Archive for the ‘giro del mondo’ Category

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 

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EMERGENCY DEPARTMENT. ALICE SPRINGS

27 marzo 2010
Stanotte avevo un po’ nostalgia. Nostalgia di quel viaggio che mi sembra così lontano, di quella Dipòk che ora sembra un’altra.
A volte ho bisogno di rileggere cose scritte anche anni e anni prima per ritrovare pezzi di me che mi sembra di perdere per strada, capire chi ero e cosa cercavo.
Potrei riempirci una libreria Billy da 40 x 180 con le cose che ho scritto da quando ho avuto una penna in mano a oggi. E’ la mia memoria storica. Mi metto lì, mi rileggo diari, quaderni e blocchi di carta, e mi rimetto la tutina rossa di quando avevo otto anni, i pantaloni di fustagno della Benetton di quando avevo 14 anni, i jeans neri di quando ne avevo 25 e così via. Qui mi sono rimessa il camice bianco allacciato dietro che mi hanno dato quella volta al Pronto Soccorso di Alice Springs. Erano solo tre anni fa e sembrano cento.
L’avevo già postato qui un paio di anni fa, ma mi piace rileggerlo oggi. Spero piaccia anche a chi passa di qui.

Dei grossi insetti iridescenti caracollano lenti sul pavimento dell’Emergency Department dell’ospedale di Alice Springs. Nessuno sembra farci caso, qualcuno è calpestato, altri sono rovesciati e zampettano tristemente in agonia, solo un bambino aborigeno in braccio al papa’ a piedi nudi, li guarda e li indica con la manina.
Una grossa donna aborigena, immobile, il viso tumefatto, è stesa sul lettino dietro la tenda a fianco al mio. Un’altra si guarda intorno, gli occhi spaventati, seduta accanto al figlio che gioca tranquillo.
Un asiatico, con la scritta fluorescente "DOCTOR" sulla schiena, compila delle carte, seduto ad una delle scrivanie di fronte al mio letto. Infermieri sorridenti e silenziosi vestiti di tutine blu, ma con ai piedi gli scarponcini da camminata nel deserto che usano un po’ tutti qui in giro, vanno e vengono tra le tendine che dividono i pazienti.
L’albergatore mi ha portata qui in macchina dopo che sono svenuta della hall del Desert Rose Inn Motel. Ero stata malissimo tutta la notte, dopo cinque giorni a temperature infernali tra i 38 e i 42 gradi e un tour altrettanto infernale al monolite ad Ayers Rock. Novecento chilometri di pullman tra andata e ritorno, una sosta di una notte al Mt. Ebenezer Road Motel, dove ci hanno servito, in pieno deserto australiano, circondati da nugoli di mosche che qui non danno tregua, un piatto composto di pesce fritto unto, patate fritte ancora più unte e insalata di cipolle crude, e il giorno dopo panini al formaggio con pomodoro e insalata che immaginavo preparati dalle mani luride degli autisti-guide-rangers.
Durante il viaggio di ritorno, al buio, mentre attraversavamo il deserto rosso del cuore dell’Australia, circondati dal nulla, con un manto di stelle luccicanti sopra la testa, la Croce del Sud bassa sull’orizzonte di fronte al mio finestrino, con l’autista bene attento a scrutare la strada per non incappare in qualche animale (canguri, wallaby, cammelli, emu e vacche girano indisturbati per queste strade), il secondo autista, un bel tipo (il più’ pulito dei tre) vestito da ranger, che mi aveva anche invitato a bere qualcosa arrivati ad Alice Springs, improvvisamente si precipita dal fondo della corriera a vomitare nel bidone accanto all’entrata. Fine della serata. Una ragazza canadese lo segue a ruota. Alla fine tocca a me. Arrivata al Desert Rose Inn, nella mia stanzetta puzzolente di muffa, dalla moquette verde pisello, le lenzuola verde bottiglia, il lavandino marrone, le pareti di mattoni, un caldo torrido appena attenuato dal rumorosissimo condizionatore, sto malissimo tutta la notte.
Il giorno dopo nel pomeriggio ho l’aereo per Melbourne. Al mattino striscio verso la reception per chiedere se posso tenere la stanza fino al pomeriggio perché mi sento poco bene, e mentre sto parlando conl’albergatore, un tipo gentilissimo dall’accento incomprensibile, sento che sto per svenire.
Con una mano all’indietro cerco una delle poltroncine di vimini accanto al bancone, vedo i due coreani che ieri erano in gita con me scendere le scale lentamente e guardarmi, e capisco che ora verra’ il peggio.
Comincio a piovere sudore e a tremare, le mani mi si contraggono, la nausea esplode, come un geyser inondo il pavimento e scivolo giù, meravigliandomi di quanta acqua potessi contenere. Sento solo la cameriera tailandese che era dietro il banco della reception accorrere, abbracciarmi e urlare: ” she’s collapsing! help! she’s collapsing!” . Penso: io? Collapsing? Ma no. E mi sento dire: ”please, call a doctor, call a doctor”. Poi mentre sprofondo sempre di più nel nulla, mi chiedo perfino se sia più giusto dire “have you called a doctor?” o “did you call a doctor?” . Cosa sarà meglio? Ma l’avranno chiamato sto dottore? Vi prego, sto male, call a doctor, call a doctor. Penso al glorioso museo dei Flying Doctors che ho visitato qualche giorno fa. Ma quando era? Ieri? O l’altro ieri? Quindi ce l’hanno un ospedale qui. I Flying Doctors arriveranno con l’aeroplano e mi salveranno. Ma quando? E dove mi porteranno?
Poi, per un lungo attimo, più nulla.

