno.
Tutto questo solo per parlare della dimensione privata. Perché se cominciamo ad affrontare la dimensione pubblica, soprattutto italiana, degli effetti di imprecisione e inesattezza troveremo moltissime delle cause della nostra attuale disastrosa situazione sociale in primo luogo e poi via via e di conseguenza, secondo me, economica, politica, lavorativa, scolastica, eccetera.
Quindi, come mi sono resa conto solo ieri sera, leggendo il blog citato sopra, la mia personale guerra contro imprecisione e inesattezza arriva da lontano e mi è connaturata, ma la mia attuale, quotidiana lotta per la precisione e l’esattezza in realtà è una lotta di resistenza. Resistenza civile contro il pressapochismo, la cialtroneria e la faciloneria. Caratteristiche tutte italiane, purtroppo, che sono in parte causa dello sfacelo quotidiano a cui continuiamo ad assistere senza prenderci spesso la nostra parte di responsabilità per modificare le comuni consuetudini iniziando da cose piccolissime.
Circa due anni fa, da poco tornata dal mio viaggio intorno al mondo, comprai il libro di un ragazzo giapponese che da qualche anno vive in Italia, e che in “Italia più Giappone diviso due” parla dei due paesi, ovviamente dal punto di vista dell’osservatore giapponese. Il libro è molto istruttivo per renderci conto di molti nostri piccoli comportamenti, futili e veniali se osservati singolarmente, ma pericolosi, come la goccia che scava la pietra, nel creare sfiducia, cinismo, sentimento di impotenza e rabbia nelle persone, con tutte le conseguenze negative sul vivere sociale e politico che ben conosciamo.
Un esempio su tutti dal libro di Ryuta Naruse: “la macchina che produce il caos”. Questa macchina non è altro che quella macchinetta che distribuisce i numeri per fare la coda in posta, in banca o nei negozi. Naruta, con la semplicità del giapponese si chiede: come è possibile che, se un impiegato si assenta, nessuno pensi a bloccare il suo display che continua così a chiamare numeri e a creare confusione, così che la gente che aspetta il proprio turno, comincia a non capire, a litigare e a pretendere? Com’è possibile che un signore che magari è uscito a comprarsi le sigarette mentre era in attesa, ora pretenda di essere servito e che un impiegato lo respinga mentre un altro lo accoglie generando comunque malumori e confusione tra la gente in attesa? È possibile se le normali regole della convivenza non vengono accettate e rispettate. È possibile se non si rispettano in primo luogo precisione ed esattezza.
Quindi non ditemi che sono un’intransigente. La mia è solo resistenza, resistenza, resistenza.
 
 
Annunci

SFINGO

20 aprile 2009
sfinge 
Qualche giorno fa, una persona da poco conosciuta mi ha dato dell’intransigente.
La cosa mi ha dato da pensare.
Qualche giorno prima, tornando per caso e per nostalgia al blog di Mizar, chiuso da qualche tempo, ho trovato un suo passaggio. Il titolo del post era: precisione esattezza. Il testo era: averne cura.
Un post breve ma entusiasmante. Che vi devo dire? Mi entusiasmo con poco, anche se non sembra. O forse mi entusiasmo e mi si allarga il cuore per cose che di solito pochi, o nessuno, nota o prende a cuore. Diciamo che sono perfino facile all’entusiasmo, alla commozione e all’indignazione, aggiungiamo che di solito avverto a un chilometro commozioni, entusiasmi, gioie, apprensioni e dolori altrui e tendo a confondere, come onde radio che si sovrappongano, le mie e le altrui percezioni, ma come un maggiordomo inglese del secolo diciottesimo, tutto questo ho imparato, in qualche modo e per qualche anche ovvio motivo, a tenerlo abbastanza  nascosto, sotto un atteggiamento che la mia orrenda professoressa del ginnasio definiva sfingeo.
La sfinge evidentemente aveva un aspetto intransigente. Solo per il fatto che sta lì, gatton gattoni, ma con la testa eretta e lo sguardo dritto a cercare di distinguere fatti, parole ed emozioni. Che poi, a molte persone, come ho capito con gli anni, il solo fatto di venire guardate in faccia con attenzione, crea ansia e apprensione, così che ho imparato a evitare di guardare in faccia le persone timide, che con la loro timidezza mi destano impaccio e imbarazzo, in un continuo rimando di impressioni e sentimenti, un gioco di specchi e di intrecciarsi di sensazioni che mi fa essere briosa e spigliatamente affettuosa con i timidi e seria e rigidamente quasi impassibile con gli arroganti. Sul lavoro era di grande aiuto, ma vi assicuro, una fatica terribile.
Prego sempre infatti il buon dio che mi faccia incontrare persone normali: non bisognose né prevaricanti, che accettino la mia sfingezza e non mi obblighino ai salti mortali per assecondare bisogni e code di paglia. Ma è raro.
In realtà volevo parlare di precisione e esattezza. Sarà per il prossimo post.
 
