Archive for agosto 2009

POST INCIPIT

24 agosto 2009
Miei cari lettori ferragosteschi, pochi ma buoni.
Ecco qui tre post incipit o incipit di post, che letto alla latina suonerebbe un ossimoro, ma letto col senno di poi, di post, invece suona corretto: che cosa viene ora dopo l’incipit?
Spesso mi succede di iniziare a scrivere qualcosa, ho l’idea che gira per la testa, ma dopo qualche frase non viene più fuori nulla. Ecco tre esempi.
Di quale incipit volete leggere il post?
 
1)
Di solito ci sono persone che parlano e persone che ascoltano. Nel senso che è difficile trovare nella stessa persona un chiacchierone e un buon ascoltatore. La chiacchieronità esclude l’attitudine all’ascolto perché mette in conflitto due caratteristiche umane che probabilmente in ogni individuo costituiscono una buona parte della personalità.
(continua)
 
2)
Spesso guardandomi intorno, mi viene da dire: se da vecchia divento così, vi prego sparatemi.
E non parlo di malattie o di invalidità fisiche, quelle prima o poi arrivano, che tutti di qualcosa si deve pur morire, anche se meglio sarebbe, come tutti più o meno una volta nella vita abbiamo auspicato, morire di un colpo, a tarda età, nel proprio letto, e in buona, fino al giorno prima, salute.
No, io parlo di quelle caratteristiche mentali, di quell’irrancidirsi di quelle che da giovani, e anche solo fino alla mezza età, erano piccole manie, vezzi, abitudini, e che invece, col passare degli anni, diventano obbrobriosità, degradamento.
(continua)
 
3)
Io, di mio, sarei una rocckettara.
Me ne frega niente della musica classica, che ho abbandonato già in prima media, quando quell’incapace del direttore della banda cittadina, che fungeva anche da professore di musica, ci costringeva ad ascoltare dei branetti del cavolo nell’aula di musica del cavolo della mia scuola media del cavolo. E sulla parete destra dell’aula di musica, cinque metri per quattro, al terzo piano dell’ala morta della scuola, e ci si stava in ventisette, c’era pure un buco nel muro, un semplice buco tra i mattoni, da farci passare un braccio e salutare le oche e le papere che transitavano nel fiume di sotto, e lui con il suo giradischi preistorico, metteva su pierino e il lupo, che evidentemente giudicava adatto a noi giovinette in grembiule nero da giovane italiana, nonostante fossero gli anni settanta, e truce, in piedi, baffi e pizzetto nero, braccia conserte, e completo grigio, ci costringeva a scrivere il commento. Dio se lo odiavo, lui e il suo commento. Io nei suoi branetti non ci sentivo nulla. Non li sopportavo semplicemente. Non li capivo, ci cercavo dentro qualcosa senza trovarci niente. Le altre vagheggiavano di onde marine, lupi della steppa a stormi, fascini orientali, cavalcate di dromedari. Io non vedevo l’ora che finisse la sua cazzo di ora. Per non parlare poi di quando era il momento di scrivere le note sul quaderno giallino e orizzontale di musica. E lì veniva buona la Carla Romanelli e le sue lezioni di piano. Solo quello era buona a fare, scrivere le note, il resto dei compiti li copiava da me.
Poi anni e anni di musica pop, perché per anni, volente o nolente, praticamente dalla prima infanzia, ho ascoltato e imparato a memoria, senza capirci nulla, le canzoni dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Genesis, dei Pink Floyd suonate incessantemente dai miei fratelli, prima sull’enorme grammofono di casa, grande come una cassettiera, con il suo giradischi regolabile per i dischi a 78, 33 e 45 giri, la radio immensa, con migliaia di stazioni, da Beromuenster, a Luxmbrg a Praha, elencate fitte fitte sul lunghissimo vetro dove si regolava la sintonizzazione, e poi su sofisticatissimi impianti ad alta fedeltà, che solo a guardarli pareva di essere nella sala controllo di Houston.
Io, nella mia cameretta, intanto, crescevo cantando in coro con l’amica Anna, Lucio Battisti, ascoltato mille e più volte col tasto reward sul musicassette Grundig, tanto che ancora adesso, dopo una quarantina d’anni non sbaglio una parola.
(continua)
 
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IL NICUTICOLAI

21 agosto 2009
La vita rallenta, a volte, segna il passo. Rimette i piedi nelle stesse orme appena lasciate.
Sta lì, ferma, sul posto, seguendo una marcetta finta e inutile, si guarda in giro e non vede niente.
Le idee sono fiacche e sfilacciate, i pensieri banali, senza inizio e senza fine, seguono piccole fissazioni, di nessun rilievo. In vista nessun programma, dietro, nessun fatto degno di nota.
Le azioni iniziano e si perdono di lì a poco, sciolte in piccoli atti di semplice utilità.
 
Quando a casa mia, da piccola, qualcuno a metà pomeriggio, o dopo cena, cercava qualcosa di diverso da mangiare, apriva il frigo e gli armadietti della cucina, con aria svogliata e quasi assorta, e ad ogni richiesta e ad ogni proposta, rispondeva di no, “Perché non mangi pane burro e marmellata? No, non c’ho voglia. E una banana? No. E pane con burro e zucchero? No. Panino col prosciutto? Non mi va.”  Alla fine della ricerca, l’esclamazione di mia madre era: “Allora non è fame! Oh, ma cos’è che vuoi, il nicuticolài?!”
 
