Archive for aprile 2010

MERDE

30 aprile 2010
Dalla finestra socchiusa, nell’aria tiepida del pomeriggio, le urla di un uomo, dal parcheggio di sotto: porco D**, vieni fuori, bestia schifosa. Avanti, cane maledetto, avanti! Porco di  quel D** cane! 
Mi affaccio a guardare e vedo l’uomo abbassarsi a cercare di afferrare qualcosa da sotto la macchina appena parcheggiata. Vieni fuori, porca M******, la prossima volta ti lascio a casa da solo, cane del cazzo, invece che portarti in giro, a spasso, vieni fuori porco D**!! Lui è un uomo magro, piccolo, dai capelli bianchi tagliati corti. Gira intorno alla macchina, frenetico, abbassandosi sulle ginocchia a guardare sotto. Urlando appoggia un sacchetto e un borsello sul tetto dell’auto, si abbassa dietro l’auto ancora di più. Sparisce alla mia vista. Ne esce tirando per il guinzaglio, rosso, un cagnolino nero. Lo alza. Eccoti qua, ora vedrai, porco di un D**, schifoso di un cane! Afferra il guinzaglio a metà e con il braccio sollevato, tenendo il cagnolino a mezz’aria, impiccato per il collo, immobile, muto, le zampette nere protese in avanti, prende sacchetto e borsello dal tetto dell’auto, e si avvia verso il portone del condominio a fianco al mio. Fa il giro dell’auto, il cane appeso al guinzaglio, come in un cappio. Sono quindici, dodici metri dal portone, io apro la finestra, dieci metri, ora lo lascerà, otto metri, metto una mano sul davanzale, cinque metri, ora lo lascerà andare, maledetto, sto per urlare, tre metri, non posso crederci, due metri, con uno slancio molla il guinzaglio, lo butta a terra, sparisce sotto il portico, urla, bestemmia, apre il portone, lo sento urlare, ancora, per le scale.
Rimango muta, addolorata, risentita del mio silenzio. Tutta la sera. Mi dico dai non pensarci, almeno non è un bambino. Non è un bambino. Non pensarci, sai quanti cani, quanti animali. Dovevo urlare, scendere giù. Dovevo urlare. No scendere, parlargli. Parlargli con calma, come con un bambino arrabbiato. No, dovevo urlare, minacciarlo. Penso alle conseguenze. E poi conviverci, con una merda del genere nel condominio di fianco. Pensa solo a quel pazzo che tirava frecce con la balestra ai gatti, qui intorno, nelle campagne. Li infilzava e li lasciava morire, così. Dovrei scrivere al giornale: nome e cognome e indirizzo, sai quelli della Lav poi come si incazzano. Gliela fanno pagare. Ma la prossima volta che lo vedo trattare così quel cagnolino. Giuro, lo denuncio. Maltrattamenti.
A pochi metri, qui, dietro di me, attraversa le pareti, solo un paio di appartamenti più in là, un piano più in su, o più in giù, l’angoscia e il dolore di una piccola anima, un pezzetto di vita, saltellante, allegra, incosciente, devota comunque, riconoscente, vita pura. Costretta a prendere il cibo, comunque, dalle mani che gli hanno stretto la gola, tolto il fiato, chiuso i polmoni nel terrore fino a non poterne più, gli occhi fissi, increduli, a vedere il mondo, purtroppo, dall’alto, fino, finalmente a sentire, di colpo, il cemento del parcheggio sotto le zampe,  e l’aria, l’aria, l’aria, l’aria, l’aria, tutta insieme.
La sua macchina è parcheggiata qui sotto, qui davanti, nera, al lato dell’aiuola, sotto il lampione.

