Archive for agosto 2008

CHICAGO: TROOPS HOME NOW! UNA MANIFESTAZIONE AMERICANA

27 agosto 2008
Quando ieri sera, girando per la tivu, su La 7, sono incappata per caso in qualche scena del film “Morte di un Presidente”, sono rimasta senza parole.
Stavo rivedendo esattamente la manifestazione contro Bush e la guerra in Iraq, in cui ero capitata l’anno scorso, in marzo, a Chicago.
Mi sono anche chiesta se la mia manifestazione, quella a cui avevo più o meno partecipato, fosse vera o finta, o se magari ero capitata proprio sul set del film. Le persone sembravano le stesse, i cartelli gli stessi, gli striscioni uguali, le strade erano esattamente quelle di Chicago, quello che cambiava era il numero dei partecipanti: più di diecimila persone era quello che si diceva nel film, circa cinquecento quelle che avevo visto io dal vero. E poi, le date erano diverse: il film era stato girato esattamente un anno prima, nel 2006, io invece a Chicago c’ero stata l’anno dopo, nel 2007.
E poi ero sicura di non avere visto telecamere.
Per la scheda del film vi rimando qui: www.movieplayer.it/film/11319/death-of-a-president-mortediunpresidente
 
Per la mia manifestazione invece leggete qui sotto:
 
DSC02626Lunedì camminavo per la Michigan Avenue, The Magnificent Mile come la chiamano qui, una sorta di Quinta Strada newyorkese o di Champs-Elysées francesi, quando ho incrociato due tipetti che avanzavano reggendo un sacchetto che, da come si comportavano, sembrava contenesse patate bollenti o nitroglicerina.
Uno di loro, un piccoletto scuro con i baffi, mi si è avvicinato velocissimo, ha estratto qualcosa dal sacchetto e me l’ha schiaffato in mano mormorando qualche parola. Era un volantino arancione delle dimensioni di una cartolina. Ma non il solito volantino di pubblicità di quel negozio o del tal locale. Era un volantino che informava che in occasione del quarto anniversario dall’inizio della guerra in Iraq, all’incrocio tra la State Street e la Walton Street di lì a poco si sarebbe tenuta una manifestazione di protesta :
 
TROOPS HOME
NOW!
PROTEST @ 6 PM
TODAY !
RALLY – 24 W.Walton Street (&State Street)
Followed by a BIG anti – war
March down Michigan Ave!
Stop Funding War
and Occupation!
 
DSC02610Subito mi sono diretta verso il posto, percorrendo tutta la Michigan Avenue da sud a nord. Ad ogni incrocio di strada sostavano una quindicina di agenti di polizia per lato. In cielo, poco più avanti, volteggiava un elicottero. Non sapendo bene dove fosse il luogo della manifestazione, ho iniziato a seguire quello che sembrava un giornalista televisivo in giacca e cravatta con tanto di microfono con la sigla della tivu in mano, e il suo operatore con la cinepresa in spalla.
Ho cominciato a pensare che si trattasse davvero di una cosa grossa, ma la gente per la strada continuava ad entrare ed uscire tranquillamente dai negozi come tutti gli altri pomeriggi.
Finalmente, voci ad un microfono, urla e applausi di quello che sembra un comizio mi fanno prendere la direzione giusta. Altra polizia, questa volta i reparti in bicicletta, con i giubbotti gialli rifrangenti con la scritta Chicago Police, gente a piedi che con cartelli in mano si affretta verso il comizio, fotografi un po’ DSC02611dappertutto, non so se per turismo o per professione, traffico un po’ rallentato intorno ad un incrocio.
E finalmente capisco cosa accomuna T., la misera cittadina in cui abito, a Chicago: la partecipazione numerica di persone ad una manifestazione politica.
Devo dire che a Chicago le cose vanno decisamente peggio perché da una popolazione di quasi tre milioni di abitanti mi sarei aspettata qualcosa di più di un quattrocento, cinquecento persone, ma vanno sicuramente meglio quanto a numero di poliziotti: pochi, senza scudi, caschi e manganelli e notevolmente più rilassati.
I partecipanti sono all’interno del cortile di una scuola recintato sui quattro lati, anche se tutto intorno al recinto fervono le solite attività collaterali: manifestanti che vendono giornali di partito o che distribuiscono volantini di eventi più o meno legati allo scopo della manifestazione. Come abbiamo visto mille volte nei film o nei telegiornali, in America tutto è un po’ déjà vu, quasi tutti i manifestanti hanno un loro cartello quadrato, retto da un bastone, e girano in cerchio all’esterno del recinto ripetendo slogan. All’entrata del cortile, una poliziotta cicciona con enormi occhiali da sole, mi consegna un volantino firmato Chicago Police Department, con le regole da seguire durante la manifestazione e il corteo che ne seguirà. Tutti i partecipanti lo prendono in buon ordine. Traduco dal volantino:
 
