Archive for the ‘trasgressioni’ Category

PENE AMORE E FANTASIA

27 ottobre 2009
È un film. Anzi, una fiction. Anzi è la realtà.
Allora, c’è Pietro Marrazzo (vero), quello del mi manda rai tre (vero), quello che ora è Presidente della Regione Lazio (vero), che si è mandato da solo in un appartamento di Via Gradoli (vero), quello dove tenevano prigioniero Aldo Moro (forse), quello della seduta spiritica di Romano Prodi (mah..), quello del film di Bellocchio (falso), con i poliziotti che bussano alla porta perché una soffiata dice che il covo delle Brigate Rosse è lì (vero), ma siccome nessuno risponde, se ne vanno (falso e vero), quello dove invece trentun’anni dopo, bussano due carabinieri, anzi non bussano, ma irrompono (vero) e trovano un transessuale (un o una?) ignudo e Marrazzo nudo dalla camicia in giù (vero). Trovano anche una striscia di coca (vero o falso?), il portafoglio pieno di Marrazzo, lo svuotano (vero o falso?), filmano Marrazzo e il transessuale (vero), ricattano Marrazzo (vero), lui stacca tre assegni lì per lì (vero) (boh). I due carabinieri allora propongono il video ad Alfonso Signorini, direttore di Chi (vero), lui indignato rifiuta (ohibò!), allora il Capo del Governo, padrone del giornale, Berlusconi, dice al Governatore del Lazio, Marrazzo: “Marrazzo, cribbio, mi consenta, guardi che la vogliono incastrare, stia attento! (Verissimo) guardi che gira un video compromettente su di lei, girato da quei due malandrini di carabinieri, ma io, Capo del Governo, mai ne parlerò sui miei giornali (buon uomo!), né mai denuncerò le loro gesta alla magistratura!”(vero). E Marrazzo niente, due volte la settimana sempre dai trans. Finché il caso (vero), vuole che, indagando in un altro caso, qualcuno per caso scopra tutto (vero) (falso?). I carabinieri si dicono vittime di un complotto ordito molto più in alto (vero) (falso). Marrazzo si sospende, anzi si dimette da Commissario della Sanità Regionale (vero). Berlusconi è bloccato nella dacia di Putin dalla bufera di neve (falsissimo).
Poi torna ma gli viene la scarlattina (ahahahahahah!).
In forma leggera, però.

MURPHY A ME MI FA UN BAFFO

27 maggio 2009
Oggi la legge di Murphy non ha funzionato.
Mi è scivolata una fetta biscottata dal piatto, tutta bella spalmata di burro e marmellata e non è caduta dalla parte della marmellata.
Come si spiega?
E adesso cosa succederà?
Ma la legge non era uguale per tutti?

(P.S.: Devo andare a letto presto, che il cane dei vicini si sveglia presto e comincia ad abbaiare, così mi alzo presto anch’io e lo frego.)

(P.S.: sto rincoglionendo?)

BASETTONI

12 maggio 2009

Ma posso dire che da Cecco Beppe a Wolverine, trovo la basetta lunga estremamente estremamente estremamente, come dire, attractive?

(lo so sono una tamarra).

cecco beppejoe cocker

noel gallagherwolverine

 

 

 

 

 

 

 

TUTTE SCUSE

20 marzo 2009

Oggi, è l’equinozio. Oggi, insomma, è il primo giorno di primavera. Quest’anno cade il venti. Avvertite le rondini.
A tal proposito mi sembrava giusto pubblicare una foto di 007.

daniel_craig_03

 

 

 

 

 

 

PROSA

12 marzo 2009
Ma perché tutta sta paura di morire? Non siete stufi, almeno un po’? Non siete annoiati? Non c’avete un po’ di schifo? Tutti sti morti ammazzati, e bambini poveri in giro per il mondo, e incendi e terremoti e politici corrotti e cattivi di tutte le risme?  E poi dopo un po’di anni, insomma, tutte ste stagioni che ritornano. Belle, sì, ma in fondo, se le guardate bene sempre quella è la storia: gemme, foglioline, fogliette, foglie, frutto, foglia secca, e si ricomincia. Mica cambia mai niente. Dopo un po’che l’avete vista, diciamo un cinquanta, sessanta, settanta volte, non siete ancora stufi? Che c’avete da fa’ancora? Guardare i figli viversi la loro vita? Stressarli con i vostri malanni? Vivervi la pensione? Godervi quei quattro soldi messi via? Magari facendo quel viaggio che sono cento anni che dite che volete fare e che finirete a fare con il male all’anca un po’artritica e la protrusione discale. O pensate ancora di diventare famosi, di scoprire il motore ad aria, la cura per i capelli rossi o di scrivere il romanzo della vostra vita? E finora, che siete stati qua a fare? In fondo, lo sapevate bene che ogni giorno poteva essere l’ultimo, che ogni giorno ne spariscono a nastro di conosciuti e sconosciuti, di vicini e di lontani, e che nel 2120, e la prendo larga, ma più verosimilmente parlando, già nel 2040, pochi di noi saranno ancora qui. E in fondo mancano solo una trentina d’anni. Forse anche meno. Magari solo un paio d’anni. O un mese o due. E allora perché tutta questa paura, tutto questo agitarsi, tutto questo arrampicarsi sugli specchi e mettere la testa sotto acqua agli altri per stare a galla. Alla fine saremo lì tutti, nudi e crudi. E senza neanche le tasche, per metterci le mani in tasca e darci un contegno.

UNA SPIETATA CERNIA

2 marzo 2009
cernia
Allora, consideriamo l’ipotesi che ci sia una tale che vorrebbe festeggiare un compleanno importante. (gasp..)
Consideriamo che ha una casa di circa cinquanta metri quadrati, da cui dobbiamo sottrarre bagno, cucina e sgabuzzino, e pure l’ingressino e diciamo anche la camera da letto, ché non sta bene portare la gente in camera da letto tutta insieme.
Resta un soggiorno di circa cinque per quattro e mezzo, che insomma fanno sempre una ventiunina di metri quadri. Togliamo il posto occupato da un tavolo, quattro librerie, due divani, un puff, sei sedie e un portatelevisore con televisore e un mobile ripieno come un krapfen. Diciamo che la superficie calpestabile si aggira sui dodici metri quadri. Quanta gente può invitare? E soprattutto chi? Diciamo poi che nel corso del mezzo secolo di vita questa tale abbia accumulato conoscenze, vicinanze, affettuosezze e amicizie (e pure amori, via) con qualche migliaio di persone.
Togliamo dal mucchio un bel tot di gente dispersa da decenni, considerato che la tal dei tali non si diletta con feisbuk, anzi lo tiene in odio, e che quindi non ha recentemente ritrovato i compagni di scuola delle elementari.
Togliamo pure gli amici emigrati e abitanti ai quattro lati della terra, che di sicuro non prenderebbero l’aereo o il treno per partecipare al festino.
Resta però un bel po’di gente che potrebbe far parte della raccolta degli eletti.
Considerando però che, pur calcolando la densità di popolazione del quartiere di Shibuia, a Tokyo, che è pari a tredici persone al metro quadro, è pur vero che quei tredici abitanti di solito non escono di casa tutti insieme per affollare la stessa piastrella, e che, verosimilmente, per passare una serata senza aver voglia di scappare come da un autobus all’ora di punta, bisognerebbe lasciare ad ogni persona almeno lo spazio vitale di un metro quadro, la tal dei tali, dovrà quindi procedere ad una spietata cernia degli aventi diritto.
Gli eletti dovranno essere al massimo dodici. Io, la tredicesima, (porterà sfiga?), posso autocomprimermi agitandomi qua e là.
Giunti a queste conclusioni, chi ha più diritto?
I vecchi amici o i nuovi amici? Quelli che vedi una volta all’anno, con cui non hai niente da dire, ma che ricordi con affetto, o quelli che vedi sempre e che proprio perché vedi sempre potrebbero anche non far parte del festino? Ma se li lasci a casa non sarebbe carino, mentre i vecchi potrebbero anche non sapere mai del fattaccio. E poi, quell’amica nuova della palestra? E quel vecchio amico appena ritrovato a un altro compleanno e che sa benissimo del tuo compleanno? E il moroso dell’altra vecchia amica, allora? Che conosci appena ma che lei senza di lui non si muove? E i vecchi morosi, che ne facciamo? Quelli che conoscono i vecchi amici, che sarebbero pure contenti di rivederli, forse più dei nuovi amici che non hanno mai visto, e che, insomma, potresti anche invitarli ma non sai se ne hai proprio voglia.
E se invece alla fine, dopo tante considerazioni e tante riflessioni non venisse nessuno?!

