Archive for agosto 2010

DIPOK VA AL MARE

23 agosto 2010

e finalmente, insomma!

ciao, torno presto.

LE SONNET DU TROU DU CUL (e del come far accadere le cose)

23 agosto 2010
Ne avrei da raccontare, fosse così facile.
Ne avrei di cose successe, fatte, viste, ma ancora di più di cose pensate o immaginate che tento anche di non pensare e non immaginare casomai finissero per realizzarsi davvero nella realtà, come a volte, spesso, mi capita, ché di solito le cose che immagino io, veri film di due, tre istanti, condensati di una giornata, di un fatto, di una vita intera, son tragiche o perlomeno fastidiose.
E già questo fatto: motivi per cui spesso immagino come un film cose tragiche sarebbe materia di blog. Altra materia di blog sarebbe anche: motivi per cui le cose tragiche e/o fastidiose che immagino come un film poi si avverano (e quelle belle no). (E per piacere non mi citate la legge dell’attrazione).
Come quando, tanto per dirne una, ai tempi dell’università, facendo un esame, tanto per dirne uno, l’orale di Francese Biennale 2,  mi capitava di pensare: ecco, ora mi domanderà esattamente “Le sonnet du trou du cul” di quei due disgraziati di Verlaine e Rimbaud, e io che già in questo momento ho il vuoto in testa, diventerò incolore e catatonica e, come in uno spaventoso carotaggio, mi arrotolerò velocissimamente su me stessa e sprofonderò sotto il pavimento. E così, come se il professore vedesse scorrere come su un display elettronico sulla mia fronte il titolo del sonetto che mai avrei saputo commentare senza saper dire altra cosa se non: sonettodelbucodelculosonettodelbucodelculosonettodelbucodelculo sonettodelbucodelculo, sonettodelbucodelculosonettodelbucodelculosonettodelbucodelculosonettodelbucodelculo, diventando progressivamente color indaco, violaciocca, verde bottiglia, marrone, beige e color biacca, perché per mesi e mesi di studio, avevo pensato, sfogliando le pagine del libro di letteratura francese, sogghignando tra me e me: beh, ma cosa vuoi che mi metta a studiare proprio “Le sonnet du trou du cul”! Non andranno mica a domandarmi proprio quello, eheheheh, con tutte le cose che potrebbero chiedermi tra prova di lingua, di letteratura dai primi omìnidi gallici a oggi, di cultura generale francese, di storia francese dalla preistoria a oggi, di corso monografico di ineguagliabile pesantezza e noiosezza sulla letteratura magrebina, e dopo aver superato i tre esami scritti (dettato, composizione e traduzione) senza il cui risultato positivo non avrei potuto accedere alla prova orale, dicevo, ma vuoi che tra quattro professori, uno per la lingua, uno per la storia e la cultura generale, uno per la letteratura e uno per i magrebini, eheheheh,  vuoi che dopo averli passati tutti, e dopo aver superato i tre scritti con lacrime, sudore e sangue, che se non supero l’orale mi toccherà ripeterli tutti e tre nella prossima sessione che chissà quando sarà, vuoi che qualcuno di loro arrivi proprio a chiedermi: mi dica, come mi commenterebbe Le sonnet du trou du cul?
Il finale della storia è scontato. Ed è il motivo per cui quando, in macchina, arrivando in corsa ed essendo di fretta, vedo da lontano un semaforo verde, io eviterò con tutte le mie forze di pensare ai meloni, ai limoni, al sole, ai broccati dei salotti color oro, ai sassofoni in ottone, alle forsizie, alle pareti di casa mia, alle albicocche e ai pompelmi, e di conseguenza, meno che mai penserò al vestito di Babbo Natale, alle angurie tagliate a metà, ai cuori innamorati, alle ciliegie, alle bistecche, e a quella sostanza liquida che dovrebbe scorrermi nelle vene, ma già da lontano penserò, mi concentrerò e non soddisfatta, aggrappata al volante, gli occhi allagati di verdementa, urlerò a gran voce, come una pazza: VERDE VERDE VERDE VERDE VERDE VERDE VERDE! Ma, ahimé, alla fine caccerò una gran frenata dinanzi all’inevitabile rosso.
Ah, la vita.

