Archive for settembre 2010

MALEDETTA SNOB 2

25 settembre 2010
Oggi, dice la mail del coordinatore della società srl leader e formazione e così via, dodici persone hanno portato a termine il corso e si sono iscritte a quello successivo. Lo consideriamo un ottimo risultato, conclude.
Sono stata un po’ incerta al momento, leggendo, ma alla fine l’ho considerato un sobrio complimento. Ho immaginato una piccola riunione d’ufficio, (uno di quegli uffici silenziosi e moquettati in qualche centro direzionale, sigle misteriose sulla targa fuori dall’entrata) al ricevimento del fax con il registro delle presenze del corso, la tutoressa che mi ha tarmato per giorni telefonandomi quattro volte al giorno per chiedermi di assenti e presenti e di firme e di orari di arrivo e di uscita dei partecipanti, che prende il foglio dal fax, lo porta al coordinatore e dice sorridendo: ha visto? a T. hanno frequentato tutti fino alla fine. Lui che si gira sorpreso, alza appena le sopracciglia e dice: davvero? E dato che è merito mio, pare che dovrei esserne contenta.
Quando mi aveva proposto di convincere il gruppo di disoccupati a cui faccio lezione di inglese a iscriversi anche al corso successivo, professionalizzante e dedicato, mi aveva chiesto di essere convincente e di far ricorso al mio commerciale. Eravamo al telefono, che questo chi l’ha mai visto, mi chiama da Milano, dopo che avevo messo il mio curriculum in uno di quei siti tipo jobpuntoit o trovalavoropuntoit, e io stavo camminando, quasi in svenimento, che io dopo pranzo avrei bisogno di tutto fuorché di dover correre, zaino pieno di fotocopie e libri in spalla, a far lezione per altre quattro ore, dopo aver già spremuto tutto il discibile e l’insegnabile per le prime quattro ore del mattino, e questo dice di far ricorso al mio commerciale. Complice la pressione bassa del post prandium quando sarebbe melius stare aut lento pede deambulare, mi sono chiesta, per un attimo, se io un commerciale ce l’avessi. E chi diavolo era. Ma mi sono ricomposta subito e, da donna d’affari quale non sono, ho risposto: ah beh, se lei confida nel mio commerciale, sarà dura.
E pensavo vagamente al mio passato turistico imprenditoriale finito con la segatura (nel senso dell’atto del segare con un seghetto da traforo, coadiuvata dalla robusta vicina corniciaia) dei mobili dell’ufficio in un paio di pomeriggi, ché si doveva sbaraccare in fretta, e al mio confuso contemplare l’ex bancone, l’ex schedario, l’ex libreria di una diciottina di anni di lavoro tagliati a fette malfatte e sbrecciate sul pavimento del mio ex ufficio.
E invece, guarda te come vanno le cose, mi ritrovo confermata in un altro corso e pure pagata di più, e pure agevolata nel poter scegliere l’orario che mi sta comodo prima dei docenti delle altre materie. Roba che un’altra sarebbe contenta e brinderebbe. E io invece, maledetta snob, lì a chiedermi e a chiedermi e a chiedermi.

MALEDETTA SNOB

18 settembre 2010
C’è da fare, dice Mario, quindi ci sono finalmente i Motivi per alzarsi al mattino.
Inesaudibile e infinita donna invece dice: macché, che ci sia da fare non significa avere buoni motivi per alzarsi al mattino.
Quelli sennò li avrebbero già trovati tutti: tutti quelli che si alzano perché c’hanno da andare a lavorare, a cercare un lavoro se già non ce l’hanno, a dare da mangiare al gatto, ad aprire la finestra e vedere i gerani sul terrazzino, ad alzare la tapparella e vedere il sole. O peggio, coraggiosi, o pavidi o inspiegabili, quelli che si alzano solo per essere malati, o per soffrire o per farsi del male un giorno in più.
E poi i figli, i mariti, le mogli, gli amici, i fidanzati e le fidanzate, gli amanti e le amantesse, i nipoti e le nipotesse, tutti i parentami per cui la gente cucina la domenica mattina o si ritrova le domeniche pomeriggio o si scanna tutte le altre sere e ai motivi per alzarsi al mattino non ci pensa un attimo ché non c’ha tempo da perdere, e se anche lo perdesse non saprebbe che farsene.
E io invece, maledetta snob, sempre lì, con le mie due anime: una a darsi da fare e l’altra a cercarne i motivi.

