Archive for novembre 2007

ANCORA APPARTENENZE

29 novembre 2007

Finisco di lavare i piatti, ritorno in soggiorno dove ho la tele accesa su Matrix e dove mi sto godendo un urbano e contenuto Gianfranco Fini che, leggermente più ingiallito del solito, tiene sotto apparente controllo bile verde, collera nera ed altri umori, e parla con estrema diplomazia della fondazione dell’ultima casa delle libertà del popolo libero del polo del popolo delle libertà e un luciferino Giuliano Ferrara che commenta dicendo che Berlusconi ha avuto fin troppa pazienza con gli alleati che da mesi parlavano male di lui, ma che è un signore che ha in massima considerazione la parola data e la stretta di mano, e mi trovo davanti delle immagini che corrono sullo schermo al modo di una serie di diapositive, degli ultimi venti, trenta, anni di storia italiana.
C’è Pertini che saluta dagli spalti dello stadio di Madrid alla finale dei mondiali dell’82, c’è Papa Wojtyla che bacia la terra all’arrivo da qualche viaggio, un volantino di quelli stampati al ciclostile con la stella a cinque punte delle Brigate Rosse, i fratelli Abbagnale in canoa, l’asfalto divelto della tratta di autostrada Palermo – Capaci, la stazione di Bologna in macerie appena dopo l’attentato del 2 agosto dell’80, Falcone e Borsellino sorridenti, Margherita Hack davanti ad un telescopio, Michelangelo Antonioni con la cinepresa e il ragazzino di "Nuovo cinema Paradiso".
Sicuramente c’erano altre immagini, ma io queste mi ricordo, e poi la cosa era già cominciata.
Il sottofondo è di musica e di parole lette in tono grave, associando per esempi contrari immagini di buoni: Falcone e Borsellino, e di cattivi: le Brigate Rosse, di eventi tragici: l’attentato a Bologna, e felici: la vittoria degli Abbagnale.
Non riesco neanche a seguire bene le parole perché le immagini, fortemente emotive, mi rimandano, come spesso succede, all’attimo esatto della mia vita in cui quel fatto accadeva.

Quel 2 agosto di un’estate di una vita fa, in cui accesi la televisione sul telegiornale dell’una, mentre apparecchiavo la tavola, e le parole di una discussione con mio fratello mi morirono in gola mentre guardavo le immagini della stazione di Bologna, e tutti e due restammo lì in piedi a guardare il telegiornale.
O quel marzo del 78, mentre ero in gita scolastica in un museo di Volterra, sotto un temporale da finimondo, e il custode del museo entrò in una sala e con cadenza toscana urlò: "Oh! Hanno rapito il biondo! Sì, il moro, insomma". O la finale dei mondiali dell’82, tutta la famiglia schierata sul divano di casa, e mio padre che non reggeva la tensione e usciva in terrazza a fumare.
Comincio a chiedermi confusamente dove voglia andare a finire Mentana con un filmato del genere, di storia italiana così fondamentale, ma anche così elementare nelle contrapposizioni, ma sono anche fin troppo emozionata per chiedermelo e mettere in moto un qualche senso critico. Mentre mi siedo lentamente, riesco solo a pensare che il bambino del Nuovo cinema Paradiso ha un’arcata dentaria molto stretta e che sicuramente ora che è cresciuto gli avranno messo l’apparecchio.

Scopro presto che Mentana non c’entra. Buon per lui: è una cazzo di pubblicità.
Una cazzo di pubblicità che si appropria degli anni di piombo, di stragi di mafia, di stragi fasciste: morti, dolore, sangue, con il corollario mai dimenticato di complicità, enigmi italici e collusioni mai svelate.
E poi personaggi amati come Pertini, irripetibili come Antonioni, e poi giudici morti, personaggi dello sport e della cultura e perfino un papa quasi santo subito.

È la nuova fiat, che appartiene a tutti noi. Ennò cazzo. Questa roba non ti appartiene, io, con le mie emozioni di una vita non ti appartengo proprio. E se davvero ci apparteniamo, queste sono le foto di famiglia e tu le mostri ai quattro venti per vendere le tue lamiere. Ennò, cazzo di macchina a me proprio non appartieni.

Sconcertata, entro in internet per rivedere la pubblicità. In google digito "campagna pubblicitaria nuova fiat", e trovo subito il blog di un pirla che si autocurricula come Dottore in Scienze dei Beni Culturali ed esordisce con un : "A dir poco splendida la campagna pubblicitaria della nuova fiat 500".
Cavolo, ma mi sconcerto solo io?

L’ITALIA

24 novembre 2007

La signorina che ride e parla ad alta voce nel cellulare da dieci minuti, guardandosi in giro con occhi vivaci, è salita a fatica sul treno regionale che fa coincidenza con altri due treni a lunga percorrenza nella stazione nodo ferroviario del nord est, all’ora di punta del venerdì sera, si è fatta largo tra altri corpi, zainetti e borse di viaggiatori e pendolari, ha trovato un posto in piedi nel primo vagone e ha lasciato la sua valigia rosa davanti alla porta.
Quelli che salgono sul treno aprono la porta del vagone di circa quaranta gradi, oltre non è possibile per via della valigia rosa, inciampano nello zainetto verde a fianco del sedile del ragazzo che è seduto nel primo posto a destra e che, auricolari nelle orecchie, guarda fuori dal finestrino, e cercano di procedere nel corridoio.
Quelli che arrivano di corsa, scendendo dall’intercity che si è appena fermato sul marciapiede opposto, cercano di infilarsi tra altri viaggiatori saliti prima di loro che ora sostano impassibili all’entrata creando un fronte compatto di corpi e valigie. Almeno quindici persone, con relative borse e zainetti, rimangono in piedi tra i due vagoni. Qualcuno di quelli che sono già saliti e sono in piedi nel vagone, torna verso l’entrata perché deve scendere alla prima fermata e teme di non fare in tempo a passare.
Altre persone arrivano e premono per entrare ma non ci riescono, guardano noi, in piedi nei vagoni, dove pure ancora ci sarebbe posto, almeno un’altra ventina di persone ci starebbero, in piedi, in ogni vagone, muovono le braccia e gridano parole che all’interno non arrivano. Un ferroviere si sbraccia e urla qualcosa davanti ai finestrini, i viaggiatori che si sono conquistati un posto sul treno in partenza telefonano, mandano messaggi, leggono, parlano. Qualcuno vede il ferroviere e ride o si incazza: ma dove vuoi che andiamo?