 

LIBERA MENTE (storica dichiarazione di intenti)

17 aprile 2009
I primi soldi che ho guadagnato nella mia vita furono, a diciotto anni, il compenso per aver disegnato delle cinture.
Avevo un’amica, anche lei diciottenne, che bazzicava come indossatrice, venditrice, segretaria, rappresentante-schiava, il mondo della moda, lavorando ventisei, ventisette ore al giorno, e propose le mie creazioni al suo capo.
Erano semplici disegni fatti con le matite colorate su fogli da disegno, per delle possibile cinture da donna, in pelle. Il capo collaborava con un non ben identificato laboratorio artigiano toscano di pelletteria.
I miei disegni piacquero e le cinture furono realizzate.
Ne vidi solo un paio, una volta, di striscio: ne ricordo una di pelle verde, una bluette e una sul violetto. In realtà ne furono prodotte a decine, e furono vendute attraverso rappresentanti e show room di moda pronta. Mi diedero centonovantamila lire, se non ricordo male, e ci comprai il mio primo (e penultimo) stereo.
Uno di quegli affari portatili che si vedevano portati a spalla in spiaggia da qualche tipo hiphop ante litteram.
Poi mi chiesero dei disegni per realizzare delle borse. Ne sfornai a decine. Disegnai anche un marchio. Mi dissero che non erano piaciuti, ma so che vennero prodotte delle borse sulla base dei miei disegni e in giro cominciai anche a vedere un marchio che, se non era proprio il mio, ci assomigliava proprio tanto. Però non mi diedero più una lira e la mia carriera di disegnatrice di moda finì lì. In fondo mi ero divertita e poi stavo facendo altro. Con quale scopo ancora non lo sapevo, ma era comunque altro.

Diciamo che oggi, dopo aver ricevuto l’ennesima proposta per un possibile lavoro pagato poco più di un ridicolo niente, ho deciso, e prendo voi, oh miei lettori affezionati, a testimoni di tale mia decisione, e che possiate non commentare mai più i miei post, che splinder possa esplodere e cancellare il blog intiero, che mi si fulmini la lampadina della spia dell’olio se cambio idea e rispondo ancora a qualche annuncio di lavoro o accetto un qualche altro grottesco colloquio di lavoro, di diventare una libera professionista.
Non del crimine, sia ben chiaro, ma del libero, entusiastico, fervido, diversificato, eclettico, appassionato e miracolosamente (ci conto) produttivo fervore della mia mente.
In fondo per tutti questi anni mi sono mantenuta solo con lei, senza dipendere da alcuno né da alcunché, tanto vale che cominci a crederci.
 

IO CHE NON SONO L’IMPERATORE

12 aprile 2009

statua vivente

Quanta paura che ti fece a scuola
tra le lezioni da imparare a memoria
la storia di un’imperatore
era per tutti un gran terrore
allora tu dicesti:
Meno male che adesso non c’è Nerone

Lui comandava sopra il mondo intero,
teneva tutti sotto la sua mano
la storia dice forse è verità
che alla fine incendiò la città…

Meno male che adesso non c’è Nerone

Ed alle feste che organizzava
c’era il bel mondo ed anche lui suonava
gli altri all’aperto senza protestare
se no aumentava le tasse da pagare

Meno male che adesso non c’è Nerone

Però in fondo ci sapeva fare
e per distrarli dalle cose serie
ogni domenica li mandava in ferie
tutti allo stadio a farli divertire

Meno male Meno Male

Che Adesso Non C’è Nerone

TERREMOTI. Ieri

7 aprile 2009
Il 6 maggio del 76 alle nove di sera, stavo studiando matematica, seduta al mio tavolo, davanti alla finestra.
La finestra era aperta, era stata una bella giornata, e se non ricordo male, fuori era ancora abbastanza chiaro da non dovere accendere la lampada. Il tavolo era un’asse di truciolato appoggiato a due cavalletti di ferro, e spesso, mentre scrivevo, oscillava o si spostava leggermente.
Quella sera, improvvisamente, il tavolo diede una gran botta in avanti, tanto che mi tirai indietro sulla sedia e di colpo mi girai a guardare se per caso non fosse entrato in camera mio fratello, e per scherzo non vi avesse dato una spinta.
Sentii delle urla, un gran trambusto, uno stordimento anomalo e spaventoso. Senza capire cosa stesse succedendo corsi nel corridoio, trovai mio padre che apriva la porta di casa, chiamando a gran voce me e mio fratello che era a letto con l’influenza, e tirando fuori dalla cucina mia madre che non voleva spegnere il gas e mollare la pentola con il risotto che stava cucinando.
Poi giù di corsa, quattro piani per le scale che tremavano, tra decine di inquilini degli altri piani, bambini che correvano, anziani lenti e cauti attaccati al corrimano, cani impazziti che facevano su e giù per i gradini. Una scena muta e infinita. Il sonoro: solo l’abbaiare dei cani che rimbombava per le scale. Davanti a me mio fratello, bianco come un morto, con la febbre alta, in pigiama e a piedi nudi, che perde le ciabatte scendendo per le scale, sulle spalle la prima cosa che mio padre aveva preso al volo dall’armadio per coprirlo: la vecchia pelliccia di ocelot di mia madre.
Restammo in strada per un paio d’ore. Mio padre, preoccupatissimo, che avrebbe voluto dormire in macchina, mia madre che diceva che era stata una scossetta, che lei non sarebbe neanche scesa in strada e chissà il risotto com’era finito, mio fratello, sempre più pallido e imbarazzatissimo, stretto nella pelliccia di ocelot odorosa di naftalina, io ammutolita dalla paura.
Tornati in casa, mi sedetti su una sedia della cucina e ebbi la prima e ultima crisi di nervi della mia vita. Piansi istericamente per una mezzora, mentre mio fratello, studente di medicina, diceva che bisognava darmi due o tre sberle per farmi calmare, mia madre diceva che non era il caso e mio padre diceva sorridendo che ormai era tutto finito. Passai una nottata di incubi, e tutto finì lì.
L’epicentro del terremoto era a un centinaio di chilometri, a Gemona del Friuli. A noi, per fortuna, erano toccate solo le briciole della scossa.
Del giorno dopo ricordo il titolo del Gazzettino: “FU OSOPPO” e sotto la foto della cittadina friulana rasa al suolo, una specie di Hiroshima dopo la bomba atomica.
Dei giorni seguenti ricordo i programmi di una radio privata locale, una delle prime radio private, e la voce cupa del disc jockey di turno che, con lunghe pause, leggeva i nomi dei ragazzi morti nel crollo della caserma di Gemona. L’altro mio fratello ci aveva fatto il militare un paio di anni prima.
Mi vengono poi in mente le parole di un amico che era partito il giorno dopo per andare a portare aiuto.
Lui e altri due in macchina, prima per la statale e poi su per le strade disastrate. Senza sapere come, si erano trovati a scavare tra le macerie di una casa. Avevano tirato fuori due bambolotti morti, coperti di polvere grigiogialla, rigidi ma intatti, il pigiama con i disegnini.
Ricordo una ragazza che veniva da Tolmezzo, che si era trasferita qui da parenti, e che l’anno dopo si iscrisse al liceo da noi. Era una dell’Azione Cattolica. Allora si faceva un gran parlare di aborto, per via della legge, e lei era antiabortista. Fece la maturità due anni dopo, poi se ne andò, tornò in Friuli e non la rividi più.

MR.OBAMAAAAA

4 aprile 2009
Berlusconi urla Mr Obamaaaa dalla sua postazione in altissimo nella foto dei G20.
La regina si gira scazzata ed esclama: What is it? Why does he have to shout? (n.d.t.: Che è? Perché deve urlare? che non è un semplice chiedersi: ma perchè urla? ma un più sottile: perché deve urlare?)
Gli astanti sorridacchiano comprensivi. Gli italiani avveduti allibiscono.
 