 
ALL’ATTENZIONE DEI PARTECIPANTI ALLA MANIFESTAZIONE:
 
La città di Chicago e il Dipartimento di Polizia di Chicago rispettano i vostri diritti garantiti dal
Primo Emendamento. E’ nostro onore e nostra responsabilità proteggere oggi il vostro diritto a manifestare e
a parlare liberamente in un tempo, luogo e modo ragionevoli, che assicurino la sicurezza pubblica vostra e delle
altre persone. La sicurezza pubblica è il nostro primario interesse.
 
Seguono gli orari della manifestazione e il percorso che dovrà seguire il corteo lungo le strade precisando che si dovrà camminare, non si potrà né sostare né fermarsi lungo il percorso e che i partecipanti dovranno disperdersi entro le 21 e 30. Il volantino si conclude con un garbatissimo “Please have a safe march”, concentrato di cortesia angloamericana.DSC02644
Quando lo leggo, da italiana, non so se ridere pensando alle nostre manifestazioni, rimanerne ammirata come testimonianza di società e di democrazia avanzata dove vengono rispettati i diritti di tutti i cittadini o incazzarmi per quella che sembra l’enorme ipocrisia di una società in cui quello che dovrebbe essere un atto di protesta, viene comunque inscritto, come un accordo tra le parti, all’interno di un codice di comportamento dato per scontato e accettato da tutti. DSC02630
Colta da un cortocircuito emotivo/internazionale non so bene che reazione avere, anche perché ai partecipanti sembra tutto assolutamente normale, e così mi limito ad osservare.
Chissà come, le persone che prendono parte alle manifestazioni hanno qualcosa di simile in tutto il mondo. C’è una globalizzazione anche degli atteggiamenti, dei modi di vestire o forse degli sguardi che accomuna chi si prende la briga di scendere in strada, mettersi in spalla un cartello o prendere in mano uno striscione e sfilare in mezzo a reparti di polizia ed elicotteri volteggianti sopra la testa, per far valere le proprie idee o protestare contro qualcosa.
DSC02632Ci sono dei precisi codici di comportamento non detti e non scritti, anche in circostanze che vorrebbero essere di rottura, di ribellione e di non conformismo, perché nessuno andrebbe mai ad una manifestazione in giacca e cravatta anche se magari guadagnasse mille euro (o dollari) al mese come cameriere al Holiday Inn, avesse appena finito il proprio turno di lavoro, il che giustificherebbe l’abbigliamento, si trovasse a passare di lì per caso e fosse d’accordo con lo scopo della protesta. Sono benvenute invece le tenute stile povero diavolo morto di freddo ma incazzato, appena uscito da turno di lavoro massacrante, o giovane arrabbiato con cappuccio della felpa in testa e giaccone dimesso. In Italia poi vanno ancora molto le varianti colorite tipo capelli rasta, cappelli peruviani, fasce di lana per le orecchie e ancora le kefiah palestinesi, e in estate magliette con il solito Che Guevara o altri slogan rivoluzionari più o meno attinenti.
Qui a Chicago la variante insolita è invece la bandiera americana. Qui (come in Italia), chi protesta contro la guerra in Iraq è tacciato di antiamericanismo che come offesa in questo paese mi da’ l’idea che sia l’equivalente italiano dell’accusare la madre di qualcuno di meretricio, pertanto per scacciare ogni dubbio, i partecipanti sono pieni di bandiere americane, magari con cucito sopra il simbolo della pace. DSC02634
Sono poi tantissimi i cartelli che chiedono l’incriminazione di Bush per crimini di guerra, o perchè bugiardo, o, accusa gravissima non patriottico : “Impeach Bush for war crimes” o “Impeach Bush, liar, unpatriotic”
C’è perfino una piccola banda, vestita alla buona, con quello che hanno trovato in casa, come i tamburini delle guerre di secessione, in rosso, bianco e blu, i colori della bandiera, cappelli e sciarpe in tono, che con saxofoni, tamburelli, trombe e tromboni cerca di suonare una versione un po’ moscia di “El pueblo unido jamas serà vencido”. A parte un messicano, sono l’unica che sa le parole e faccio un figurone.
 