La situazione è la stessa su tutti i vagoni, l’ho visto quando sono salita, perché su tutti i vagoni c’è una valigia rosa davanti alla porta, uno zainetto verde lasciato cadere a fianco del sedile d’entrata e un muro di persone davanti all’ingresso.

Il treno non parte. Passano dieci minuti. La gente rumoreggia, i colleghi di lavoro ridono amaramente, citano orari e coincidenze e si chiedono se magari finisce che aspettiamo anche l’Eurostar. Parte una ventata di suonerie e di telefonate: chi aspetta nella prima stazione di fermata, chiama, e chi doveva arrivare, avvisa che siamo in ritardo.

L’altoparlante annuncia che è in arrivo un treno supplementare ma non dice a che binario e fra quanto tempo. Nessuno si muove, anche perché muoversi sarebbe impossibile e tutti pensano che sicuramente partirà prima il treno su cui già siamo saliti. La ragazza che telefonava, ora, con dita veloci, manda messaggi, la valigia rosa è sempre davanti alla porta, lo zainetto verde intralcia ancora il corridoio. Qualcuno scommette che magari faranno partire l’altro treno o che addirittura ormai ci fermeranno per dare la precedenza all’Intercity. L’altoparlante dice che il treno supplementare arriverà sul binario a fianco, ma non dice dove fermerà.
Arriva il treno supplementare e l’altoparlante dice che fermerà in tutte le stazioni. Nessuno scende, e sul treno supplementare salgono rassegnati solo i pochi che erano rimasti a terra. Parte un’altra ventata di suonerie e telefonate. Ormai il ritardo è di venti minuti. I due treni, uno a fianco all’altro sono fermi.

Alla mezzora di ritardo, lentamente, il primo treno parte. Dall’ufficio movimento della stazione al primo binario esce una ragazza vestita da ferroviere e cammina lungo il marciapiede: lei guarda verso di noi e noi guardiamo verso di lei. Meglio che vai a nasconderti, dice qualcuno ad alta voce.

Se qualcuno cerca una metafora della situazione politico-sociale italiana, una delle cose da fare è prendere un treno. Gli elementi ci sono tutti: individualismo, disinteresse per la cosa pubblica, egoismo, disorganizzazione, pressapochismo, arroganza, mancata assunzione delle proprie responsabilità.
La casta siamo noi. Tutti: ferrovieri e passeggeri insieme.

PROPRIETA’ E APPARTENENZE

17 novembre 2007

La stazione di Magenta, tra Milano e Torino, è dipinta di un rosso che non è propriamente magenta, ma piuttosto mattone. Insomma, non proprio il colore delle braghe alla zuava dei francesi che combatterono la famosa battaglia che ha poi riempito di Via Magenta le strade d’Italia, e neanche il magenta di cui la DeutscheTelekom rivendica in questi giorni l’esclusiva proprietà.

Notizie sparse dal giornale che leggo attraversando in treno il nord Italia da est a ovest, nel mio viaggio settimanale da T. a Torino. Ora anche i colori diventano di proprietà si indigna il pittore Gianni Dessì, interpellato per commentare la vicenda dal giornalista giustamente scandalizzato. E in ugual modo si indigna tutta la rete, che dai vari blog insorge e chiede l’intervento dell’Unione Europea contro la Deutsche Telekom che si permette di dire che il colore magenta, sì, insomma, il rosso, è suo perché ci ha scritto per prima dentro la T di Telekom. E così pure la Red Bull, che utilizza il blue silver per la sua bevanda, che non ho mai capito in realtà cosa sia, tra l’altro. Attenzione che il blu e il grigio sono della Red Bull. Non permettetevi di colorare cieli notturni di blu, né pareti del tinello di grigetto.

Però, alzando gli occhi dal giornale, e guardando dal finestrino i mille capannoni, centri commerciali, fabbriche, fabbrichette e villette recintate che straziano e seviziano il panorama di quella che era la campagna veneta e lombarda, mi chiedo in effetti che differenza ci sia tra il dire:
"il colore magenta è mio", e : "da lì, dove passa il fiume, a lì, dove ho messo il recinto, è mio, e ci costruisco sopra il mio capannone".
Insomma, abbiamo sempre fatto a chi arriva prima, e ora di cosa ci lamentiamo?
Anche Tom Cruise in "Cuori ribelli" dove fa la parte del coraggioso colono ai tempi della conquista del Far West, arriva per primo dopo una furiosa corsa a cavallo e pianta la sua bandierina rossa nella terra fertile dove costruirà la sua fattoria con Nicole Kidman. Che prima ci fossero gli indiani non ha importanza. Erano arrivati prima, ma mica erano dei nostri.

