Archive for the ‘england’ Category

MR.OBAMAAAAA

4 aprile 2009
Berlusconi urla Mr Obamaaaa dalla sua postazione in altissimo nella foto dei G20.
La regina si gira scazzata ed esclama: What is it? Why does he have to shout? (n.d.t.: Che è? Perché deve urlare? che non è un semplice chiedersi: ma perchè urla? ma un più sottile: perché deve urlare?)
Gli astanti sorridacchiano comprensivi. Gli italiani avveduti allibiscono.
 
Commenti di due lettori di “The Guardian”, quotidiano inglese di centrosinistra, un “La Repubblica” inglese:
 
Just ignore it, Queenie… It’s the kind of things ‘those other people’ do just to get on the nerves of us WASP… You know, like talking at the dinner table…
NutsinNY
(Non farci caso Regina… e’ il tipo di cose che “l’altra gente” fa solo per darci sui nervi a noi WASP …Sai, cose tipo parlare durante la cena…)
 
You have to love the gregarious and colorful Italians… without them the world would be a drab place indeed. In fact it is the diversity of the world and not conformity that satisfies the human soul.
TerrifiedCitizen
(Dobbiamo amare gli Italiani, socievoli e vivaci…senza di loro il mondo sarebbe davvero monotono. Invece non è il conformismo, ma la varietà del mondo ciò che soddisfa l’animo umano.)
 
Underlying my facetiousness above, TC, is the fact that I agree with you 100%: love Italians. (Plus, I like to imagine Roberto Benigni replacing Berlusconi in the scenario above!)
NutsinNY
(La mia spiritosaggine qui sopra, sottolinea il fatto che sono d’accordo con te al 100%: amo gli Italiani. Per di più mi piace immaginare Roberto Benigni al posto di Berlusconi nello stesso scenario!)
 
Insomma, non se ne esce. Con o senza Berlusconi siamo comunque sempre quelli degli spaghetti, pizza e mandolino.
 
 

INGLESI 3

29 gennaio 2009
La storia di questo mio primo viaggio in Inghilterra si conclude con l’immagine della signora Turner, la mia English landlady, impassibile, efficiente e riservata, che il giorno della partenza mi abbraccia tutta rigida, ma commossa fino alle lacrime, sulla porta della sua casina di marzapane.
Le sue lacrime inaspettate commossero anche me, ma finì lì.
Io uscii nel vialetto con la mia valigia, ci salutammo attraverso la bow window con un cenno della mano alla maniera della regina, e fu l’ultima volta che la vidi.
Per almeno altri quindici anni la signora Turner mi spedì ogni anno (ricambiata) un biglietto con gli auguri a Natale. Mi avvisò anni dopo, con una lettera tristissima, della morte di Mister Turner, fino al giorno in cui da Cambridge, a Natale, non arrivarono gli auguri.
Io mandai lo stesso il mio solito biglietto di auguri e aspettai, ma il mese di gennaio, e anche febbraio, passarono e non ci fu nessuna risposta.
Avevo già capito a dicembre, con un po’ di smarrimento, che la signora Turner se n’era andata da Cambridge, dal Regno Unito e anche dal mondo, portandosi via anche un pezzettino di me, ma provai lo stesso con un altro biglietto, a chiedere notizie allo stesso indirizzo, l’unico che avevo. Sapevo che doveva avere una figlia da qualche parte, ma nessuno rispose.
Dopo quasi trent’anni mi resta il ricordo delle cene alle sei e mezza della sera, seduta al tavolo della dining room, un piatto fumante di verdure e carname lessato davanti, il dolcetto rosa shocking in attesa del dessert poco più in là, e la signora Turner al mio fianco che, seria, misurata, ma premurosa cerca di fare conversazione, aiutandosi a volte con un vocabolarietto English/Italian o mostrandomi direttamente degli oggetti, vestiti, mobili, verdure tratte dal frigorifero, pacchetti di cibo presi dalla credenza in cucina, quando nonostante gli sforzi comuni, non ci si riusciva proprio a capire, mentre il signor Turner, rossiccio, svagato e sorridente di una sua cordialità a me inaccessibile, di là, nella sitting room, di fianco al caminetto/stufetta dove arde un finto fuoco di luce rossa, guarda il telegiornale della East Anglia Television.
 