La tailandese mi stringe al petto e mi asciuga il viso con un tappetino verde del bagno. Ho caldo da morire, ho freddo da morire. Mi toglie gli occhiali, io me li riprendo, lei me li ritoglie e io me li riprendo, mi abbraccia, mi toglie il fiato, cerco di scostarla, mi stringe, mi picchietta con la mano, mi vuole far bere dell’acqua da una bottiglia, no thank you, cazzo e’ gelata, moriro’, mi vuoi far morire? mi mette la bottiglia davanti alle labbra, penso che Cangrande della Scala e’ morto bevendo acqua gelata, ma lei e’ tailandese, che ne sa di Cangrande della Scala? Urla qualcosa all’altra cameriera che con un secchio di candeggina sta pulendo il disastro che ho combinato. La candeggina ha un odore fortissimo. L’altra, una bionda con gli occhi chiari, le urla qualcosa di rimando, io la guardo e , contemplando i miei resti che spariscono nel secchio, mi chiedo che accento abbia, sembra una ragazza dell’est europa, ma qui l’est e’ troppo lontano, pero’ forse anche il padrone viene di la’. Qui arrivano tutti da qualche altra parte. “Sorry, I’m sorry for that – le dico – sorry, I’m sorry”. Ma l’avranno chiamato il dottore? Did you? Have you? I Flying doctors, dove diavolo sono? Sto male. Sento dire “hospital”, la tailandese mi aiuta ad alzarmi, mi giro e vedo sulla strada il padrone dell’albergo che e’ andato a prendere la macchina. Sorry for that, I’m sorry, ripeto. “It’s ok – fa lui – it’s ok”. Improvvisamente mi ricordo del portafogli e del mio diario di viaggio che avevo in mano, con gli indirizzi, i numeri di telefono, gli appunti, tutto! “My book, my… come cazzo si dice portafogli!? …wallet! my wallet, please! My book!”. Non posso andarmene senza il mio diario! Torno indietro. Arranco. “My book!” La tailandese corre a prendere quaderno e portafogli, me li mette in mano con la bottiglia d’acqua e il tappetino, salgo in macchina, mi allaccia la cintura. Thank you, thank you.

Ed eccomi qui. Trasformata nel giro di dieci minuti, da turista in calzoncini corti a malata in camice bianco. Rispondo a domande, compilo moduli, mi meraviglio di sapere ancora il mio indirizzo e il mio telefono in Italia. “This is your bed”. Quello? Qui in mezzo? Sembra di stare in mezzo ad un ufficio. In effetti sembra ER della tivu. Tirano la tendina. Sto un po’ meglio.
L’infermiera Nat, una moretta carina, gentile e sorridente, mi mostra come infilarmi il camice e mi dice che ora verra’ il dottore a visitarmi. A parte gli scarafaggi sembra tutto pulito e a posto.
Arriva una ragazzona alta, bionda, con i capelli corti, in maglietta, calzoncini e scarponcini e mi chiede qualcosa. E’ lei il dottore.
Si chiama Tone Levang, e’ norvegese. Le chiedo che ci fa una norvegese ad Alice Springs e mi dice che cercava qualcosa di diverso. Cercava il caldo ? le chiedo sorridendo. No, no, qualcosa di diverso – dice – Prima sono stata in Tasmania, e poi, da un mese, sono qui ad Alice Springs. Dice che probabilmente la mia e’ un’intossicazione alimentare unita ad un colpo di calore, che sono disidratata, che ho la pressione a terra e che mi fara’ una sacca di liquidi in vena e comincia a forarmi il dorso della mano. Le mostro una bellissima vena verde/blu che ho nell’incavo del braccio, gonfia, visibile e pronta per ogni tipo di prestazione, ma lei insiste a volermi massacrare la mano e dopo avermi procurato un bel livido amaranto, si scusa e mi infila l’ago nel braccio.
“Si chiama butterfly questa? “ le chiedo, per far vedere che anch’io so e cercare di passare dalla condizione di paziente passivo a quella di paziente interattivo. “No, this is a cannula”. “Ah, la cannula!” dico io, come se, essendo un nome latino mi appartenesse. E lei: “come si dice butterfly in italiano?” “Farfalla” dico io. “FAFFALLA” ripete lei. Si’. Ecco. Sorridiamo.

Due sacche di liquidi, un te’, una fetta di pane tostato e a mezzogiorno esco dall’Alice Springs Hospital. Mi sento un’ameba ma devo fare la valigia.
Alle quattro ho il volo per Melbourne.

 

CAMBIO

26 novembre 2009
Ultima notte in questa casa. Esattamente tre anni fa, il
27 novembre era l’ultima notte prima di partire per il giro del mondo, la valigia pronta, aperta sul pavimento, piena di niente. Oggi invece ultima notte tra pacchi pesanti di tutto, librerie vuote, armadi demoliti. La macchia di muffa che prima non si vedeva dietro il mobile smontato, la polvere dietro il divano spostato, i giornali da buttare, quelli da tenere per impacchettare le ultime cose, lo stereo da staccare, un telefono rotto spuntato dai cassetti, la vecchia segreteria telefonica comprata a New York quella volta. E i quadri? Li riappenderò? Ho fotografato i libri per rimetterli allo stesso posto, ma le librerie non saranno quelle. Ho comprato un letto nuovo e mi aspetta nella casa nuova. Spero che faccia meno casino di quello vecchio.
Ho scoperto di avere più libri che vestiti, più diari che piatti, più lettere che bicchieri. Anzi ho scoperto che i bicchieri di quello che era un servizio intero, son quasi tutti rotti, e che invece ho diciotto bicchieri della nutella con i puffi, gli aristogatti, le tartarughe ninja e obelix. Ho scoperto che ancora una volta non sono riuscita a buttare la camicia bianca che avevo addosso al funerale del papà e per quasi tutti gli esami all’Università, l’altra orrenda camicia che avevo addosso alla laurea, i pantaloni neri di quella volta, la sua stupida felpa blu. L’orsetto Musetto è rispuntato tra le lenzuola vecchie. Ho ritrovato i fumetti che disegnavo per mio fratello da bambina. Centinaia di diapositive che è meglio non guardare, e per fortuna che l’unico modo sarebbe una a una, visto che il proiettore è sparito. Le musicassette di Lucio Battisti e dei Supertramp insieme alle cassette delle registrazioni dallo psicanalista.
Ho scoperto che ho pochissime cose da buttare. Bene, significa che non mi porto dietro nulla, che mantengo fermo il proposito della manutenzione: degli oggetti e dei sentimenti.
Che mi porto dietro, invece, di questa casa? Che, come quando ci sono entrata, sono sempre in carne viva, con il cuore in mano sanguinante, come un qualche brutto quadro di una madonna addolorata o di un povero cristo. Che ho la pelle di sottilissima pergamena sotto questo cazzo di inutile corazza. Che nessuno sembra accorgersene, come quelli che sembrano in coma e invece sentono tutto. La cosa nuova è che tutto questo comincia a essere insopportabile.
Chiudo l’adsl. Sono nelle mani della telecom. A presto.

EH?

4 novembre 2009
Perché lasciare il lavoro di una vita e partire da sola per un viaggio lungo mesi mi ha generato meno ansia, meno preoccupazione, meno pesantezza di un trasloco da una casa ad un’altra distante poco più di tre chilometri?

AUTUNNO

31 ottobre 2009

Oggi, sui viali, volavano le foglie gialle dei tigli. E ho pensato a questi tigli, e agli aceri e ai giardini autunnali, in Giappone,  tre anni fa.
Ma ero io anche allora o era un’altra?

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DOV’E’ IL CENTRO DEL MONDO

31 dicembre 2008
mappamondo
Episodio moraleggiante e di buon auspicio
 
Il mio primo viaggio all’estero senza la famiglia, a parte una toccata e fuga a Nizza sui 17 anni, fu l’anno della maturità. In otto, con una Renault 5 e una A112, decidemmo di andare in Grecia, passando per quella che allora era ancora la Jugoslavia.
Il giorno della partenza mio padre disse al mio moroso dell’epoca che era alla guida della Renault 5: “mi raccomando eh, stai attento. Se succede qualcosa a mia figlia, quando torni ti strozzo.” Fecero tutti e due un sorrisino, ognuno il suo, e si partì.
Tralascio di dire che in undici giorni si fece viaggio, giro della Grecia classica (imprescindibili per me e la mia amica Emanuela appena uscite dal classico, la visita di Atene, Micene, Corinto, Tirinto, Epidauro e relativi musei) e ritorno attraverso le infernali strade jugoslave spendendo circa centomila lire, mangiando carne in scatola direttamente dalla scatola, cuocendo chilogrammi di spaghetti sul fornelletto campingaz, dormendo nei campeggi più luridi del Mediterraneo, perché quello che volevo ricordare qui è un’altra cosa.
Per la prima volta ero all’estero e per la prima volta mi capitò di incontrare degli italiani all’estero. All’epoca le macchine avevano ancora la targa con la provincia di appartenenza, quindi sulla targa della nostra macchina stava scritto TV. Un giorno, mentre uscivamo da un qualche campeggio dell’Argolide o della Corinzia, facendo manovra nel parcheggio, ci affiancò un’altra macchina di turisti targati TV. Suonarono il clacson, smanettarono gli abbaglianti, si sbracciarono felici, e una signora sporgendosi dal finestrino ci gridò: “Arei, siu anca vialtri da Treviso?!?!?!” (*1)  “Sì, siamo di Treviso,” rispondemmo noi ricambiando il sorriso. Altri sorrisi e cenni di felicità dalla macchina, poi: “Ma da dove?” “…da Treviso” rispondemmo di nuovo un po’ perplessi. “Sì, ma da dove?” Ci guardammo senza sapere bene che rispondere. “Beh, io sto in centro” disse qualcuno, “anch’io, .. “ disse qualcun altro, “io sto vicino alla stazione” disse un altro. Dalla macchina i sorrisi si smorzarono: “Ah…, fece la signora con disappunto, nialtri semo da Silea.” (*2) (*3). I turisti targati Tv, con l’aria delusa, alzarono i finestrini, ingranarono la marcia e partirono.
Quando in Australia vidi questo planisfero che ho messo qua sopra, chissà come, mi venne in mente questo episodio di una vita fa, e pensai che un planisfero così dovrebbe essere messo in tutte le aule scolastiche d’Italia. Anzi, non solo d’Italia, ma del nostro emisfero. E viceversa, obviously.
Tanto per educare i nuovi umani a non considerare il proprio ombelico come il centro del mondo.
Che poi è il mio augurio per l’anno nuovo. Per tutti.
 
 
*1:    (n.d.t.: ehi,  siete anche voi di Treviso?)
*2:    (n.d.t.: noi siamo di Silea).
*3:    (n.d.a.: Comune della Provincia di Treviso, situato ad una distanza di circa sei chilometri dal centro del capoluogo.)

EMPRESS OF JAPAN

29 novembre 2008
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30 maggio 1911
Yokohama. Partenza per Vancouver col vapore Empress of Japan. Bel vapore tutto completo di passeggeri. 133 solo in prima classe. Questo vapore è però molto piccolo quantunque molto comodo e il beccheggio è nullo quantunque il mare sia leggermente mosso.
Il Grand Hotel di Yokohama prima di partire ci offre un portasigarette con un drago in rilievo.
 
31 maggio 1911
Siamo al largo dell’Oceano Pacifico, cielo sereno e mare calmo, solite onde dell’oceano. Abbiamo fatto una velocità di miglia 14,5 all’ora. A un signore seduto vicino a me è stata consegnata una busta chiusa con un marconigramma appena preso dal cielo.
Visto due gruppi di bellissimi e velocissimi guizzanti delfini neri sopra e bianchi sotto.
Oggi hanno innestato il vaiolo a tutta la ciurma cinese, non so se siano passeggeri di III° a poppa.
Dist.358 nodi.
 
1 giugno 1911
Oceano Pacifico – Nord – tempo sereno, fresco. Dist.331
 
2 giugno 1911
Oceano Pacifico – Nord – gabbiani
Di giorno il Purser ha preso nome, convenzione e relazione dei passeggeri per le autorità Canadesi ed Americane.
La sera un uccellino (sguissetù) è entrato nel salone di lettura, perduto in mezzo all’Oceano.
 
3 giugno 1911
Giornata fredda. Partite a scacchi con gli ufficiali francesi.
 
4 giugno 1911 Domenica
Nella scorsa notte ci fu molta nebbia per cui ogni tanto si udiva il fischio della sirena; oggi giornata monotona grigia nebbiosa. Sul tardi è anche piovuto.
 
5 giugno 1911
Antipode day 4/6
Oceano Pacifico. Tempo piovoso. Stamane abbiamo la linea di separazione della Data, per cui oggi siamo in un giorno senza data che a bordo si chiama Antipode Day. Credo che dovrebbe portare la data di ieri o essere il 4 bis.
5 giugno. Mare mosso, molto rullio con relativo movimento di tutti gli oggetti però non si soffre.
Tempo piovoso nebbioso.
 
6 giugno 1911
Oceano Pacifico. Mare leggermente mosso. Tempo nebbioso, freddo piovoso.
Partite a scacchi con gli ufficiali.
 