Inserto salute: la signora Alessia di Firenze si lamenta, si indigna, si incazza di brutto insomma, perché, dice, la Regione Toscana in un impeto di buonismo, vuole dare la tessera sanitaria anche ai clandestini. E lei paga le tasse, e deve fare mesi di coda per avere un appuntamento e prima pensiamo a sistemare il nostro servizio sanitario nazionale, prima di pensare a curare anche, perfino, i clandestini. Che poi è un qualcosa che si fa da sempre: la Regione Toscana voleva solo ampliare i servizi offerti. Insomma, anche in questo caso, c’era prima lei, l’Alessia. C’eravamo prima noi.
Lo so, la faccio troppo facile. Non tengo conto di tutti i problemi che sono ogni giorno in prima pagina sui giornali, ma anche la signora Alessia la fa troppo facile. Pensa solo che c’era prima lei e si sente tradita dai suoi. Dai nostri insomma.

Io, da parte mia, ho quasi un trasalimento di incredulità e di riconoscenza, ma soprattutto di incredulità quando nell’articolo il giornalista ricorda che l’articolo 32 della nostra Costituzione dice che :"… la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti…". Lo sapevo che diceva così, ma me l’ero dimenticata, e soprattutto ho pensato a chi, oggi, scriverebbe mai ancora la Costituzione così. Forse sbaglio.

ASSISTENZA

10 novembre 2007

Ci sarà qualcuno che passa di qua prima o poi e che mi dirà come si fa a spostare il bottone del "counter" che mi è finito in mezzo allo schermo e come fare ad abbassare di un paio di righe i bottoni del "contattami", "il mio profilo", "linkami" e "iscriviti". Del "linkami" ne farei anche a meno perché un po’ mi turba. È tra il torbido-erotico e il frutto esotico, anche se, insomma, se qualcuno mi linkasse in fondo avrei anche più possibilità che uno smanettone generoso di template passasse di qua a darmi una mano.

Un’altra cosa sarebbe anche eliminare quella foto in alto a destra che secondo me, quando ho scelto il template meno peggio su splinder rappresentava un angolo luminoso di grattacielo con lampione avveniristico sullo sfondo, secondo un’amica invece non è altro che una bottiglia di whiskey con abat jour in secondo piano, e che farebbe più blog dei ricordi di un’alcolista che altro.

Ho provato a chiedere aiuto all’assistenza splinder con una letterina beneducata in cui chiedevo solo che mi dicessero come sistemare queste due cosette, tenendo presente che non ero un’esperta di informatica. La prima risposta è stata che nel sito c’è un manuale da consultare dove trovare tutte le risposte.
Grazie, rispondo io, ma ho letto il manuale per due giorni e pur intuendo che devo entrare nella pagina HTLM o (html che sia), decrittarla con la stele di rosetta e inserire dei tag che fino a ieri non sapevo esistessero, ma che  in qualche modo ho percepito che hanno un qualche significato , non ho ben capito dove e come vanno inseriti. Ho passato quindi un altro paio d’ore a cercare una logica nelle lettere misteriose che compongono quella che credo sia una pagina html e non ne sono venuta fuori.
La seconda risposta dell’assistenza, è stata che potevo mettere il tag "commenti recenti" sotto "categorie" o dove caspita volevo, sotto il profilo nella colonna a destra della pagina. Perché non davo un’occhiata ai template standard di splinder? Grazie e un saluto dalla Redazione.
Non ho risposto perché immaginavo lo sforzo immane e la rottura di balle dell’assistente, sicuramente una povera precaria pagata due lire, due euro al mese, per dare risposte idiote alle domande idiote delle centinaia di quotidiani nuovi blog-adepti.
Ormai il mondo va così. Qui non affronterò il problema del lavoro precario, delle leggi che lo regolano, di chi e di cosa sia la responsabilità di questa situazione, anche se lo so, lo sappiamo e lo deprechiamo tutti. Tranne quelli che non deprecano o quelli che deprecano e comunque ci guadagnano perchè dicono che il mondo va così.
Tra call center e assistenza ai clienti, siamo ostaggi di migliaia di persone a cui non importa assolutamente nulla del lavoro che stanno facendo perchè sono frustrati, sottopagati e soprattutto perchè domani potrebbero non essere più lì a rispondere alle nostre richieste, soppiantati da un altro povero disgraziato che nel giro di pochi giorni deve imparare l’imparabile della nuova professione e cercare di spremere fuori dalle proprie risorse personali un surplus di disponibilità, cortesia e gentilezza verso il prossimo che non è assolutamente ricompensato, nè economicamente nè dalla riconoscenza di perfetti sconosciuti che tali rimarrano. Voci che escono dal telefono o mail che approdano sullo schermo e niente di più. Ma chi glielo fa fare?

Ecco quindi che quando mi viene da dare una rispostaccia a intervistatori telefonici, a operatori di tele marketing o a lavoratori di call center, cerco sempre di pensare a come mi sentivo quando, in ufficio, l’ennesimo cliente, magari alla fine della giornata, magari dopo avermi tenuta venti minuti al telefono con dieci persone che mi guardavano in coda, mi faceva l’ennesima domanda cretina. Un conato mi saliva alla gola, un liquido biancastro cominciava ad uscirmi dalle ginocchia, le braccia mi cadevano, ma io, alla fine, una risposta la davo! Eccheccazzo!