L’altra variante statunitense è l’andamento del comizio che , un po’ sullo stile dei sermoni dei predicatori americani, è interattivo e prevede la partecipazione attiva del pubblico: “La volete voi la pace?!?!” “SIIII !!!”, “Non volete la guerra?!?!?!” “NOOOO!!!!” “E quando la volete la pace?!?!” “ORA!!!!” “Quando??” “ORAAA!!” “Quando???” “ORAAAAA!!!” . E poi sullo stile di “We are The World” incitati dal Quincy Jones di turno : “avanti , fatemi sentire!! Quando?!?” “ORA!! ORA!! ORA!!”.
L’unica nota un po’ sovversiva è un gruppetto di ragazzi vestiti di nero con fazzoletti sul viso, passamontagna e bandiera nera anarchica con il simbolo della pace. Sono gli unici fuori dal coro. Gli anarchici devono avere vita dura in un paese così fondamentalmente nazionalista e legato alle proprie regole.
Prima di andarmene a prendere il treno vedo lo striscione più convincente: è uno striscione rosso, sostenuto da quattro ragazzi dallo sguardo determinato: “ONLY THE PEOPLE CAN STOP THE WAR” firmato dal Workers Party U.S.A.
Speriamo bene. In fondo la guerra in Vietnam l’ha davvero fermata la gente.
 
 

TERRAZZA

25 agosto 2008
Questa sera al tramonto, sono salita in terrazza, di sopra. E’ una terrazza comune, di quelle dove si stende la biancheria, coperta a metà da una tettoia, il pavimento di cemento, i fili per il bucato tirati da un lato all’altro, un lenzuolo blu dimenticato lì.
La mia anziana vicina si ostina a piantare gerani gerani e gerani, e poi, in grandi vasi: basilico, zucchine e piccoli pomodori che poi faticano a crescere per il caldo. A casa sua, in montagna, mi racconta qualche volta, le piante crescono da sole, non occorre neanche bagnarle.
E i gerani, vedesse i gerani, mi dice. Come vengono su col fresco. A me piacciono solo rossi. Voglio vedere rosso, dappertutto, e sorride. Poi scuote la testa guardando intorno le piantine stentate che spesso, ormai, si dimentica di annaffiare.
Qualche volta, il suo gatto dalla tettoia sul giardinetto di sotto, con un salto sale sul davanzale della mia finestra. Oggi è entrato in camera, senza farsi sentire, mentre stavo stesa, a letto, appena sveglia. Ho sentito un lieve scricchiolio del parquet, lo stesso dove si fermava, una volta, il mio gatto a contemplare, lento e imperturbabile, la stanza con i suoi occhi arancioni.
Ho girato lo sguardo pensando in un lampo: il parquet, c’è qualcuno, sarà il micio, il micio ha fame, no il micio non c’è più, lo sai, non c’è più, e con il cuore in gola ho visto, invece, il gatto. Proprio lì.
Delle volte ho bisogno di vedere il cielo e sono stanca di guardarne metà dalla finestra della cucina.
Sopra la mia casa c’è un’autostrada silenziosa, di aerei che lasciano brevi, lente scie bianche, come di fiacche stelle comete. Sulle sette, otto di sera c’è gran traffico in cielo, da est a ovest e viceversa.