THANKS ARETHA

25 febbraio 2009
Oggi mi sento insolitamente leggera e non so bene neanche perché.
Cosa abbastanza strana per una pensosa riflessivante analizzante ed emotivamente razionalizzatrice come me.
Però, ho messo su un cd di Aretha Franklin, uno dei miei dodici cd intendo, ho pensato, come ogni volta che la ascolto, che darei un mignolo, proprio un mignolo intero, tagliato via di netto, anche con il coltello, zac, come quelli della Yakuza, per avere una voce come la sua, non perché io abbia una brutta voce, insomma, anzi, mi piace cantare e a volte mi viene anche bene, ma proprio per quello, per una a cui piace cantare e a volte arriva in alto, ma non così in alto, nelle note intendo, non sul palcoscenico, insomma, delle volte, quando non ci si arriva e la voce si piega a metà, come un foglio di carta che non sta dritto, e ti nasconderesti dalla vergogna, a volte, dico, piacerebbe da morire avere una voce così, perché avere una voce così ti aiuta a urlare, a riempire i polmoni di aria, a riempirti di vita insomma, e a farla uscire fuori con potenza, forza, passione, a urlare quello che ti sta dentro, ma senza saperlo, a farlo uscire come un branco di scorie soffiate fuori in un turbine da un altoparlante, che tu sia per casa, in cucina a lavare i piatti, che tu stia facendo il letto ballando, o che tu sia in macchina, in tangenziale, aprendo il finestrino con l’aria che ti arriva dritta in faccia mandandoti i capelli ovunque, e accidenti, una voce così, averla, ascoltarla, urlarla, ti fa sentire improvvisamente, violentemente e senza dubbi, felice.
 
 