TORINO

10 novembre 2007

Foglie gialle, arancioni, marrone accartocciato, cadono veloci a nevicata dagli alberi lungo l’argine del Po. A Torino tira un vento teso che si alza in folate improvvise, solleva ventate di polvere dalle strade lucide. È il foehn, la bora dell’ovest. Chissà perché Torino me la immaginavo sempre immobile, compassata, rispettata da un vento troppo impetuoso. Un vento teso, mobile, da città di mare piena di vicoli e di anfratti , e che invece corre veloce giù dalle colline, e si allarga senza ostacoli tra le vie geometriche della città spazzandone le larghe strade e riempiendo le piazze austere.
Torino luccica sotto un cielo terso e azzurrissimo da capitale delle montagne. Sembra appena lavata e lasciata lì ad asciugare all’aria. Mi sorprende perfino il fiume che corre sotto i ponti del centro con un fragore di torrente, non di fiume di città.
Torino da’ del tu alle strade: c’è Corso Vittorio (Emanuele), Piazza Vittorio (Veneto), addirittura una signora, avvicinata per un’informazione, mi parla di via Massimo. Via Massimo? Dico io, cercando velocemente sulla cartina tormentata dal vento. Ma dove? Sì, lì, non vede? Via Massimo D’Azeglio. Per non parlare di Via Duca (Degli Abruzzi). Va beh che anche a Padova c’è il Prato e il Santo, ma qui mi sembra che omettiamo un po’ troppo.

Tutti i torinesi che incontro sono fierissimi del nuovo luccicore della città e dei vestiti nuovissimi che indossa. Palazzi, monumenti, giardini e strade sembrano tutti passati con la carta vetrata, qualcuno poi ha dato una mano di antiruggine, di impregnante, e ha ridipinto la città. Non è rimasto davvero niente dell’impressione di città grigia, lavoratrice e polverosa che mi portavo dietro da una visita di tanti anni fa. Dovrei passare anche per la periferia. Chissà lì com’è la storia. La prossima volta ci vado.
Per la strada, cadenze torinesi con antichi sottoaccenti calabresi, siciliani, napoletani. Stranieri, tanti. Come altre città d’Italia, anche Torino non è più solo un posto dove si nasce e si resta per mille anni, ma anche un posto dove la gente arriva perché ha cercato altro. Con tutti i problemi e le sfide di un’emigrazione incontrollata, ma con la sensazione che la città alla fine accoglierà e digerirà tutti. Bene o male.
Torino da’un’idea di grandezza che non è solo quella delle sue strade, o del suo fiume. Ad ogni passo si incontra la storia dei libri, del sussidiario delle elementari, con tutte le guerre di indipendenza una dietro l’altra. Ad ogni passo scopro che in questa casa d’angolo ha vissuto Nietzsche, di là è passato Gramsci, qui Cavour, lì Alfieri, per non parlare di Cagliostro. Sono una povera provinciale in giro per la grande città, lo ammetto, ma a me tutta questa storia fa effetto. Guardo le targhe sui muri con venerazione, scruto i mattoni come se potessi vedere uscire sapienza, cultura e storia dall’intonaco e scivolare giù allagando l’insegna della pizza al taglio e arrotolarsi sul cartello del divieto di sosta sottostante. Come mi aveva fatto effetto il Partenone a 18 anni, che volevo assolutamente vedere dopo aver fatto per cinque anni di liceo traduzioni di Senofonte o di Erodoto. O come, per altri percorsi emotivi, mi ha fatto effetto vedere e toccare l’Opera House di Sydney dopo averla vista per centinaia di volte in fotografia sui cataloghi dell’Australia o qualche incrocio del centro di Tokyo, dopo aver sognato per anni il Giappone.

Com’è diversa invece la città dove abito. Certo, tutt’altra storia, tutt’altra posizione, tutt’altra grandezza. Una cittadina, dall’altra parte dell’Italia. Ma questo è un altro post.

 

JET LAG

4 novembre 2007

Rolf Potts, il mio mentore, in "Vagabonding, l’arte di girare il mondo", suggerisce al ritorno da un lungo viaggio di prendersela con calma. Calma. Calma ma non troppo, diciamo un paio di settimane al massimo prima di riadattarsi alla vita di tutti i giorni. Un intervallo troppo lungo potrebbe peggiorare le cose e precipitare nel limbo dei disadattati.
Anche al ritorno, come alla partenza da un viaggio, si può andare incontro ad un periodo di shock culturale.

In certi cataloghi di viaggio stranieri, l’intensità dello shock culturale tra il paese di provenienza e quello dell’itinerario da intraprendere, è segnalato dal Culture Shock Grading con un certo numero di pallini rossi: per un farmer dello Utah, un viaggio nel Rajasthan, può essere un’avventura troppo intensa e troppo pesante per diversità di clima, cibo ed esperienze, ed ecco quattro pallini rossi, un breve tour organizzato dello Yucatan con soggiorno mare a Cancun è molto più indicato, ed ecco due soli pallini rossi.
Tornare a T. dopo un giro del mondo di quattro mesi, se mai fosse previsto su qualche catalogo di un qualche sadico tour operator, raggiungerebbe i cinque pallini rossi. Per questo, da una settimana, come un palombaro che deve riemergere con cautela pena l’embolia, sto nuotando molto lentamente verso la superficie: poche uscite, sempre truccata con barba e baffi, nessuna comunicazione con l’esterno, niente televisione, poca radio, molti pensieri, e un generale ottundimento dei sensi. Se mi faccio piccola, invisibile, sorda e cieca riuscirò a sentirmi ancora per un po’ all’estero.
Infine, solo oggi, dopo una settimana dal mio ritorno, riesco ad aprire "La Repubblica", desiderata ardentemente i primi giorni all’estero, quando ancora pesa rinunciare alle abitudini, mai, dico mai, trovata in nessuna, dico nessuna, edicola di Tokyo, Kyoto, Auckland, Wellington, Christchurch, Brisbane, Sydney, Melbourne, Los Angeles e Chicago per citare solo le città maggiori, e infine, una volta superata la dipendenza, sostituita con svagate letture del sito internet. Negli internet cafè di tutto il mondo ero io quell’unica italiana che apriva il sito della Repubblica, leggeva qua e là con un occhio solo, sospirava, scuoteva la testa e passava velocemente ad altro.
Insomma, dicevo che solo oggi riesco a leggere il giornale, comprato quasi per dovere sabato scorso, e, saltate a piè pari politica e cronaca (il colpo sarebbe troppo forte), mi costringo lentamente a leggere "L’almanacco dei libri".
La classifica dei libri più venduti, dopo un primo momento di smarrimento (Lettera ad un bambino mai nato?! Ma se l’ho letto a 16 anni! Cosa ci fa in classifica?!), mi riporta alla realtà dei Tre metri sopra il cielo, e mi fa tornare in mente il settore dei libri di italiano all’interno di una delle più grandi librerie di Tokyo: la Kinokuniya, un palazzo di nove piani di libreria, praticamente un grattacielo di libri.

