Archive for the ‘quando vendevo viaggi’ Category

PAZIENZA

23 maggio 2009
È capitato che mi dicessero che sono persona di grandissima pazienza.
È capitato ai tempi del mio vecchio lavoro, quando, qualche persona in attesa del suo turno, mi vedeva alle prese con qualche cliente estremamente rompipalle. Allora capitava che si mettesse a osservarci, che aspettasse, appunto, pazientemente, poi che si sedesse, mi guardasse con sorriso complice, e mi dicesse: certo che avete una bella pazienza voi, io sorridevo come dire ma no, non è vero, tanto sapevo che da lì a due minuti, anche lui, il cliente complice, si sarebbe trasformato in cliente rompipalle.
Devo dire che in anni di lavoro in trincea, al banco di un ufficio di viaggi al dettaglio, che è come dire, entro, compro due chili di biglietti aerei e parto, ho acquistato la capacità di reprimere collere, smarrimenti, risate (il mare è meglio a Barcellona o a Madrid?), gemiti, angosce e rabbie quotidiane. Ho imparato a trattenere la pipì per ore perché c’è la coda che aspetta e non c’è il bagno in ufficio, a rimanere impassibile mentre al telefono qualcuno mi dice che un’ottantina di ragazzi in gita scolastica a Firenze, comprese le due vecchie professoresse del mio liceo, sono rimasti intossicati da un’infiltrazione di acqua fognaria nelle condutture dell’hotel che gli ho prenotato personalmente, e che una task force di medici inviata dal locale ospedale sta provvedendo a fare il tampone rettale a tutti i partecipanti alla gita. Ho imparato a dire: la richiamo fra mezzora, vedo cosa posso fare, non si preoccupi, se qualcuno mi telefona da Kuala Lumpur e mi dice che il volo è in overbooking e salta tutto il resto del viaggio, ho imparato a rassicurare mamme preoccupate perché il figlio non telefona da Mykonos da quattro giorni, ad affrontare perfino le minacce della moglie italiana del ballerino cubano: se fai il biglietto per l’Havana a mio marito ti mando la finanza, e molte altre avventure che neanche mi ricordo più.
Ormai sono su un altro pianeta: quello dell’insegnamento. Qui al massimo tocca ripetere 34847363527 volte che live si dice liv e non laiv. Poi altre 373736625888 volte che alla terza persona singolare si deve mettere la S, (testoni che no seu altro), altre 28865430997 volte che per fare le domande bisogna cominciare col DO, (mànega de asini), che le esse si pronunciano (to sàntoea), ma siccome sono adulti, paganti e pure volenterosi, bisogna dirlo e ripeterlo fino allo sfinimento. Sfinimento loro, non mio, che io, per detta loro, sono tremendamente paziente e come faccio a essere così.
Infatti io non sono paziente. Soffoco tutta la mia terribile, invereconda e inaudita ira e concitata smania sotto il mio sfingico aspetto. Coltivo in grembo da tempo immemorabile, un chilo di Helicobapter Pylori assatanati, che, al momento giusto, scateneranno un ulcera duodenale che perforerà il mio stomaco livido e darà alla luce in un’esplosione sanguinolenta, una creatura tentacolare, polipesca, desiderosa di sangue umano che suggerà famelicamente dagli sfortunati astanti, attraverso mille oculi rossastri e mille ventose urticanti.
Accadrà tra breve, lo sento, quando il cane dei vicini abbaierà ancora, per la duecentotrilionesima volta in questa giornata. Cazzo!