FOGLIONI

11 settembre 2010

brucio il corano non brucio il corano brucio il corano non brucio il corano brucio il corano non brucio il corano brucio il corano non brucio il corano
facciamo le elezioni non facciamo le elezioni facciamo le elezioni non facciamo le elezioni facciamo le elezioni non facciamo le elezioni facciamo le elezioni non facciamo le elezioni
siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi siamo fuori dalla crisi non siamo fuori dalla crisi
Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi Fini non deve dimettersi Fini deve dimettersi
accetto il lavoro a vittorio veneto non accetto il lavoro a vittorio veneto accetto il lavoro a vittorio veneto non accetto il lavoro a vittorio veneto accetto il lavoro a vittorio veneto  se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscontantinopolizzasse
vi disarcivescoviscontantinopolizzereste voi con lui se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscontantinopolizzasse vi disarcivescoviscontantinopolizzereste voi con lui
tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro tigre contro
nel giardin del sior simon sior andrea cogliea coton nel giardin del sior andrea sior simon coton cogliea nel giardin del sior simon sior andrea cogliea coton nel giardin del sior andrea sior simon coton cogliea

PARZIALE RITRATTO DELL’ARTISTA DA NON PIU’GIOVANE

6 settembre 2010
Io c’ho una personalità malinconica. Di quelle, insomma, che se la menano un sacco, che c’hanno i ricordi, le nostalgie, i pensieri. Un sacco di pensieri. Poi però c’ho anche la personalità ironicocinica che sennò con la personalità malinconica non sarei andata oltre la prima elementare e sarei ancora lì con l’orsetto Musetto in braccio (il quale, in effetti, sta ben nascosto qui dietro, nell’armadione, sul primo scaffale in basso, sotto le lenzuola, che non si sa mai) a guardarmi intorno, considerare, osservare. Mentre invece, con l’ironicocinica mi sono fatta un certo qual posto nel mondo. Quel metro quadro, ma mio. Di solito tagliando grandi angoli e fette e teste con il machete, sbattendo le porte andandomene, per poi ritrovarmi un secondo dopo sullo zerbino a dire, a dirmi, disperata, ossignore cosa ho fatto. E magari, a volte, tornando indietro, ma non subito, che anche noi c’abbiamo la nostra dignità, che però a volte abbiamo messo malvolentieri sotto i tacchi e strisciato pure sotto gli zerbini, arrivando a pensare peggio di così non si può essere. E arrivati a quel punto la personalità malinconica era quasi un lusso, per non parlare della ironicocinica che diventava extralusso cinquestelle. Ma noi siamo flessibili, perché la flessibilità, com’è noto, è sinonimo di intelligenza e adattamento, che noi con somma vanità ci vantiamo, appunto, talvolta, di possedere, e abbiamo anche una fettina di personalità oraspaccoilmondo e con quella in certi pomeriggi e serate e nottate abbiamo fatto le cose migliori. E deciso questo e quello e quell’altro, e fatto fatto fatto fatto come se non avessimo mai fatto altro e non ci costasse nulla. Poi invece ci è costato mattinate e nottate di personalità malinconica lombricocentrica, e abbiamo strisciato lungo i muri e tergiversato e indugiato, osservato e considerato e soprattutto annichilito tutto il fatto e il compiuto, come se non fosse mai successo e, soprattutto, come se non valesse più niente e fosse tutto da rifare, in un altro modo però e dall’inizio. Ché tanto noi c’abbiamo tempo. Un tempo infinito. Una tela enorme da tessere e sfilare, da tessere e disfare, da tessere e sfare, una fatica enorme, che tra Sisifo e Penelope neanche si immaginavano, quei due poveracci, e sperando forse che, nel frattempo, prima o poi, e speriamo prima che poi, qualche rammendo resti, qualche filo si ingarbugli, o si strappi, o si aggrovigli, e ci costringa, sospirando, ad alzare gli occhi, e, socchiudendoli, piano, a guardare il meraviglioso, prezioso, unico intreccio del tessuto e a esclamare, ma sottovoce, infine: accidenti, ma l’ho fatto proprio io?

HAIKU DI SETTEMBRE

4 settembre 2010
Beh, diciamo che se, finita l’estate, mentre cammini lungo un marciapiede del tuo nuovo quartiere sfoggiando la tua nuova abbronzatura, passa un tipo, e mettendo la testa fuori dal furgoncino ti urla: ”Ehi bambola buon giorno!”, anche settembre, per un po’, non ti sembra così male.


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