Quando sono all’estero, uno dei luoghi che frequento più volentieri, anche per capire qualcosa del paese che sto visitando, e, per contrasto, come ritagliando un negativo, per capire qualcosa di più dell’Italia, oltre a mercati e supermercati, sono le librerie. Kinokuniya, il grattacielo dei libri nel quartiere di Shinjuku, una delle aree di Tokyo a più alta concentrazione di qualsiasi cosa: treni, luci, insegne, negozi, grattacieli e soprattutto persone, è un posto in cui perdersi per ore. Nonostante tutti i libri e le segnalazioni siano in giapponese e io non capisca una mazza di giapponese, mi piace comunque aggirarmi tra i reparti. Siamo a metà dicembre, e un’importante indicazione sul carattere nazionale viene dal reparto cartoleria: decine e decine di scaffali, stipati di agende per il nuovo anno. Centinaia di giapponesi che cercano la propria agenda ideale tra migliaia di possibilità: ci sono agende studiate per gli uomini, per le donne, per gli uomini di affari e le casalinghe, per i bambini, i ragazzini e per gli anziani, per chi scrive in verticale e chi scrive in orizzontale, per i mancini, per chi ama i cani, per chi ama i gatti o il giardinaggio o la cucina o la bella scrittura tradizionale con inchiostro e pennello, agende giornaliere, settimanali e mensili, e fin qui nonostante l’enorme varietà, siamo ancora nel campo delle scelte possibili e comprensibili. Ma quale altro popolo al mondo vende agende per segnare gli impegni e programmare il proprio tempo per i prossimi due anni, tre anni, cinque anni e addirittura dieci anni? Io credo solo i giapponesi.

Il reparto libri in lingua straniera segna un altro importante parametro per la comprensione del popolo giapponese. Nel grattacielo dei libri di Tokyo, una delle librerie più grandi della città e forse del mondo, c’è un misero reparto dedicato ai libri in lingua straniera: tre, quattro scaffali di libri di autori statunitensi (del genere Ken Follet, per intendersi), qualcosa in francese, in tedesco e in spagnolo e, per quanto riguarda l’italiano due scaffali di cinquanta centimetri. Sarebbe anche interessante sapere con quale criterio e da chi siano stati scelti i titoli che sembrano quelli di una bibliotechina di classe: c’è il solito "Seta" di Baricco, la solita Susanna Tamaro, l’internazionale Nome della Rosa di Eco, ma anche un insospettabile Nico Orengo. E poi Benni con i suoi "Bar Sport", l’immancabile Moccia dei "Tre metri sopra il cielo", e un po’ di scrittori classici di rappresentanza, Moravia con "La noia", Svevo con "Senilità", Verga con "I Malavoglia", qualche Calvino, due Ragazze di Bube di Cassola, qualche Dante in versione reader’s digest, un Promessi sposi, un Pirandello e un Milione di Marco Polo, che qui, alle porte dell’Oriente, anche se venendo da est, ha un suo senso. Per finire, qualche giallo di Lucarelli, qualche Niccolò Ammaniti e un po’ di Commissari Montalbano (che in Australia danno anche in tivu tutte le domeniche). Insomma, non grandi classici, ma robetta seria.
Ma Melissa P. con i "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" ci voleva proprio?

LJUBA

4 novembre 2007

Ljuba è moldava. Ha 18 anni, bionda e sottile come ci immaginiamo le ragazze dell’est. Un visino pallido e serio, gli occhi attenti di chi non capisce ancora bene una lingua e cerca di afferrare ogni suono e ogni gesto per non dover chiedere spiegazioni.
Timida come una ragazzina di 18 anni di altri tempi, ma con una determinazione da adulta nello sguardo.
Ljuba studia al turistico, la sua classe va per due settimane in Gran Bretagna per studiare l’inglese. Le sue compagne italiane non hanno problemi di documenti: entreranno in Inghilterra per diritto di cittadinanza. Lei no. Deve chiedere il visto, e alla segreteria della scuola le hanno detto che deve arrangiarsi perché ormai è maggiorenne.