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PRECISIONE ED ESATTEZZA

27 aprile 2009
disordine
Rieccomi al tema di qualche giorno fa. Sì mi è caro, e nell’ultimo post, parlandone, sono scivolata a ragionare dei miei poco evidenti, ma molto sentiti, entusiasmi, e ho talmente debordato che sono finita a parlare della mia sfingitudine.
In realtà qualche giorno fa non sapevo neanch’io bene perché precisione ed esattezza mi stiano così a cuore, e ieri sera girando per la rete, in un evidente caso di serendipità, mi sono imbattuta in un pezzo che mi ha dato da pensare, e ha chiarito le mie idee su almeno uno dei probabili motivi per cui tengo tanto, e sempre di più, a essere precisa e accurata.
Di sicuro, precisa lo nacqui. Ma nessuno, a dire il vero, se ne accorse, tanto meno io. La mia cameretta, da piccola, era un bel casino, benché i miei quaderni fossero ordinati. A undici anni però la parrucchiera mi dovette tagliare via con le forbici un consistente grumo di capelli indestricabilmente arruffati e annodati a livello nuca, sotto la parvenza liscia e ordinata della mia lunga coda di cavallo, che ormai davano al mio cranio un aspetto bitorzoluto. Succede, se ci si pettina raramente e solo in superficie.
La mia casa ha un’apparenza ordinata, ma, contro ogni dettame del feng shui, mantiene dei punti oscuri di accumulo: la mensola in entrata, il sopra-frigorifero, l’angolo di destra del divano, il secondo cassetto dell’armadio, e soprattutto il buco nero del mio appartamento, il tracollo quotidiano dei miei buoni propositi, l’angolo di agglomeramento delle mie energie negative: lo sgabuzzino.
Con il mio lavoro, intendo il lavoro di venditrice di viaggi nella mia prima vita, ho dovuto imparare a essere implacabilmente precisa. Sbagliare a digitare un semplice numero, un tre invece di un quattro magari, se quello è il numero o l’ora di un volo o di un biglietto aereo in una prenotazione aerea significa far saltare l’organizzazione di un viaggio, perdere notti di albergo, escursioni, noleggi di auto, altri voli in coincidenza, e alla fine perdere soldi di tasca tua e arrampicarti sui vetri per non perdere pure i clienti.
Precisione ed esattezza richiedono però uno smisurato sforzo quotidiano, perché come sempre nell’universo, come disse pure Newton, ad ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, e tutto sembra congiurare contro di loro. La fretta, la memoria, la distrazione, il malumore, la stanchezza, e soprattutto l’abitudine tanto per dirne sei, di forze uguali e contrarie. Per non parlare poi della tendenza all’accumulo e dell’effetto imitazione che sono la conseguenza prima di imprecisione e inesattezza. Provate a lasciare per qualche giorno il giornale vecchio o la posta già aperta su una qualche mensola in casa, e nel giro di una settimana quello diventerà il posto della carta, provate a lasciare una pratica fuori posto in un ufficio e vi ritroverete con una trentina di  pratiche fuori posto o sparite in un buco nero di incontrollabile attrazione. Provate a lasciare il sacchetto della spazzatura in un certo punto per la strada e nello spazio di una serata, quello diventerà l’angolo dell’immondizia. Provate ad incominciare una riunione o una lezione con cinque minuti di ritardo per aspettare che tutti siano arrivati, e aspettatevi che alle successive riunioni o lezioni tutti arrivino in ritardo. Provate a non chiarire per troppo tempo equivoci o incomprensioni e vi ritroverete un grumo di nebbia nel cervello e nel cuore, vostro e di chi vi sta intorno.
Tutto questo solo per parlare della dimensione privata. Perché se cominciamo ad affrontare la dimensione pubblica, soprattutto italiana, degli effetti di imprecisione e inesattezza troveremo moltissime delle cause della nostra attuale disastrosa situazione sociale in primo luogo e poi via via e di conseguenza, secondo me, economica, politica, lavorativa, scolastica, eccetera.
Quindi, come mi sono resa conto solo ieri sera, leggendo il blog citato sopra, la mia personale guerra contro imprecisione e inesattezza arriva da lontano e mi è connaturata, ma la mia attuale, quotidiana lotta per la precisione e l’esattezza in realtà è una lotta di resistenza. Resistenza civile contro il pressapochismo, la cialtroneria e la faciloneria. Caratteristiche tutte italiane, purtroppo, che sono in parte causa dello sfacelo quotidiano a cui continuiamo ad assistere senza prenderci spesso la nostra parte di responsabilità per modificare le comuni consuetudini iniziando da cose piccolissime.
Circa due anni fa, da poco tornata dal mio viaggio intorno al mondo, comprai il libro di un ragazzo giapponese che da qualche anno vive in Italia, e che in “Italia più Giappone diviso due” parla dei due paesi, ovviamente dal punto di vista dell’osservatore giapponese. Il libro è molto istruttivo per renderci conto di molti nostri piccoli comportamenti, futili e veniali se osservati singolarmente, ma pericolosi, come la goccia che scava la pietra, nel creare sfiducia, cinismo, sentimento di impotenza e rabbia nelle persone, con tutte le conseguenze negative sul vivere sociale e politico che ben conosciamo.
Un esempio su tutti dal libro di Ryuta Naruse: “la macchina che produce il caos”. Questa macchina non è altro che quella macchinetta che distribuisce i numeri per fare la coda in posta, in banca o nei negozi. Naruta, con la semplicità del giapponese si chiede: come è possibile che, se un impiegato si assenta, nessuno pensi a bloccare il suo display che continua così a chiamare numeri e a creare confusione, così che la gente che aspetta il proprio turno, comincia a non capire, a litigare e a pretendere? Com’è possibile che un signore che magari è uscito a comprarsi le sigarette mentre era in attesa, ora pretenda di essere servito e che un impiegato lo respinga mentre un altro lo accoglie generando comunque malumori e confusione tra la gente in attesa? È possibile se le normali regole della convivenza non vengono accettate e rispettate. È possibile se non si rispettano in primo luogo precisione ed esattezza.
Quindi non ditemi che sono un’intransigente. La mia è solo resistenza, resistenza, resistenza.
 
 

IN MORTE DI UN FAX

2 ottobre 2008
Un’area quasi deserta, senza case, né negozi, né capannoni, alle porte della città, a due passi dalla tangenziale e dal nuovo svincolo che, in un turbinio di rotonde e di sottopassi, unisce tre statali.
Una stradone, a due larghe corsie, con marciapiedi infiniti in mezzo al nulla. Cartelli che indicano la dogana, due tir parcheggiati sulla destra, nessuno al volante, nessuno in giro. Cielo grigio su, foglie gialle giù, aria umida, sole pallido pomeridiano e un inizio di foschia autunnale in fondo allo stradone che, dopo un lieve dosso, sembra finire nel nulla.
Sto cercando il cart, il sert, il cirt, o come mai si chiama quel posto dove si buttano i rifiuti che non vanno nel cassonetto.
Dopo un anno e mezzo di parcheggio a rotazione dapprima nel bagagliaio dell’auto, per un paio di mesi, poi in ingresso, appena arrivato a casa, poi sotto la libreria in soggiorno, poi a fianco della finestra in cucina, e infine nello sgabuzzino, oggi, svuotando la lavatrice, l’ho guardato, e ho deciso che era venuto il tempo di liberarmi di lui.
Lo so, gli dico, finora non ce l’ho fatta a portarti via, mi sono inventata le scuse più strampalate: che potevo venderti, che qualcuno ti avrebbe potuto usare nonostante l’introvabile rotolo di carta chimica, che potevo regalarti. In realtà noi due sappiamo che eri l’ultimo ricordo rimasto.
Lui, mite e inespressivo, mi ha restituito lo sguardo, io lentamente mi sono piegata su di lui, ho sfilato il cavo elettrico, servirà ancora?, ho richiuso per l’ultima volta quel maledetto sportello che non stava mai chiuso, ho strappato il post it giallino, vecchio di almeno dieci anni, ancora attaccato con uno scotch appiccicoso e sporchicchio, che riportava i numeri telefonici usati più frequentemente, ho staccato la busta con le istruzioni per l’uso, misteriosamente riapparse durante lo smantellamento dell’ufficio dopo anni e anni di imprecazioni, (ma come cavolo si fa a bloccare la funzione repeat dell’ultimo numero? Ma com’è che si spegne ‘sto osso di fax? Ma non si riescono proprio a memorizzare sti numeri?),
e con un sospiro, gli ho detto: andiamo.
Il vecchio fax del mio vecchio ufficio, del mio ufficio dove ho lavorato per diciassette anni, comprato in leasing negli anni ottanta per circa ben un milione, o forse erano due milioni di lire (è mai possibile?) e pagato in miserabili rate di venti, trentamila lire al mese per circa un secolo dal suo acquisto, pesa una tonnellata, nove chili, dicono le istruzioni per l’uso, ma oggi ho deciso, lo porto al sert. Al cart. Al cirt insomma.
Dopo un paio di giri della rotonda nei pressi del cirt, riesco ad immettermi nello stradone, il leghista Viale della Serenissima, che dovrebbe portare alla discarica. Guardo verso l’orizzonte e non vedo nulla che assomigli ad un deposito di materiale non riciclabile. Lungo il marciapiede si materializza dal nulla un signore dall’aria distinta, in maglione azzurrocielo, che passeggia, come fosse in centro città, portando una borsa da viaggio. Accosto, abbasso il finestrino: “mi scusi, dico, lei sa mica dove si trova il sert, voglio dire il sirt, insomma, sa .. il deposito delle cose che non si possono buttare nelle immondizie”. Mi guarda spaesato: “il cosa?” chiede, “ehm.. il cart, dovrebbe essere da queste parti, sa.. dove si buttano via le cose, non so, le lavatrici, i frigoriferi… i televisori vecchi.” Si guarda intorno: “ah, il cirt” dice lui, “mah.. non so mica sai. Ma è qui vicino?” “Così mi hanno detto al telefono” dico. “Ma tu fai la raccolta differenziata?” mi dice appoggiando la borsa per terra. “Beh, cerco. Sì, la faccio,” dico io un po’perplessa per il tu, girandomi verso il cruscotto per buttare un’ occhiata all’orologio, visto che il cert dovrebbe chiudere tra una decina di minuti. “Mah.., io non sono mica ecologico sai. Ma dimmi, ti pare possibile? vogliono che dividiamo la carta e il vetro, e l’umido e il secco, e poi davanti a casa sai cosa mi hanno messo?” “Cosa, dico io per non sembrare scortese, appoggiando il gomito allo sportello, “Lo vedi quel lampione lì?” dice indicando il lampione sul marciapiede. “eh, sì” dico io girandomi, “ecco mi hanno messo un’antenna alta venti metri davanti casa. Ma davanti proprio, come da qui a quel lampione!” mi dice stranito, allargando le braccia. “Eh, lo so, anche davanti a casa mia ne hanno messa una” gli dico, che poi è pure vero. “E ti pare che io faccia la raccolta differenziata? Senti, non ti faccio perdere tempo, che poi sto andando in aeroporto che ho il volo per Barcellona”, mi dice raccogliendo il borsone da terra, “comunque guarda che lì la strada finisce. Lì la strada va morendo. Ti saluto, ciao.” mi dice incamminandosi verso la tangenziale. Lo guardo mentre passo passo si avvia verso l’aeroporto, ad un paio di chilometri.
Dopo altri trecento metri di nulla, incontro un altro signore a passeggio tra gli svincoli: “Certo, lei sta cercando il CE.R.D. il CEntro Raccolta Differenziata, mi dice. È lì, dopo la curva, vede quel cartello bianco? Giri a sinistra e lo trova.”  Proseguo, e dopo un lieve dosso, uno svincolo da autostrada e un piazzale deserto, finalmente trovo il CE.R.D.: un enorme area recintata, capannoni lontani, cartelli che vietano l’accesso e nessuna apparente forma di vita. Mi avvicino cautamente all’entrata e dopo un po’, da un casotto, spunta un custode in giubbotto arancione: “mi scusi, dico, avrei un fax da buttare.” “ah sì, fa lui, lo metta pure lì” dice indicandomi un cestone di ferro dove sono accatastati una ventina fra stampanti, fax, e altri piccoli apparecchi. “Vuole una mano?” “no no, grazie, è solo un fax”, dico tirandolo fuori dal bagagliaio. Pesi un quintale, gli sussurro, mentre mi avvicino al cestone. Dentro ci sono fax moderni, un po’ acciaccati, stampanti ammaccate, telefoni multifunzione dalle tastiere sporche. Appoggio con cautela il mio fax su una grossa stampante grigia. Sembri il più vecchio, penso guardandolo. Con un suono metallico, clac, lo sportello della carta, come sempre, si apre. Mi fermo, lo guardo e allungo il braccio per richiuderlo come ho fatto per anni e anni mentre tentavo di digitare un numero di telefono in tutta fretta, tenendo con una mano la rubrica e inserendo con l’altra il foglio con la conferma di qualche prenotazione da fare prima che scada il time limit:
alla c.a.: booking
da: elena
pls book htl majestic lon, alt.va htl ambassador, 1 dbl + 1 sgl, pvt facilities, 3 pax, bb, 7 ngts, in 10 oct, out 16 oct, pls cnfm asap.
Mi giro, piano, lo lascio lì, e me ne vado.

VIAGGIO ORGANIZZATO IN EGITTO

12 dicembre 2007

 "Italia uno!" è il richiamo per il turista italiano che, inorridendo, sento arrivare più volte da egiziani sorridenti sull’uscio delle case o delle botteghe mentre in compagnia di altri sette, otto turisti italiani con relativa guida, attraverso le strade polverose di El Quseir, alto Egitto.

Case di fango e mattoni sgretolati, viuzze maleodoranti, la spazzatura, ammucchiata da secoli ai bordi delle case, che ormai si confonde con il terreno, qualche topo che sbuca dagli anfratti tra una parete e l’altra. Ma molte case sono munite di antenna parabolica che evidentemente capta le reti Mediaset, portando il sogno italiano fatto di ballerine tettute e donne scosciate, pubblicità di automobili con l’abs, di yogurt ai fermenti lattici, biscotti senza colesterolo e telefonini di tutti i tipi tra la gente di questo villaggio del profondo Egitto.
Sulla parete di qualche casa, com’è tradizione, il disegno naif di una nave o più raramente di un aeroplano o di un camion, sottolineato da scritte in arabo, comunica al passante che il proprietario ha realizzato uno dei precetti del Corano: il viaggio alla Mecca, che ogni mussulmano dovrebbe compiere, almeno una volta nella vita.
Chi ha potuto ci è andato in aereo, chi non ha soldi ci è andato in traghetto o con altri mezzi. Una sorta di graffito urbano egizio, così lontano nei contenuti dai graffiti nelle periferie delle città dell’occidente, ma così vicino nella forma e nei colori netti e precisi.

El Quseir sorge in mezzo al nulla sulla costa del Mar Rosso a quattro ore di pullman da Luxor. Tutto intorno è deserto. Nasce come colonia italiana, quando, agli inizi del 900 gli italiani cominciarono a sfruttare le miniere di zolfo dei dintorni. Poi negli anni 60 gli egiziani decisero di privatizzare l’attività, le cose non andarono bene, gli italiani se ne andarono e gli operai egiziani cominciarono a fare i pescatori anziché i minatori.
L’ex fabbrica dei vecchi italiani imprenditori è rimasta l’attrazione locale, da far visitare ai nuovi italiani turisti che vengono a soggiornare nei villaggi vacanze sorti nel deserto pietroso e sabbioso sulla costa nel raggio di una quarantina di chilometri dall’aeroporto di Marsa Alam.
In realtà non c’è nulla da vedere se non una costruzione cadente in un desolato piazzale color ocra dove si accumulano rottami e vecchi macchinari arrugginiti, gli uffici impolverati del direttore della miniera, con i suoi vecchi libri ingialliti (una storia del conte di Cavour, qualche manuale tecnico e una dozzina di romanzi di sconosciuti) appoggiati sulla scrivania, un paio di cartine appese ai muri degli uffici, con i grafici dell’andamento dell’attività della miniera e una consunta carta geografica dei primi del novecento dove il Mar Rosso si chiamava ancora Mar Haeritraeum.

Sulla via principale di El Quseir, quella dove, secondo la descrizione del catalogo, si potranno fare acquisti al mercatino locale, i negozietti di souvenir più ricchi hanno insegne come: "Il grande fratello" o "Vacanze romane". Ogni egiziano dai tre anni in poi sa dire almeno "ciao amico" e "ciao bella, come stai? Come ti chiami? Da dove vieni?" tutti hanno almeno un fratello o un cugino a Milano, a Roma, a Firenze, a Voghera. Pensano che Frosinone o Pistoia o Biella o San Giovanni a Teduccio siano bellissime, che tutte le italiane amino molto "fare l’ammOre " (con la O larga), che da noi siano tutti pieni di soldi e che si possa comunque fare business. Tutti ti chiedono qualcosa: un euro, due euro, se hai caramelle, se hai da cambiare le monete in banconote, se vuoi cartoline, se vuoi comprare statuine di basalto, scarabei di marmo, piramidi di alabastro, faraoni in onice, passeggiate in dromedario. Tutto fino allo sfinimento.

Si tratta dell’escursione di mezza giornata del costo di 10 euro, organizzata dal tour operator che gestisce il villaggio vacanze dove siamo alloggiati. Partecipo all’escursione per disperazione, per uscire dal villaggio in cui sono confinata da quattro giorni, perché, anche volendo, non c’è altro da fare.
Sono una spacciatrice pentita di viaggi organizzati e me lo merito. Ho vinto un viaggio a Marsa Alam, mar rosso, Egitto. Poiché l’anno scorso ho venduto tanti pacchetti in questo posto, ho l’occasione di venirci per una settimana gratuitamente, all inclusive. Ma siamo fuori stagione, fa ancora freddino, c’è crisi, e alla fine ci ritroviamo in una ventina di persone, compresi gli animatori, in un villaggio da 500 posti. Trascorro giorni di straniamento e di sperdimento, chiedendomi che lavoro faccio, perché lo faccio, dove mando la gente, e soprattutto perché la gente che mando qui torna contenta.
Il villaggio è molto bello, direttamente sulla spiaggia. Insomma, direttamente dal deserto al mare, perché questa non è una spiaggia, è dove il deserto orientale egiziano arriva al mare. Piccole costruzioni di sei/otto camere tra aiuole curatissime con prato verde Irlanda, costantemente annaffiate da un esercito di inservienti egiziani. Al villaggio di El Quseir arriva l’acqua due volte la settimana, ma qui abbiamo i prati all’inglese.

Abbiamo almeno 10 camerieri per persona e tutti, quando io e la mia amica li incontriamo, con occhiate di fuoco ci fanno la radiografia. Sono tutti uomini quelli che lavorano nel villaggio. Vengono da Luxor, da Assuan, da El Quseir. Gli uomini di origine nubiana, dell’alto Egitto, al confine con il Sudan, sono i più scuri, quelli che parlano meno italiano e hanno le mansioni più umili. C’è sempre un sud del sud.

L’unica donna è una manager vestita all’occidentale che forse per farsi ascoltare da questo esercito di uomini sembra urlare e comandare di continuo. Ma parla in arabo e forse è solo una mia impressione. Tuttavia, come in altri paesi di cultura mussulmana provo la spiacevole sensazione di essere soppesata e valutata solo come femmina, nel senso di atta alla riproduzione o a generici e sconosciuti piaceri fisici in qualità di donna italiana amante del "fare l’ammOre", e nulla più.
Di sicuro qui non è rappresentata tutta la società maschile egiziana, ma solo una piccola parte, ma l’effetto è pesante.
Anche la normale richiesta di un caffè viene accompagnata da un risolino, da un battito di mani sotto gli occhi, da scherzetti che una volta qui da noi si sarebbero detti da prete.
Reagisco sorridendo, anche se vorrei prenderli per il collo. Mi vengono in mente i nostri seminaristi di una volta, con la differenza che qui i più smaliziati pensano davvero che le donne italiane siano tutte in cerca di sesso o di avventura. Effetto della televisione, dell’avanzata del turismo sessuale che ora coinvolge anche le donne o di incomprensioni ed equivoci tra codici diversi di comportamento ? difficile dirlo, ma l’effetto, tra aspettative e immaginazioni inevase e timori di fraintendimento, crea situazioni ridicole e complicate.

I più timidi invece fanno tenerezza, perché sono molto rispettosi. Anche loro non sanno bene come comportarsi ma il messaggio che arriva senza parole è quello di ammirazione, curiosità, rispetto e ospitalità. Said, il nostro housemaid (come dice il cartellino sulla divisa), termine che di solito, nell’hotellerie internazionale si usa per le cameriere, ma che qui viene riciclato per gli uomini, è il tenero rappresentante degli egiziani timidi.
Per sette giorni, nel rifare la camera, ha raccolto petali di fiori nelle aiuole del villaggio e li ha sparsi sui cuscini. Ogni sera ci ha fatto trovare sui letti un qualche animale costruito di asciugamani. Una specie di origami egizio.
Il più bello è stato il coccodrillo dell’ultima sera. Cinque o sei asciugamani arrotolati con maestria per fare le zampe, il corpo e le fauci del temibile coccodrillo del Nilo. La cosa più tenera e ingenua era che a tenere aperte le fauci c’era il telecomando.

Nel villaggio, a gestione italiana, tutti i camerieri, gli impiegati o gli addetti che hanno un rapporto più ravvicinato con i clienti si presentano con un nome italiano.
Hassan, l’aiuto bagnino, un ragazzo magro magro e scuro, vestito alla buona, senza la divisa degli inservienti, in spiaggia, portandoci all’ombrellone, si presenta come Valentino. Come tutti, sa qualche parola in italiano. La nostra reazione è un po’ sconcertata. Gli chiediamo: "ma come Valentino?! Qual è il tuo vero nome? " Gli si accendono gli occhi e sorride, fiero dei suoi antenati, dicendo: Hassan e una fila di altri nomi in arabo. Ma si corregge subito, affermando: "ma io sono Valentino". Recuperato il ruolo professionale che gli è stato assegnato, si allontana, e torna con un piccolo paguro che appoggia delicatamente sulla sabbia. Si accuccia come un ragazzino felice a mostrarci, con un sorriso sdentato da bambino, come il paguro rovesciato a pancia in su riesca a raddrizzare la sua conchiglia con piccoli, cauti zampettii, e se ne va, lasciandoci il suo regalo.

Il giovedì il programma prevede l’escursione di un’intera giornata a Luxor. Il viaggio in pullman da Marsa Alam a Luxor dura quattro ore con delle soste programmate lungo il percorso. Il punto di incontro con gli altri turisti provenienti da Hurghada, è nei pressi di Safagha.
In un immenso piazzale nel deserto, attrezzato di punto di ristoro, negozietti e bancarelle di souvenir e decine di servizi igienici, in un’enorme, organizzata confusione, centinaia di turisti russi, scandinavi, italiani, tedeschi, scendono dai pullman, ansiosi di conquistare un posto nelle file per il bagno e per la colazione. Da Safagha in poi sarà solo deserto, hanno avvisato gli accompagnatori. Dopo una ventina di minuti, soddisfatti i bisogni primari dei turisti, tra foto scattate in mezzo alla polvere del piazzale e ai gas di scarico dei pullman, i richiami delle guide e dei venditori di souvenir, la moderna carovana si rimette in moto.
Settanta, ottanta pullman in colonna, scortati da due macchine della polizia, si snodano lungo la strada per Luxor. Come ci conferma la guida, presto ci accorgiamo che la polizia non ha funzioni di antiterrorismo, come molti pensavano, ma di prevenzione degli incidenti stradali che la guida spericolata degli autisti egiziani provocherebbe.

E finalmente mi riconcilio con l’Egitto. Una natura grandiosa sfila davanti al mio finestrino del pullman e impone la sua bellezza. Il deserto pietroso, dorato dalla luce radente del mattino, si stende dal ciglio della strada fino all’orizzonte, attraversato da innumerevoli dune e rilievi di sabbia. Tutte le domande e tutte le risposte stanno lì. Per chilometri nel silenzio del pullman, i miei compagni di viaggio addormentati, rimango finalmente incantata e persa nella solennità del deserto che a poco a poco lascia il posto a montagne imponenti ed austere. Sono in Egitto.
Poi, mi addormento anch’io.

LJUBA

4 novembre 2007

Ljuba è moldava. Ha 18 anni, bionda e sottile come ci immaginiamo le ragazze dell’est. Un visino pallido e serio, gli occhi attenti di chi non capisce ancora bene una lingua e cerca di afferrare ogni suono e ogni gesto per non dover chiedere spiegazioni.
Timida come una ragazzina di 18 anni di altri tempi, ma con una determinazione da adulta nello sguardo.
Ljuba studia al turistico, la sua classe va per due settimane in Gran Bretagna per studiare l’inglese. Le sue compagne italiane non hanno problemi di documenti: entreranno in Inghilterra per diritto di cittadinanza. Lei no. Deve chiedere il visto, e alla segreteria della scuola le hanno detto che deve arrangiarsi perché ormai è maggiorenne.

