Archive for settembre 2009

ELEGANTONI

28 settembre 2009

Effettivamente in Italia siamo più attenti al vestire, anche per andare a fare la spesa.
Ma nel resto del mondo un po’ meno.
In questa sequenza io trovo bellissimi il distratto della foto 4, l’elegantona della foto 5 e il batman della foto 11.

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EMICRANIA 2

27 settembre 2009
C’è questo omaccione a torso nudo, nerboruto e peloso, in braghette di cuoio scuro e calzari in pelle, che da ieri pomeriggio se ne sta seduto sul nervo ottico del mio occhio sinistro.
Con un piede preme sul condotto lacrimale, in modo che io abbia l’occhio sempre rosso e lucido, e a volte con una leggera ulteriore pressione del calcagno, provoca la fuoriuscita di una lacrima veloce e impaurita. Con la mano sinistra fa dei cenni allegri a una masnada di suoi accoliti che si sta divertendo a fare le capriole nel mio stomaco, arrampicandosi su per l’esofago e premendo sulla gola fino a causare una continua sensazione di nausea. 
Ma la sua più importante occupazione è di mantenere infuocato e dardeggiante lo spadone che tiene stretto nella mano destra. A questo scopo, lo passa di continuo tra le fiamme del braciere che mi infiamma tutto il lato sinistro della testa, dalla tempia alla mandibola, per poi ficcarlo, quando è rosso incandescente, tra i tessuti molli e indifesi dietro l’occhio, e rigirarlo sogghignando tra sé e sé.
L’omone, nonostante le apparenze, è abile e agilissimo, nello schivare le particelle di paracetamolo, di nomaridopirina, di naproxene, di ibuprofene, con cui nel tempo ho cercato di infastidirlo e convincerlo ad andarsene. Non ci sente, non gli importa nulla.
L’unica soluzione è aspettare pazientemente che si stanchi e decida di sparire.
A poco a poco, si dimenticherà di alimentare il fuoco sotto il braciere, si alzerà stiracchiandosi dal nervo ottico e sbadigliando toglierà il piede dal sacco lacrimale. Lo spadone verrà appoggiato momentaneamente al bulbo ottico, e mentre lui confabula stancamente con la sua ciurma, il calore si disperderà. Infine deciderà di andarsene. Lentamente, trascinando lo spadone, percorrerà i tessuti ancora accesi e congestionati che al suo passaggio si ritrarranno dapprima inorriditi, poi spaventati, poi intimiditi, curiosi, e infine, quando non sarà che un’ombra leggera, indifferenti come se niente fosse successo.

I RICORDI E IL PERIODO PERMANENTE IN “LO STATO DELLE COSE” DI RICHARD FORD

20 settembre 2009
Non so per quale motivo profondo l’argomento “ricordo” mi tocchi così tanto.
Forse perché fa parte della mia procedura per vivere le cose: tutto deve avere una cronologia.
Le cose si iniziano, si fanno, e si finiscono, e nonostante io sia stata rimandata in storia in quinta ginnasio, (la odiavo), (e la odio), la mia procedura per affrontare qualunque cosa, situazione, persona o fatto, parte da dove questa cosa, situazione, persona o fatto, nasce, si trasforma, diventa e finisce.
Non mi piace arrivare nel bel mezzo, mi piace partire dall’inizio. Se imparo una lingua devo partire dall’alfabeto. Se comincio a leggere uno scrittore devo sapere dove è nato, dove ha vissuto, e che ha fatto. Se vado in una città nuova voglio sapere com’è nata e chi l’ha abitata. Se conosco una persona voglio sapere cosa ha fatto, dove e come ha vissuto fino a quel momento.
Se comincio dal mezzo mi sembra di non aver fatto le cose per bene.
Richard Ford non è evidentemente d’accordo con me, e quando ho letto questi brani nel suo ultimo libro “Lo stato delle cose”, ci sono quasi rimasta male a pensare a tutte le persone a cui mi sono ostinata a chiedere e a raccontare fatti, impressioni e situazioni della loro e della mia vita precedente, pensando che fossero punti imprescindibili sulla strada della conoscenza reciproca.
Mi sono poi un po’rassicurata pensando che c’è modo e modo di raccontare e di raccontarsi, ma può essere che qualcuno, pensandola come Richard Ford, mi abbia comunque trovato insopportabile. Amen.
Mi piace comunque molto l’idea del Periodo Permanente: la fine dell’eterno trasformarsi, dello sperare chissà che per la nostra vita, e l’inizio di una chiusura con il passato e dell’abbandonarsi ad un presente tranquillo ma vivace.
Il libro è un bel paccone di oltre cinquecento pagine, la traduzione mi sembra pessima e in certi punti rende il libro davvero faticoso e poco comprensibile, (quel “finché la terra non ci trema sotto i piedi” per esempio, che vorrebbe dire?), ma il libro va guardato da lontano, come si guarda un paesaggio dall’alto, senza soffermarsi troppo sui particolari, perché Ford è comunque un grande e ci sa raccontare la vita dei tre giorni che precedono una Festa del Ringraziamento del suo personaggio Frank Bascombe, già protagonista di “Sportswriter” e di “Il giorno dell’indipendenza”, con la scioltezza, la maestria e la profondità del grande scrittore, capace di reggere il ritmo di una lunghissima narrazione che alterna piccoli avvenimenti, situazioni, ricordi e riflessioni con un finale acceleratissimo e sorprendente.
E dire che Richard Ford non è solo uno scrittore da romanzone. Provate a leggere le raccolte di racconti “Infiniti peccati” e “Rock Springs”. Insomma è un po’come se Usain Bolt oltre che vincere i cento metri vincesse anche la maratona, accidenti a lui. A Richard intendo.
 
 
"Quello che presagiva – ed è questa la più autentica cifra del Periodo Permanente, che, a proposito, arriva quando arriva e non a qualche specifica età significativa, come un climaterio, o quando te lo aspetti, o quando hai tutto bene in ordine (…) era la fine dell’eterno trasformarsi, del pensare che la vita avesse in serbo per me chissà quali meravigliosi cambiamenti, quando non era così. Presagiva un taglio netto col passato e mi autorizzava a pensarci solo indistintamente (chi non sborserebbe un capitale per farlo?). (…)
 
(…) Però so quant’è difficile farsi nuovi amici. Il che non significa che il mondo non sia pieno di nuove persone interessanti e disponibili. Il fatto è che il passato è talmente congestionato di vita vissuta che chiunque sia nel suo terzo quartile – anch’io, quindi – ha già fatto tanta strada che, per stringere amicizia come a venticinque anni, deve fare una fatica tale per mettersi in pari che semplicemente non ne vale la pena. Di gente che ci prova inutilmente se ne vede e sente tutti i giorni: bla, bla, bla. “Mi ricorda i viaggi di famiglia a Pensacola nel 1955”, “Mi ricorda le lamentele della mia prima moglie”, “Mi ricorda di quando mio figlio si è beccato una palla da baseball nell’occhio”, “Mi ricorda di un cane che avevamo e che è stato investito davanti casa”. Bla, bla e ancora bla, finché la terra non ci trema sotto i piedi.
Perciò – a meno che non si parli di sesso o sport, o dei figli – quando si incontra qualcuno che potrebbe essere un legittimo candidato per un’amicizia, l’impulso naturale è cominciare a ritrarsi per evitare tutto questo noioso blateramento, e ci si ritrae, ci si ritrae, fino a smettere di frequentare questa persona, anche perché comunque frequentarla sarebbe insopportabile. Va a finire che l’attrazione si tramuta rapidamente in reciproco evitarsi. E così gli eventi strettamente quotidiani della vita – quello che abbiamo fatto stamattina dopo colazione, chi ci ha telefonato svegliandoci dal sonnellino, cosa ha detto il tipo del tetto delle scossaline per gli accumuli di ghiaccio – questo diventa tutta la nostra vita: qualsiasi cosa stiamo facendo, dicendo, pensando, progettando in quel preciso istante. Il risultato è che i nostri ricordi o pensieri, o la persona che amiamo da anni ma riguardo alla quale dobbiamo ancora mettere la testa a posto – in altri termini, le cose importanti della vita -, tutto questo rimane trascurato e inespresso.
Il Periodo Permanente cerca di riconciliare l’irriconciliabile in nostro favore facendo sbiadire la trappola del passato congestionato in un vago beigiolino, e ravvivando il presente con la sua presentezza."
 
Da “Lo stato delle cose” di Richard Ford, Feltrinelli, 2008.

EPIFANIA

17 settembre 2009
Dal mare, blu, enormemente blu, sulla destra, arrivavano gran ventate, sibilando nelle orecchie, il sole, dietro, batteva ancora, alto e caldo, sul piazzale bianco, e sotto, sulla spiaggia.
Appoggiata al bancone, aspettavo un caffè, tra l’ombra della veranda, i capelli che volavano qua e là, e le gambe nude, salate di mare, al sole del primo pomeriggio.
La donna del baracchino, si muoveva piano, sorridente di una sua gentilezza silenziosa. Dalla radio, alta e veloce, una canzone di due, tre estati fa. Tre ragazzi seduti al tavolino parlavano tranquilli.
Dietro di me, due cani color sabbia si alzano, vaghi, tra le sedie vuote, scodinzolano, mi guardano, si avvicinano. Uno, più cauto, si ferma a un metro, di traverso sulle quattro zampe, incerto ma fiducioso. L’altro, piano, allunga il muso a cercare una carezza, il pelo ispido, polveroso, gli occhi di cane comunque felice, castani.
Mi giro a bere il mio caffè ed ecco, involontaria, una fitta di perfetta felicità.
 

L’EDIPEO ENCICLOPEDICO

17 settembre 2009

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INCONTRO

3 settembre 2009
treLui arrivava, camminando veloce, correndo quasi, agitando la mano, ma poco, che l’uso non glielo consentiva, e si avvicinava, sorridendo, felice, vedendo noi arrivare, come lei, in quella foto, dove noi, da piccoli, ci si teneva per mano, e si fermava, chiedendo, ma poco, ché non sapeva chiedere, né poco né tanto, e non sapeva dire, né sapeva fare, finché non ci fu molto altro da dire, né da fare, ché non si era abituati, tutti quanti, in fondo, non si sapeva come dire, come fare, come amare, o si sapeva ma non si diceva, si sapeva ma non si faceva, o forse non si sapeva di sentirlo, e di provarlo si sapeva appena, una cosa lontana, come appena sentita dire.
Così ci lasciammo, lì, noi si salì in macchina, lui se ne andò. E chissà se continuò, a pensarci, o se per lui fu solo quel momento.
 

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