(3. continua)

INGLESI 2

26 gennaio 2009
La mattina dopo mi svegliai, mi lavai nel gelido bathroom, scaldato da una sorta di resistenza incandescente fissata sopra la porta e azionata da una cordicella on/off, notai con rammarico l’indelebile e preistorica striscia grigia intorno alla parete della vasca da bagno vittoriana, e scesi per il breakfast.
La signora Turner, che, nel suo ruolo di landlady aveva già avuto a che fare con gli Italians, mi esonerò dalla degustazione di salsicce e fagioli per colazione, e per ogni mattina di quel periodo inglese, mi preparò fette di pane molliccio tostate al grill, uno strano armamentario elettrico fissato sopra la cucina, burro salato, che io convinta a far bene, continuai a mettere nel frigo dopo l’uso, e che lei conservava invece in una scatolina di porcellana on the table, jam di arance e marmellata, un uovo sodo, una cup of tea, e un pompelmo che preparava al momento, tagliando a metà il frutto e ritagliando la polpa di ogni spicchio con uno speciale coltellino, per poi zuccherarlo e presentarmelo in una coppetta di vetro.
Mi aspettava poi sulla porta di casa dove, serissima, mi augurava un have a nice day per poi spostarsi dietro i vetri della bow window e agitare lievemente la mano alla maniera della Queen Elizabeth, finchè non passavo sul vialetto oltre la sua terraced house.
Dell’Inghilterra, in quella prima esperienza mi piacque tutto.
Mi piacque e mi meravigliò tutto.
Mi meravigliava la signora Turner che ogni mattina mi diceva entusiasta Oh Iléna, today it’s a nice day, isn’it? mentre fuori si accalcavano nuvole grigiastre e tirava il solito vento gelido. Ma dopo aver pensato che facesse la spiritosa il primo giorno e aver fatto un ehehehehehe seguito da un silenzio interrogativo, capii che faceva sul serio e mi adeguai: Oh yes, it’s a nice day, yes it is.
Mi stupiva poi il nostro teacher, un altro tipicissimo inglese, la copia rossiccia e loquace del principe Carlo d’Inghilterra, che la mattina a lezione sfoderava un tipicissimo humour inglese e una grande professionalità, girava con una bicycle con montato un seggiolino porta neonato, quindi teneva family, e la sera, con gli students, al pub si faceva fuori cinque, sei litri di birra, (3,18/ 3,82 pinte) che ogni quindici, venti minuti portava poi con scioltezza a scaricare alla toilet del pub.
Mi meravigliò un altro teacher della scuola, più tetro e rigido, un Alec Guinness in nero, snob e anche un po’racist, che durante una conversation sulle rispettive society, si rifiutò di credere che in Italia ci fosse una middle class come gli stavo assicurando, e con aria di sufficienza mi chiese cosa ne fosse allora delle vecchine vestite di nero che andavano alla messa e alle processioni, e delle frotte di ragazzini che correvano nei vicoli di Napoli. Per lui l’Italia era ancora quella del viaggio di Goethe in Italia e della guida Baedeker usata dalla signorina Lucy di “Camera con vista”. Ci misi un po’a capire.
Come ci misi un altro po’a capire la cognata della signora Turner, tutta rossetto e sorrisi cavallini, che a un pranzo domenicale con tutta la famiglia Turner, (dove imparai che il roast beef non è quella cosa che pensiamo noi, cioè una specie di prosciutto tagliato a fette tutto rosso nel mezzo, bensì una semplice bistecca), mi chiese addentando il roast beef appunto, se anche a noi Italians capitava mai di mangiare carne.
Mi disse poi che potevo benissimo passare per una Indian e mi chiese anche, con un leggero disprezzo, cosa ci mettevamo in testa noi Italian Girls per avere i capelli così belli neri e unti, e anche lì la guardai senza capire e pensando di avere perso qualcosa nella translation.
Invece era proprio vero: pensavano proprio così. Non tutti sicuramente, ma alcuni sì. La signora Turner, che imparai ad amare in quel momento, ma ancora non lo sapevo, per esempio non la pensava così. Guardò la cognata, guardò me, che non stavo capendo un granché del discorso, e cambiò argomento.
Il soggiorno inglese fu anche la mia prima esperienza multiculturale. Trovavo semplicemente meraviglioso uscire dalle lezioni e sedermi al tavolo del pub tra una giapponese, due brasiliani, uno svizzero, un francese e un paio di tedeschi.
Diventai amica di una ragazza brasiliana di origine tedesca, Martha Schiller Dos Bastos, e le nostre conversazioni sedute vicino in pullman durante le escursioni domenicali alla casa di Shakespeare a Stratford-on-Avon o a Oxford, diventarono l’occasione per capire che le cose altrove andavano diversamente e per imparare ad arrampicarmi sui vetri dei finestrini del pullman cercando di spiegare a una ragazza di San Paulo nel mio pre-intermediate English come funzionavano le cose in Italia, com’era la mia famiglia e come mai mio fratello andasse in giro vestito di arancione e fosse scomparso in India per quasi un anno, gettando la famiglia nella disperazione, per poi riapparire all’aeroporto di Venezia vestito di bianco come il Mahatma. Ma ci è andato per turismo? Mi chiedeva lei. No, dicevo io. Avevate parenti là? No. E per cosa allora? Perché i giovani europei negli anni 70 andavano in India. Ma a far cosa? Diceva lei. Perché erano contro la società. Rispondevo io. Non mi venne di meglio. Poi mi risultò impossibile spiegarle perché chi era contro la società andava in India, un po’perché non lo sapevo bene neanch’io e un po’perché il mio English non me lo permetteva.
 