cagnolino

MALARIA E ACQUA DI COLONIA

12 aprile 2010

Della sua guerra personale, tra il 1940 e il 45, mio padre di solito raccontava solo che lui aveva fatto il militare in Sardegna quando ancora non c’era la Costa Smeralda.
Lo diceva sorridendo, come se fosse stata una cosa divertente, ma non aggiungeva molto altro.
O forse lo aggiungeva, ma io allora non avevo orecchie per sentirlo.
La vita di mio padre, prima che fosse mio padre, all’epoca forse, anzi di sicuro, mi sembrava qualcosa di poco importante e certi episodi, magari sentiti più volte, e più volte orecchiati distrattamente, durante un viaggio in macchina, o durante qualche cena o pranzo in famiglia tra parenti più curiosi o più interessati di noi figli, rimangono nebulosi e vaghi, come favole o racconti lontani.
Così ancora oggi non so, né ormai lo saprò più, purtroppo, quando tempo mio padre rimase in Sardegna durante la seconda guerra mondiale, né cosa là ci fece.
I ricordi si annebbiano nel tempo, e adesso, quando mi capita di pensarci, non so più distinguere se certi racconti erano opera di fantasia, come quando raccontava che era stato Ammiraglio, o Tenente di Vascello, o Cuoco sulla Forrestal, a seconda dei casi, se per esempio, aveva appena finito di cucinarci uno di quei suoi risotti acquosi e voleva convincerci a mangiarlo, o se davvero una volta, durante una di quelle giornate che immagino immobili e smarrite, blu di mare e azzurre di cielo, e polverose e lente e calde e infinite, tra baracche di legno tirate su alla bell’e meglio su uno spiazzo bianco e solitario di terra in mezzo alla campagna sarda, come risulta dall’album di foto che ho trovato stasera nel trumeau a casa di mia madre, e il cagnolino bianco Tenente Bobi, e le piante di fichi d’India e le agavi e le foto in posa in divisa, vicino alla mitragliatrice, o davanti alla finestra della baracca, lui e i suoi commilitoni artiglieri, avevano davvero sparato a un aereo di passaggio che si era poi rivelato un aereo alleato.  papà
Di quale alleanza fosse, non so neanche questo, perché la futura Costa Smeralda della guerra di mio padre, non ha neanche una collocazione storica. Probabilmente fu nel primo periodo della guerra, quindi mio padre aveva solo 21 o 22 anni.
Di sicuro so che prese la malaria, che probabilmente fu curata molto male, perché poi, negli anni, gli capitavano certe strane febbri notturne, e allora, alla luce bassa e inconsueta della abat-jour sul suo comodino, e silenziosamente, che forse non voleva spaventarci, da parte di mia madre era tutto un improvviso correre a portargli coperte, e la borsa dell’acqua calda e ancora coperte, che sembravano non bastare mai, nonostante sudasse ma allo stesso tempo tremasse di freddo.
Forse era stato durante uno di quegli attacchi di febbre, che a me, sgomenta e ammutolita, in piedi a fianco del letto senza saper che fare, ma senza voler mostrare di essere spaventata, ché a casa mia le malattie si affrontano facendo finta che non sia nulla, mentre mia madre, ironizzando di mummie, gli avvolgeva addosso un’altra coperta, aveva detto tremando ma con un mezzo sorriso, che non dovevo aver paura, e chi aveva paura?, che sarebbe passato presto, ché era colpa della malaria che aveva preso quella volta in Costa Smeralda.
Io non sapevo dove fosse la Costa Smeralda, né cosa fosse la Forrestal, né sapevo bene cosa fosse la malaria, che forse fu, ridendo e scherzando, anche una delle cause della malattia che se lo portò via, alla fine, ma come spesso succede da bambini, fondevo realtà e fantasia, accettavo che comunque la situazione non fosse preoccupante, perché il mattino dopo il papà era lì, rimesso a nuovo, e bello e pronto ad andare al lavoro dopo essersi fatto la barba, quella barba nera e pungente che gli cresceva come un’ombra scurissima già la sera, e poi, intorno al viso, la notte, e dopo aver lasciato in bagno il profumo del suo dopobarba, quella sua Acqua di Colonia “No.4711” che tengo ancora di là, in camera, e di cui ogni tanto verso qualche goccia sul polso e annuso, tanto per sentire ancora, come tanti anni fa, quando da ragazzina entravo in bagno dopo di lui, per lavarmi e andare a scuola, il profumo del mio papà.