Arriva in ufficio con la mamma e la signora italiana che le dà lavoro come badante dopo aver girato per mille uffici ed agenzie: qualcuno ha spiegato loro come fare, ma nessuno si è assunto l’incarico. Ottenere un visto per la Gran Bretagna è sempre una gran rogna.
La mamma dice solo qualche parola in italiano con un rispettoso ed un po’ ossequioso sorriso di preghiera. La signora italiana mi spiega che sono tanto brave persone, che Ljuba ci tiene tanto a questo viaggio, che è studiosa, precisa e meticolosa come un ragioniere nei suoi compiti, che oltre a studiare a scuola le tiene anche i conti di casa, che vivono da sole, che sua madre si spezza la schiena per farla studiare e che pagherà qualunque cifra per avere questo visto.
Ljuba rimane in piedi, un po’ distaccata, mi guarda seria come se da questo viaggio dipendesse il suo futuro. Tenera e scoperta come un’adolescente che desidera da morire qualcosa, ma chiusa, tenace e determinata come un’adulta che si è già vista sbattere in faccia delusioni e difficoltà.
Non dice una parola. I suoi occhi si illuminano appena quando dico che va bene, e do loro la lunga lista dei documenti e delle carte da portare per cercare di ottenere il visto dall’ambasciata inglese.
Ljuba se ne va senza un sorriso. Alla sua età ha già deciso che non vuole illudersi. La mamma mi stringe la mano come se le avessi regalato un anno di vita.

Rivedo Ljuba quando dall’ambasciata inglese ritorna il suo passaporto con il visto. Viene da sola a ritirarlo. Sorride appena quando le dico: "Hai visto che ce l’abbiamo fatta! Vedrai, Londra è bellissima!". Prima di andarsene da una borsa tira fuori una scatola di biscotti tedeschi, mi guarda veloce e mi dice: "Per lei. Grazie". La ringrazio, la guardo, e immagino sua madre che compra i biscotti al supermercato e le dice di portarmeli.

Ljuba non avrebbe voluto.

DIRITTO AL VIAGGIO

4 novembre 2007

Ho a che fare giornalmente con giovani virgulti che assaltano il mio ufficio con le domande più cretine e i comportamenti più cafoni.
Si va dal: "ma ci si abbronza di più a Mykonos o a Ibiza?". oppure "andare in Tunisia!?! in agosto? ma in Tunisia non fa freddo adesso?". 
Entrano, parlando (urlando) tra di loro, con quegli orribili occhiali da sole stile visiera del casco, con pancette grassotte in bella vista, telefonini suonanti e piercing tintinnanti, mi dicono ciao (ciao a chi?!) e subito si siedono.
Vi ho forse detto di accomodarvi? sibilo mentalmente, ed è implicito nella mia occhiata fulminante. 
Allora cominciano a zittirsi, si guardano intorno, non capiscono bene cosa, ma sanno di avere sbagliato. Assumo allora il mio comportamento più distante e asburgico e gli faccio capire chi è il padrone qui. (la padrona). Agito il frustino, indosso la guepière in cuoio, e subito calano le arie.
Allora assumo l’aria della zia buona e comprensiva che sa, e che darà loro i migliori consigli. Già, perchè poi mi fanno tenerezza in fondo, guardo i loro occhi che non hanno ancora visto niente, la loro pelle da bambine, vedo a volte un barlume di curiosità, quando faccio loro balenare un’immagine di una città, una scintilla di voglia di avventura, quando parlo loro di qualcosa che si allontani dalla soglia del villaggio all inclusive, tanto che mi rendo conto che basta così poco a persuaderle a fare cose a cui non avrebbero mai pensato, e che tutta la loro ostentata sicurezza non esiste, e che anzi sono in cerca di qualcuno che gli dica cosa fare, come fare e anche quando farla.

Alla fine ho guadagnato una decina di euro e mi chiedo chi me lo fa fare.

L’alternativa è la brava ragazza studiosa, beneducata e/o impegnata in missioni religiose a Manaus o a Nairobi, o in stage in lingua cinese presso una ong a Katmandu, dove insegnerà psicomotricità ai bambini nepalesi disagiati.
Queste entrano in punta di piedi, sanno tutto della loro materia e niente del resto del mondo, mi chiamano signora dall’inizio alla fine e hanno sempre qualche telefonata da fare (scusi, posso fare una telefonata?) alla suora o alla segretaria della ong.
Mi fanno impazzire con le richieste di visto ai consolati, che arrivano sempre il giorno prima della partenza, ma sono baciate dal sacro fuoco della devozione e dell’altruismo.
Look: tra la figlia di maria e il no global moderato. Mi fanno decine di domande tecniche. Loro pensano già di sapere quello che vogliono fare, come farlo e quando farlo.

Alla fine ho guadagnato una decina di euro e mi chiedo chi me lo fa fare.

Il tipo peggiore però è la figlia accompagnata dalla madre. no, sbaglio! il tipo peggiore è il figlio accompagnato dalla madre. Qui non rispondo di me. Sarà che a sette anni avevo le chiavi di casa nella tasca del cappottino, ma il figlio venticinquenne che viene a prenotare la vacanza con la mamma non lo reggo proprio.
Non so tra i due chi sia peggio. Lei che lo rende così imbranato, così pallido, così dipendente o lui che si lascia rendere così.
Look: camicia chiara su pantalone marroncino, oserei dire di gabardine se il gabardine non lo portassero solo i cinesi. Mi fanno migliaia di domande, rispondo scocciatissima solo a due o tre che ritengo essenziali.
Alla fine se ne vanno e penso che chi fa domande del genere non ha diritto di avere i soldi per viaggiare.

Il diritto al viaggio bisogna guadagnarselo.

VIAGGIATORI

4 novembre 2007

EVANDRO

Evandro ha 40 anni ma ne dimostra 50.
Cappotto stretto e pesante. Guardandolo mi viene in mente l’espressione "male in arnese". Espressione un po’ fuori moda come il suo aspetto. Capelli grigi, viso segnato e occhi azzurri vivissimi. Le mani screpolate e un po’ impacciate di chi lavora pesante, nel prendere tra le dita il foglio con la prenotazione del volo che gli porgo.
Evandro parla solo brasiliano e veneto. Io ho fatto un corso di portoghese quindici anni fa, ma era tutta letteratura. Ci metto un po’ anche a capire che è brasiliano. Parla quel misto di veneto, italiano e mimica che è tipico di chi arriva qui a lavorare e impara solo il dialetto. Cerca il prezzo più basso per andare a Miami. Ha due passaporti: uno italiano perché è un emigrato di ritorno, e uno brasiliano perché è nato là. Ma due passaporti non gli bastano per entrare negli Stati Uniti, dove un cugino forse aveva un lavoro da offrirgli. Dovrebbe fare il visto perché ha il passaporto nuovo nuovo, appena ritirato dalla Questura, ma non c’è sopra la fotografia digitale. In Questura non c’è ancora la macchina per fare i nuovi passaporti . Cerco di spiegargli che da un mese, senza foto digitale anche i turisti italiani non possono entrare negli Stati Uniti senza visto, e che per averlo deve andare a fare un colloquio all’Ambasciata a Firenze. A Firenze? Sì, Firenze, vicino a Roma. Mi guarda. Che non abbia mai sentito parlare di Firenze? Che gli dico? Mi viene in mente la cupola del Brunelleschi. Giotto. L’Arno. No, non è il caso. E poi che garanzie bancarie potrebbe presentare Evandro? E le tre ultime buste paga? E la foto 50 x 50 fondo bianco con le orecchie in vista? E il certificato di residenza?
Evandro rinuncia a Miami. Invece compra un biglietto per Lisbona. Parte domani.
Non gli aggiungo le spese di prenotazione.

VALENTINA E CARLOTTA

Valentina e Carlotta hanno gli occhi di chi ha venti anni e deve ancora cominciare. Occhi brillanti, fiduciosi, attenti. Poi, più cose vedono, più di solito gli occhi si ritraggono, rimangono un po’ in disparte.
Valentina e Carlotta prenotano un volo per Pechino. Vanno in Cina per tre mesi con l’università. Non ne vedono l’ora. Entusiaste, serie, un po’ impaurite.
Sono belle, allegre, vivaci, un turbine di sciarpe colorate, cellulari trillanti, fili di auricolari, cartelline piene di fogli, zainetti pieni di libri, ipod, palmari, agende.
Teste piene di parole, suoni, colori, fiducia, futuro.

IL SIGNORE COL CAPPELLO

Il signore col cappello mi dice che dovremmo vergognarci a vendere un viaggio in pullman che parte dal casello di Mestre. E lui come ci arriva al casello di Mestre? E dove lascia la macchina? Gli spiego per la terza volta che si tratta di un pullman che parte da Bologna e si ferma lungo la strada a raccogliere i partecipanti.
E vorrei aggiungere: brutto cazzone, per 270 euro ti fai tre notti a Budapest, con viaggio, mezza pensione e albergo 4 stelle, e vuoi pure che ti accompagni al casello col Porsche? Esce dicendo che dovremmo vergognarci e che così non faremo tanta strada.
E se non ci fosse la porta che si chiude da sé, la sbatterebbe pure.

HAMA

Hama Seck è senegalese. Si è fatto un’ora di corriera da Jesolo perché un parente gli ha detto che qui si trovano prezzi buoni per Dakar. E’ da un’ora fuori che aspetta l’apertura al freddo.
Un senegalese lasciato per un’ora a 2 gradi è un delitto contro l’umanità. Già così mi sento in dovere di trovargli il prezzo migliore. Il marketing mi è contrario e le leggi del business non mi sorridono.
Hama è marrone scuro, allegro come un senegalese e urla come se mi parlasse dall’altra parte della strada. Gli trovo un volo per il due gennaio. È tutto contento perché riesce ad arrivare in tempo per non so quale festa senegalese.
Come Natale vostro, dice.

Pausa pranzo.

PORDENONELEGGE

4 novembre 2007

La ragazza che è rimasta in piedi vicino a me all’incontro con il famoso anziano poeta francese, rimpiange di aver messo i tacchi da dieci centimetri questa mattina, e si agita cambiando posizione, fino a quando, dopo una ventina di minuti, abbandona la sala ticchettando sui sandaletti, seguita dagli sguardi discreti degli uomini presenti. La sala, decorata di stucchi settecenteschi, e illuminata da un grande lampadario di cristallo, è strapiena, e in molti siamo rimasti in piedi.

Non so niente di poesia, sono qui per curiosità, e forse sono la più ignorante tra i partecipanti a questo incontro, e anche la più distratta tra questo piccolo, attentissimo pubblico di appassionati che segue con il collo teso, in assoluto silenzio, sorridendo beatamente tra sé, o assentendo gravemente, le parole in francese, deformate dal microfono, strappate a forza all’età e alla fatica dal vecchio poeta. Mi perdo nel ricordo infantile della voce cavernosa di un Ungaretti in bianco e nero che leggeva i versi di Omero all’apertura dell’Odissea televisiva , e cerco poi di seguire la traduzione accurata dell’interprete che ce la mette tutta, ma che vanifica ogni pathos leggendo i suoi appunti stenografati con la voce indifferente dei conduttori dei telegiornali, quando sembra che proprio facciano apposta a fare le pause nei punti sbagliati del discorso. Poco male, gli appassionati applaudono felici.