(2. continua)

INGLESI

25 gennaio 2009
La prima volta che presi l’aereo fu agli inizi degli anni ottanta, per andare a Cambridge a frequentare un corso di inglese. Mi prenotai l’aereo da Venezia, un charter della Monarch, in una delle due agenzie della città, e mi prenotai la scuola attraverso un fitto scambio di lettere e di grossi cataloghi con il British Council e con la scuola stessa, che selezionai in base a non so quali caratteristiche, visto che di corsi di lingua all’epoca non sapevo nulla e i miei ne sapevano meno di me. Probabilmente non costava molto, era una piccola scuola vicino al centro e soprattutto era a Cambridge, che chissà perché mi pareva un buon punto di inizio per intraprendere la conoscenza del Regno Unito.
Così, proprio intorno alla fine di gennaio, emozionatissima ma risoluta, presi il mio primo volo e arrivai a Londra Luton, l’aeroporto all’epoca più sfigato e peggio servito della capitale, e mentre aspettavo il pullman che doveva portarmi a Cambridge, fui anche abbordata da quello che probabilmente era il sosia di Denzel Washington, ma io allora ancora non lo sapevo, che, dopo avermi fatto innumerevoli domande, che erano domande era chiaro dall’intonazione, e parlato non so di che, visto che non capii una parola, mi chiese il numero di telefono, che io, balbettando, gli diedi per precauzione sbagliato, senza pensare che, se anche avesse chiamato casa dei miei in Italia, io non ci sarei stata, e nessuno avrebbe comunque saputo capire cosa diavolo stesse dicendo, mi cacciò in mano il suo biglietto da visita (Doctor Benjamin Qualcosa, lo so, son quasi trent’anni, ma se mi leggi, e nel frattempo non sei cambiato, ti prego, scrivimi), e si allontanò raccomandandomi di chiamarlo.
Arrivai a Cambridge dopo un paio di ore di pullman, stremata, piena di ansia e pure in ritardo, mi permisi perfino un taxi per arrivare alla casa della famiglia che mi avrebbe ospitato per il periodo del corso, e quando suonai alla porta della più tipica villetta inglese, uguale a mille altre di una delle più tipiche streets inglesi, mi aprì la porta la più tipica signora inglese dell’Inghilterra e, molto freddamente, in un concentrato di esssss di iiii e di ooiinng, mi disse che ero in ritardo per la cena.
Mi arrampicai trascinandomi la valigia, per una tipica strettissima scala moquettata inglese e fui introdotta nella camera da letto più fredda del Regno Unito, il che era tremendamente tipico, comunque. La signora Turner, mi disse di sbrigarmi che era già tardi per la cena, (erano circa le sei e mezzo), chiuse la porta e se ne andò.
Io cominciai a disfare la valigia piangendo, (sì perfino a me capitava una volta), come se mi avessero appena deportato al campo di concentramento di Birkenau anziché in una tipica terraced house inglese, mi feci forza mettendo il mio orsacchiotto da viaggio sul comodino e leggendo i bigliettini pieni di ti amo che il mio morosino di allora mi aveva nascosto tra i vestiti della valigia,  e quando rinfrancata, scesi per la cena, la signora Turner mi fece sedere al tavolo della sua minuscola dining room al pianterreno, le cui tre bianche bow windows davano sulla street, mi mise davanti un enorme piatto fumante ripieno di cose lessate prive di sale e condimenti: qualcosa come un misto di patate, fave, carote, fagioli, piselli, pezzi di pollo, cavoli e rape, una cup of tea bollente, si sedette accanto a me e mi guardò mangiare tentando di fare conversation. Dopo che ebbi finito di divorare i lessi vegetali e carnacei, la signora Turner si alzò e tornò dalla cucina con il dolce: una coppetta ripiena di una gelatina rosa shocking E160 con sopra una ciliegina rosso fuoco E120 E 180.
Alla fine del pasto, la signora Turner mi portò nella sitting room dove mi presentò il signor Turner, il più tipico pensionato inglese working class dell’Inghilterra degli anni ottanta, magrino, roseo e rossiccio di capelli, in camicia, bretelle e cardigan beige, che, seduto nella sua armchair stava guardando alla televisione la BBC. Per una mezzoretta feci finta di guardare la televisione e poi mi ritirai nella mia bedroom. La signora Turner mi mostrò come accendere la coperta elettrica di pelo sintetico che scaldò le mie notti gelide sprizzando scintille elettrostatiche al buio, mi portò una hot water bottle e mi augurò la buonanotte. Io mi addormentai, nella mia prima notte inglese, stringendo al petto la hot water bottle e guardando dalla finestra senza tapparella e senza scuri verso il grande prato verde dietro casa, spazzato da un vento teso e gelido che faceva tremare i vetri e riempiva di spifferi la mia bedroom.
Però l’England cominciava già a piacermi un sacco.

(continua)
 

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