Commenti di due lettori di “The Guardian”, quotidiano inglese di centrosinistra, un “La Repubblica” inglese:
 
Just ignore it, Queenie… It’s the kind of things ‘those other people’ do just to get on the nerves of us WASP… You know, like talking at the dinner table…
NutsinNY
(Non farci caso Regina… e’ il tipo di cose che “l’altra gente” fa solo per darci sui nervi a noi WASP …Sai, cose tipo parlare durante la cena…)
 
You have to love the gregarious and colorful Italians… without them the world would be a drab place indeed. In fact it is the diversity of the world and not conformity that satisfies the human soul.
TerrifiedCitizen
(Dobbiamo amare gli Italiani, socievoli e vivaci…senza di loro il mondo sarebbe davvero monotono. Invece non è il conformismo, ma la varietà del mondo ciò che soddisfa l’animo umano.)
 
Underlying my facetiousness above, TC, is the fact that I agree with you 100%: love Italians. (Plus, I like to imagine Roberto Benigni replacing Berlusconi in the scenario above!)
NutsinNY
(La mia spiritosaggine qui sopra, sottolinea il fatto che sono d’accordo con te al 100%: amo gli Italiani. Per di più mi piace immaginare Roberto Benigni al posto di Berlusconi nello stesso scenario!)
 
Insomma, non se ne esce. Con o senza Berlusconi siamo comunque sempre quelli degli spaghetti, pizza e mandolino.
 
 

ALIEVI INSONI

1 aprile 2009
La ragazzina di quarta che non si era presentata a tre lezioni su quattro del corso, arriva all’ultima lezione e mi dice che non aveva saputo che il corso iniziava proprio tre settimane fa, perché la prima volta la sua classe era in gita, la seconda nessuno glielo aveva detto e la terza voleva proprio venire ma stava male.
Le dico che mi deve portare le giustificazioni scritte, lei dice, ah va bene. Si siede al banco, tira fuori il libretto, e siccome è maggiorenne, scrive tre giustificazioni: nella prima, sotto a “motivi dell’assenza”, scrive influenza intestinale, nella seconda scrive insonia e nella terza scrive influenza intestinale e mal di testa. Poi torna da me e mi mostra le giustificazioni per la firma.
Io leggo e le dico, ma come influenza intestinale, insonnia e influenza intestinale e mal di testa?
Mi hai appena detto che la prima volta eri in gita, la seconda non sapevi del corso, nonostante ci fosse un cartello di un metro quadro affisso sulla porta d’entrata della scuola, e la terza stavi male. Eh, sì, dice lei, ma devo scrivere così perché proprio la settimana scorsa i professori ci hanno fatto tutto un discorso per lamentarsi di quello che scriviamo sulle giustificazioni, e non posso scrivere gita scolastica e disinformazione senò finisce che mi fanno storie. I compagni, intorno, annuiscono seri e partecipi.
Non so se ridere o piangere, così la guardo impassibile e dico: e insonia? Eh sì, fa lei, insonia perché quando siamo tornati dalla gita ad Amsterdam non abbiamo dormito tutta la notte e la mattina non potevo venire a scuola senza aver dormito. Va bene, dico, firmando le giustificazioni, decidendo di non scardinare il sistema scolastico, e di seguirla nei suoi corridoi mentali kafkiani, ma guarda che insoNNia si scrive con DUE ENNE.
Mi guarda colpita, sillabando in so nia a mezza voce, e mi dice: insoNNia? ma è sicura?
 
La ragazzina di quinta che viene a ripetizioni da me, oggi mi manda un sms entusiastico: “La tua alieva ha preso sei all’ultimo compito:-)) “
“Uau”, le rispondo.
Confido in un errore di battitura.
 
Dico agli alunni di terza: chi mi sa spiegare cos’è un verbo transitivo?
Beh, è tipo un verbo che invece di subire l’azione c’è l’oggetto.
Eh?
Insomma, allora è come un verbo che quando si fa una cosa tipo la si fa con un oggetto che la cosa la subisce, no?
Cosa?
Ma insomma prof se lei potrebbe spiegarcelo è meglio.
 
Giovedì finisco i corsi e giuro che la smetto di parlare di scuola.
Mi faccio già pena.
Tipo quei libri io speriamo che me la cavo e lo stupidario della maturità e quelle cose che tipo insomma parlano di scuola devastata, di professori sfiniti e studenti che fanno casino, insomma un delirio, tipo.
 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: