Archive for luglio 2008

A SCUOLA 2

30 luglio 2008
I bidelli, con i loro camici blu, svolazzano intorno al bancone del ricevimento all’entrata della scuola.
Qualcuno ha delle carte in mano, qualcuno cerca dei documenti e non li trova, qualcuno apre i cassetti e li richiude con forza, qualcuno risponde al telefono, qualcuno sta semplicemente appoggiato al banco, il mento sulla mano, qualcuno mangia da un sacchettino appoggiato in grembo, qualcuno argomenta ad alta voce su questa o quella norma, qualcuno cita il bando, qualcuno suggerisce la norma, qualcuno consiglia di fare la domanda lo stesso, qualcuno allora dice che non vede l’ora che e veemente si gira e si allontana, qualcuno reclama che per decreto, qualcuno arriva sempre vociando correndo giù dalla scala di fronte, il camice aperto davanti e ondeggiante nell’aria, un braccio teso avanti a richiamare l’attenzione di qualcuno, a protestare per qualcosa, a fare segno che no, a fare segno che invece sì, a fare segno che la persona che cercava non c’è, o invece c’è ma non si sa dov’è, c’era ma non c’è più, c’è ma non è lei.
I pochi studenti, una ventina, a gruppetti, rimasti a frequentare il corso di inglese o di matematica o di storia, aspettano rassegnati l’insegnante seduti lungo il muro in entrata, e si avviano su per le scale.
“In che aula sono oggi?” chiedo ad un bidello seguendoli. “La 6” fa uno.” “No, la 6 no. La 3.” Fa un altro. “Ma no, guarda gli elenchi. Nella 3 c’è il professor Bergamin per il corso di Storia. Vada nella 2.” “Macché, nella 2 abbiamo dato la cera.” “Ma nella 6 non è andata la professoressa di, di cos’era? Quella che era qui prima.” “Ma chi ha fatto questi elenchi? Tutti sbagliati sono!” “Ah ecco, domandalo al vicepreside.” “Ma che c’entra il vicepreside, chiedilo in segreteria”. “Ah per fortuna a fine agosto me ne torno giù!” “E quindi? Dove vado? “ dico io. “Prof, vada nella 6, che jé devo dì?”
 
Le voci dei bidelli riecheggiano per i corridoi vuoti della scuola per tutta la mattina, rimbalzando sulle pareti delle aule deserte, bollenti di sole, dalle finestre aperte, gli scuri accostati a far passare qualche corrente d’aria che fa sbattere porte lontane.
Al primo piano, nell’aula 6, arrivano suoni smozzicati, parole deformate dall’eco, voci frammentate e secche di dialetti chiusi del sud, risposte venete lente e modulate che finiscono in qualche silenzio improvviso, perso nell’aria immobile e sospesa della scuola chiusa per vacanza e aperta per i corsi di recupero estivi.
Al pomeriggio, silenzio. In fondo al giardino, immerso nello stridore dei grilli, tre bidelle anziane chiacchierano piano, sedute all’ombra, dopo aver steso ad un filo una lunga tenda gocciolante acqua. Altri due bidelli, scherzando tra di loro, spostano grandi pannelli da un’aula all’altra camminando lungo il muro nel cortile.
Nell’intervallo tra l’ora dalle 14 alle 15 e l’ora dalle 15 alle 16, quando la canicola si fa ancora più densa, il tempo più dilatato, le mani più calde e sudate, impiastricciate di gesso, la camicia sempre più attaccata alla schiena, la gola ancora più arsa di parole un po’ inutili, i libri ancora più distanti, mentre i ragazzi fumano distratti e spenti sulla terrazza, dal piano terra arrivano dei singhiozzi.
Qualcuno che piange o qualcuno che ride? Tendo l’orecchio. Guardo verso la terrazza: i ragazzi fumano e parlano piano tra di loro. Esco nel corridoio deserto, faccio tre passi e mi sporgo verso la scala. Qualcuno che piange. Qualcuno che singhiozza. Scendo piano tre gradini, quattro, e vedo la schiena curva, seduta dietro il bancone di una bidella in camice blu. Piange. “Che succede?” dico. “Che succede?” ripeto, piano. ”Sta male?” dico, e penso che domanda idiota, scendendo un altro paio di gradini. La bidella, i capelli neri raccolti, la schiena sobbalzante di singhiozzi, non si gira. Sbuca un altro bidello da sotto le scale, uno dei più giovani, il viso tranquillo, gli occhi distanti e lucenti, il sorriso pronto, l’accento campano o giù di là, e con un gesto largo della mano mi fa: “ah, non è niente prof, non è niente..” Rimango lì, nella penombra, un piede su un gradino, uno su un altro, piegata sul corrimano delle scale. Lei non piange più, rimane solo curva, muta, piegata in avanti, la schiena girata. Forse si vergogna, forse sono due morosi e hanno litigato, forse lui l’ha lasciata, forse lei deve tornare al suo paese e non vuole, forse lui le ha detto che ha vinto un concorso a Caserta e se ne va, forse lei è sposata ma lo ama, forse lui è sposato e lei non lo sapeva, forse lei è incinta e lui non ne vuole sapere, forse lei è incinta ma è sposata, forse hanno solo litigato, forse lei non ha avuto il posto, in fondo se avesse bisogno si girerebbe e direbbe qualcosa, in fondo se ci fosse davvero qualcosa di importante lui non sorriderebbe, in fondo siamo a scuola, cosa può succedere, in fondo ci sono altre persone che stanno girando qui intorno, forse lei piange e lui neanche sa perché lei piange, forse lei piange e lui non c’entra niente, forse lei piange e lui è solo un collega che passa di lì, forse lei piange e lui mi dice che non è niente ma in realtà non sa niente. Però lei non piange più. Lui è uscito in giardino. Rimango lì, sospesa, ancora un attimo, lei muta, lui fermo.
Poi, mi giro e torno in classe.
 
 
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SPLAAAAAAAAAAASH

29 luglio 2008
Quando corro in macchina e il solito italico cazzone mi si appiccica al paraurti posteriore perché quello è il solo modo che conosce per viaggiare: stare a cinquanta centimetri dalla macchina precedente, ignorando la minima distanza di sicurezza, e che cosa mai insegneranno nelle scuole di guida al giorno d’oggi?, e ad ogni rallentamento del traffico, rischio che l’infantile, immaturo e risibile autista portatore di abnorme e inutile quantità di testosterone (mi spiace ma in maggioranza sono uomini) che stimola in lui evidenti problemi di competitività, di spinta incosciente all’azione impropria e primeggiante sui circostanti maschi, per non parlare delle femmine, mi si schianti sul retro causando in me un’irrefrenabile voglia di omicidio, una probabile, infinita per i miei giorni a venire,  inguaribile artrosi cervicale (in caso di sinistro, razza di idiota, ti rendi conto di che colpo di frusta mi appiopperesti a gratis? E di che prova sublime di civiltà sarebbe per me la constatazione amichevole con te, che eliminerei invece a colpi di cric, sempre che lo trovi, il cric, qui sul ciglio della strada?) vorrei tanto ma tanto ma tanto ma tanto, avere per un attimo, per un miracoloso intervento del dio dei giusti, la macchina di Bond, James Bond, potenziata come non mai nei laboratori dei servizi segreti di Sua Maestà, e potere, premendo un solo bottone, inondare, come una furba seppia in fuga, il povero deficiente, ma non di inchiostro, no, non di inchiostro, ma di un’immensa, puzzolente, marroncina, enorme quantità di merda liquida.
 
Il problema sarebbe il serbatoio, non dell’inchiostro, né della benzina, ma, appunto, della merda liquida, perché eliminato il primo cazzone, che accosterebbe costernato alla prima piazzola di sosta attivando freneticamente il tergicristallo, dopo di lui, a prendere felice e spensierato il suo posto premendo l’acceleratore, ne arriverebbe subito subito subito un altro e poi un altro e poi un altro e poi un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro e un altro
 
E allora, poiché siete ineliminabili, proverò a convertirvi.
E allora, tu, testosteronico aspirante maschio alfa, e tu, aspirante foemina competitiva, immagina la tua macchinina vista dall’alto, da un ipotetico occhio supremo, una qualche saggia divinità automobilistica, lontana e imparziale che segua i tuoi movimenti lungo una strada statale o un’autostrada, e immagina la sua reazione.
Nessuna sanzione pecuniaria, nessuna sottrazione di punti dalla patente, nessuna reprimenda, solo una gran risata a vedere la tua agitazione, il tuo incollarsi isterico ad una macchina dietro l’altra, dietro l’altra, dietro l’altra, dietro l’altra, dietro l’altra.
Per andare dove? Tutti, comunque, insieme, alla fine della stessa strada.

A COSA SERVONO I RICORDI

27 luglio 2008
L’acqua è chiara, chiarissima in riva, tra i primi fili d’erba. Chiara come dall’alto non sembra.
Per questo sono venuto fin quaggiù. Perché da vicino fa meno paura. È meno scura, meno verde.
E comunque non ce l’avrei fatta a scavalcare dal ponte.
È stato difficile scendere la riva, piano piano, le scarpe che scivolano sull’erba, le gambe fiacche, i piedi che inciampano anche sui sassi , le mani che non trovano la presa sugli alberi. Questi occhiali che ormai non servono più a niente.
Ma se riesce anche a leggere le risposte ai quiz alla tivu, dice la suora. Solo se mi metto a due metri, sotto lo schermo in sala e con gli occhiali da vicino sopra quelli da lontano.
Ma gliel’avrò detto mille volte e ancora non lo capisce che a me questi occhiali non servono più a niente. Da almeno venti anni. Non cinque, o otto, o dieci, venti! Venti anni. Una delle ultime volte che mi hanno portato dall’oculista. E l’oculista non è che si era dato tanto da fare con le mie lenti. Un paio di prove e via. Alla mutua è già tanto se ti misurano la vista, con tutto quello che vedono di malati e di malattie. Il dottore avrà anche pensato: tanto a questo qua gli occhiali gli durano ancora un paio d’anni.
Anch’io una volta misuravo il tempo a mesi, a settimane, addirittura a giorni. Gli uomini di solito se ne vanno prima, sulla fine dei settanta. Le donne durano di più. A me è toccato di durare più di tutti. Più di uomini e donne. Più dei miei fratelli e delle mie sorelle che ho visto andarsene uno a uno fin da ragazzo, più di tutti quelli che conoscevo, che vedevo in giro per la strada, più di tutti quelli che hanno fatto la mia vita, la vita che si faceva ottanta anni fa. E anche più di tutti quelli che come me sono andati in guerra, la seconda però, che per la prima ero troppo giovane, un bambino, ma già lavoravo nei campi. Più di tutti quelli che dalla guerra poi, non sono tornati o che sono tornati diversi.  E il mondo era un altro. Io, ero un altro. No, io in cento anni, e chi l’avrebbe detto, sono stato molti altri.
Un bambino di dieci anni che corre per le strade piene di polvere a piedi nudi, un ragazzo di venti anni, bracciante a ore nelle campagne, stordito di sole e di fatica, un uomo di trent’anni che credeva di spaccare il mondo, con moglie e figli. E poi al nord, a cercare lavoro quando con la crisi non si campava più. E la guerra, le guerre, in Africa, in Grecia, in Russia, gli amici che se ne vanno e non tornano, i parenti che sono rimasti al paese. E poi un uomo di cinquant’anni e finalmente due lire in tasca, che tutto sembra che vada bene. E i figli che si sposano e si mettono a posto e pensi che la tua vita ormai l’hai fatta. E vai in pensione. E un po’ lavori nell’orto, un po’ te ne vai giù al fiume a pescare, che un amico ti ha mostrato come si fa e ci hai preso gusto, anche se la sera non vedi l’ora che arrivi notte per andartene a dormire, perché a casa, da solo, non ci stai bene.
Ma quando è che la tua vita l’hai fatta? Quando i figli sono a posto e il tuo dovere l’hai fatto? Quando arrivano i nipoti e lasci qualcuno in più dietro di te? Quando tua moglie si ammala e se ne va? Arriverà pure un termine. Per me, la mia vita l’ho fatta e non ho più voglia di sistemare altri ricordi. Non so più dove metterli, che farne. A che servono i ricordi alla fine di una vita lunga come la mia. A che servono i ricordi me lo chiedevo già trenta, quaranta anni fa. A settanta anni, quando in una scatola avevo ritrovato la foto sbiadita della Santina. La mia prima figlia, morta di polmonite a tre anni e improvvisamente ho rivisto i suoi occhi spenti come se li avessi davanti, e avevo cominciato a piangere, a piangere come non avevo fatto mai. E la suora si era spaventata, che mai mi avevano visto piangere. Cuor contento mi chiamano all’istituto, ancora adesso. Ma che si deve fare. Piangere tutto il giorno? E di cosa poi? Perché non c’è più niente, niente, niente. Niente da pensare, né da piangere né da ridere. Ho già fatto tutto, tutto è sistemato, tutto è a posto, non ho altro da fare. Alla mia età a cent’anni, centotre anni, che solo a dirlo mi viene da ridere, non c’è più niente da fare. O almeno, io non trovo più niente da fare. Sono stanco, sono stufo e voglio andarmene. Non voglio più trovare in sogno gli occhi di Maddalena che mi guarda, seria, in penombra, nel vicolo di casa sua, l’ultima volta che, di corsa, sono passato a salutarla prima di partire per il nord. Mia moglie mi aspettava con Giuseppe in braccio e gli altri due già in corriera, ma io non ce l’avevo fatta a partire senza rivederla. Ma ora a che mi serve rivederla. Anche lei è morta, morta e sepolta da almeno quarant’anni. Un incidente mi avevano detto, i parenti. Gli ultimi che un giorno, per strada ho incontrato al paese. A che mi serve ricordarla. Pensare a cosa sarebbe potuto essere. Pensare a cosa è stato invece. Che mi importa. Questo è stato. Questa è la mia vita. È andata bene così. Però ora basta.
Le scarpe le lascio qui. Magari serviranno a qualcun altro. Con tutti sti stranieri che girano. Poveri disgraziati com’ero io tanti anni fa.
L’acqua è fresca, finalmente, piano, piano, un po’ di fresco, con questo caldo.
Un po’ di fresco, un po’ di fresco, un po’ di fresco.

VENTO

21 luglio 2008
Notte di gran vento. Imposte che sbattono, rami che si scuotono, nuvole alte, chiare, rumori a folate, tutti insieme. Vento fresco, teso, foresto. Tutto quello che si muove, qui, arriva da fuori.
Un tintinnio fuori, lungo il muro, come di sartie di una barca in rada per la notte.
Mollo gli ormeggi e vado, piano.
‘notte.

A SCUOLA 1

20 luglio 2008
Quando arriva a scuola, Maria Grazia, si siede al suo banco, prima fila, posto centrale, e fino alla fine delle due ore di lezione, da lì non si muove.
Le compagne intorno, parlano, si girano, vivono, chiacchierano, ridono, si muovono tutto intorno alla sua bolla invisibile come se dentro non ci fosse nulla.
Anche durante la pausa dopo la prima ora, quando le altre ragazzine, in un gran riecheggiare di sedie e banchi smossi e in un infuriare di pacchetti di sigarette e di accendini colorati, ce l’hai tu? le hai prese? no, ho il mio, grazie, corrono a fumare una sigaretta nel giardinetto dall’altra parte del corridoio come a tirare gran boccate di ossigeno riaffiorando da un’apnea, Maria Grazia rimane lì, seduta al suo posto, i lunghi capelli castano chiaro e un po’ crespi a coprirle le spalle come una mantellina protettiva, l’aria chiusa e pacata, gli occhi chiari distanti dietro gli occhiali, a guardare fuori dalla finestra o davanti a sé, piccola, impassibile monaca zen, mentre io fingo di consultare programmi e registro e non ho cuore di uscire e di lasciarla lì, da sola, nella grande aula vuota e sempre più calda del sole del mattino.
Per i primi tre, quattro giorni, non saprò neanche se Maria Grazia è alta, bassa, magra o grassa, perché magicamente, alla fine delle due ore di lezione, scivolerà dall’aula mimetizzandosi, ragazzina invisibile e impercettibile, tra i colori di magliette, parole, zainetti, jeans, saluti e risate delle altre ragazzine.
La osservo di nascosto, con brevi occhiate dissimulate, girando per la classe, spio i suoi quaderni, nascosti tra le manine bianche e sudate, compilati da cima a fondo di parole sottili e un po’ impiastricciate, mi avvicino durante la correzione degli esercizi, per riuscire a sentire la sua voce delicata e ammantata dal velo di capelli, e per giorni, i sette brevi giorni del corso, mi chiedo cosa potrei dirle .
Ma un vero timido non sa mai cosa dire ad un altro vero timido.
Conosce i carboni ardenti dell’attenzione altrui, le domande che confondono, le parole che si accavallano in testa mentre si tenta di scegliere tra mille alternative la migliore da dire, e ogni parola sembra quella sbagliata, e ad ogni parola ci si potrebbe invece appigliare, come ad una fune ondeggiante ed illuminata da raggi lontani, che, lenta, lenta e invitante sprofondi silenziosa nel mare verso di noi.
Solo il penultimo giorno, durante l’intervallo, riesco a buttare là un sorridente ed innocuo: “Maria Grazia, ma tu non esci mai durante l’intervallo?”. La piccola monaca zen alza la testa, mi guarda dritto, gli occhi verdi aperti e luminosi, e, tra il riconoscente e l’impaurito, mi sorride un leggero no.
“Preferisci rimanere qui” constato rassicurante e senza già sapere più che pesci pigliare. Un leggero, sorridente sì.
Maria Grazia, io non ho abbastanza tempo ora, ma spero che un giorno, e non troppo in là, ma presto, presto devi fare, per vivere ancora la tua giovinezza tenera, tu dal fondo del mare, le orecchie ovattate di parole, dette e non dette, gli occhi velati da pensieri accumulati e confusi, la gola chiusa di respiri brevi e spaventati, risalga libera fino a vedere la luce trasparente, luccicante appena sotto la superficie dell’acqua, e che, con un gran slancio, un gran guizzo di sirena, gli occhi aperti e ridenti e felici, i capelli bagnati a scoprirti il viso, le braccia forti e tese a toccare il cielo, tu, con un gran grido, il più forte e potente che avrai mai fatto, riesca finalmente a respirare.

LUNA PIENA

18 luglio 2008
Chissà com’è che a me, nata cittadina e vissuta in città, piccola, ma pur sempre città, la luna ha sempre consolato.
Non che nessuno mai, che io ricordi, mi abbia preso in braccio, o tenendomi una mano sulla spalla, si sia abbassato fino al mio orecchio e mi abbia sussurrato: ecco, guarda guarda che bella, là, la luna. La vedi?
O magari è successo, ma io non lo ricordo. Non è, insomma, di quei ricordi che uno si porta dietro, da ripetere piano, senza parole, tra sé e sé, senza neanche accorgersene, con un sorriso segreto e gli occhi che si illuminano anche se sono chiusi.
E’ solo un ricordo mio. Fatto tutto da me. Un po’ come tante altre cose mie. Per esempio: si va lì, si guarda il mare e si sta bene. Si entra in acqua quando non ne puoi più di sudare e di avere caldo e tutto quello che vuoi è arrivare in spiaggia, spogliarti, toglierti gli occhiali, non vedere più niente e pure bagnarti i capelli, ma entrare nel mondo acqua fresca. E poi, fare il morto, alzare un po’ la testa, guardare verso l’orizzonte e pensare che tutto non può fare altro che andare bene. Tutto andrà sicuramente bene, non può che essere così
Stessa cosa con la luna. Si comincia dalla fettina di luna crescente. Già il fatto che sia crescente, è di per sé positivo. Ma è la luna piena che io aspetto.
Non che l’aspetti, ma so che arriva, e mi becca sempre un po’ di sorpresa. Come le rondini, ai primi di aprile, che sono sempre lì che mi guardo intorno e le cerco. E poi improvvisamente le senti, e le vedi come se fossero lì da sempre, a volare intorno a urlare che è estate, che è mattina, che fa caldo e che si prepara una giornata interminabile, o che il sole finalmente si sta abbassando e arriva una sera dolce, quieta, e dalle case escono voci lievi, rumori tranquilli, di piatti sparecchiati, di stanchezza serena, come uno che si fuma una sigaretta appoggiato al davanzale.
La luna insomma arriva che è già piena, e sta là, bianco argento, lucente, un buco bianco nella notte. Sa un sacco di cose, tutte quelle che abbiamo bisogno di vederci dentro. Molte non ce le dirà mai, le cerchiamo senza capirle. Io la guardo, aspetto. Immagino tutto un mondo che guarda la mia stessa luna e ci legge cose diverse, o che ci passa sotto senza vederla né sentirla, e che anche se sparisse non se ne accorgerebbe.
Da primitiva le faccio le domande: ora dimmi cosa devo fare, se entro dieci minuti la nuvola si sposta vuol dire che farò così, senò farò colà.
La nuvola si sposta e io sono felice.

DESTINO BALNEARE

15 luglio 2008
E’ inevitabile. Nel momento in cui, arrivata in spiaggia, avrò camminato coscienziosamente per qualche centinaia di metri per trovare la ventina di decimetri quadri più libera del litorale adriatico, e, attivato il radar distanziometrico dietro gli occhiali da sole avrò controllato la giusta distanza di sicurezza tra la mia bolla vitale e le bolle vitali altrui, tenendo conto di:
1)      vicinanza al mare
2)      giusta lontananza dal chiosco del bar
3)      giusta vicinanza/lontananza alla striscia di sabbia bagnata che con l’aumentare della marea pomeridiana rischia di sommergere troppo velocemente la mia postazione
4)      giusta lontananza da rumori cacofonici prodotti da:
a)      famiglie con più di un bambino di nazionalità italiana
b)      giovinette con radiolona/cd
c)      compagnia di giovani maschi attualmente impegnati a lanciare urla disumane in acqua ma con evidente intenzione di giocare a pallone dopo il bagno
d)      coppietta di fidanzati con racchettoni appoggiati sull’asciugamano che dopo ci facciamo una partitina quando non fa così caldo
e)      compagnia di anziani sportivi con grosse mogli sedute sotto l’ombrellone, con borsettina di plastica portabocce, che dopo ci facciamo una partitina quando non fa così caldo
f)        amichette bambine in età da corso di ginnastica artistica che una dopo l’altra provano incessantemente a fare la ruota  
e assodato, ma non dato per scontato, con lieve cinismo e oculata disillusione, considerata la pluriennale esperienza, che tutti i valori appurati potrebbero modificarsi nel giro di pochi minuti, e avrò steso l’asciugamano, sistemato il cuscinetto di plastica, estratto dallo zainetto la bottiglia di acqua, Donna Moderna, il cappellino, e avrò cominciato a spalmarmi lentamente e sapientemente di crema Nivea guardando lontano lontano lontano verso l’infinito, là dove il cielo sembra congiungersi all’orizzonte, e sedendo e mirando interminati spazi ed infiniti silenzi io nel pensier comincio a fingermi ove per poco il cor non si spaura, una pallina mi colpirà sulla schiena, un bambino tedesco correndo verso l’ombrellone mi camminerà sull’asciugamano, il carretto dei gelati, granite, bibite, patatine, arriverà e si piazzerà esattamente a due metri da me e verrà immediatamente circondato da una folla di assetati affamati accaldati, (Enricoo cosa vuoooi?? no, il signore ti ha detto che ha finito i ghiaccioli all’arancio, dai deciditi), una coppietta dotata di  bolla vitale di evidenti ridottissime dimensioni, stenderà i suoi asciugamani ad una decina di centimetri dal mio gomito destro, (e lei continuerà incessantemente a urlare della sua amica che non doveva comportarsi così e avrei voluto vedere te cosa le avresti detto e io sono una che le cose non le dice dietro le spalle, mentre lui, babbeo e rincoglionito ma proprio una così dovevi trovarti, non lo vedi che ti mangia i risi in testa, non dirà una sola parola per tutto il tempo e sarà prontissimo a scattare a giocare a pallavolo sollevando nugoli di sabbia quando arriverà l’amico strapalestrato e tatuato che gli proporrà, e meno male per lui che almeno ha la scusa di allontanarsi da quella rompicoglioni di morosa che si è scelto, di fare due tiri col pallone).
E io, ostinata, sempre lì.

HAIKU DEL PRECARIATO

10 luglio 2008

Non ho tempo, non ho tempo, non ho tempo!
Sto lavorando, sto lavorando, sto lavorando, sto lavorando!
Mi alzo all’alba, all’alba, all’alba, all’alba
ah che dolore.
Ho la testa pesante, lo stomaco volatile, le gambe pesanti, gli occhi crepati, la gola secca.
Le zanzare mi pungono, i rumori mi turbano, i libri mi pesano.
C’ho i dubbi, le insicurezze, le timidezze, le paure.
Mi faccio forza, mi faccio vispa, mi faccio i discorsi.
Non leggo, non scrivo, non cammino, non penso, non rido.

(taci va, che dura poco).

ULURU, AYERS ROCK

5 luglio 2008

Altra lettura domenicale dal giro del mondo.
Con questo caldo mi sembra anche adatta.
L’Uluru, la montagna sacra degli Aborigeni australiani. Un monolite di roccia rossa piantato in mezzo ad un immenso deserto di terra rossa.
Insieme all’azzurro scintillante e vibrante della baia di Sydney, il ricordo più emozionante che ho dell’Australia.

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Un gruppo di una ventina di turisti si materializza in distanza mentre avanza lentamente nell’aria tremolante di calura lungo il sentiero di sabbia rossa alla base dell’Uluru, il monolite sacro agli Aborigeni ad Ayers Rock.
Sono le quattro del pomeriggio, il calore è quello di un forno spalancato su questa pianura infuocata: secco, immobile ed implacabile. I turisti si avvicinano a passi incerti e li riconosco per il gruppo di anziani americani che avevo incrociato in aeroporto, tutti con in testa cappello australiano a larghe tese, retina antimosche e cartellino al collo con il nome: Judy, Jack, Ed, Carol.
Li guardo e penso che qualcuno a breve stramazzerà ai bordi del sentiero colpito da infarto. Questa mattina, all’entrata al parco nazionale, il termometro segnava i 42 gradi e la direzione del parco proibiva la scalata al monolite per avverse condizioni atmosferiche a quei pochi pazzi che ancora avessero voglia di tentarla.
Gli Aborigeni, padroni di queste terre, che gestiscono il parco insieme al Governo Australiano, in una sorta di amministrazione condivisa, chiedono di non arrampicarsi sulla montagna che loro ritengono sacra, ma molti ignorano l’invito.DSC01847
La guida che conduce il mio tour sta spiegando in australiano stretto il significato dei graffiti che ci ha portato a vedere sotto una sorta di volta disegnata dalla natura nella roccia rossa dell’Uluru.

Il turista in visita alle zone dei Northern Territory, ma anche gli abitanti, si riconoscono da quello che in lontananza sembra un continuo gesticolare, ma che in realtà è il vano tentativo di allontanare le mosche. Implacabili, inarrestabili, inafferrabili, come tutte le mosche, si posano a venti, trenta, quaranta alla volta in faccia, sulle palpebre, dietro gli occhiali, intorno alla bocca, nelle orecchie, sulle braccia, sulla schiena, sul collo. Sembrano preferire le zone sudate, ed, infatti, gli Aborigeni, che sono gli unici a non scacciarle, immobili, sostengono che le mosche facciano in realtà un’operazione di pulizia. I turisti asiatici sono quelli che apparentemente meno sopportano questa invasione, si agitano in continuazione e sono tutti muniti di retina sopra il cappello. Io cerco di resistere, ma alla fine soccombo alla retina soffocante.
La guida sostiene che è così solo durante l’estate, ma che da aprile in poi le rane se le mangiano. Ma intanto è solo febbraio.

L’Uluru intanto se ne sta lì, misterioso, stagliato contro il cielo blu, immoto, rosso, massiccio, solcato di strani disegni e formazioni rocciose a cui gli Aborigeni hanno dato significati sacri e su cui hanno costruito miti e leggende. Più prosaicamente le guide invece, come tutte le guide e le DSC01851aziende per il turismo in giro per il mondo, hanno dato dei nomi alle zone più facilmente raggiungibili ed identificabili dai turisti, perché quando un paesaggio naturale o un sito hanno un nome, e questo nome è riportato su una guida o su un depliant, diventa una destinazione degna di valore e degna di essere visitata. Così, come per esistere agli occhi del mondo come persona devi andare in televisione, per esistere come luogo devi avere un nome ed essere citato nelle guide turistiche. E così i turisti fanno i chilometri per vedere la formazione rocciosa che una guida ha definito “la bocca di Mick Jagger”, o “il serpente” o “la testa del cavallo”, e per dire: "eh, beh, sì, in effetti sembra proprio la bocca di Mick Jagger".
Ma lei, la montagna sacra, se ne sta lì, rossa di fuoco, inafferrabile nei suoi segreti, senza voce e senza volto per chi non la sa guardare, e indifferente osserva dall’alto questo circo allestito quotidianamente ai suoi piedi, fatto di negozi di souvenir, di centri informativi sulla cultura aborigena, di resort da centinaia di camere con tutti i comfort per i turisti più danarosi, di tour organizzati da Alice Springs tutto compreso per i turisti meno abbienti, di campeggi estemporanei alle sue falde nel deserto per i turisti indipendenti ma organizzati, di passeggiate delimitate da transenne, di percorsi ferrati sulle sue sacre volute per gli scalatori della domenica indifferenti alla solennità del luogo, ma desiderosi di portarsi a casa l’impresa.
La montagna sacra se ne sta lì, immobile, cupa, sorda, incendiata dal sole anche quando al tramonto si scatena l’ultima follia e migliaia di turisti accaldati e affamati, portati da decine di pullman, si accalcano a qualche centinaio di metri su un belvedere, a consumare tra le mosche DSC01872assatanate la cena con tipico barbecue australiano, dolce, gelato e bicchiere di champagne ghiacciato incluso, preparati in tutta fretta da decine di camerieri ed autisti iperorganizzati. E centinaia di macchine fotografiche scatteranno migliaia di fotografie, illudendosi di portare a casa qualcosa del suo mistero, di possedere finalmente Ayers Rock, l’Uluru Aborigeno, il cuore rosso dell’Australia.

