Archive for febbraio 2008

TARGET

23 febbraio 2008

Il mio cellulare da’ i numeri.

Nel senso che non fa più i numeri quando deve telefonare, non risponde quando qualcuno chiama e si rifiuta di mandare i messaggi in tempo reale.
Insomma, ha deciso di fare quello che vuole. L’aveva deciso già dall’anno scorso, mentre ero in giro per l’Australia, quando aveva cominciato a fare come facevano le televisioni, una volta, quando non centravano bene un programma, e riempiva di righe sussultanti il display.
Un ignorante di cinese in un negozio di cellulari di Sydney, mi disse che era spacciato e che avrei fatto meglio a comprarne un altro. E invece, tiè, è durato un altro anno.
Comunque oggi decido di andare al negozio Vodafone e chiedere se si può fare qualcosa per salvargli la vita.

La ragazza non è cinese, ma appena vede il modello da lontano, un Motorola d’epoca, un V550 dell’inverno 2004, che estraggo lentamente dalla borsa, per non impressionarla troppo, mi dice che sicuramente ormai sta tirando le cuoia e che ovviamente non vale la pena di ripararlo.
Poi, sulla base del mio numero di cellulare, controlla in computer il mio curriculum vitae di utentessa vodafone, e controllando la mia spesa mensile di telefonate, mi classifica nel target del cliente poco esigente e poco pratico. Grave, grave, grave errore.

Ma come biasimarla? Vodafone di sicuro non contempla tra i suoi profili di riferimento una persona che:

1) non ha voglia di cambiare cellulare e si vuole tenere il vecchio modello perché ha una suoneria che teme di non trovare in un altro modello.
2) non ha voglia di leggersi un altro libretto di istruzioni da capo a fondo. (io leggo sempre i libretti di istruzioni e voglio imparare tutte le funzioni).
3) fa una/due telefonate al giorno e manda in giro una decina di sms alla settimana.
4) vuole un cellulare Quad band che prenda anche nel Borneo e sotto le cascate di Iguassu.
5) non è interessata al blue tooth.
6) vuole un cellulare che faccia foto e videoclip.
7) non ha il minimo interesse ad avere l’ultimo modello di nulla.
8) è del tipo che quando al ristorante il padrone dice "non vi porto i menù, faccio io, ok?", le viene voglia di alzarsi e andarsene.

Così, la povera ragazza, mentre io le chiedo quanto costa un Motorola, inizia a parlarmi dei Samsung, mentre le dico che non voglio un Samsung, inizia a spiegarmi che non vale più la pena di comprare un cellulare, e soprattutto non vale la pena di comprare un Motorola, che poi l’ultimo modello è carissimo, dice, e costa sui 400,00 euro, ma che bisogna comprare un piano telefonico, perché il cellulare, Samsung, che è brandizzato, te lo danno gratis col piano telefonico, e mentre io inorridisco per il brandizzato e le dico che non me ne faccio nulla di un piano telefonico con cui posso mandare fino a 400 sms e parlare per 400 minuti al mese con tutti i vodafone, mi dice che il costo di 19 euro al mese è già ivato, e mentre io mi trattengo dal strapparmi le vesti per l’ivato, mi spiega quanto spendo vanamente adesso, mi spiega dello scatto alla risposta, dei centesimi che sto inutilmente scialando per chiamare un cliente vodafone e un tim e un tre, e poi, mentre le chiedo se il Samsung è un quad band, mi dice che crede di sì e urla alla Claudia se sono tutti quad band vero? la Claudia risponde che crede di sì, anzi che sì, sicuramente, e poi mi spiega di quanto comodo sarà non dover più fare la ricarica ma addebitare tutto sulla carta di credito o sul conto bancario, meglio sarebbe sulla carta di credito perché la procedura è più semplice e mi darebbero subito il cellulare, invece con la banca ci vuole un codice e una decina di giorni perché devono controllare se effettivamente ci sono i soldi sul conto, e che poi ci vuole una cauzione che però viene stornata nelle prime due bollette.

Ok, le dico, ci penso. Ed esco dal negozio, incazzata col mondo, pensando che magari, facendo due conti, mi conviene pure, anzi sicuramente. Mi conviene, essì che mi conviene, porcaccia miseria ladra!