MARTEDI’ GRASSO

24 febbraio 2009
Va beh, ho capito, vi piacciono i post intimistici.
Ieri ho parlato della mia faccia allo specchio e sono passate di qua un centinaio di persone.
Come facessero a saperlo, che parlavo della mia faccia, e soprattutto come questo potesse risvegliare tutto questo interesse, non mi è molto chiaro, però oggi voglio riprovarci parlandovi del costume di Carnevale di quando ero bambina.
Non c’è molto da dire, in effetti, se non che quell’anno, l’anno dei miei quattro o cinque anni, mia madre decise di comprarmi un costume da Carnevale vero.
Prima non l’avevo mai avuto, e neanche ho ricordo di altri costumi indossati dai miei fratelli.
Se ci fossero stati, di sicuro mi sarebbero stati appioppati, come quell’orribile soprabito di velluto a coste marrone di mio fratello L. che un giorno, in quarta o quinta elementare, mia madre decise di farmi indossare, e dio quanto mi vergognavo, e che per fortuna mi convinse a portare solo per un paio di giorni, finché i miei amici Anna e Sergio, sulle scale della scuola,  mi dissero che faceva davvero schifo.
O i pigiami di cotone blu, o azzurro, con i bordini bianchi, che però, insomma, mettevo anche volentieri, perché mi piaceva il colore e poi tanto, di notte, nessuno mi vedeva.
Probabilmente di costumi di Carnevale ce n’erano stati per i miei fratelli, ma erano andati rovinati negli anni, loro erano grandi ormai, terribilmente grandi: se io avevo cinque anni, L. ne aveva undici ed E. ne aveva addirittura tredici. Tra di noi ormai c’era un abisso, e poi io ero una femmina. Questa questione dell’unica figlia femmina, quasi inaspettata, dopo due maschi bradi e litigiosi, era evidentemente estremamente importante per mia madre e il suo concetto di abbigliamento femminile.
Da quando ero nata infatti, era stato tutto un tripudio di vestitini rosa, di collettini bianchi di pizzo, di maniche a palloncino, di camicettine con i volants, di pon pon colorati, bottoncini di madreperla, calzettine traforate, scarpettine di vernice o sandaletti bianchi lucidati con la biacca. La mia cameretta era un’esultanza di fioroni rosa, gialli e rosini su chilometri di raso rosa di mantovane e copriletto. Il mio lettino aveva una testata rococò ricoperta dello stesso raso, le tende erano bianche a balze, le pareti erano rosa, la lampada era una romantica ceramica dipinta a fiorellini (rosa), e la scrivania era un qualche stile impero con poltroncina in stile ricoperta di velluto verde.
Il risultato di tutto questo diluvio di stoffe, rasi, drappeggi, volants, colorini pastello, pizzi e vernici, fu che divenni in assoluto la prima bambina della mia scuola a indossare i blue jeans e a non togliermeli più per una ventina di anni.
Inutile aggiungere che, mio malgrado, ero una bambina tranquilla e pulita, ma che non mancavo mai di sporcarmi apposta le scarpine appena lucidate, strofinandole nella polvere, tirarmi fuori la camicia dalla gonna, e di spettinarmi furiosamente i capelli amorevolmente tirati e ripiegati in su con il pettine bagnato.
Diciamo però che dai dieci anni in poi presi definitivamente il controllo del mio armadio, della mia acconciatura e un paio d’anni dopo pure dell’arredamento della mia cameretta, e mia madre, desolata e frustrata, mi lasciò andare alla mia deriva.
Così, dall’armadio sparirono i vestiti, la spaventosa triade “gonna golf e camicetta” fu sostituita da blue jeans e maglietta d’estate e pantaloni di fustagno e maglione d’inverno. I capelli crebbero inesorabilmente e si fissarono prima in una coda di cavallo raggrumata, poi in una libera crescita indistinta. Il colore rosa fu bandito nei secoli e definitivamente espulso con raccapriccio dalla mia vita.
La testata rococò fu estirpata dal letto, i tendaggi sradicati, la scrivania eliminata e sostituita da un’asse di truciolato su due cavalletti di ferro, l’armadio laccato di bianco fu ricoperto di fotografie strappate dai giornali e soprattutto la camera fu ridipinta di giallo e il soffitto di marrone.
Prima di tutto questo furibondo cambiamento però, all’alba dei miei quattro o cinque anni, ero ancora una docile e dolce bimba abbigliabile secondo i canoni della moda bambinesca femminile di quegli anni.
Non riesco proprio a spiegarmi quindi, ancora oggi, come mai quella sera di tanti anni fa, mia madre mi abbia portato in una delle più belle cartolibrerie della città, che inspiegabilmente allora vendeva costumi di Carnevale. E soprattutto, non riesco a spiegarmi come mai, già allora, tra i tulle azzurri dei vestiti da fatina, le balze colorate dei vestiti da Biancaneve, i rasi bianchi finemente ricamati dei vestiti da Colombina, io abbia scelto proprio quella magnifica casacca di velluto blu con i lustrini d’oro, quella camicia di raso bianco, quei pantaloni di panno rosso con i fregi dorati, quel cappello rosso con la piuma,  del mio  meraviglioso, incantevole, vestito da Moschettiere.

moschettiere

PAOLO POLI E GIOVANNI PANNACCI – “SIAMO TUTTE DELLE GRAN BUGIARDE”

