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esercizio

17 marzo 2010
Rieccomi qua.
E voi non avete idea di quanti post io abbia iniziato in questi giorni. E di quanti post io abbia poi cancellato, o abbia abbandonato dopo un paio di righe. E di quanti siano rimasti lì, appesi a un doc., un titolo salvato nel mare magnum della cartella “collegamento a documenti su win98.new” che un giorno dovrò pure decidermi a sistemare, lei, la cartella, il nome e il collegamento.
Eppure erano tutti argomenti degni di nota, mi sembrava. Timidamente, mi sembrava. All’inizio.
Ma appena arrivavo alle due, sette, nove o dieci righe, mi fermavo, rileggevo e mi dicevo: ma che cavolo scrivi.
Il seguito era una nebulosa di pensieri. Pensieri malmostosi. Di quelli con un sospiro dentro. Quei pensieri pesanti che ti fanno guardare lo schermo come da lontano. Da lontano perché tu non sei lì dentro, in quello che scrivi. Sei già fuori che leggi, e giudichi scuotendo la testa, e pensi, e valuti, e i pensieri si confondono, si incespicano, ruvidi, rotolano, sbattono e si fermano lì, spiaccicati, schiacciati tra un paio di frasi. E niente funziona, tutto sembra artificio retorico. Guarda, stavi perfino per scrivere artifizio. Ma che sei? Mia nonna? Figurati se mia nonna scriveva artifizio. Mia nonna, che ho scoperto da poco, aveva sedici fratelli, nove morti bambini, e andava a lavare i panni per le famiglie ricche. Beh, l’altra nonna allora. Ma ti puoi immaginare se l’altra nonna sapeva cos’era un artifizio, anche se si vantava di essersi sposata bene. Ecco, guarda, giusto racconti di famiglia potresti scrivere. In fondo c’è chi ci ha scritto, e pure bene. Guarda la Ginzburg, che ci ha fatto sopra una carriera sulla famiglia. E ne avresti da scrivere, perché tra nonni e nonne e zii e zie, per non parlare dei parenti più vicini, qui ci facciamo un romanzo. Macché un romanzo, ci facciamo una saga. Ma non c’ho voglia di scrivere di famiglia. Non ho voglia di riesumare, scandagliare. Allora cambia in fretta argomento, caramia, perché qui finisce che cancelli anche questo post. Sì, perché invece volevo parlare di quelle cose che facciamo tutti, quelle cose che da bambini crediamo che siano vere, perché ce le dicono e ci crediamo, e poi con gli anni, non andiamo più lì a vedere se erano vere, le diamo per vere. Come quella mia amica che una volta, sgombrando un armadio, ha detto: beh, l’impermeabile lo tengo, cosa dici? E io le ho detto: e che te ne fai? Non ti ho mai visto con un impermeabile. E lei ha risposto: beh, ma un impermeabile è sempre meglio averlo. E perché? Ho detto io. E lei guardandomi un po’ perplessa: mah, in realtà non so, ma lo diceva sempre mia madre. Ecco, in realtà volevo scrivere di quella cosa lì. Di come non aggiorniamo le mappe, e continuiamo per anni a pensare i pensieri degli altri. Per pigrizia, per comodità, per inconsapevolezza. E invece sono finita a scrivere di come non riesco a scrivere. Un po’ come quelle donne, perché purtroppo, sì lo ammetto, sono soprattutto donne, che quando devono parlare di qualcosa, che, poniamo è successo al pomeriggio, cominciano a raccontarti di cosa hanno fatto dalla mattina, quando si sono svegliate, e di come erano vestite, e di cosa hanno detto alla vicina che hanno incontrato per caso sulle scale, e di che ora fosse quando hanno comprato il pane, come se, il vero motivo del loro raccontare, non fosse il fatto del pomeriggio, ma tutto il resto della loro vita, tutto il resto dei loro pensieri. Pensieri che vacillano, corrono avanti e indietro, sbandano, camminano per le pareti, non trovano la via lucida, piatta, diritta, senza ostacoli che porta al Pensiero, quello sì, con la maiuscola. Evabbé, lasciatemi fare la donnetta senza capo né coda. Si vede che devo carburare, girare intorno al nocciolo, raccogliere le idee sparse in questi giorni di vita pratica. Si vede che la vita pratica non giova al ragionamento.
Tutto questo per dire che forse, dico forse, riprendo a scrivere.
ESERCIZIO
 
