Archive for febbraio 2010

PRIMA LEZIONE

23 febbraio 2010
Entro in classe, e volentieri, molto volentieri, saluterei con un cenno gli studenti, mi toglierei il giaccone e andrei a sedermi tra i banchi.
Non proprio in fondo, anzi a volte mi metterei anche in primo banco, per sentire meglio e poter intervenire, fare una domanda, chiedere una spiegazione, senza che tutti si girino a guardarmi, senza dovere alzare la voce, ché non sono capace di alzare la voce, e anzi, quando credo di averla alzata, che a me pare di urlare, nessuno mi sente, e io ci riprovo, ma di solito c’è un altro che parla più forte e la mia domanda passa in secondo piano, e ripeterla mi costa cinque minuti di vita, così che solitamente lascio perdere, tranne casi eccezionali, di sfavorevole congiuntura planetaria, in cui invece, con una certa tensione nella voce, ripeto la domanda e improvvisamente cala il silenzio, e tutti si girano a guardarmi e io mi rimangerei tutto, perché poi, di solito, le mie sono domande che nessuno farebbe e io mi sento la solita incarnazione del caso particolare, e chi mi deve rispondere mi guarda con attenzione, troppa attenzione, e mi risponde con dovizia di particolari e di spiegazioni, tanto che io direi guardi, non importa, lasci stare, ho già capito, che infatti ho già capito, davvero, e non so davvero perché diavolo mi è venuto in mente di fare quella cazzo di domanda, non potevo risolvermela da me, la storia?
Comunque, dicevo, mi metterei lì, con calma tirerei fuori il mio libro, il mio quaderno, la mia penna, sistemerei tutto sul banco e poi mi guarderei intorno.
Se qualcuno mi rivolgesse la parola, mi facesse una domanda, risponderei, anche con un sorriso volendo, ma concisa e diretta.
In poche parole, perché dopo le prime frasi non saprei più cosa dire e il silenzio che cadrebbe, mi creerebbe un tale imbarazzo che rimpiangerei di avere risposto con troppa disponibilità, quasi con allegria, come se fossi un’estroversa. Sarei anche capace di fare due parole se proprio l’altra persona mi stesse particolarmente simpatica, così a prima vista, che le parole fluirebbero senza doverci pensare troppo. Potrei perfino fare amicizia. In certi casi arrivare a chiedere il numero di telefono, chessò, la mail!
Però, fosse per me, se nessuno mi parlasse, io me ne starei lì per conto mio.
 
E invece no. Perché io non sono uno studente fra gli altri.
Sono l’insegnante, cazzo.
E stasera si inizia un nuovo corso. Corso di inglese serale per adulti.
Quindici, sedici adulti, tutti lì schierati tutti insieme, ad aspettare me. E io sono dieci giorni che penso a cosa dovrò dire, e ho la testa vuota, e mi preparo i discorsi, e mi preparo una scaletta: prima devo dire così e poi devo dire colà.
Prima chiedere i nomi, poi chiedere la ricevuta dei pagamenti, poi spiegare del libro, proporre il dizionario, parlare del programma del corso.
E temo il Rompicoglioni, perché in tutti i corsi, di solito, c’è il Rompicoglioni. Stasera l’ho individuata immediatamente. Ancora prima di entrare in classe. Mi aspettava nell’atrio della scuola. Voleva darmi subito la ricevuta del pagamento e chiedermi. Chiedermi cosa. L’ho rinviata a dopo, avevo cose da fare in segreteria, le ho detto.
Lasciami stare che mi sento un macigno sul petto, una quintalata di cemento sulla testa e vorrei essere ovunque, altrove, ma non qui.
Dormire, al buio, sotto le coperte. Distesa al sole, sulla spiaggia, gli occhi chiusi. Camminare, lo sguardo tranquillo, in una città sconosciuta. Abbracciata a qualcuno, il calore intorno. Guardare fuori da un finestrino, un paesaggio lontano. Una cena tra amici, qualcuno che parla, e ridere. Ovunque. Non qui.
 