UNO SU DUE (sottotitolo: TERRAGLIO)

1 aprile 2010
terraglio
 
Tra Treviso e Venezia, corre una lunga, bella strada dritta.
In realtà la strada parte da Mestre, perché Venezia, come molti sanno, non tutti, (perlomeno non la turista canadese che una volta incontrai in treno che pensava di prendere un taxi per raggiungere l’albergo in centro a Venezia), è un’isola e non è dotata di strade carrabili.
Questa strada si chiama Terraglio.
Pare che il nome venga da Terraleum, un terrapieno che la Repubblica di Venezia realizzò nel XIII secolo, con i materiali di scavo di un canale che avrebbe dovuto collegare Treviso a Venezia.
Il canale, alla fine, non si fece. Rimase il terrapieno che divenne con il tempo la principale via di comunicazione tra la Serenissima e l’entroterra. I Veneziani ci venivano in villeggiatura, lungo il Terraglio, e ci costruirono ai lati, numerose, bellissime ville (ville venete, appunto).
Qualcuno poi, lungo la strada, ci piantò dei magnifici platani, (quelli che i leghisti tempo fa proposero di tagliare per eliminare il problema degli automobilisti che ci sbattono contro), e Wikipedia dice che “Per le ville, i platani secolari e la campagna circostante, il Terraglio è sottoposto a vincolo paesaggistico ai sensi dell’art.157 del D.Lgs. 42/2004 "Codice dei Beni Culturali e del paesaggio".
Io tutto questo vincolo paesaggistico non lo vedo molto, perché la strada, come si usa da queste parti, è punteggiata di case, casette, capannoncini, distributori, concessionarie e fabbrichette, però bisogna dire che è messa molto meglio di altre strade dei dintorni.
Io, al Terraglio, ci sono affezionata, come si può essere affezionati a una strada, per una serie di motivi. Il primo è che ci ho abitato sopra, davanti, a lato diciamo, per una diciottina di anni, e dalla silenziosa periferia in cui invece vivo adesso, provo quasi nostalgia per quel gran traffico di persone, di merci, di vita in pocheparole, che connotava invece lo stradone.
Un altro motivo è che mi ricorda le domeniche a piedi di quel periodo del pleistocene conosciuto come Austerity. Una domenica sì e una no percorrevo a piedi il primo tratto per raggiungere lo stadio di rugby che allora si trovava da quella parte della città. Ero follemente innamorata di un giocatore della squadra locale e ricordo quasi con commozione l’euforia, l’ardore e la passione, mai ricambiata, che provavo nel camminare nel mezzo della carreggiata deserta di automobili, spinta dal desiderio di vedere finalmente Lui in campo.
Un altro motivo sono le innumerevoli volte in cui ho percorso lo stradone per andare a Venezia, a vedere il mare. In realtà, la laguna. Succedeva di notte, di solito. Stanca di qualunque altra cosa, prendevo la macchina, mettevo il pilota automatico, una cassetta, un cd poi, nel tempo, e attraversavo nella notte quella che già dopo una decina di chilometri diventa terra veneziana. Arrivavo sul Ponte della Libertà, rallentavo, guardavo in lontananza le luci e i bagliori alieni, rosei e azzurrini, del Petrolchimico, abbassavo i finestrini per sentire l’odore umido, denso e salmastro del mare, vedevo la massa scura, vibrante, agitata della laguna, respiravo a fondo, mi riempivo il cuore, facevo il giro di Piazzale Roma e tornavo indietro. Una pazza. Ma si sa. Ma per me, prendere il Terraglio e andare a Venezia è sempre stato un po’come aprire una finestra quando hai bisogno di prendere aria. Funziona anche con il treno, che corre lì a fianco. Una ventina di chilometri fino a Mestre, dieci in più fino a Venezia e il mondo cambia.
 
Era un po’a questo che pensavo ieri mentre leggevo su “Il Gazzettino” i risultati delle elezioni locali.
Pare infatti interessante sottolineare, per chi abita in altri luoghi meno sfigati del mio, come nella provincia di questa triste città, Treviso, il 65,82% delle persone abbia votato il candidato della destra Luca Zaia, e come il 48,53 % (quarantotto virgola cinquantatre per cento) delle persone abbia votato come lista collegata la Lega Nord. UNO SU DUE.
Significa che, a parte i minori di diciotto anni (che comunque voterebbero la Lega per l’80%), i malati, i matti e i carcerati, quando io esco per strada incontro un leghista ogni due persone.
Quando io parlo con qualcuno, parlo con un leghista nella metà dei casi.
E non rallegriamoci troppo per il restante cinquanta per cento, perché a parte lo sparuto gruppo delle liste di “sinistra” (virgolette d’obbligo quando nella sinistra ci sta un partito come L’Italia dei valori e un personaggio come il questurino Di Pietro) con il suo 24,98%, il resto delle possibilità era dato da liste come: Forza Nuova, Veneti Indipendenti, Partito Nasional Veneto, Unione Nord Est, UDC, Beppe Grillo, Alleanza di Centro e PDL.
Mi tiro su solo a guardare come vanno le cose a una trentina di chilometri da qui: alla fine del Terraglio, appunto, a Venezia, dove, grazie a Dio non hanno scelto Brunetta come Sindaco e dove pare esserci davvero un altro mondo. In particolare a Marghera dove la Lega Nord è all’11,28, il PDL al 19,05 e il PD al 29,48. Non che questi ultimi se lo meritino comunque.
Tra Treviso e Marghera ci sono esattamente ventisei chilometri. Una lunga bella strada dritta. Purtroppo non è servita alla comunicazione delle idee.

(Nell’immagine: Il Terraglio e l’entroterra veneziano in una mappa di Antonio Vestri, 1709)

 

ALLORA, LA SCELTA ERA TRA:

1 aprile 2010
1) un tipo rozzo, ignorante, razzista, che parla dialetto e incontri tutti i giorni al bar e in piazza, onesto e gran lavoratore. Tu non lo sceglieresti mai e poi mai, però devi dire che dove c’è lui le cose pratiche le sa far funzionare. Un buon manovale, ecco. Uno che sa far bene i suoi conti e ti ripara il rubinetto o la macchia sul muro in quattro e quattr’otto. Ma che non si metta in testa di metter mano a cose più grandi di lui. Ma neanche l’arredo dello sgabuzzino gli faresti fare. Potrebbe metterci dentro uno scaffale in ferro battuto in stile liberty.
 
2) un tipo che non si capisce bene chi sia: delle volte ti fa la predica come il prete, delle volte ti parla di grandi ideali, delle volte sembra tuo nonno, vecchio e pessimista, delle volte sembra quell’insegnante che avevi alle medie: gran parlare ma fuori dal mondo. E in effetti non lo incontri mai, da nessuna parte. E quando serve non c’è mai. O parla temendo di offendere questo e quello, perché non ha le idee chiare, sto pusillanime. Le ultime volte l’hai scelto perché una volta ti piaceva, ma poi è diventato davvero un altro. Hai continuato a sceglierlo perché ci eri affezionato, perché hai sempre fatto così, perché insomma una volta credevate nelle stesse cose. Ma una volta era una volta. Le tue nipoti per esempio, non sanno neanche com’era, lui, una volta. E di certo tutte le nuove generazioni fra una decina d’anni non se lo fileranno proprio. Lui non lo metteresti neanche ad arredarti il terrazzo. Attaccherebbe una stuoia al soffitto, di quelle con quei disegni simil atzeco, o simil arabo, pianterebbe nei vasi dei pomodori ciliegino ogm free e poi dei bei cuscinoni colorati sulle sedie di plastica bianca. Per carità.
 
3) un tipo che vedi dappertutto, sempre sorridente e ottimista. Punta in alto, sempre, ché così bisogna fare. Lo dice anche “The Secret”. Alla moda ed elegante. Uno che ci tiene. Un po’cialtrone, ma simpatico. Uno che sa come vanno le cose, anche lui sa far bene i suoi conti, ma in un altro modo, insomma ci mette anche un po’del suo. Ma in fondo ognuno ci tiene a far bene i propri conti, perché tu se ne avessi la possibilità non li faresti, i tuoi conti? Nessuno è santo qui.
E poi tutte le altre menate, ormai son cose vecchie, passate. Robe da dopoguerra. Lui proprio neanche lo faresti entrare in casa. Capace che ti apre un conto in banca facendoti firmare un modulo per la fidelity card del Mediaworld e ti attiva quattro sim card e due credit card revolving a suo nome.
 
Gli altri neanche li conosco.  
 

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