Rieccomi qua.
E voi non avete idea di quanti post io abbia iniziato in questi giorni. E di quanti post io abbia poi cancellato, o abbia abbandonato dopo un paio di righe. E di quanti siano rimasti lì, appesi a un doc., un titolo salvato nel mare magnum della cartella “collegamento a documenti su win98.new” che un giorno dovrò pure decidermi a sistemare, lei, la cartella, il nome e il collegamento.
Eppure erano tutti argomenti degni di nota, mi sembrava. Timidamente, mi sembrava. All’inizio.
Ma appena arrivavo alle due, sette, nove o dieci righe, mi fermavo, rileggevo e mi dicevo: ma che cavolo scrivi.
Il seguito era una nebulosa di pensieri. Pensieri malmostosi. Di quelli con un sospiro dentro. Quei pensieri pesanti che ti fanno guardare lo schermo come da lontano. Da lontano perché tu non sei lì dentro, in quello che scrivi. Sei già fuori che leggi, e giudichi scuotendo la testa, e pensi, e valuti, e i pensieri si confondono, si incespicano, ruvidi, rotolano, sbattono e si fermano lì, spiaccicati, schiacciati tra un paio di frasi. E niente funziona, tutto sembra artificio retorico. Guarda, stavi perfino per scrivere artifizio. Ma che sei? Mia nonna? Figurati se mia nonna scriveva artifizio. Mia nonna, che ho scoperto da poco, aveva sedici fratelli, nove morti bambini, e andava a lavare i panni per le famiglie ricche. Beh, l’altra nonna allora. Ma ti puoi immaginare se l’altra nonna sapeva cos’era un artifizio, anche se si vantava di essersi sposata bene. Ecco, guarda, giusto racconti di famiglia potresti scrivere. In fondo c’è chi ci ha scritto, e pure bene. Guarda la Ginzburg, che ci ha fatto sopra una carriera sulla famiglia. E ne avresti da scrivere, perché tra nonni e nonne e zii e zie, per non parlare dei parenti più vicini, qui ci facciamo un romanzo. Macché un romanzo, ci facciamo una saga. Ma non c’ho voglia di scrivere di famiglia. Non ho voglia di riesumare, scandagliare. Allora cambia in fretta argomento, caramia, perché qui finisce che cancelli anche questo post. Sì, perché invece volevo parlare di quelle cose che facciamo tutti, quelle cose che da bambini crediamo che siano vere, perché ce le dicono e ci crediamo, e poi con gli anni, non andiamo più lì a vedere se erano vere, le diamo per vere. Come quella mia amica che una volta, sgombrando un armadio, ha detto: beh, l’impermeabile lo tengo, cosa dici? E io le ho detto: e che te ne fai? Non ti ho mai visto con un impermeabile. E lei ha risposto: beh, ma un impermeabile è sempre meglio averlo. E perché? Ho detto io. E lei guardandomi un po’ perplessa: mah, in realtà non so, ma lo diceva sempre mia madre. Ecco, in realtà volevo scrivere di quella cosa lì. Di come non aggiorniamo le mappe, e continuiamo per anni a pensare i pensieri degli altri. Per pigrizia, per comodità, per inconsapevolezza. E invece sono finita a scrivere di come non riesco a scrivere. Un po’ come quelle donne, perché purtroppo, sì lo ammetto, sono soprattutto donne, che quando devono parlare di qualcosa, che, poniamo è successo al pomeriggio, cominciano a raccontarti di cosa hanno fatto dalla mattina, quando si sono svegliate, e di come erano vestite, e di cosa hanno detto alla vicina che hanno incontrato per caso sulle scale, e di che ora fosse quando hanno comprato il pane, come se, il vero motivo del loro raccontare, non fosse il fatto del pomeriggio, ma tutto il resto della loro vita, tutto il resto dei loro pensieri. Pensieri che vacillano, corrono avanti e indietro, sbandano, camminano per le pareti, non trovano la via lucida, piatta, diritta, senza ostacoli che porta al Pensiero, quello sì, con la maiuscola. Evabbé, lasciatemi fare la donnetta senza capo né coda. Si vede che devo carburare, girare intorno al nocciolo, raccogliere le idee sparse in questi giorni di vita pratica. Si vede che la vita pratica non giova al ragionamento.
Tutto questo per dire che forse, dico forse, riprendo a scrivere.
ESERCIZIO
 