18 febbraio 2009
Un ragazzo di ottant’anni

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Ci sono persone che a cinquant’anni parlano di sé al passato e sognano la pensione. Persone che a sessanta anni vanno, per l’appunto, in pensione, pensando che finalmente si potranno dedicare ad altro, che a settanta vegetano davanti alla televisione e che a ottanta hanno, nonostante la buona salute, e già da un bel po’, un piede nella fossa.
Poi ci sono tutti gli altri.
Di tutti gli altri, fa sicuramente parte Paolo Poli.
Questa è la prima considerazione che ho fatto leggendo il bel libro “Siamo tutte delle gran bugiarde” Paolo Poli – Conversazione con Giovanni Pannacci, che l’amico di blog Giovanni http://www.schivandorospi.blogspot.com/, ha appena scritto e pubblicato con Giulio Perrone Editore.
Conosco Paolo Poli solo di nome, non ho mai assistito ad un suo spettacolo, ma la sua recente e scoppiettante apparizione al programma Che tempo che fa su Rai3, per la presentazione del libro, mi ha lasciato una gran curiosità, e la stessa sensazione (poi evidentemente risolta) che deve aver provato Giovanni nel corso delle conversazioni con il funambolico attore, durante le quali, come scrive “(…) Per mesi ho avuto l’illusione (la presunzione) di pensare che doveva esistere “un altro” Paolo Poli. Pretendevo di vedere il volto vero dietro la maschera, desideravo che apparisse l’uomo senza i trucchi del mestiere. Pensavo che Poli giocasse al teatro per sfuggire, per proteggere chissà che umana fragilità. Mi sbagliavo. Lui è sempre stato lì, disponibile, onesto e fortissimo. ”
Ed è proprio la persona Paolo Poli, il fortissimo ottantenne ragazzo, solido come la roccia nella sua coerenza, onesto nel suo essere radicalmente, ma anche con estrema, originale leggerezza, anticonvenzionale per tutta una vita, quello che salta fuori con grande forza dalle pagine di questo libro singolare.
Singolare perché Giovanni Pannacci, come racconta, viene promosso sul campo da Paolo Poli Il mio biografo dietro le quinte di un palcoscenico mentre Giovanni lo insegue su e giù per le scale di un teatro durante il primo incontro, tentando di stabilire un dialogo con un attore nato che “(…) mi cattura, mi irretisce, mi palleggia e mi lancia in orbita con parole, battute, racconti, aneddoti, cattiverie, maldicenze e malinconie (…)”. Singolare perché, alla fine, fatti i conti, una biografia questo libro non è.
Una biografia, dice Poli, “(…) è roba adatta a Franco Zeffirelli.”
Non a questo personaggio unico, originale e da sempre indefinibile, che ci parla della sua vita parlandoci dei pensieri che ancora pensa, dei progetti che ancora elabora, e del mestiere che ancora fa con grande passione e soprattutto con grande divertimento.
Ed è con gran divertimento, suo e nostro, e con malcelata ammirazione, che Giovanni ci fa assistere al ribollire entusiasta, ma in fondo saggio, di questa mente funambolica che solo all’ultima pagina ci fa ricordare che il personaggio che viene qui descritto è, in fondo, un vecchio di ottant’anni, perché:
” (…) quando siamo giovani il sangue ribolle, da vecchi ristagna. Però bisogna continuare ad amare quello che si è amato da giovani.
Per questo il mio mestiere è meraviglioso, perché l’applauso è la vera paga. Non c’è soldo che tiene.
Rimpianti non ne ho e neanche rimorsi. Io mi son divertito”
C’è da imparare.