Il nicuticolài è quella cosa in più che non si può avere, che non si sa cosa sia, e che non si sa dove cercare, e che, infine, non si vuole veramente.
Forse lo cercava Bruce Chatwin nell’Anatomia dell’irrequietezza. E pure Fernando Pessoa nel suo Libro dell’inquietudine.
È quello che da ragazzi ci faceva girare in macchina la sera in tre o quattro, con lo stereo al massimo senza sapere dove andare. Quello che, certe sere, ci fa girare in internet come per le strade di una città, senza meta e senza passione. È quando ci abbandoniamo alle ore che passano, aspettando che la vita decida qualcosa per noi, fissando una data nel futuro come inizio della nostra vita: quando finirà il caldo, quando inizierò le ferie, quando andrò in pensione, quando i bambini saranno grandi.  
Il nicuticolài è accidioso, incurante, svogliato. Pagherebbe oro qualcosa, solo per togliersi il pensiero, per accorgersi, subito dopo, che non era quello che cercava e che gli sta scivolando tra le dita, senza lasciare segno.
Il nicuticolài è ambiguo, si spaccia per ricerca del nuovo, ma è malsano e fiaccante come una stanza umida e calda in una notte d’agosto.
L’unico rimedio al nicuticolài è: raccogliere le forze, distogliere lo sguardo dal nulla, alzarsi, ora, proprio ora, e andare a vivere.

I FUOCHI DI FERRAGOSTO

16 agosto 2009
Sono salita in terrazza, su di sopra, stanotte.
Per fumare una sigaretta, bere una coca, cercare la luna, le stelle cadenti, delle domande, qualche risposta.
La luna non c’era. Troppo presto, troppo tardi, troppo a sud, troppo a ovest.
È un giorno di luna calante, ce n’è solo un quartino sul calendario, e pure da qualche parte, nel cielo.
C’era una sirena che girava in distanza: un’ambulanza, prima da est, poi da sud, poi di nuovo da est, prima vicina, poi lontana, poi più niente. Niente stelle cadenti, solo stelle velate dal bagliore rosato della città. L’insegna della farmacia, di là dalla strada, gettava lampi azzurri, poi verdi, poi azzurri, veloci.
Poi, in fondo, lontanissimo, oltre i tetti, oltre gli alberi, uno sbocciare improvviso e silenzioso di fuochi artificiali: rossi, gialli, bluette. Bianchi, azzurri, gialli. Viola, blu, oro. Verdi, rossi, arancioni. Piccoli fuochi modesti, da sagra di paese.
I fuochi del Ferragosto.
Andavamo a vederli in spiaggia. La sabbia era fresca, morbida, inaspettata. Si procedeva a tentoni, al buio, tra le fila di ombrelloni chiusi, le sdraio umide, ai lati. Tra la gente, persone a centinaia, lungo tutta la spiaggia, per chilometri di arenile, gente festosa ma indefinita, invisibile nella notte. C’era chi si sedeva, a fianco, o in cerchio, ad aspettare. Ma i più stavano in piedi. Ombre scure, senza corpo, senza colori, fatte solo di voci, di adulti, di bambini, di urla, di aspettative, un’onda che cresceva, lenta. E il mare invece, in disparte, quasi fermo, luccicante, in attesa. Le barche ormeggiate lontane, al solito posto di sempre, a metà tra la spiaggia e l’orizzonte nero, ornate di piccole luci tremolanti, pronte ad accendere i fuochi. 
E poi cominciavano, prima appena appena, piccoli lanci di scie colorate, brillanti, poi brevi pause di buio e di strisce di fumo chiaro, indistinto in deboli folate nella notte, poi sempre più vicini, rilucenti, tu mi stavi vicino, sempre più lunghi, luminosi, forse ci tenevamo per mano, alti, sfolgoranti, sorprendenti, forse mi stavi dietro, alle spalle, ascoltavamo gli scoppi come confusi tuoni lontani, mi abbracciavi, guardavamo in alto, insieme, le vampate colorate, su, sempre più su, in alto, io rabbrividivo, e poi giù, in lenti dilatati ricami di luce scintillante, che subito si perdeva nel buio.
E l’emozione intorno si trasformava in sordo fragore, i mormorii diventavano voci, grida dalla folla, esclamazioni, applausi.
Io non sapevo parlare, né gridare, né applaudire, ero solo tremendamente felice.
Sorridevo ai bagliori sfavillanti dei fuochi di Ferragosto, piccole lacrime ferme agli angoli degli occhi.

STAVOLTA VENGONO ANCHE GLI APOSTOLI

9 agosto 2009

passeggiata sul sile

CHI E?

5 agosto 2009

musettoE dopo diciotto anni che tutte le mattine apro le imposte e che tutte le sere le richiudo, solo ora che sto per andarmene da questa casa, mi sono accorta che tra le venature del legno c’era questo musetto che mi guardava.

 

 

 

 

 

 

 

 


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