Ma io NON VOGLIO comprare un piano telefonico invece che un telefono, NON VOGLIO dare alla vodafone il mio numero di carta di credito o il mio numero di conto corrente, NON VOGLIO dover pagare tutti i mesi la stessa cifra anche se decido di non telefonare più a nessuno o di partire per la Kamchackta, NON VOGLIO un Samsung, NON VOGLIO essere catalogata nel profilo cliente "Small", NON VOGLIO il cellulare di ultima generazione, NON VOGLIO essere brandizzata e ivata e targhettata. Cavolo, io voglio solo un merdoso di telefono e farci quello che voglio quando voglio e come voglio.

Uscendo, vedo un Motorola in vetrina. "Senta" dico, "ma questo, quanto costa?" "Ah, quello", lo prende dall’espositore come fosse una cimice. "Costa 109,00 euro". "Ah, dico io, ed è pure simile al mio!" esclamo sollevata, chiedendomi se ha pure la mia suoneria preferita (Cosmic). "Ma non ha la memoria estensibile questo!" dice lei. "E poi è VECCHIO".

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21 febbraio 2008

"Quando non lavoravo, ne avevo di tempo da far passare. La stanza che avevo affittato (in una casa vittoriana trasformata in residence per single) mi deprimeva, così ci stavo il meno possibile. Anche se dovevo ammettere (e lo vantavo ai miei) che era a buon mercato, in bassa stagione, e a solo cinque minuti dall’oceano. Avevo anche il telefono, ma non c’era nessuno che volessi chiamare e nessuno che mi chiamasse. C’era un letto matrimoniale con un materasso morbido come un marshmallow in cui ogni notte, anche per dieci ore di fila se ce la facevo, sprofondavo in un fantastico sonno quasi senza sogni, come un cadavere in fondo all’oceano."

da Misfatti di Joyce Carol Oates, Bompiani

UMANITA’ FERROVIARIA

20 febbraio 2008

Giappone trenoAlla partenza da Torino del regionale delle undici e cinquanta, il caldo all’interno dei vagoni è tropicale. Anzi, è sahariano, visto che è un caldo secco. Nella mia carrozza, due finestrini sono sigillati, uno sarebbe apribile ma non si apre, e altri passeggeri, chiusi nei loro cappotti e nei loro auricolari, non rendono accessibili gli altri finestrini.

Il signore straniero in camicia gialla a scacchi seduto dietro di me, armeggia pesantemente con pacchi e valigie. Poi, stremato e respirando con affanno, prima di sedersi davanti alla moglie corrucciata, silenziosa e dura come una noce, e di consumare il pranzo estratto da un sacchetto, si toglie la camicia e resta in canottiera, esibendo un corpaccio peloso da orco.

A Vercelli salgono quattro ragazzine con zainetti, libri e fili che scendono dalle orecchie e fino alla stazione successiva parlottano e sonnecchiano, restando sempre avvolte fino al mento in sciarpe di mohair e giacche a vento zippate. A Novara entrano quattro sordomuti: tre donne e un uomo, e perdipiù stranieri. Non sono del tutto muti, e forse neanche sordi, perché, gesticolando fittamente tra di loro, pronunciano delle parole con suoni allungati e gutturali. L’uomo in canottiera, per farsi capire, gli urla: è caldo, caldo, caldo! I quattro approvano con un coro stonato di suoni.

Entra un uomo alto, la barba di una settimana, un pesante cappotto verde bottiglia, con in mano un lungo flauto rosso, si ferma in mezzo al vagone e recita come una poesia, una lunga frase che riassume le sue disgrazie. Poi, per un minuto suona al flauto qualcosa del tipo Violino Tzigano (motivo portatore di enorme e inevitabile sfiga, secondo mio padre e la tradizione familiare). Alla fine allunga in giro un berretto nero. Tutti guardano ostinatamente fuori dai finestrini.

Arriva una ragazza che silenziosamente appoggia sui sedili, a fianco di ogni passeggero, un bigliettino plastificato dove dice che è sordomuta e che le nostre offerte la aiuteranno a tirare avanti. Esce dal vagone, ritorna dopo qualche istante e si riprende i bigliettini. Nessuna offerta. Appena uscita, i forse-sordomuti, l’omone e una mesta signora milanese, si scatenano in una filippica di suoni e parole sulla dignità e la necessità del lavoro.