E invece no. Salgo le scale, sospiro. Sentiranno tutti il mio sospiro? Ho il fiato corto e mi dico machissenefrega. Sì però cazzo, una vita passata a farmi forza.
Mi avvicino all’aula in fondo al corridoio. Socchiudo gli occhi per la luce dei neon. Mi costringo a entrare in classe, col sorriso tutto intorno alla bocca. Gli occhi sarò riuscita a farli essere brillanti? Mi costringo a urlare, ma sicuramente sto solamente alzando lievemente il tono. Saluto tutti. Sono un’insegnante entusiasta di inziare il suo nuovo corso. Simpatica, attiva, disinvolta, spigliata. Mi tolgo la giacca. Ho caldo, ho freddo. Faccio la spiritosa. Loro ridono, si sciolgono, parlano tra di loro. Io ho la testa completamente vuota. Come se dentro ci fosse improvvisamente acqua che sciaborda tra le ossa del cranio e non produce altro che uno sciacquio silenzioso. Respiro e vado.

ACCIDENTI…

14 febbraio 2010

http://www.youtube.com/watch?v=D1Ufv65L39s&NR=1

 

L’OMINO DEI LAMPIONI

7 febbraio 2010
Il ragazzino mi siede accanto e cerca nella memoria. Ha appena tradotto un I take my daughter to school con un prendo l’autobus per andare a scuola. Non ce l’ho fatta, e sono esplosa in una risata. Beh, un po’di trauma da frustazione non può che fargli bene. Sa a malapena dire che la mamma è mother, ma davanti a un husband inchioda e tutta la frase si aggroviglia nella sua testa. Siede lì, un po’ timido, educato, reprime gli sbadigli ma la stanchezza gliela leggo negli occhi lucidi e nella incapacità di concentrarsi. Fa il terzo anno di un istituto professionale. Quindi, senza considerare  gli anni delle elementari, studia inglese da cinque anni. La madre, sola o separata, lavora in pizzeria. Le ho fatto lo sconto sulle ripetizioni del figlio, ma più di tanto non posso. Fatti i conti, credo che a fine mese lei prenda più di me. Anzi, di sicuro.
Lui dice che la prossima settimana, fatto il compito in classe, anzi, la verifica, come si dice ora, per un paio di settimane non potrà studiare inglese, perché deve anche studiare le altre materie che ha trascurato per l’inglese. Fa 36 ore la settimana di scuola, poi al pomeriggio ha le ore di recupero a scuola per le materie dove ha il debito, poi le ripetizioni di inglese e matematica. Ha appena il tempo di mangiare e dormire. E poi oggi, dopo la mia lezione parte e va via con gli scout per tutto il fine settimana. Dieci chilometri a piedi faranno. E lunedì ha la verifica. Mah. Beh, meglio che vada a camminare in montagna che a un rave party.
La ragazzina invece fa la quarta ginnasio del liceo classico. Farle lezione è quasi un piacere. Sa perfino cos’è un soggetto, un complemento oggetto e addirittura sa cos’è un participio passato. Ogni tanto si interrompe e mi racconta qualcosa. Mi racconta di una volta che in viaggio a Londra, le è capitato non so cosa, e lei non era neanche vestita bene, perché aveva addosso le Splangs, poi un paio di Biorns vecchi, un Forbughs tutto liso e aveva un Wolltubs di quelli che si usavano una volta, si figuri. Io annuisco, con un sorriso benevolo, immaginando che stia citando capi di abbigliamento non consoni. Evabbé, ai miei tempi c’erano i Levis, posso anche capire. Le dico che quando ho fatto io il ginnasio, si studiava letteratura inglese. Lei, che è alle prese con il do you like ice cream, mi chiede come facevamo.
Come diavolo facevamo?  
 
Quando eravamo bambini, mio padre ci raccontava che quando era piccolo lui, per le strade, la sera, passava l’omino che accendeva i lampioni a gas per le strade. Aveva un bastone lungo lungo, con una fiammella in cima, si fermava sotto il lampione e accendeva la luce. E a poco a poco, tutta la strada si illuminava di queste fiammelle un po’fioche.
Fra qualche anno, quando io racconterò che l’estate, finita la scuola, era un tempo lunghissimo in cui ci si annoiava per intere, azzurre, giornate, o che a quattordici anni, per andare in discoteca la domenica pomeriggio, prendevo l’autobus, il 3 barrato, e che perfino tornavo a casa con l’autobus quando era sera, e nessuno veniva a prendermi in macchina davanti alla discoteca, o che, quando andavo alle elementari mi alzavo, mi vestivo da sola, facevo colazione e addirittura mi avviavo da sola e a piedi fino a scuola, farò lo stesso effetto, sui miei giovani ascoltatori, dell’omino che passava la sera, per le strade della città, ad accendere i lampioni.
 
 

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