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AGOSTO

3 agosto 2016

Azzurro. Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me. Mi accorgo di non avere più risorse. E basta.

Agosto sospeso e immobile tra l’inizio e fine dell’estate, una calma piatta di calore, di lentezza, di fermo immagine.

Agosto da bambina mentre attendo il ritorno dalle vacanze della mia amichetta del cuore.

E giro per la casa in semi ombra, le finestre aperte sulle tapparelle abbassate, la radio dalla cucina in sottofondo, esco in terrazza, la parte di terrazza dove il sole arriva solo verso sera, le cicale senza tregua dagli alberi delle mura, e mi fermo accucciata a guardare gli strani percorsi delle formiche sulle piastrelle rosse. Rientro in casa, guardo in corridoio, dietro la porta, sul lungo tavolo dove finiscono i giornali vecchi, le riviste già sfogliate, i Selezione del Reader’s Digest, i vecchi libri di scuola, cerco qualche giornalino già letto. Questo. L’ho già letto ma forse non me lo ricordo.

Agosto da ragazzina, sdraiata sul divano, le gambe nude sulla spalliera, il sole che filtra tra le veneziane e gira lentamente da una finestra all’altra. Pomeriggi a leggere. “La storia” della Morante. Non finiva mai. Leggevo fino ad avere il mal di testa. La notte sognavo Useppe, la guerra, i soldati tedeschi. E poi “La ragazza di Bube” e “Metello” e “Il gabbiano Jonathan Livingstone”.

Ma tutte queste passioni, mi chiedevo, ma tutto questo patire. Qualcosa mi corrispondeva, qualcosa lo leggevo ma non lo capivo. Cercavo un senso a tutto. Cercavo un nome per tante cose.

Agosto al mare con le amiche. Il bikini azzurro per tutte e tre. Solo a una stava bene. L’altra era troppo grassa e io ero la via di mezzo. Senza parole, impacciata, sempre in carne viva come un fico sbucciato. L’appartamento pieno di zanzare con la madre e il fratello grande e strano della mia amica. E la sera con il gelato sulla via principale. Occhiate e risatine e discorsi e voglia di essere da un’altra parte.

Ma adoravo il mare, adoravo la sabbia, adoravo il respiro corto uscita dall’acqua e il sole che bruciava sulla pelle bagnata e sfolgorava tra le palpebre chiuse. E alla sera adoravo i negozi del mare: vecchie rivendite di paese ringiovanite dagli espositori sul marciapiede pieni di secchielli, palette, set di formine, retine ripiene di giochi da spiaggia colorati, e creme solari e sandali e zoccoli e giornali in tedesco. Odore di gomma, di carta, profumo di cocco a ondate soffiati dal ventilatore sul vecchio bancone da negozio di paese.

Agosto e il primo viaggio con gli amici. La Grecia lontanissima e sognata da anni. La Jugoslavia al di là del confine con i negozi con le vetrine vuote, le cameriere dei bar assenti e sgarbate, le file di camion turchi vicino al confine e la macchina che sobbalzava sui lastroni di cemento per chilometri e chilometri. E finalmente l’Acropoli accecante tra gli ulivi, i campeggi polverosi e assolati, la sorpresa dello stretto di Corinto, i leoni di Micene e infine, nel viaggio di ritorno, l’assoluto stupore delle Meteore e degli eremiti tra le rocce: uomini seminudi, in piedi su una sporgenza della montagna grigia. Guardavano il vuoto, guardavano il cielo, le montagne, la loro vita su una cengia, muti, lontanissimi, indecifrabili nell’aria immobile, calda, sospesa di quell’Agosto lontano.

 

 

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