Sull’eurostar da Milano, sono seduta vicino a due giapponesi e un italiano che in tre assommano (schierati sui tavolinetti e attaccati alle orecchie) cinque cellulari, tre ipod, un palmare, e un obsoleto lettore portatile di compact disc. Da loro solo sommessi pcium pcium pcium pcium accavallati in vari ritmi. Dall’altro lato del corridoio, tre uomini tra i quaranta e i cinquanta. Uno legge un libro, uno sonnecchia, l’altro legge "Il Brescia". A Brescia i tre si alzano, indossano cappotti e giacconi, e uno di loro prende dal ripiano dei bagagli una borsa e un paio di sci e di racchette. Guardo gli sci e penso: ma guarda che piccoli che sono gli sci adesso, una volta erano lunghissimi.

Un anziano sale a Brescia e chiede a due pachistani a chi deve mostrare il biglietto. I due gli dicono che deve timbrarlo alla macchinetta prima di salire. Lui corre per scendere dal treno ma viene fermato da tre anziane di Valdagno che gli dicono che basta che firmi lui il biglietto e che lo adottano fino a Vicenza. Si scopre che è la prima volta che sale in treno in vita sua. Le signore incalzano: ma allora perché ha preso il treno? Segue una complicata e infinita storia di macchine rotte, cognati gentili ma sprovvisti di automobili, meccanici irreprensibili ma introvabili e consigli di parenti scostanti. Le signore, per paura di non fare in tempo a scendere, si preparano davanti alla porta del treno a venti minuti dalla loro fermata, e incappottate e incappellate rimangono a fatica in piedi reggendo le valigie.

A Vicenza, un ragazzo svizzero, prima di scendere, cerca, e non trova, gli sci che aveva messo sul ripiano dei bagagli qualche posto più in là del suo. Una signora anziana gli dice che doveva stare attento al suo bagaglio. In Svizzera non succede, dice lui.

Un tipo che non vedo in faccia, seduto davanti a me, sta dicendo a due signore slave che in Italia la giustizia non funziona e che quest’estate una zingara aveva tentato di rapire una bambina nascondendola sotto la gonna in spiaggia, ma il giudice ha convinto tutta l’Italia che non era vero e così l’hanno lasciata andare. E aggiunge che da noi c’è un famoso attore che si chiama Luca Barbareschi che si sta dando molto da fare perché le cose cambino.

Sul regionale da Mestre, il frate seduto accanto a me odora di qualsiasi cosa abbia mangiato e gli sia caduta sulla tonaca marroncina negli ultimi sei mesi.

Sono stanca, vado a dormire.

BANDIERE

18 febbraio 2008

Un ragazzo che cammina per Corso del Popolo a T. la domenica sera, portando una grande bandiera rossa con sopra un disegno nero. Lo vedo da distante, vedo la bandiera e mi chiedo che squadra sarà mai questa. E poi in febbraio. Ma che? ci sono campionati che finiscono in febbraio? E poi, il Benetton rugby è bianco verde, la Sysley oro granata, come dicono loro, la Benetton basket è pure bianco verde, la sfigatissima squadra locale di calcio è bianco azzurra, questo per chi cavolo tifa?

Arrivo alla sua altezza e comincio a distinguere sulla bandiera un’aquila nera bipenne. Lui ha pure i colori della bandiera e l’aquila disegnata in faccia, urla felice non si capisce cosa, e cammina baldanzoso con a fianco la morosa, una biondina timida in minigonna e un’altra coppietta a fianco, un ragazzo e una ragazza, che sorridono un po’ imbarazzati.

Tutto lo struscio serale lo guarda con aria di riprovazione. Camminare per il corso, in zona pedonale, la domenica sera, urlando frasi in una lingua sconosciuta e portando una bandiera, per di più rossa, non viene ben visto.

Io che, invece, appena sento una parlare una lingua o un dialetto che non sia il veneto, mi animo e mi risveglio dalla catalessi cittadina, mi avvicino per capire che sta festeggiando e solo quando lo sento urlare "Kosovo" capisco qualcosa. Aaah! L’indipendenza del Kosovo.

Ma allora quella è la bandiera del Kosovo? Che vergogna, non ne so niente.