ODE COMPOSTA SULLA PANCHINA DEL PARCO PUBBLICO

23 agosto 2008
(sono un’ottimista)

E il ventiquattro agosto ci troverete qui, noi.
Noi che non partimmo.
Noi, pallidi e smunti, che restammo qui.
Ad annaffiare le vostre piante.
A nutrire i vostri pesci rossi.
Abbandonati.
Saremo qui, tra le badanti che portano in giro i vecchi in carrozzina parlando al cellulare lingue sconosciute, tra i muri roventi, i giardinetti polverosi, la gente seduta in canottiera sui terrazzini ai primi piani delle case, le televisioni che tremolano azzurre la sera dalle finestre aperte, le famiglie in giro in bicicletta, i bambini con il caschetto in testa, tutti a prendere il fresco nel parco, gli anziani con la camicia azzurrina un poco aperta a sventolarsi seduti sulla panchina, i negozi con gli ultimi saldi o con i vestiti d’autunno già in mostra,  i distributori di sigarette chiusi per guasto e i parcheggi semivuoti, le coppiette indolenti in giro la sera con il gelato in mano a guardare seri le vetrine illuminate a metà, i neri con la fabbrica in ferie che si ritrovano seduti sul muretto vicino al fiume, gli stranieri che dormono qui perché a Venezia è più caro, e vagano smarriti mezzo pomeriggio per la città.
E voi arriverete.
Abbronzati e nervosi,
dall’esodo di fine agosto
Con i bambini piagnucolosi,
i bagagli da disfare, la biancheria da lavare, la spesa da fare.
E dovrete telefonare alla vicina che vi riporti le chiavi, telefonare alla mamma che siete tornati, scoprire che le piante sono mezze morte e la tapparella si è incastrata nel cassettone.
Troverete gli occhiali da sole dimenticati alla partenza, la patata marcia lasciata nello sgabuzzino, le formiche nella pattumiera. Guarderete le foto nel computer, cercherete una maglietta pulita per domani mattina, andrete a prendere le pizze che chi ha voglia di far da mangiare stasera, aprirete la posta e riprenderete in mano il telecomando.
E tutti ci troveremo il venticinque agosto, a riprendere la stessa vita di prima di ferragosto.

I BELIEVED IT, I DID IT

21 agosto 2008
Sembrano stupidaggini, e uno magari neanche le ascolta, tanto sembrano banali, prevedibili e ripetute, ma facendo invece un po’ di attenzione, le interviste raccolte a bordo pista, a bordo piscina, a bordo campo, a bordo materassino, a bordo trampolino, a bordo mare, ai campioni olimpici, a quelli che hanno appena vinto una medaglia, giocandosi quattro anni di vita, di sacrifici, di ore, giorni, settimane, mesi di allenamento, in venti secondi di corsa, in quattro giravolte di lancio del martello, in un minuto di nuotata, in un tuffo in acqua, in un salto su una pedana, ripetono tutte la stessa cosa.
La cosa che ripetono è molto semplice, e viene detta in infinite varianti: sono venuto qui per vincere e ho vinto, mi sono allenato e ho vinto, lo volevo da quando ero bambino e l’ho fatto.
Certo, magari l’hanno pensato per una vita o anche solo per quattro anni anche quelli che alla fine non hanno vinto, ma anche se non hanno vinto, cosa che alla fine, per me, non ha tutta questa importanza, hanno comunque ottenuto di fare la cosa che a loro pareva più importante: partecipare alle olimpiadi.
Anche il povero Churandy Martina, atleta delle Antille Olandesi che oggi pareva aver ottenuto la medaglia d’argento dietro quell’extraterrestre di Usain Bolt e che invece poi l’ha persa nel giro di qualche ora per squalifica per aver messo un alluce nella corsia del vicino, quando ancora pensava di essere arrivato secondo, intervistato a bordo pista in un bel cantilenante inglese caraibico, ha detto: I believed it, I did it. Ci ho creduto, l’ho fatto.
 