7 giugno 1911
Oceano Pacifico. Tempo sempre uguale, vita monotona. Anche oggi continua il rullio ma molto meno. Diversi grandi albatros scuri, dalle ali falcate seguono il piroscafo e si riposano nelle acque come le
anatre.
 
8 giugno 1911
Oceano Pacifico. Tempo freddo coperto. Il bastimento è riscaldato a termosifone. Il servizio è fatto da nonnocinesi ordinati, in giacche bianche e scarpe di feltro. Oggi hanno fatto diversi giochi. (con patate etc..)
 
9 giugno 1911
Ultimo giorno di viaggio. Tempo vario, mare mosso. Alla sera festa con suoni e canti e distribuzione di premi dalla governatrice di Hong Hong. Giornata piacevole.
 
Dai taccuini di viaggio del nonno.
 
 
 

SHOCK CULTURALE

15 ottobre 2008

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Quando non so cosa scrivere, piazzo qui qualche mail dal giro del mondo.
Questa volta si parla dell’arrivo in Nuova Zelanda dopo una ventina di giorni di Giappone.
A rileggerla mi viene da ridere perché mi vengono in mente i miei giorni giapponesi. Giorni stupendi per tanti versi, in giro per un paese affascinante, diverso, totalmente diverso da qualunque altro posto del mondo.
E nello stesso tempo giorni di totale solitudine, in cui, dopo giorni in cui non riuscivo a fare due parole con nessuno, perché nessuno parlava inglese, mi ritrovavo a parlare o cantare da sola per la strada. Giorni anche di totale straniamento e fascinazione, passati a cercare di capire abitudini, gesti e modi di questo popolo di marziani.
L’arrivo, prima in Australia per scalo tecnico a Cairns, poi a Brisbane e infine a Auckland, dopo venti giorni di compassati e impassibili giapponesi, fu per me quel giorno un vero e proprio shock culturale.
Questo descrive cosa ne venne fuori!:

Il signor Dion Salmon, come risulta dalla targhetta spillata alla camicia, (e mi pare di capire che i suoi antenati non facessero gli allevatori di pecore), un ometto secco color castagna, con la faccia come un mocassino spiegazzato, mi fa togliere la cintura prima di passare attraverso il varco a raggi x all’entrata della sala transiti dell’aeroporto di Cairns, Australia.
Vicino a lui un omone alto e grosso, scuro anche lui, ma di un altro colore, il mio primo aborigeno, vestito di una tuta arancione con la scritta “custom”, dogana, mi guarda fisso. Sarà perché ho la giacca a vento e qui ci sono 25 gradi?
Sono le 4 e 40 del mattino e fa un caldo boia. Questa non l’avevo calcolata. Il transito intendo, all’alba e con questo caldo. Ora fra una mezzora dovrò prendere un altro volo che mi porterà a Brisbane, e poi un altro volo ancora fino ad Auckland, Nuova Zelanda. Penso che all’arrivo sarò una polpetta cotta.DSC02023

Oggi è stata una non-giornata. Una di quelle giornate in cui non si succede niente e non si fa niente perché tutto si svolge nell’attesa della partenza. Dopo 18 giorni lasciavo il Giappone per la Nuova Zelanda. Così, nel pomeriggio sono tornata a Narita, l’aeroporto di Tokyo, che ormai non ha più segreti per me, e alle otto di sera mi sono imbarcata sul volo Quantas che mi ha portata qui. Ho regalato alla hostess, una biondona australiana di Perth, quella fottuta carta telefonica giapponese che non sono mai riuscita ad usare perché in Giappone i telefoni parlano giapponese, e lei, riconoscente, ha continuato ad offrirmi te, caffè ed aranciata per tutto il volo. Gli altri passeggeri erano quasi tutti coppiette di giapponesi e famigliole australiane. Cairns, con le sue spiagge tropicali, è meta di vacanze natalizie. Infatti fa un gran caldo, e io con la mia giacca a vento, il maglione di lana e i pantaloni di velluto, mi sento un po’ fuori posto in mezzo a questo popolo di vacanzieri che si presenta in bermuda all’arrivo. Spero che ad Auckland, come pare, faccia un po’ più fresco.