Wikipedia invece è aggiornatissimo e sotto bandiera del Kosovo, in una voce nuova di zecca, dice che la bandiera del Kosovo adottata il 17 febbraio 2008 è di fondo blu con il disegno del paese in giallo e sei stelle bianche sopra. A simboleggiare, forse, dice Wikipedia, l’unione europea e gli Stati Uniti che hanno aiutato il paese a raggiungere l’indipendenza, o forse le sei minoranze etniche del paese: serbi, turchi, rom, bosniaci, croati e montenegrini.

Non capisco bene cosa abbiano a che fare sei stelle con Unione Europea e Stati Uniti, ma forse non si sono ancora bene messi d’accordo al parlamento kosovaro, o quello che oggi ha aggiornato wikipedia in tutta fretta, non riusciva a trovare l’informazione esatta.

Ma allora la bandiera rossa con l’aquila? È quella dell’Albania.

Miseria, che casino. Questi sono seicento anni che si fanno la guerra.
Prevedo problemi. Grossi problemi.

FRA CINQUECENTO ANNI

16 febbraio 2008

Rieccolo, è già dappertutto. Accendo la tivu e lo vedo di sfuggita mentre finisce un telegiornale, cambio programma e lo rivedo seduto in poltrona, passa una mezza giornata e rieccolo in un altro programma di approfondimento. Berlusconi è tornato full time in tivu.

Testa marroncina, come una Barbie a cui siano stati rasati i capelli da una bambina schizzata, doppiopetto gonfio di sé, colorito terracotta arancione, occhi e palpebre tirate e zigomi pronunciati come fosse di ascendenze tartare e sorriso alla la situazione è sotto controllo.

Parla della mamma, di quanto alla povera donna dispiacesse all’epoca che lui si sentisse costretto dal suo senso di responsabilità ad entrare in politica, di quanto gli costi dover continuare a fare il suo dovere, ma di non potersi sottrarre per il bene del popolo italiano.
Racconta di come non avesse mai detto che Enzo Biagi e gli altri dovessero andarsene dalla Rai, e anzi di come lui stesso avesse disposto perché Biagi se ne andasse con un largo compenso, di come durante gli anni del suo governo non abbia mai agito per interesse personale con leggi ad personam, di come i governi di sinistra non abbiano mai fatto una legge contro il conflitto di interesse perché si vede che, infine, non ce n’era bisogno, di come da cinquanta anni gli Stati Uniti difendano la democrazia e la pace in giro per il mondo.

Con le spalle ben erette e larghi gesti del braccio, prende appunti su un grande blocco, risponde con toni pacati a tutte le domande, esibisce una fotografia formato trenta per quaranta di sé stesso in posa con Bush padre, Bush figlio e Bill Clinton: tre generazioni di presidenti degli Stati Uniti, una ventina di anni di potere americano a confronto con la forma incarnata del potere italiano. Il messaggio è chiaro: negli Stati Uniti il potere assume forme e facce diverse, Berlusconi, invece, resta.

All’improvviso penso che ce ne libereremo solo con una malattia, la vecchiaia, la morte.
Non augurare mai la morte a nessuno, diceva la mamma (la mia mamma).
Ma io non auguro la morte a Berlusconi, penso solo che l’unica strada per liberarsene sarà la sua naturale scomparsa.

Però, sarebbe bello, per lui, per ridimensionarsi, che ora potesse leggere della sua vicenda politica in un libro di storia pubblicato tra cinquecento anni. Se ancora ci saremo, se ancora qualcuno si prenderà la briga di studiare dei documenti, di pensarci sopra, di studiare fatti e persone, se ancora si scriveranno i libri di storia, o si digiteranno informazioni su cd, o magari sul palmo di una una mano, o con il pensiero si trasmetteranno le informazioni direttamente nella mente delle persone, insomma se ancora si userà fare questo genere di cose, la vita e la storia di Berlusconi e dell’Italia di questi anni, in un libro di storia universale, saranno riassunte solo in un rigo in un paragrafo: tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni del duemila, l’Italia godette di un lungo periodo di pace.

Ahhhhhhhhhhhhhh! Che rivincita!!!

DONNE DU DU DU

14 febbraio 2008

Che noia mortale.
In un friendly blog, insomma in un blog che leggo con una certa costanza, scrivo un commento ad un commento, praticamente una frase, un rigo appena, semplicemente dichiarandomi d’accordo con il parere espresso da un personaggio noto, e mi ritrovo definita virago.

Non specificherò qui né il blog, né l’argomento, né tantomeno il nome del genio in questione, che probabilmente godrebbe del dibattito, nutrendo oltremisura l’egone di cui è fornito, ma mi piaceva far notare che ancora, ancora e ancora e ancora, per il fatto (innegabile) di essere donna e di non avere, a parere insindacabile di qualcuno, manifestato in quanto tale, sufficienti dosi di sensibilità, cautela e umanità, una sconosciuta qualunque debba ancora essere definita arida virago.

È il genere di argomento che mi sprofonda in una noia mortale, mi procura l’immediata caduta delle braccia nonché un versamento di latte dalle ginocchia: qualunque dibattito sarebbe inutile.

Un po’ come tentare di far ragionare un membro del Ku Klux Klan: (perché ti metti il cappuccio bianco!? Eh? Dimmi? Perché?), o tentare di avere delle riposte da George Dabliu: (perché hai invaso l’Iraq?!! Eh??), o far dire ad un leghista qualcosa di intelligente: ( … ).

Quindi evito il dibattito.

Però, nella mia rassegnata mestizia, non posso fare a meno di ricordarmi di:

A) l’operaio dell’azienda telefonica  (allora) di stato che alla domanda: "ma scusi perché vuole smontare tutto il mobile per trovare il cavo telefonico? Non basta spostarlo dal muro?" mi rispose: "ma lei pensa di trovare qualcuno che la sposa?"

B) l’impiegato dell’albergo di Amman, a cui io chiedevo informazioni in inglese, che si ostinava a non guardarmi in faccia e a rispondere cortesemente rivolgendosi invece al mio compagno di viaggio che non capiva una parola di inglese e mi guardava sconsolato. (ma almeno l’impiegato era musulmano).

C) l’amico a cui ingenuamente chiedo: "scusa ma tu sai per caso come si fa a … con il computer?" e che solo dopo che mi ha spostato icone e programmi dove voleva lui perché così vai meglio, e solo dopo che mi ha bonariamente insegnato cose che già sapevo, si alza e se ne va perché è di corsa. (non lo sapeva ma non poteva dirlo).

D) E) F) G) l’idraulico, l’amministratore, il muratore, il commercialista che ti parlano come se avessi dieci anni e fossi un pochino tarda di comprendonio, e che sono convinti che di quelle cose lì non dovresti tanto impicciarti.

Non mi vengono in mente tutte le lettere dell’alfabeto, ma solo perché non ho voglia di pensarci.

Mah, chissà che con i ggiovani vada meglio.

 

SONO TRASVERSALE

9 febbraio 2008

Oh bella! La signorina Monella20cam, mi ha scelta come amica.
Per chi non conoscesse Splinder, la piattaforma su cui scrivo questo blog offre la possibilità di segnalare all’interno del proprio profilo i propri "amici".
La cosa strana è che gli amici in questione possono non saperne nulla di essere diventati amici. Amici univoci insomma.
E così se andate nel profilo della Monella troverete la vostra amica Dipocheparole insieme a Bestio, CharlieManson78, Pornoromantica, il Puffoburlone, SexiHelenCam e altri. Giuro che SexiHelenCam non sono io.

Comunque la Monella dice di avere 21 anni, di adorare la chat e i ragazzi carini e di essere porcellina. Insomma questo blog spazia sempre di più e si rivolge ad ogni target. Sono trasversale. Come il Partito Democratico e come il Partito della libertà del popolo delle libertà.

Troppo figo.

STATISTICHE

8 febbraio 2008

Questa sera, mentre aspettavo il verde al semaforo di un passaggio pedonale, c’erano di fronte a me due ragazzi sui sedici anni. Giubbottino di pelle nera, jeans col cavallo un po’ basso, capelli corti un po’ arruffati. Due ragazzi qualunque.

Sento che uno fa all’altro: "Ma ti rendi conto che il tre per cento dei ragazzini tra gli undici e i tredici anni dichiara che ha già fatto sesso?" E l’altro, continuando a guardare le macchine che passano: "Scusa ma cosa ti aspetti da una società che permette che le bambine vadano in giro vestite da donne?"

Per un momento non sapevo più se sentirmi molto giovane o molto vecchia.

IN MEMORIA DI UNO SCONOSCIUTO

6 febbraio 2008

"Abbiamo preso sotto qualcuno" il capotreno irrompe attraversando di corsa il vagone seguito da un altro ferroviere. Apro gli occhi, e per qualche istante fatico a capire se la voce che ho sentito è reale o sognata. Guardo fuori: il treno è fermo appena fuori da una piccola stazione: Trecate.