Rieccomi qua.
E voi non avete idea di quanti post io abbia iniziato in questi giorni. E di quanti post io abbia poi cancellato, o abbia abbandonato dopo un paio di righe. E di quanti siano rimasti lì, appesi a un doc., un titolo salvato nel mare magnum della cartella “collegamento a documenti su win98.new” che un giorno dovrò pure decidermi a sistemare, lei, la cartella, il nome e il collegamento.
Eppure erano tutti argomenti degni di nota, mi sembrava. Timidamente, mi sembrava. All’inizio.
Ma appena arrivavo alle due, sette, nove o dieci righe, mi fermavo, rileggevo e mi dicevo: ma che cavolo scrivi.
Il seguito era una nebulosa di pensieri. Pensieri malmostosi. Di quelli con un sospiro dentro. Quei pensieri pesanti che ti fanno guardare lo schermo come da lontano. Da lontano perché tu non sei lì dentro, in quello che scrivi. Sei già fuori che leggi, e giudichi scuotendo la testa, e pensi, e valuti, e i pensieri si confondono, si incespicano, ruvidi, rotolano, sbattono e si fermano lì, spiaccicati, schiacciati tra un paio di frasi. E niente funziona, tutto sembra artificio retorico. Guarda, stavi perfino per scrivere artifizio. Ma che sei? Mia nonna? Figurati se mia nonna scriveva artifizio. Mia nonna, che ho scoperto da poco, aveva sedici fratelli, nove morti bambini, e andava a lavare i panni per le famiglie ricche. Beh, l’altra nonna allora. Ma ti puoi immaginare se l’altra nonna sapeva cos’era un artifizio, anche se si vantava di essersi sposata bene. Ecco, guarda, giusto racconti di famiglia potresti scrivere. In fondo c’è chi ci ha scritto, e pure bene. Guarda la Ginzburg, che ci ha fatto sopra una carriera sulla famiglia. E ne avresti da scrivere, perché tra nonni e nonne e zii e zie, per non parlare dei parenti più vicini, qui ci facciamo un romanzo. Macché un romanzo, ci facciamo una saga. Ma non c’ho voglia di scrivere di famiglia. Non ho voglia di riesumare, scandagliare. Allora cambia in fretta argomento, caramia, perché qui finisce che cancelli anche questo post. Sì, perché invece volevo parlare di quelle cose che facciamo tutti, quelle cose che da bambini crediamo che siano vere, perché ce le dicono e ci crediamo, e poi con gli anni, non andiamo più lì a vedere se erano vere, le diamo per vere. Come quella mia amica che una volta, sgombrando un armadio, ha detto: beh, l’impermeabile lo tengo, cosa dici? E io le ho detto: e che te ne fai? Non ti ho mai visto con un impermeabile. E lei ha risposto: beh, ma un impermeabile è sempre meglio averlo. E perché? Ho detto io. E lei guardandomi un po’ perplessa: mah, in realtà non so, ma lo diceva sempre mia madre. Ecco, in realtà volevo scrivere di quella cosa lì. Di come non aggiorniamo le mappe, e continuiamo per anni a pensare i pensieri degli altri. Per pigrizia, per comodità, per inconsapevolezza. E invece sono finita a scrivere di come non riesco a scrivere. Un po’ come quelle donne, perché purtroppo, sì lo ammetto, sono soprattutto donne, che quando devono parlare di qualcosa, che, poniamo è successo al pomeriggio, cominciano a raccontarti di cosa hanno fatto dalla mattina, quando si sono svegliate, e di come erano vestite, e di cosa hanno detto alla vicina che hanno incontrato per caso sulle scale, e di che ora fosse quando hanno comprato il pane, come se, il vero motivo del loro raccontare, non fosse il fatto del pomeriggio, ma tutto il resto della loro vita, tutto il resto dei loro pensieri. Pensieri che vacillano, corrono avanti e indietro, sbandano, camminano per le pareti, non trovano la via lucida, piatta, diritta, senza ostacoli che porta al Pensiero, quello sì, con la maiuscola. Evabbé, lasciatemi fare la donnetta senza capo né coda. Si vede che devo carburare, girare intorno al nocciolo, raccogliere le idee sparse in questi giorni di vita pratica. Si vede che la vita pratica non giova al ragionamento.
Tutto questo per dire che forse, dico forse, riprendo a scrivere.

JAGERS IN DE SNEEUW

28 dicembre 2008

 

bruegel_hunters_in_the_snow

Oggi, qui, il cielo è così.