CREDO

14 gennaio 2009
Non sono mai andata all’asilo né a scuola dalle suore. Ho frequentato il catechismo giusto per quei due mesi in preparazione alla Comunione e Cresima. Ho frequentato l’ora di religione perché ai miei tempi non si poteva decidere in altro modo, ma direi che ha inciso sulla mia personalità come l’ora di educazione musicale: praticamente nulla. Non ho mai frequentato un oratorio. Nella mia famiglia la più religiosa sono stata io, tra il mese di marzo e il mese di giugno della primavera dei miei nove anni, l’anno della Comunione e Cresima. Periodo in cui, fresca di catechismo e di indottrinamento cattolico, cercavo di trascinare tutti a messa la domenica. Ma con la processione del Corpus Domini finì tutto, perché nessuno in famiglia mi dava retta e perché a luglio si partì per il mare.
Da allora ho con la Chiesa, qui intesa come Istituzione, un rapporto praticamente inesistente, se si esclude la partecipazione forzata al matrimonio, cresima, comunione o funerale di qualche parente o amico. Aggiungerei che l’altro mio rapporto con la Chiesa istituzione, è fatto di insofferenza e fastidio ad ogni dichiarazione di Papa e Vescovi di stampo pre-Concilio di Trento e ad ogni ingerenza, impropria e non contrastata, negli affari dello Stato Italiano.
Con Dio, o chi per lui, ho un rapporto che non saprei definire. Passo facilmente dall’animismo al Buddismo, al Cristianesimo alla San Francesco. Potrei definirmi pure panteista. Diciamo che ho dei princìpi.
Abitando nel bel mezzo del nord est, in quello che una volta era il cattolicissimo veneto, sono circondata invece da persone che hanno vissuto esperienze orrende fatte di oratori, di preti e di suore castranti, castiganti e colpevolizzanti secondo i peggiori format cattoretrogradi e che pertanto, nei casi peggiori,  bestemmiano ogni due parole, nei casi migliori, mantengono con la religione un rapporto che definirei molto conflittuale, seguendo però la tendenza nazionale a definirsi cattolici ma non praticanti.
Questo rapporto conflittuale con la religione, che diventa poi di aperto e continuo, e spesso inutile e controproducente, conflitto con l’istituzione Chiesa, lo ritrovo molto spesso con estremismi anche molto ridicoli, tra coloro che tengono molto, a definirsi laici o atei. Anche quando non è necessario. Anche al ballo alla Sagra del Peperone, anche prima di partecipare al karaoke nel locale sottocasa. E, un po’come succede con chi fa professione di morigeratezza e poi si scopre che va a puttane, o con chi ostenta comportamenti da vero macho per nascondere la sua omosessualità, ho spesso il sospetto che l’ostentazione di laicismo, ateismo e di mangiapretismo, nasconda spesso un conflitto insanato, mai affrontato nè digerito, e di antica data con la propria educazione religiosa.
Tutta questa premessa sulle mie origini e il mio credo, temo sia necessaria per poter dire, senza essere additata come perpetua, bacchettona e baciapile, che questa pubblicità qui nella foto, promossa sugli autobus di Genova dalla UAAR, Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti, la trovo in pocheparole una stronzata.
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Quindi:
Rivendico il diritto di ogni persona a decidere di credere o non credere per i fatti suoi.
Se già c’è la Chiesa, per quanto riguarda i cattolici, a farsi pubblicità, o i Testimoni di Geova, a suonarmi il campanello alle nove della mattina della domenica, o Bin Laden a lanciare le Fatwe, mi mancavano solo gli atei a spararmi in faccia in cosa dovrei credere o no, come se tutti fossimo dei poveri rincoglioniti ormai abituati a ragionare anche su questioni etiche e/o  morali a colpi di pubblicità.
Aggiungo che, dato che il tema Esistenza o non Esistenza di Dio ormai è materia da disputare gettando un’occhiata al retro di un autobus urbano, anziché passeggiando laicamente nei corridoi di un’università, o cattolicamente nel chiostro di un convento, o alzando gli occhi al cielo stellato, o meditando su qualche libro, o dopo essersi fatti una canna o una cassetta di birre, dicevo, dato che ormai il prodotto   "Dio c’è  –  Dio non c’ è" è considerato pubblicità, a questo punto, io denuncerei i promotori dell’iniziativa all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per pubblicità ingannevole per tre motivi:
 
1°) perché nessuno ha mai constatato né che Dio esista né che non esista.
(come per Babbo Natale). Portino le prove.
2°) perché spacciano l’esistenza di Dio per una cattiva notizia.
(che dati possono fornire in tal senso? perché per me, in qualità di consumatrice media, dovrebbe essere una cattiva notizia, dal momento che non è mai stata neanche una buona notizia?)
3°) perché affermano che non ne ho bisogno. (sempre come consumatrice media, bisogno di che? e perché? Se nel commercio è l’offerta che crea il bisogno, qui cos’è che non si offre? che si spieghino.)
 
E infine affermo: ma in tempi di crisi, quei tremila, cinquemila, diecimila euro spesi per sta cazzata, non stavano meglio in qualche altra iniziativa?
Ma andè a laurà.


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