Auckland. Ragazzi, mi ripeterò ma il mondo è davvero bello perché è davvero vario. Finalmente dopo venti giorni di alieni giapponesi, dei bei pezzi di uomini! Finalmente dei bei biondoni, rossi, castani, alti, grossi e con due spalle così! Mi gusto perfino i ciccioni, guarda te! Finalmente degli uomini che ti guardano e ti guardano negli occhi! E parlano! E ridono! E si stiracchiano. E stanno seduti stravaccati! E delle belle donne, cavallone, bionde, sorridenti, sciattone, vestite come capita, con i capelli per aria, i bambini che urlano e che rompono le balle e si sdraiano per terra.
All’aeroporto di Auckland, al controllo bagagli, dove arrivo pallida e stralunata, camminando come sulle uova, sbandando nei corridoi, dopo una notte insonne passata a cambiare aerei, mi accoglie un ragazzone rosso, pieno di lentiggini, sorridente che mi chiede da dove vengo. “Italia” dico io, e potrei quasi cantargli “o sole mio” da come mi fa sentire bene. E lui: ” ooooh Italiaa, brava ragazzo!!!”. Quasi mi commuovo, un uomo che mi parla e che mi sorride. Oddio quanto mi mancava l’occidente. Questo occidente. L’occidente della varietà, della commistione, della diversità tra simili. E anche un po’ di disorganizzazione, un po’ di confusione, un po’ di sana sporcizia. Ecchecavolo, in fondo sono italiana! E poi gli sguardi, la parola sorridente, il commento buttato là tra estranei per scambiarsi un’impressione, un pensiero. Per dire che in fondo siamo tutti qui a sfangarcela in questa valle di lacrime. E mica sono arrivata a Napoli, sono arrivata in Nuova Zelanda, dall’altro capo della terra. Si parla inglese qui e da quello che vedo sono minimo un metro e ottanta, biondi e molto wasp, almeno ad una prima impressione. Accidenti, ma quanto sono diversi i giapponesi!!

MAORI

27 settembre 2008
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Lettura domenicale tratta dalle “lettere da lontano”, le mail dal giro del mondo. Questa arriva dalla Nuova Zelanda. Si parla di Maori, di Pakeha, di Kauri, di opossum e infine di tradizioni. Tanto per non dimenticarsi che fuori di casa c’è un mondo.
DSC00963L’autista del pullman Paihia/Auckland è un degno rappresentante della comunità dei Pakeha, come i maori chiamano gli europei arrivati nella loro terra nei primi anni dell’800. Alto, magro, roseo, un che del Principe Carlo d’Inghilterra, di quel biondo stoppa che mi fa pensare a degli avi inglesi o scozzesi. Diverso insomma, dall’autista dell’andata: un maori piccoletto e tarchiato, con i capelli ricci, scuri e gli occhi azzurri, in calzoncini blu corti e calzettoni bianchi, la divisa della Northliner Express, che tanto ricorda il passato coloniale inglese e a me in particolare il colonello Alec Guiness del Ponte sul fiume Kwai.
I Pakeha, all’inizio arrivarono soprattutto dall’Inghilterra, dalla Scozia, dall’Irlanda, ma anche dalla Dalmazia perché i dalmati erano abili nell’estrazione della resina dagli alberi giganti chiamati Kauri e considerati sacri dai maori. E a vederli, queste meraviglie di alberi, alti 30 metri, con diametri che raggiungono i 10 metri, perfettamente diritti, come un muro di legno vivente, e in grado di raggiungere i 1000 anni, non gli si può dare torto.
I Neozelandesi vanno molto fieri dei buoni rapporti di convivenza che hanno saputo raggiungere con la comunità dei maori, i quali diversamente dai tranquilli e sognanti aborigeni australiani, grazie alla loro tradizione di guerrieri, hanno saputo difendere i loro diritti fin dagli inizi (forse perché hanno subito dichiarato le loro intenzioni mangiandosi qualche marinaio del Capitano Cook o qualche volenteroso missionario anglicano). DSC01047
In realtà, sua maestà Vittoria, la regina d’Inghilterra, con il trattato di Waitangi del 1840, autoproclamandosi sovrana della Nuova Zelanda, ma facendo firmare il trattato anche ad una maggioranza di capi tribù maori, con grande abilità fece diventare la Nuova Zelanda parte dell’Impero britannico, avvalendosi dell’opera di convincimento e diplomazia dei primi missionari e dei primi suoi rappresentanti su litigiosi capi tribù maori, e avvalendosi anche di una traduzione non proprio corretta del trattato dall’inglese al maori, sulla quale tuttora si discute e che ha provocato innumerevoli controversie anche nella compravendita delle terre che gli europei acquistavano dai maori, tanto che ancora oggi chi compra un terreno nelle zone dei primi insediamenti può andare incontro a problemi di rivendicazione da parte dei discendenti degli antichi maori.