Non è poi così difficile. Anche noi poveri terrestri, in fondo, se nei momenti di sconforto ripensassimo alle tre, quattro cose che abbiamo ottenuto nella nostra vita, ci accorgeremmo che quella volta, quelle tre, quattro volte, è andata così anche per noi: non sapevamo come ci saremmo riusciti, sapevamo solo che l’avremmo fatto.
E basta.
 

DAL CORRIERE DEI PICCOLI AL NULLA

18 agosto 2008
Da un po’ di giorni ogni tanto passo per questo bel blog: http://abbracciepopcorn.blogspot.com/ .
Ieri scrivo un commento al post del 17 agosto in cui si parla di fumetti, di Hugo Pratt e del “Corriere dei Piccoli”, ricordando che anch’io da bambina ero una lettrice del Corrierino, ancora prima che con un referendum tra i bambini lettori si decidesse di cambiare il nome da “Corriere dei Piccoli” a “Corriere dei Ragazzi”. Molti bambini si lamentavano di venire presi in giro dai compagni per leggere un giornale da piccoli e votarono per il “Corriere dei Ragazzi”.
Comunque, al di là del nome, non cambiò nulla, le firme erano le stesse, quelle dei più grandi disegnatori di quel periodo: Hugo Pratt, Sergio Toppi, Jacovitti, Mario Uggeri, Dino Battaglia, Aldo Di Gennaro. Pratt pubblicò a puntate proprio sul Corriere dei Piccoli la sua “Una ballata del mare salato” e forse fu proprio a partire dal Corrierino che si fece conoscere al grande pubblico.
Alla fine degli anni 70 però, l’Editore o chi per lui, (Wikipedia attribuisce la scelta nefasta al marketing del Corriere della Sera), decide di cambiare un’altra volta nome, che diventa l’orrido “Corrierboy”. Da lì in poi la decadenza.
“Corrierboy” voleva essere un “Corriere dei Ragazzi” con un occhio al pubblico ggiovane. Nasceva in quel periodo la classe sociale dei ggiovani e l’editore evidentemente non voleva essere da meno. Nel “Corrierboy” cambiò tutto: fumetti, contenuti, grafica e testata. I lettori non gradirono, per fortuna, e a poco a poco il giornalino sparì.
Secondo Giuliano, l’autore del post di cui sopra, la trasformazione del “Corriere dei Ragazzi” in “Corrierboy” fu un segno dei tempi: “…correvano ormai gli anni 80, uno spartiacque importante perché cominciava la tv commerciale in Italia. Qui si fa tanto parlare di ’68, e il ’68 è ormai roba di quarant’anni fa.
Chi si ricorda più di cosa diceva Fellini guardando i suoi film fatti a pezzi su Canale 5?
Quest’Italia qui non è figlia del ’68, quelli che hanno fatto il ’68 sono tutti pensionati da un pezzo. Quest’Italia è figlia di Canale 5 e di Wanna Marchi, ormai da un quarto di secolo.”
Sono d’accordo con Giuliano, e aggiungo che per noi che siamo figli del secolo scorso, e che soffriamo, (e chi soffre come me sono sicura che mi capisce), ora che le idee e i modi nati negli anni 80 sono merce e pratica comune, la grande sfida sarà conviverci.
Quello che mi chiedo però è questo:  avrà detto così anche mio nonno, classe 1880, per le idee nate negli anni 20? Insomma, la mia domanda è: ogni generazione pensa, avrà pensato, penserà la stessa cosa o per la nostra è Peggio?
 