CACCIATORI NELLA NEVE  di Pieter Bruegel – Kunsthistorisches Museum, Vienna
                   

THE PORTRAIT OF ONLYFEWWORDS

4 ottobre 2008
A me gli oggetti mi durano un sacco.
E non solo gli oggetti: anche i vestiti, i mobili, gli elettrodomestici, i muri delle case, le porte e le maniglie.
E poi, chessò, le matite per il trucco, il latte detergente, la crema idratante, le penne, le borse, le pentole, le padelle, i piatti, i libri, le scarpe, le sedie, i cuscini, il materasso, le lampade, l’automobile.
Non è che sono una fissata piena di manie, di quelle che dicono ocio qua e ocio là (occhio a questo e occhio a quello), non faccio così senò mi sporco, non faccio colà senò si rompe, e attento che senò mi spettini, e piano che senò si rompe, ma non so come e perché, ma pare che le cose mi durino in eterno.
Aggiungete il fatto che in tutta la mia vita ho perso soltanto: un guanto di lana beige a disegni jacquard, un orologio Omega, peraltro d’oro, con quadrante e cinturino di camoscio blu, (ma sono sempre rimasta dell’idea che me l’abbia fregato la signora dall’aria proba e onesta a cui avevo affidato la borsa prima di fare il bagno sugli scogli delle cinque terre) e una forbicina per le unghie, e capirete come sia facile che io sia circondata di cose apparentemente nuove, ma in realtà antiche.
Io stessa sembro apparentemente più nuova di quello che in realtà sono, e da un po’di anni evito in tutti i modi di dire la mia età per sfuggire alla solita espressione di stupore del mio interlocutore e al suo sguardo che improvvisamente si fa più acuto, indagatore, e curioso esaminatore non solo di zampe di gallina e di cedimenti strutturali, ma anche di abbigliamento, di modi e scelte di vita.
Invecchiare di solito non piace a nessuno, ma ci sono stati dei momenti in cui avrei voluto che i miei oggetti acquistassero un’aria vissuta, anzi, che finalmente diventassero così malridotti da poterli buttare via, che la mia casa cadesse a pezzi così da decidermi a cambiarla, e che la mia faccia e il mio aspetto, dimostrassero finalmente gli anni che hanno, per appartenere, almeno per una volta nella vita, a qualcosa: la classe delle donne della mia età.
Aaaah, che sollievo sarebbe, pensavo, non sentirmi dire per l’ennesima volta: ma tu sei sempre uguale, tu non sei mai cambiata, tu sembri sempre la stessa. Come se la vita mi fosse passata accanto e io fossi rimasta seduta lì a guardarla, attenta a non farmi spettinare.
 
Ma se io allora, un giorno, invece, vi dicessi: vieni, su vieni, e lentamente, in silenzio, una sera vi portassi, attraversando una lunga serie di scuri corridoi, fino alla pesante porta di una stanza remota. La chiave aprirebbe la porta con uno scatto che riecheggerebbe per i corridoi, questa cigolerebbe, girando sui cardini, e rivelerebbe una stanza vuota, ampia, buia, polverosa, rivestita di una logora tappezzeria. Avanzeremmo piano, allora, verso un alto paravento, ricoperto di uno spesso drappo color porpora e oro. L’oro manderebbe lievi bagliori alla luce della lampada che alzerei sopra le nostre teste, le assi di legno del pavimento scricchiolerebbero sotto i nostri passi, e sarebbe solo l’ultimo rumore prima che, con un unico, ampio gesto, strappando via il drappo, io rivelassi un magnifico schermo al plasma di duecento pollici.
I soccorritori, richiamati dalle vostre ultime urla, non saprebbero mai dire quale estrema terrificante immagine abbia provocato quell’espressione di puro orrore, che rimarrà stampata, per sempre, sulle vostre facce.

ANGELI AD ACQUARELLO

14 giugno 2008
Ahh, dimenticavo di farmi pubblicità, cara Dipòk,
vengo con questa mia per segnalare un’operetta visibile e caricabile qua:

http://www.feaciedizioni.it/testiPdf/angeli%20e%20case.pdf tp://www.feaciedizioni.it/testiPdf/angeli%20e%20case.pdf
Essa medesima opera è composta di alcuni bellissimi racconti aventi per oggetto "Angeli & case" scritti dall’esimia Anna Mallamo messinese e da me illustrati.
Chiedo venia, ma non tanto
MarioB.

Ecco qua Mario.
E hai ragione a non chiedere venia perché gli angeli tuoi e di Anna son proprio belli.

TARGET

23 febbraio 2008

Il mio cellulare da’ i numeri.

Nel senso che non fa più i numeri quando deve telefonare, non risponde quando qualcuno chiama e si rifiuta di mandare i messaggi in tempo reale.
Insomma, ha deciso di fare quello che vuole. L’aveva deciso già dall’anno scorso, mentre ero in giro per l’Australia, quando aveva cominciato a fare come facevano le televisioni, una volta, quando non centravano bene un programma, e riempiva di righe sussultanti il display.
Un ignorante di cinese in un negozio di cellulari di Sydney, mi disse che era spacciato e che avrei fatto meglio a comprarne un altro. E invece, tiè, è durato un altro anno.
Comunque oggi decido di andare al negozio Vodafone e chiedere se si può fare qualcosa per salvargli la vita.