Insomma, qui I maori sono quasi allo stesso livello dei Pakeha, anche se noi europei, come sempre, quando siamo arrivati qui abbiamo portato malattie, alcool, fucili e introdotto animali che sono andati a modificare per sempre l’equilibrio di questo paradiso terrestre dove non esistevano animali predatori. Prova ne è l’abbondanza di uccelli che non sanno volare come il simbolo nazionale: il pacifico kiwi.
Quell’animalino carino che si chiama opossum, per esempio, introdotto in nuova zelanda dagli australiani, qui lo odiano perche’ si mangia di tutto, ne hanno circa 70 milioni di esemplari, e se lo incontrano guidando lungo una strada di campagna, lo riducono volentieri in frittata. In compenso, sempre in tema di salvaguardia della fauna, i maori quando sono arrivati qui dalle isole della Polinesia, hanno trovato molto facile cacciare e mangiarsi il povero Big Moa che era una specie di piccione terrestre e indifeso, alto 3 metri, che non sapeva volare, ma pare che fosse molto buono arrosto. E se lo sono mangiato fino a che si DSC00885e’ estinto, intorno al 1700. Da allora credo che i maori si siano buttati sul fish and chips e sul burger king perche’ sono tutti abbastanza in carne: omoni grandi e grossi e donnone alte, imponenti, dalla pelle ambrata, a volte ricoperti dei tatuaggi tradizionali, dagli occhi grandi e liquidi della gente polinesiana , un che di sognante e ironico nello sguardo e tutti con le gambe rigorosamente a X.
I maori sono ormai solo un 14 % della popolazione neozelandese, nella scala sociale sono un po ‘ sotto la media degli europei, ma, fieri delle loro origini e delle loro tradizioni, si danno molto da fare per affermare i loro diritti e per tenere viva la loro cultura e la loro lingua che e’ comunque ovunque nelle diciture ufficiali, al pari dell’inglese. DSC00880
A livello turistico, la tradizione maori ha una grande rilevanza, e dappertutto vengono organizzate visite e ricostruzioni di villaggi maori, cene tipiche e danze antiche, dove viene riproposta la famosa Haka, la rituale danza tribale che noi conosciamo perche’ la squadra degli All Blacks la ripropone all’inizio delle partite di rugby e che aveva lo scopo di intimorire i nemici. E in effetti, a vederli danzare, questi pezzi di uomini, dandosi grandi manate a braccia e gambe, roteando gli occhi, tirando fuori la lingua, tatuati di segni misteriosi e urlanti suoni minacciosi, incutono un certo rispetto.DSC00655
Poi, finita la rappresentazione ad uso e consumo dei turisti, le armi vengono riposte, il villaggio maori viene smontato, gli abiti tradizionali ripiegati, e guerrieri e danzatrici se ne tornano a casa a guardarsi le news delle 7 alla tivu. Il giorno dopo poi li vedi in giro in t shirt e pantaloncini mentre si bevono una coca dal Mc Donalds, o alla guida di qualche taxi o alla cassa del supermercato Woolworth. A quel punto mi chiedo sempre quanto valore e quanto senso abbiano per un maori ad Auckland, per un italiano a Sydney, per un marocchino a Milano o per un pakistano a Londra, insomma, per tutti quelli che, per un motivo o per l’altro vivono fuori posto, lontano dal loro mondo nel tempo e nello spazio, mantenere vive le proprie tradizioni, la propria lingua i propri usi e costumi, attribuendo a questi aspetti la propria identita’ di persone. Mi chiedo insomma se non sarebbe piu’ semplice accettare il nuovo e la nuova vita ed integrarsi, ma in effetti cosi’ perderemmo molte di quelle specificita’ e diversita’ che rendono il mondo bello e vario, o se invece sia giusto mantenere e tramandare, a volte contro tutti e contro tutto, la lingua dei Baschi in Spagna, il velo islamico a Parigi o il matrimonio combinato a Manchester.
Io, la risposta non ce l’ho.

 

 

IL SIGNOR TOTO

7 settembre 2008
Lettura domenicale dagli archivi del giro del mondo.
Giappone 144
Il Signor Toto in Giappone deve aver fatto i miliardi.
"Toto" è il nome del costruttore o della ditta che in Giappone ha prodotto tutti i gabinetti con cui sono entrata in contatto ravvicinato negli alberghi, per le strade e nei luoghi pubblici: negozi, bar e ristoranti durante il mio soggiorno giapponese.
I giapponesi dimostrano per i gabinetti una passione smodata, che appare così diffusa e così sentita, che non riesco a trovare un omologo nazionale italiano.
C’è da chiedersi come facessero prima della nascita del signor Toto, o in quali condizioni miserevoli fossero i loro gabinetti prima del suo avvento, per avere poi deciso di cambiarli tutti unanimemente.
Non so se arrivare a definire il Toto uno status symbol, perché, in effetti, il prezzo non è proprio stracciato e alla portata di tutti, perché va dai 70.000 ai 130.000 yen, come dire dai 500,00 ai 900,00 euro. (l’ho visto in vetrina, non e’ che voglio comprarmene uno).
Un bel po’ di più dei nostri gabinetti della ideal standard degli anni del nostro boom economico negli anni 60. Ma paragonare il nostro ideal standard ad un Toto, è come paragonare una Panda ad una Ferrari.
Intanto devo fare una premessa: come ho già detto altrove, la pulizia e la cura dei bagni giapponesi non hanno nulla a che vedere con quella dei nostri. Anche nella più infima osteria, ho trovato un bagnetto profumato, con i soliti quattro rotoli di carta igienica, un mazzolino di fiori e il Toto.
Di sicuro i giapponesi hanno una cura per i particolari, un gusto per le belle cose e un senso della pulizia e dell’ordine che da noi non esistono. O di sicuro è molto diverso, e certamente non si avverte nella gestione della cosa pubblica.
Insomma per farla breve, il Toto è un gabinetto de luxe e superaccessoriato. Giappone 077
Da noi, nei gabinetti moderni, esistono al massimo due possibilità: più acqua o meno acqua.
Il Toto, invece, è governato da una centralina elettronica con disegnati dei culetti stilizzati dove l’utente può scegliere: se vuole lavarsi davanti, dietro, in mezzo, a spruzzo, se vuole tanta acqua o poca acqua e altre opzioni che non sono riuscita a decifrare perché le istruzioni erano solo in giapponese. Inoltre, il sedile è meravigliosamente riscaldato, di solito ci sono appunto almeno quattro rotoli di carta igienica perché non si sa mai, un dispenser di coprisedile di carta, e un altro dispenser di detergente/disinfettante con le istruzioni per lavare il sedile prima di sedersi nel caso che qualche straniero sporcaccione l’avesse fatta fuori.

Ma la finezza insormontabile, in cui ritrovo tutta quella giapponesità così palpabile, fatta di timidezza, riserbo, gentilezza e rispetto per il prossimo, è un riproduttore acustico di scrosci d’acqua. Insomma un registratore elettronico di sciacquoni che si attiva con una fotocellula, passandoci davanti la mano nel momento del bisogno, appunto, e che va a coprire i rumori molesti.Giappone 142
Del riproduttore sonoro di sciacquoni, avevo già letto tempo fa a proposito delle grandi ditte giapponesi che avevano rilevato enormi costi nella fornitura d’acqua di cui non avevano saputo darsi spiegazione. Fatte le debite indagini, avevano scoperto che le timide e riservate impiegate giapponesi, quando andavano al bagno, per coprire eventuali rumori, usavano tirare l’acqua più volte. Fatti due conti, constatato che, moltiplicato il numero delle impiegate per le pipì fatte ogni giorno e i litri d’acqua sprecati ogni volta, si spendevano un sacco di soldi, i dirigenti avevano deciso di comprare questi dispensatori di suoni idraulici.
Questi registratori sono però una finezza che non ho trovato dappertutto. Probabilmente un optional del Toto.

La sorpresa è stato trovarlo all’interno di un tempio zen a Kyoto. Un tempio nel pieno centro della città, nel quartiere antico di Gion, uno dei quartieri superstiti, rimasto quasi illeso dopo i bombardamenti americani della seconda guerra mondiale. Tra l’altro ho scoperto che un buon 80/90% delle grandi città giapponesi è andato distrutto durante la guerra o nei molteplici incendi nel corso della storia, e che una buona parte dei templi è stata ricostruita tale e quale era prima della guerra e utilizzando gli stessi materiali. Dicevo, che in questo splendido quartiere, dove vivono tuttora le geishe, e si ritrova nelle strade, nelle costruzioni, nell’architettura e nell’armonia delle cose, lo spirito dell’antico Giappone, c’era questo piccolo tempio zen, il Giappone 129Kenninji, in cui mi sono persa per ore, meditando di diventare buddista, farmi monaca e vivere lì per sempre.
Un luogo incantato, fatto di silenzio, di passi leggeri di piedi scalzi sui pavimenti legno, di sommesso gorgogliare di fontanelle d’acqua e di prospettive insolite e armoniose: un giardino zen, con il ghiaino tirato a righe concentriche, che si intravvede tra le foglie rosse di un acero e i riquadri di carta di una parete scorrevole. Un piccolo acquario con un pesce rosso che si muove lentamente davanti ad una finestra aperta su un altro giardino dove diresti che ogni piccola pianta, ogni arbusto, ogni filo d’erba ha un senso nel suo colore, nella sua forma e nella sua posizione, ed è stato piantato lì, cresciuto e curato amorevolmente perché tu lo dovessi scoprire.
In questo piccolo tempio, il bagno, dove, come in tutti i bagni giapponesi, si entrava cambiando le ciabattine date in dotazione all’entrata, e infilandone delle altre, aveva il suo "Toto", e accanto al Toto sfiorandolo appena con una mano, gorgogliava l’optional.
E così, in un tripudio sonoro e molto zen, di cascatelle cristalline e di tintinnanti acque purissime, anch’io, come le timide e ritrose impiegate giapponesi, ho fatto la pipì.

 

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