Siamo arrivati qui stamattina, dopo aver passato la notte al Mt.Ebenezer Roadhouse, un posto di ristoro situato circa a meta’ strada tra Alice Springs e Ayers Rock. Tutte le corriere e i tour in transito per queste zone fanno una sosta al Mt.Ebenezer: una sorta di trattoria da pioneri del deserto, (dove ci verrà servito pesce surgelato), con annessa una piccola rivendita di artigianato gestita da un gruppo di Aborigeni della zona, e una decina di camere per chi, come noi, passa la notte qui.
Il Mt.Ebenezer è gestito da una famiglia australiana. Il padre cappello da cowboy australe, calzoncini corti e stivaletti da deserto, si divide tra la clientela al bar e altre attività, la madre cucina il pesce del deserto per i clienti del ristorante. Una delle figlie che aiuta al bar, un’adolescente cicciottella, racconta entusiasta alla nostra guida che sabato sera con le amiche andrà al Mc Donald. Niente di cui meravigliarsi, se non fosse ad un quattrocento chilometri da qui, ma a questa ragazzina evidentemente ottocento chilometri tra andata e ritorno, per una serata in città non sembrano gran cosa.DSC01725
Fuori, uscendo sul piazzale, una volta partite le corriere degli ultimi turisti, il nulla a perdita d’occhio: il deserto rosso australiano, ricoperto di piccoli arbusti e alberelli per centinaia e centinaia di chilometri. Prima della cena tento una doccia che risulta impossibile: l’acqua c’è, ma esce rovente sia dal rubinetto dell’acqua fredda che da quello dell’acqua calda. Solo al mattino presto, prima che si alzi il sole, diventerà tiepida.
Quando scende la sera, il calore infernale del giorno comincia ad attenuarsi, il sole scende lontano in un’esplosione di rossi, gialli e arancioni che sembrano voler colorare il mondo intero. Poi, sparito l’ultimo spicchio arancione di fuoco all’orizzonte, come nei presepi, un cielo indaco comincia a punteggiarsi di stelle luminosissime e brillanti, la Croce del Sud segna il cammino, le mosche cominciano ad allontanarsi e il cielo sempre più nero rivela un universo di stelle.
I rari camionisti che approdano qui, uscendo improvvisamente dal buio, felici di ricongiungersi ad una piccola fetta di umanità persa in questo avamposto solitario, raccontano di qualche animale, canguri, emu o vacche, avvistato lungo la strada, e via radio (i cellulari qui non hanno campo), lo segnalano ad altri autisti vaganti nella notte. Tutti i mezzi hanno dei grossi paraurti per proteggere il veicolo in caso di scontro con qualche animale.
Quando riparte l’ultimo camion, sulla strada seguo fino all’ultimo le luci di posizione che vengono a poco a poco inghiottite dalla notte.
Poi, nel nero di velluto mi perdo tra le stelle sconosciute dell’emisfero australe, così basse sull’orizzonte da poterle toccare.
Solo il rumore sordo del gruppo elettrogeno del motel mi ricorda che siamo sulla terra.

HAIKU LUNGO

1 luglio 2008

Com’è comunque dolce questa sera che non si aspetta niente.

La luce infinita delle giornate più lunghe, l’aria più leggera del temporale e del bel vento di stanotte, il cielo indaco tra gli alberi in fondo alla circonvallazione.

E sopra le autoradio urlate, gli sguardi obliqui a chiedere strada dietro i finestrini, i furgoni muti e spazientiti, i frammenti stanchi e volati via di conversazione ai semafori, tutti questi tigli seri, coscienziosi ed ostinati a voler profumare.

 

Gli stessi tigli ma in un altro posto, lo stesso uomo ma in un’altra vita, quell’uomo che ora, un uomo qualunque ma lo stesso (chi è quell’uomo con la pancia?) che aspetta fermo e sudato al passaggio pedonale.


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