THE WAY YOU LOOK TONIGHT

20 agosto 2010
E tornando dal mare alle otto quasi mi addormentavo, che io quando guido mi viene sonno anche se non sono stanca, anche se ho dormito, anche se ho bevuto il caffè, come in tutte le attività in cui mi annoio, in cui so già come va a finire la storia, una gran percentuale ormai, ahimé, e avendo io fatto la Jesolo-Treviso un 38374653529009382727 di volte, la storia so bene come va a finire.
E guidando, una volta, ma non ditelo a nessuno, mi sono dovuta perfino fermare a un casello a trenta chilometri da casa, e ne avevo fatti solo una cinquantina, mica tanti eh, perché mi si chiudevano gli occhi, e nonostante cercassi di cantare, di ballare, di scuotere la testa e di metterla fuori dal finestrino, non c’era verso.
Comunque stava quasi venendo buio, che ormai, carimiei, l’estate è finita, mettetevela via, passato il quindici non ci son santi, e quest’anno non c’è neanche il temporale di mezza estate con la pioggia d’agosto che rinfresca il bosco, quando tutti dicono con aria saputa eeeeeh ormai, perché ha piovuto già da fine luglio. E già in televisione cominciano con le pubblicità da fine estate: quelle cose tipo collezione dei santini, o dei rosari (l’anno scorso andava la collezione delle acquesantiere). Comunque, girando tra le stazioni della radio, che ero stufa di ascoltare i miei tre soliti cd, e annoiandomi vieppiù oltre ogni limite, che anch’io poi, delle volte, sono anche strastufa di ascoltarmi, di sentirmi pensare e vorrei una volta, magari, svitarmi la testa dal collo, appoggiarla lì, e provarmi quella di un altro, tanto per vedere l’effetto che fa, dicevo che, girando tra radio Capital con i grandi classici, o i grandi successi, e Radio 2 dove c’erano quelle due insopportabili, incoercibili, ritrite Brave Ragazze, quelle del tipo che si sentono molto agguerrite e cult e glamour, e Radio 24 dove c’era uno che diceva che bisognerebbe bruciare i sodomiti e altri che gli intervenivano sulla voce, e il  conduttore che si fregava le mani, a calcolare quanto gli avrebbero tirato su gli ascolti tutte quelle sparate, e Radio 3, con improponibile musica classica, lo so ma io c’ho avuto il trauma infantile del professore di musica che me l’ha resa globalmente inaccettabile, improvvisamente su radio Capital, i grandi successi, o i grandi classici, passano quella canzone melensissima: “Lady in Red”, dove c’è perfino un dancing with me cheek to cheek, ballando con me guancia a guancia, e un I’ve never seen you looking so lovely as you did tonight e anche un I’ve never seen you shine so bright. E io, tra il meno peggio, lì mi sono arenata, che almeno è inglese, svagata e navigando a vista, una mano sul volante, l’altra sul cambio ma senza cambiare, l’indice destro pronto a selezionare un altro programma, guardando il cielo diventare indaco, tra soffi di arancione e di giallo, cercando di seguire le parole della canzone.
E tutto proseguiva, le luci sempre più vivide nella sera che scendeva veloce, il finestrino aperto con i capelli che svolazzano e la strada, prima lungo la laguna e poi tra i campi che diventa tangenziale e poi, tra poco, città, e improvvisamente invece I ‘ll never forget, the way you look tonight. Non mi dimenticherò mai il tuo aspetto stasera. No, aspetta, forse sarebbe meglio: non mi dimenticherò mai come sei stasera. The way you look, sarebbe meglio tradurlo come sembri, ma forse meglio come appari, insomma come sei. Non mi dimenticherò mai come sei bella stasera. E cosa vuoi farmi fare? Anzi cosa vuoi farmi dire? E intanto mi guardava. Mi scostava i capelli dal viso. Se un giorno non saremo più insieme, e dovrò pensare a te, ti ricorderò così, come sei stasera. Poi guardava verso il mare. O forse eravamo ai giardini? Eravamo ai giardini, e io avevo la maglia nera, quella con le maniche lunghe che arrotolavo sopra il gomito e i jeans, era sera. No, era al mare, in Toscana, al tramonto, quella spiaggia con le canne che fischiavano, dietro. Cosa vuoi farmi dire? Io non voglio farti dire niente, pensavo. Cosa vuoi farmi fare? Niente. Cosa voglio farti fare, mi chiedevo. Niente. Non capivo. Cosa pensava, cosa stava dicendo. Era la prima vacanza. Stavamo bene. Cosa voleva dire? Stavamo tornando su, alla camera in affitto. Lì in piedi davanti al mare, a guardarci, cosa vuoi farmi dire? Ci guardavamo per ore. Poi improvvisamente, era quasi buio, si era tolto la camicia ed era entrato in acqua. Lo avevo guardato, seduta sulla sabbia, finché avevo perso la sua testa fra le onde. Faceva quasi freddo. Poi era tornato indietro, e, piano, eravamo tornati alla macchina.

FERRAGOSTO

14 agosto 2010
Son tutti a letto, a dormire, o in giro, nelle camere d’albergo, nelle case in affitto a bestemmiare col maltempo, o a far l’amore tirando poi un po’su la coperta estiva, ché fa freddino, poi, a star lì distesi a riprendersi, a fumare, a guardare la schiena dell’altro, a raccontarsi, a far finta di niente, a guardar fuori della finestra. Oppure guardano la televisione. Si son presi pacchi di dvd al noleggio, che è previsto brutto per tre, quattro giorni. O nelle sale comuni degli alberghi a distillare il tempo tra bambini che corrono, urlano, piangono, vociare di gruppi famigliari, chi decide di uscire lo stesso a far quattro passi, pantaloni corti sulle gambe abbronzate, scarpe sportive e ombrelli colorati, chi prende la macchina e va al centro commerciale o in sala giochi.
E fuori una pioggia convinta, metodica, intenta a fare il proprio mestiere senza distrazioni.
 