OLIMPIADI

14 agosto 2008
Posso dire che ‘sti campioni olimpici non mi piacciono proprio per niente?
Uno vince la medaglia di bronzo e ha la faccia di uno che ha appena perso un familiare in un incidente, il francese vince la medaglia d’argento, trattiene a stento le lacrime, e ha la faccia di uno che invece nell’incidente ci ha perso tutta la  famiglia, quell’altra perde una gara e poi vince la finale, fa pure il record mondiale per carità, e già parla di sé in terza persona e/o usando il plurale majestatis come in Vaticano.
E poi corse ad abbracciare questo e quello, urla abominevoli, sceneggiate incontenibili, gesti di dolore, di stizza, di rabbia, di sfida agli avversari e al mondo.
Ragazzi, forse state troppo a mollo in piscina, o chiusi in palestra, o in prima pagina, ma queste sono solo Olimpiadi.

CORRENTI

13 agosto 2008

Tempo fa, leggendo questa notizia :

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/06_Giugno/28/paparelle_oceano_correnti.shtml

e soprattutto guardando la foto dell’oceanografo Curtis che nuota nella piscina del giardino di casa sua circondato dalle papere di gomma colorata, mi venne in mente la storia che scrivo qui sotto.
La trovo molto adatta al ferragosto. E poi questa volta c’è il lieto fine, via.

Non ci fosse stata mamma quella volta, che guardando la tivu mi disse: “Ehi Curt! Hai visto ‘sta cosa delle scarpe che sono cadute in acqua? Ma non è la stessa roba che fai tu? Seguire le correnti e cose così?”
Lei era in cucina, mi ricordo benissimo, stava preparando uno di quei sandwich che mi piacciono tanto, quelli con il wurster e tanta senape, il formaggio e le cipolline, gli stessi che faceva a papà tanti anni fa. Io ero davanti alla finestra e guardavo la signora Jones che, dall’altra parte del vialetto, in canottiera e calzoncini rossi, stendeva la biancheria in giardino.
Non ero proprio senza lavoro, ma in facoltà, qualche mese prima, mi avevano detto che sarebbe stato meglio se mi prendevo una pausa. A mamma non avevo detto nulla. Già era preoccupata per me da quando quella sera mi aveva visto arrivare con la valigia in mano. Non le avevo detto di Joanna, e lei non mi aveva chiesto nulla. Mi ero ripreso la mia stanza in cima alle scale, col tempo avevo poi sistemato le mie cose nella rimessa e tutto era continuato. Come una volta.
Io la sera mi mettevo lì con i miei libri, le cartine e le mie penne, e lei guardava la tivu, fino a che mi diceva sorridendo: “Ok Curt, io vado a dormire. Non fare tardi con i tuoi pesci”.