Nel silenzio improvviso ci guardiamo, io e gli altri due passeggeri del vagone. Il ragazzo seduto alla mia destra dice con disappunto che non riuscirà a prendere la coincidenza per Zurigo dove ha un’intervista domani mattina. "Un’intervista?" chiede la signora che era seduta dietro e che invece teme di perdere l’Eurostar per Roma. "Sì, ho un colloquio, per un lavoro, .. domani. Sono partito apposta stasera per arrivare in tempo".

Apro il finestrino dalla mia parte e vedo un passaggio a livello chiuso ad un centinaio di metri e una lunga fila di auto ferme. La signora apre il finestrino dietro di me e si tira subito indietro: "È là… è là… oh mio dio, l’ho visto. Per terra. Ha un piede sull’altro binario!". Mi affaccio, e vedo ad una ventina di metri un corpo disteso tra un binario e l’altro, i passeggeri affacciati ai finestrini. Altre persone lontane, in piedi davanti alla sbarra del passaggio a livello, guardano verso il treno. Qualcuno è uscito sui terrazzini del condominio di fronte e guarda giù.

Il corpo è immobile tra i binari, un braccio disteso sui sassi della massicciata, la mano aperta, il palmo rivolto  verso l’alto. Intorno tutto è fermo. Un uomo arriva dalla stazione portando in mano una cerata bianca, svolazzante e trasparente e la stende sul viso della persona a terra. Gli arriva appena a coprire le spalle.

"Cosa succede?" chiede con accento straniero una grossa signora nera che era seduta all’entrata con un passeggino. "Il treno ha investito una persona". "Oh Jesus!" esclama lei. "Ma è morta?" "Non sappiamo se è una donna – fa la signora dell’Eurostar – ma le hanno steso sopra un lenzuolo". La nera ci guarda, mormora qualcosa ma non dice nulla.

Passa una mezzora, altri viaggiatori attraversano il vagone andando verso il luogo dell’incidente. Uno di loro al ritorno dice: "Si riparte subito, tra cinque minuti. Il tempo di spostare la donna". "Ah era una donna?" chiede il ragazzo. "Sì, una donna, del 61 o del 71" "Ah, giovane!" dice la signora. "Ma forse non si è fermata al passaggio a livello?" chiedo io. "No no, – dice l’uomo – si è buttata sotto". "Oh Jesus – dice la nera – e perché?!" "Eh… perché … chi lo sa". le risponde qualcuno. Lei resta a guardarci come aspettando una spiegazione. "Non bisogna… " dice, alla fine.

Il treno non parte, ci sediamo, ognuno al suo posto. Il nostro treno ha ucciso qualcuno. Il ragazzo legge delle fotocopie in inglese, la signora dell’Eurostar telefona, la signora nera è tornata all’entrata dal passeggino, io leggo il giornale.

Fuori è arrivata una macchina dei carabinieri, un uomo fa delle foto al corpo che ora è coperto da un lenzuolo. Il braccio nudo, la mano aperta verso l’alto, è rimasto fuori. Un carabiniere raccoglie degli oggetti lungo il binario. Un altro carabiniere risale con un ferroviere lungo la massicciata, verso la locomotiva "… stavamo andando piano, sa, ci eravamo appena fermati a Novara…".

Vicino al corpo un gruppetto di uomini in cerchio, qualcuno in divisa, qualcuno no. Parlano tra di loro, poi la voce più alta di uno di loro, uno scoppio di risate. Passa un treno sul binario a fianco, passeggeri intenti a leggere, a telefonare, a parlare. Qualcuno dorme, qualcuno getta uno sguardo e subito si copre il viso con le mani.

Il capotreno rientra nel vagone. "Ma cos’è successo?" "Eh.. si è buttato sotto" "Ah ma non era una donna?" "No, no un uomo. L’ho visto io. Di 38 anni. Si è messo in mezzo ai binari con le braccia alzate e faceva segno di andargli addosso. Il macchinista ha suonato, ha frenato, ha frenato, ha frenato, ma… Ora dobbiamo aspettare altri due macchinisti, perché questi hanno detto che non vogliono guidare fino a Milano".

Arriva un’altra auto e si ferma lungo i binari, viene scaricata una bara di metallo lucido. Uno dei carabinieri improvvisamente urla verso il treno:" Chiudi, chiudi non c’è niente da guardare, non c’è niente da guardare. Chiudi le tende, stronzo! Chiudi ti ho detto! Anche là chiudi!"

Il treno riparte lentamente. A Milano, qualcuno scendendo dal treno si ferma un attimo a guardare la locomotiva.

BOH

3 febbraio 2008

"Da questo paese si alza un grido di dolore". Inizia così il discorso della signora di mezza età, vestita di rosso, che da una ventina di minuti si è piazzata fissa alle spalle del conduttore della trasmissione e che si presenta come professoressa di storia nella scuola locale.
Per un trenta secondi, il tempo concessole, declama in prosa dannunziana, abbrancando il microfono, il dolore del paese di Melito, Campania, ex lussureggiante campagna, ora puzzolente frontiera di discarica urbana.
L’operatore fatica a stringere l’inquadratura per tagliare fuori una decina di facce soddisfatte e sorridenti, in lieve flessione cervicale a seguire i suoi spostamenti, qualcuno col cellulare all’orecchio o sollevato come fotocamera a fotografare sé stesso fotografante.

Dal microfono in sottofondo un coro di clacson. Quando la telecamera stacca dal gruppo, inquadra una strada percorsa da un traffico impazzito da ora di punta a Il Cairo, di auto, motorini, apecar e furgoni, che, ondeggiando, si fa largo tra cumuli di sacchetti di spazzatura, resti di umido e secco spiaccicati sull’asfalto e persone che cercano l’inquadratura con in mano un cartello scritto a grandi lettere in stampatello nero.
I condòmini di Via T. rivendicano i loro diritti.

Seguono collegamenti da altre località: a Pianura, nei pressi della discarica, viene intervistato il politico di turno che si rammarica, recrimina, rassicura, si fa carico. In altre cittadine vengono intervistati i sindaci che protestano, rivendicano, contestano, auspicano. Vengono poi messi in onda miniservizi di indagine sulla provenienza dei rifiuti. Da anni, decenni, arrivavano dalle fabbriche del nord tonnellate di rifiuti tossici. Non si faceva la raccolta differenziata. Venivano aperte e poi chiuse e poi riaperte discariche abusive. Costruiti a metà impianti di riciclaggio. Dato incarico di vigilanza, di indagine, di denuncia, di monitoraggio. E poi storie intricate di commissari straordinari, di rilievi non fatti, di rilievi fatti e lasciati cadere nel nulla, immagini di montagnole di polveri grigio-marrone, residui della lavorazione dell’alluminio, abbandonati in campagna accanto a coltivazioni di ortaggi. E poi immagini di proprietari di coltivazioni infastiditi dalle telecamere, donne senza volto in file orizzontali, chine sui campi a raccogliere gli ortaggi, guardie forestali che mostrano le montagnole di polveri grigio-marrone, parlano di segnalazioni, di denunce vecchie di anni. E le montagnole sempre lì. Le guardie forestali pure, le donne chine sugli ortaggi anche.

Stacco sulla redazione del programma, a Torino. La Mole dietro le finestre, due signore leggono le mail arrivate in diretta. La gente protesta, si vergogna, ammonisce, domanda, condanna, suggerisce.

Servizio impietoso da Cordons, Friuli. Per le strade immacolate neanche i cassonetti perché la raccolta differenziata avviene porta a porta, tre volte alla settimana. La piazza del paese brilla come appena lavata e messa lì ad asciugare. La signora Paola mostra con fierezza nel cortile dietro casa i suoi cinque bidoncini per la raccolta differenziata. Il sindaco impettito parla con orgoglio dei suoi concittadini che hanno da subito aderito all’iniziativa. Se fosse possibile gli passerebbe un display luminoso sullo fronte: "mica siamo napoletani, noi".

Per l’ultima immagine, sulla voce di George Harrison in "Here Comes the Sun", l’operatore stacca su quella che sembra la piazzetta del paese. Al centro il monumento al rifiuto: una montagnola di sacchetti variopinti. Sullo sfondo, stagliato contro un inizio di tramonto, si intravvede solo l’ultimo piano di un condominio chiazzato di grandi macchie scure. Su un terrazzino una donna in golfino rosa chiama qualcuno all’interno e poi ritorna sbracciandosi in grandi gesti di saluto.


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