Arriva in ufficio con la mamma e la signora italiana che le dà lavoro come badante dopo aver girato per mille uffici ed agenzie: qualcuno ha spiegato loro come fare, ma nessuno si è assunto l’incarico. Ottenere un visto per la Gran Bretagna è sempre una gran rogna.
La mamma dice solo qualche parola in italiano con un rispettoso ed un po’ ossequioso sorriso di preghiera. La signora italiana mi spiega che sono tanto brave persone, che Ljuba ci tiene tanto a questo viaggio, che è studiosa, precisa e meticolosa come un ragioniere nei suoi compiti, che oltre a studiare a scuola le tiene anche i conti di casa, che vivono da sole, che sua madre si spezza la schiena per farla studiare e che pagherà qualunque cifra per avere questo visto.
Ljuba rimane in piedi, un po’ distaccata, mi guarda seria come se da questo viaggio dipendesse il suo futuro. Tenera e scoperta come un’adolescente che desidera da morire qualcosa, ma chiusa, tenace e determinata come un’adulta che si è già vista sbattere in faccia delusioni e difficoltà.
Non dice una parola. I suoi occhi si illuminano appena quando dico che va bene, e do loro la lunga lista dei documenti e delle carte da portare per cercare di ottenere il visto dall’ambasciata inglese.
Ljuba se ne va senza un sorriso. Alla sua età ha già deciso che non vuole illudersi. La mamma mi stringe la mano come se le avessi regalato un anno di vita.

Rivedo Ljuba quando dall’ambasciata inglese ritorna il suo passaporto con il visto. Viene da sola a ritirarlo. Sorride appena quando le dico: "Hai visto che ce l’abbiamo fatta! Vedrai, Londra è bellissima!". Prima di andarsene da una borsa tira fuori una scatola di biscotti tedeschi, mi guarda veloce e mi dice: "Per lei. Grazie". La ringrazio, la guardo, e immagino sua madre che compra i biscotti al supermercato e le dice di portarmeli.

Ljuba non avrebbe voluto.

DIRITTO AL VIAGGIO

4 novembre 2007

Ho a che fare giornalmente con giovani virgulti che assaltano il mio ufficio con le domande più cretine e i comportamenti più cafoni.
Si va dal: "ma ci si abbronza di più a Mykonos o a Ibiza?". oppure "andare in Tunisia!?! in agosto? ma in Tunisia non fa freddo adesso?". 
Entrano, parlando (urlando) tra di loro, con quegli orribili occhiali da sole stile visiera del casco, con pancette grassotte in bella vista, telefonini suonanti e piercing tintinnanti, mi dicono ciao (ciao a chi?!) e subito si siedono.
Vi ho forse detto di accomodarvi? sibilo mentalmente, ed è implicito nella mia occhiata fulminante. 
Allora cominciano a zittirsi, si guardano intorno, non capiscono bene cosa, ma sanno di avere sbagliato. Assumo allora il mio comportamento più distante e asburgico e gli faccio capire chi è il padrone qui. (la padrona). Agito il frustino, indosso la guepière in cuoio, e subito calano le arie.
Allora assumo l’aria della zia buona e comprensiva che sa, e che darà loro i migliori consigli. Già, perchè poi mi fanno tenerezza in fondo, guardo i loro occhi che non hanno ancora visto niente, la loro pelle da bambine, vedo a volte un barlume di curiosità, quando faccio loro balenare un’immagine di una città, una scintilla di voglia di avventura, quando parlo loro di qualcosa che si allontani dalla soglia del villaggio all inclusive, tanto che mi rendo conto che basta così poco a persuaderle a fare cose a cui non avrebbero mai pensato, e che tutta la loro ostentata sicurezza non esiste, e che anzi sono in cerca di qualcuno che gli dica cosa fare, come fare e anche quando farla.

Alla fine ho guadagnato una decina di euro e mi chiedo chi me lo fa fare.

L’alternativa è la brava ragazza studiosa, beneducata e/o impegnata in missioni religiose a Manaus o a Nairobi, o in stage in lingua cinese presso una ong a Katmandu, dove insegnerà psicomotricità ai bambini nepalesi disagiati.
Queste entrano in punta di piedi, sanno tutto della loro materia e niente del resto del mondo, mi chiamano signora dall’inizio alla fine e hanno sempre qualche telefonata da fare (scusi, posso fare una telefonata?) alla suora o alla segretaria della ong.
Mi fanno impazzire con le richieste di visto ai consolati, che arrivano sempre il giorno prima della partenza, ma sono baciate dal sacro fuoco della devozione e dell’altruismo.
Look: tra la figlia di maria e il no global moderato. Mi fanno decine di domande tecniche. Loro pensano già di sapere quello che vogliono fare, come farlo e quando farlo.

Alla fine ho guadagnato una decina di euro e mi chiedo chi me lo fa fare.