La ragazza non è cinese, ma appena vede il modello da lontano, un Motorola d’epoca, un V550 dell’inverno 2004, che estraggo lentamente dalla borsa, per non impressionarla troppo, mi dice che sicuramente ormai sta tirando le cuoia e che ovviamente non vale la pena di ripararlo.
Poi, sulla base del mio numero di cellulare, controlla in computer il mio curriculum vitae di utentessa vodafone, e controllando la mia spesa mensile di telefonate, mi classifica nel target del cliente poco esigente e poco pratico. Grave, grave, grave errore.

Ma come biasimarla? Vodafone di sicuro non contempla tra i suoi profili di riferimento una persona che:

1) non ha voglia di cambiare cellulare e si vuole tenere il vecchio modello perché ha una suoneria che teme di non trovare in un altro modello.
2) non ha voglia di leggersi un altro libretto di istruzioni da capo a fondo. (io leggo sempre i libretti di istruzioni e voglio imparare tutte le funzioni).
3) fa una/due telefonate al giorno e manda in giro una decina di sms alla settimana.
4) vuole un cellulare Quad band che prenda anche nel Borneo e sotto le cascate di Iguassu.
5) non è interessata al blue tooth.
6) vuole un cellulare che faccia foto e videoclip.
7) non ha il minimo interesse ad avere l’ultimo modello di nulla.
8) è del tipo che quando al ristorante il padrone dice "non vi porto i menù, faccio io, ok?", le viene voglia di alzarsi e andarsene.

Così, la povera ragazza, mentre io le chiedo quanto costa un Motorola, inizia a parlarmi dei Samsung, mentre le dico che non voglio un Samsung, inizia a spiegarmi che non vale più la pena di comprare un cellulare, e soprattutto non vale la pena di comprare un Motorola, che poi l’ultimo modello è carissimo, dice, e costa sui 400,00 euro, ma che bisogna comprare un piano telefonico, perché il cellulare, Samsung, che è brandizzato, te lo danno gratis col piano telefonico, e mentre io inorridisco per il brandizzato e le dico che non me ne faccio nulla di un piano telefonico con cui posso mandare fino a 400 sms e parlare per 400 minuti al mese con tutti i vodafone, mi dice che il costo di 19 euro al mese è già ivato, e mentre io mi trattengo dal strapparmi le vesti per l’ivato, mi spiega quanto spendo vanamente adesso, mi spiega dello scatto alla risposta, dei centesimi che sto inutilmente scialando per chiamare un cliente vodafone e un tim e un tre, e poi, mentre le chiedo se il Samsung è un quad band, mi dice che crede di sì e urla alla Claudia se sono tutti quad band vero? la Claudia risponde che crede di sì, anzi che sì, sicuramente, e poi mi spiega di quanto comodo sarà non dover più fare la ricarica ma addebitare tutto sulla carta di credito o sul conto bancario, meglio sarebbe sulla carta di credito perché la procedura è più semplice e mi darebbero subito il cellulare, invece con la banca ci vuole un codice e una decina di giorni perché devono controllare se effettivamente ci sono i soldi sul conto, e che poi ci vuole una cauzione che però viene stornata nelle prime due bollette.

Ok, le dico, ci penso. Ed esco dal negozio, incazzata col mondo, pensando che magari, facendo due conti, mi conviene pure, anzi sicuramente. Mi conviene, essì che mi conviene, porcaccia miseria ladra!

Ma io NON VOGLIO comprare un piano telefonico invece che un telefono, NON VOGLIO dare alla vodafone il mio numero di carta di credito o il mio numero di conto corrente, NON VOGLIO dover pagare tutti i mesi la stessa cifra anche se decido di non telefonare più a nessuno o di partire per la Kamchackta, NON VOGLIO un Samsung, NON VOGLIO essere catalogata nel profilo cliente "Small", NON VOGLIO il cellulare di ultima generazione, NON VOGLIO essere brandizzata e ivata e targhettata. Cavolo, io voglio solo un merdoso di telefono e farci quello che voglio quando voglio e come voglio.

Uscendo, vedo un Motorola in vetrina. "Senta" dico, "ma questo, quanto costa?" "Ah, quello", lo prende dall’espositore come fosse una cimice. "Costa 109,00 euro". "Ah, dico io, ed è pure simile al mio!" esclamo sollevata, chiedendomi se ha pure la mia suoneria preferita (Cosmic). "Ma non ha la memoria estensibile questo!" dice lei. "E poi è VECCHIO".


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