Il difficile era far passare le giornate. Certe mattine avrei voluto starmene a letto, sprofondare per sempre nel mare.
Lo sognavo spesso il mare. Mi chiamava. Acqua torbida, verde, trasparenze cupe. E quelle figure ondeggianti, sopra di me. Chi, o cosa, diavolo fossero non l’ho mai capito. Invece dovevo alzarmi, fingere di dover correre a prendere il treno per le lezioni in facoltà e invece scendere alla stazione prima dell’Università. Da lì, se era bello, camminavo fino alle banchine del porto, e per tutto il giorno guardavo le navi, i rimorchiatori, le gru, i container.
Quella volta delle scarpe era caduto un container in acqua durante una tempesta, e le scarpe avevano cominciato il loro viaggio per gli oceani seguendo le correnti. In fondo quello era sempre stato proprio il mio lavoro: seguire le correnti. Nel lavoro e nella vita, non avevo fatto altro. Fino a che Joanna non se n’era andata, e fino a quel maledetto giorno in cui mi avevano trovato nudo nella piscina. Il Preside, poi, mi aveva chiesto perché diavolo avessi rovesciato venti chili di pesci rossi nella piscina olimpionica vanto dell’Università. “Volevo nuotare tra i pesci”, avevo risposto.
Ma il naufragio delle scarpe era stato la mia salvezza. Mamma mi aveva dato l’idea, proprio quel giorno. Fino ad allora nessuno aveva pensato di studiare le correnti seguendo i relitti, e quando tornai dal Preside e gli spiegai che cosa avevo in testa, lui mi guardò come mi guardava prima di quella faccenda dei pesci rossi. Insomma, non come si guarda un idiota.
Poi, sono arrivate le papere. Trentamila papere, tartarughe, castori e rane.
Tutte disperse in pieno Oceano Pacifico, cadute da un container. Quella sera andai giù da Fred, ordinai due birre e festeggiai. Fred mi guardò un po’ strano, anche lui sapeva dei pesci rossi, ma ormai era acqua passata. Ormai, dopo le scarpe, ero una celebrità. Mi chiamavano in giro per tutto il paese a fare conferenze e parlare di relitti, naufragi e di correnti marine.
Ho conosciuto anche una donna: Perla. È stato via mail, lei aveva letto di questa cosa della ricompensa per chi trovava una paperetta. Ne aveva trovata una in spiaggia mentre era in vacanza nei dintorni di Esperance, in Australia.
Di notte continuo a sognare il mare. Ora però lo sogno azzurro, trasparente, luccicante. Io nuoto leggero, in profondità, alzo gli occhi e sopra, in superficie, vedo quelle piccole figure lievi, ondeggianti, gialle, nella luce del sole.

 

CHINESE GRANDEUR

8 agosto 2008
Putin in maniche di camicia con alone di sudore sotto le ascelle, seduto tra un nero enorme e un altro tipo in camicia, serio, sudato e con la solita faccia da impassibile torturatore del kgb, alza un braccio al passaggio della sua squadra.
Sarkozy in giacca blu e cravatta, con accanto figlio adolescente in giacchettina e cravattina che suda e sbuffa e non ne può più, si piega in un sorriso mille rughe, mon Dieu quanto mi sento fascinoso, al passaggio della squadra francese. Bush e moglie, in doppiopetto blu con moglie a fianco e bandierina americana in mano, sembrano finti. Due figurine in cartonato semovente. E fra qualche mese, Deo gratias, lo saranno.
Sugli spalti, in alto, la regia inquadra per un attimo Henry Kissinger. Il terribile Segretario di stato americano della fine degli anni 60 e degli anni 70 sotto la presidenza di Ford e Nixon, coinvolto nelle peggiori nefandezze perpetrate dagli Stati Uniti in giro per il mondo in quegli anni, nonché premio Nobel per la pace, è ora un panzone sudato, in bretelle e camicia bianca, come un qualunque pensionato alla fine della partita di bocce, confinato in una posizione defilata in alto sugli spalti.
E poi Karzai, il presidente afgano, impassibile e preoccupato, seduto a fianco di una spalletta di cemento, tanto per quello che conta.
E poi autorità o capi di stato sconosciuti: delle isole Fiji, della Svizzera, soddisfatti, con il vestito buono e un po’ impacciati, della Mongolia, con omino in giacchetta beige con accanto una grossa, entusiasta, sudatissima signora mongola.
La sfilata della squadra italiana passa sotto la regia della Rai e non viene inquadrata come le altre. C’è solo un inizio, affidato alla regia internazionale, in cui si vede l’accorrere e il gran agitarsi del servizio d’ordine cinese ad arginare lo strabordare della squadra ai bordi della pista, un assembramento di italiani che si blocca e si accalca in un unico punto. Che fanno? Non si sa, perché subito la regia passa alla Rai che inquadra per almeno trenta secondi Antonio Rossi che fa il portabandiera, ma sono sicura che gli italiani si erano fermati a fare la fotografia di gruppo. Le riprese Rai non indugiano, anzi restringono il campo sulle facce, inquadrano la bandiera e il sorriso hollywodiano di Rossi, ma io ci scommetto il blog. Infatti quando le riprese ripartono inquadrando la squadra, sono decine gli atleti con in mano cellulare, cinepresa e macchina fotografica. Qualcuno si riprende con la videocamera. Qualcuno parla pure al cellulare. Ma che cazzo avrai da dire al cellulare mentre per l’unica volta della tua vita sfili durante la cerimonia di apertura delle olimpiadi. Per me potresti già tornare a casa subito. E, se potessi, darei dei punti in più durante le gare agli atleti di tutti i paesi che hanno sfilato senza la paranoia di voler documentare: io c’ero, mi vedete? Primi fra tutti in questo accanimento tecnologico gli italiani, poi gli argentini, gli spagnoli e sorprendentemente i tedeschi. Pochissime telecamere e cellulari invece per gli Stati Uniti dove contrariamente a quanto pensiamo, la cosa ha poca o nessuna diffusione. Poco o nulla tra gli atleti degli altri paesi. Meno che niente tra gli atleti dei paesi africani, commossi o compunti o allegri e danzanti in passi di danza sapientemente africana, in camicioni colorati
Le ragazzine cinesi in fila lungo il percorso degli atleti, saltellano, battono le mani, agitano le braccia e si muovono secondo precise coreografie alternate. Stivaletti bianchi, auricolare all’orecchio, sorrisi tirati e sudate fino allo svenimento, si sbracciano per almeno due ore, per tutta la sfilata.
La grandeur cinese esplode all’arrivo della squadra giallo rossa della Repubblica Popolare Cinese. Ci converrà abituarci, perché esiste una grandeur cinese, un Chinese pride tutto nuovo, e questa cerimonia per l’apertura della ventinovesima olimpiade dell’era moderna, lo conferma in modo tangibile.
Il Presidente Hu Jintao si alza, abbottonandosi la giacca, e sorride mentre gli occhi diventano fessure.
La sua Cina, inimmaginabile fino a dieci anni fa, si prepara a farci un mazzo così. A tutti.
 

HAIKU ESTIVO

8 agosto 2008

stasera ho comprato
una anguria nana,
da single.
l’ho mangiata,
e ora mi sento
geneticamente modificata

 

PICCOLO ANGOLO DI SERENITA’ E SOGNO

6 agosto 2008
I gerani sul terrazzino non ne possono più. Fanno foglie piccole, scolorite. Ma dove vi metto? Eh? Dove vi metto? Ho la testa vuota, il cuore piatto. Fuori fa solo caldo.
Vorrei, delle volte, scrivere cose come:
questa notte, … seduta sotto la luce argentata della luna, ho volato in quello spazio magico che ognuno ha dentro di sé, e, con occhi di bambina, ho seguito la dolcezza delle stelle, la dolce melodia dello scorrere di un fiume, il lieve volo di una farfalla, il soave fuggevole profumo di un ricordo, in cerca di quella isola… quell’isola che non c’è.
Potrei perfino intitolarlo: Pensieri di una notte di mezza estate, e mettere tutto in corsivo giallo su un fondo blu. Potrei riempire il blog di stelline che si accendono, cuoricini che si rincorrono, foto di gattini, immagini di gocce d’acqua o di donne di schiena dai lunghi capelli. Potrei chiamarmi Corallina o Vitachescorre o Evaluna.
E invece no. Sempre con in mano l’accetta.

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