Il tipo peggiore però è la figlia accompagnata dalla madre. no, sbaglio! il tipo peggiore è il figlio accompagnato dalla madre. Qui non rispondo di me. Sarà che a sette anni avevo le chiavi di casa nella tasca del cappottino, ma il figlio venticinquenne che viene a prenotare la vacanza con la mamma non lo reggo proprio.
Non so tra i due chi sia peggio. Lei che lo rende così imbranato, così pallido, così dipendente o lui che si lascia rendere così.
Look: camicia chiara su pantalone marroncino, oserei dire di gabardine se il gabardine non lo portassero solo i cinesi. Mi fanno migliaia di domande, rispondo scocciatissima solo a due o tre che ritengo essenziali.
Alla fine se ne vanno e penso che chi fa domande del genere non ha diritto di avere i soldi per viaggiare.

Il diritto al viaggio bisogna guadagnarselo.

VIAGGIATORI

4 novembre 2007

EVANDRO

Evandro ha 40 anni ma ne dimostra 50.
Cappotto stretto e pesante. Guardandolo mi viene in mente l’espressione "male in arnese". Espressione un po’ fuori moda come il suo aspetto. Capelli grigi, viso segnato e occhi azzurri vivissimi. Le mani screpolate e un po’ impacciate di chi lavora pesante, nel prendere tra le dita il foglio con la prenotazione del volo che gli porgo.
Evandro parla solo brasiliano e veneto. Io ho fatto un corso di portoghese quindici anni fa, ma era tutta letteratura. Ci metto un po’ anche a capire che è brasiliano. Parla quel misto di veneto, italiano e mimica che è tipico di chi arriva qui a lavorare e impara solo il dialetto. Cerca il prezzo più basso per andare a Miami. Ha due passaporti: uno italiano perché è un emigrato di ritorno, e uno brasiliano perché è nato là. Ma due passaporti non gli bastano per entrare negli Stati Uniti, dove un cugino forse aveva un lavoro da offrirgli. Dovrebbe fare il visto perché ha il passaporto nuovo nuovo, appena ritirato dalla Questura, ma non c’è sopra la fotografia digitale. In Questura non c’è ancora la macchina per fare i nuovi passaporti . Cerco di spiegargli che da un mese, senza foto digitale anche i turisti italiani non possono entrare negli Stati Uniti senza visto, e che per averlo deve andare a fare un colloquio all’Ambasciata a Firenze. A Firenze? Sì, Firenze, vicino a Roma. Mi guarda. Che non abbia mai sentito parlare di Firenze? Che gli dico? Mi viene in mente la cupola del Brunelleschi. Giotto. L’Arno. No, non è il caso. E poi che garanzie bancarie potrebbe presentare Evandro? E le tre ultime buste paga? E la foto 50 x 50 fondo bianco con le orecchie in vista? E il certificato di residenza?
Evandro rinuncia a Miami. Invece compra un biglietto per Lisbona. Parte domani.
Non gli aggiungo le spese di prenotazione.

VALENTINA E CARLOTTA

Valentina e Carlotta hanno gli occhi di chi ha venti anni e deve ancora cominciare. Occhi brillanti, fiduciosi, attenti. Poi, più cose vedono, più di solito gli occhi si ritraggono, rimangono un po’ in disparte.
Valentina e Carlotta prenotano un volo per Pechino. Vanno in Cina per tre mesi con l’università. Non ne vedono l’ora. Entusiaste, serie, un po’ impaurite.
Sono belle, allegre, vivaci, un turbine di sciarpe colorate, cellulari trillanti, fili di auricolari, cartelline piene di fogli, zainetti pieni di libri, ipod, palmari, agende.
Teste piene di parole, suoni, colori, fiducia, futuro.

IL SIGNORE COL CAPPELLO

Il signore col cappello mi dice che dovremmo vergognarci a vendere un viaggio in pullman che parte dal casello di Mestre. E lui come ci arriva al casello di Mestre? E dove lascia la macchina? Gli spiego per la terza volta che si tratta di un pullman che parte da Bologna e si ferma lungo la strada a raccogliere i partecipanti.
E vorrei aggiungere: brutto cazzone, per 270 euro ti fai tre notti a Budapest, con viaggio, mezza pensione e albergo 4 stelle, e vuoi pure che ti accompagni al casello col Porsche? Esce dicendo che dovremmo vergognarci e che così non faremo tanta strada.
E se non ci fosse la porta che si chiude da sé, la sbatterebbe pure.

HAMA

Hama Seck è senegalese. Si è fatto un’ora di corriera da Jesolo perché un parente gli ha detto che qui si trovano prezzi buoni per Dakar. E’ da un’ora fuori che aspetta l’apertura al freddo.
Un senegalese lasciato per un’ora a 2 gradi è un delitto contro l’umanità. Già così mi sento in dovere di trovargli il prezzo migliore. Il marketing mi è contrario e le leggi del business non mi sorridono.
Hama è marrone scuro, allegro come un senegalese e urla come se mi parlasse dall’altra parte della strada. Gli trovo un volo per il due gennaio. È tutto contento perché riesce ad arrivare in tempo per non so quale festa senegalese.
Come Natale vostro, dice.

Pausa pranzo.


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