Nel piazzale sottostante, all’aperto, tra file di seggioline bianche, tutta un’altra atmosfera: il famoso scrittore diretto e ruspante ma autentico, strappa l’applauso di un pubblico vario e domenicale, fatto di famiglie che si fanno spazio tra la folla spingendo il passeggino, bambini che si sbrodolano di gelato, ragazzi con il sacchetto giallo dei libri appena acquistati alle bancarelle in piazza, coppiette abbracciate e amici di mezz’età con il pullover arrotolato in vita e la faccia da insegnante. Al teatro comunale, nello stesso momento, la popolare scrittrice raduna mille persone silenziose e attente, pronte a seguire le sue parole schive e veloci, a sorridere degli aneddoti strappati dal conduttore e ad applaudire un po’ televisivamente ma in modo affettuoso le tracce timidamente rivelate di una sua vita privata. Due giorni prima, nello stesso teatro, all’inaugurazione, il provocatorio scrittore, ha suscitato un pandemonio tra organizzatori, amministratori e finanziatori della manifestazione, spogliandosi in pubblico, criticando Chiesa, televisioni, classe politica, e chiedendo ai politici regionali di finirla con le ipocrisie e perfino di fare coming out dichiarando la loro nota omosessualità. Grande favore di pubblico, grandi applausi e grandi risate, grandi titoli sul giornale locale, protesta vibrante dell’assessore leghista che si dichiara disgustato, chiede un ripensamento sui finanziamenti e un controllo sulle scelte del programma. Finte e dovute scuse dell’organizzazione.

Sono solo alcuni dei tanti incontri, circa centottanta, con scrittori, poeti, critici letterari, linguisti, politologi, registi, filosofi, storici e giornalisti, noti e sconosciuti, italiani e stranieri, ristampati o appena pubblicati, dei quattro giorni di Pordenonelegge, conclusasi domenica 23 settembre.

Un piccolo, ma neanche tanto piccolo, festival di letteratura, anzi, una festa del libro con gli autori, come la chiamano gli organizzatori, una bellissima occasione per rifarsi le orecchie, la mente e la vista, ignorata ampiamente, salvo brevi e scarsi cenni, da televisione e quotidiani nazionali come una piccola manifestazione di frontiera.

E qui, a Pordenone, dalla frontiera in effetti non siamo molto distanti, un centinaio di chilometri. Ma la frontiera per chi ignora Pordenonelegge non è geografica. È una periferia mentale, e in periferia, si sa, non succede mai niente.

"(…) Pordenone si è vestita in fretta. Fino all’altro ieri era nuda e non aveva specchi. Venezia è lontana, Trieste pure. Da Udine non ha mai voluto copiare. E allora è uscita così: le scarpe col tacco, la tuta da ginnastica, il rossetto fucsia, il cerchietto in testa. (…) È nata dal niente, piccolo azzardo del Nevada friulano, e solo ciò che è stato niente può diventare tutto." Così parla di Pordenone lo scrittore Mauro Covacich, triestino, regalandoci la descrizione perfetta di una cittadina a metà strada tra veneto e frontiera, tra mare e montagna, tra la piccola e grande industria e l’agricoltura. Solo sfiorata dalle grandi tragedie di queste terre: il Vajont nel 63 e il terremoto del 76, Pordenone da’ proprio l’idea di una città che non ha ancora capito bene dove vuole andare, ma che, come una ragazzina nata solo mille anni fa, quando si chiamava Portus Naonis, sa che può andare dappertutto.

Arrivando dalla stazione, in due minuti si passa da un vialone anonimo punteggiato di brutti condomini piastrellati, alle belle strade del piccolissimo centro storico, ricco di bei palazzi antichi e di un originale Palazzo Comunale di forme gotiche, un mini palazzo ducale di pianura, che non si specchia nella laguna ma su una piccola piazza, con in cima perfino due mori, ma bianchi, che ad ogni ora segnano il tempo battendo sulla campana civica. Si fanno altri due passi e c’è un mini Beaubourg: il nuovo teatro Verdi, una bella struttura di ferro e calcestruzzo, foderato all’interno di legno di ciliegio e velluti rossi, inaugurato solo due anni fa sulle polveri del vecchio teatro, (che stranamente, come spesso accade per i teatri, non andò a fuoco, ma fu demolito) e ancora profumato di nuovo. Le strade del centro, come ormai dappertutto, da Bologna a Stoccolma, da Trier a Pordenone, sono luccicanti delle vetrine dei soliti franchising di negozi di moda, accanto, però, a piccole botteghe locali e improvvisi varchi tra i palazzi su cortiletti interni chiusi tra case di paese.

Tutta la città partecipa al suo piccolo festival, le vetrine sono inondate di giallo, il colore della manifestazione, e di belle e fantasiose elaborazioni sul tema libro e scrittura. Le librerie, una dozzina, e mi sembrano tante per gli standard italiani, per una cittadina di cinquantamila abitanti, sono tirate a lucido e fungono da punto di informazione, insieme ai tantissimi ragazzi volontari, arruolati nelle vesti di angelo di pordenonelegge (maglietta gialla con due alette bianche sulla schiena) richiamati per dare indicazioni al pubblico.

Per una volta, anziché automobili, formaggi o salumi, come spesso accade in provincia, un manipolo di coraggiosi, ostinati e ottimi organizzatori, da otto anni, con l’appoggio della camera di commercio, della regione, della provincia e di qualche finanziatore, riesce ad esporre libri e cultura, e a portare dal nulla una media di centomila persone, in crescendo negli ultimi otto anni, a parlare di narrativa, poesia e linguistica.

E riconcilia un po’ con il mondo vedere centinaia di persone attente, silenziose e interessate assistere ad incontri con sconosciuti linguisti, poeti e filosofi, e porre domande intelligenti, e sorridere, e argomentare. Senza prevaricare, insultare e denigrare.

Ma chi siete? E dove diavolo state di solito?


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