I neri del terzo piano del civico 4 sono tutti sul terrazzino prima di pranzo. Una donna sta in piedi, di spalle, vestita di rosa chiaro, i capelli tirati su, un bambino appoggiato sul fianco sinistro che quasi pende fuori dal parapetto e parla rivolta all’interno. Un ragazzino entra ed esce saltellando, due uomini parlano, si affaccia un’altra donna, si ferma, parla con la prima, rientra in casa. Le voci esplodono, sbottano nell’aria come petardi dentali e gutturali, ricadono sui muri e rimbalzano e prima che si affloscino sul prato di sotto, altri petardi scoppiano a ripetizione nell’aria umida.
Sul terrazzino del secondo piano esce un bambino, poi un altro, guardano in giù, verso il prato deserto e bagnato di pioggia, non vedono niente, allora guardano in su. Esce il padre, guarda in giù e poi in su anche lui. Rientrano in casa.
 
Lei da sola ha tirato su il figlio ormai sedicenne. Vivono da soli, loro due. Fa la cameriera in pizzeria, non lontano da casa. Però è iscritta alla palestra dei fighi, quella con la reception all’entrata, la sala wellness e i massaggi e i trattamenti di bellezza, e da come si comporta con i maschi in sala attrezzi, spero per lei, dice la vicina che frequenta la stessa palestra, anzi per suo marito, che siano separati. Esce dal portone per portare la spazzatura. Magra, i capelli corti, mossi, castano scuro, un po’piegata in avanti come intenta sempre a cercare di essere già un passo oltre, le gambe che vanno un po’all’infuori, tese e veloci, il braccio rigido del sacchetto della spazzatura. Il figlio un passo indietro, riccioluto, molto più alto, un po’curvo, che le dice qualcosa piano, dolce e remissivo e la segue fino al cassonetto. Camminano, come niente fosse, sotto la pioggia. Poi tornano indietro lei sempre più avanti, mormora qualcosa, lui dietro risponde piano, finché spariscono dietro l’angolo.
 

VANITY FAIR

5 agosto 2010

Oggi credo di avere vinto il campionato mondiale di giornata inconcludente.
Anzi forse mi metteranno nel Guinness dei primati come consumatrice della giornata più inutile del secolo ventunesimo e anche ventesimo. E adesso però, per consolarmi, non venitemi a dire che non ci sono giornate inutili, che non bisogna misurare tutto con il metro della produttività, che ogni giorno merita di essere vissuto, che tutti siamo utili e nessuno indispensabile (che poi non c’entrerebbe niente) e che nessuno si sogni di venir fuori con qualcosa tipo che bisogna saper godere delle piccole cose.

A conclusione di questa inutile giornata, un paio di pensierini altrettanto vani e corrispondenti superflue domande.
(qui sotto):
 
Quando sono venuta ad abitare qui, ho comprato, finalmente, un cestino per lo studio. Sì, perché ora, dopo aver mangiato, stirato, piegato la biancheria, controllato le bollette, studiato, lavorato, letto il giornale, disegnato, fatto cene con amici e qualche volta perfino parenti, cucito i bottoni,  perfino scritto a mano e digitato per anni con il computer, spostando qua e là la tastiera, (togli la tastiera, metti la tovaglia, togli la tovaglia, metti la tastiera, togli la tastiera, metti la tovaglia etc. etc.), sull’unico tavolo di casa, ora, invece, ho perfino uno studio.
E nello studio ho, finalmente, un cestino per la carta. E’di metallo, a rete, anzi è fatto di una rete di metallo, altezza circa trentacinque centimetri per trenta di larghezza e dal dicembre scorso non l’ho mai svuotato. Proprio per vedere come andava a finire. Contiene, in misteriosa tessitura scistosa e in oscura sequenza, otto mesi di carte di cui non ho ricordo, a parte un foglio di giornale abusivo che vedo ora sbucare dall’oscurità del sotto scrivania. Considerato che, la carta molesta, i giornali vecchi e la pubblicità vanno nella raccolta della carta in cucina, e che avendo un computer, tutto quello che cancello scrivendo viene rimosso dal foglio word tramite il tasto canc, e viene inghiottito dal nulla informatico, che non ho scritto né stampato su centinaia di fogli il mattino ha l’oro in bocca (e neanche  all work and no play makes Jack a dull boy) e non ho tentato di sbarazzarmene, e che tutti, quasi tutti, i miei incipit così così li conservo in “Collegamento a documenti su win98.new” perché non si sa mai, cosa diavolo c’è nel cestino?
 
Il mio fisioterapista mi ha detto che la prossima volta prima di andare da lui devo bermi due litri di prosecco perché così forse la mia testa smetterà di pensare e voler capire cosa succede alla mia schiena, alle mie gambe, alle mie spalle, e io forse comincerò a stare semplicemente dentro, fuori, tutto intorno al mio corpo e lui potrà finalmente lavorare.
Altri metodi prima che io diventi un’etilista?


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: