Archive for marzo 2008

LA MIA VENTICINQUESIMA ORA

24 marzo 2008

Un pomeriggio di un milione di anni fa, il mio fratello più grande entrò in camera mia mentre stavo studiando, seduta al tavolo davanti alla finestra, e mi chiese cosa facevo di solito durante la giornata.
Io lo guardai sorpresa, senza capire, anche perché durante i miei diciassette, diciotto anni di vita, ci eravamo rivolti ben poco la parola, e lui, di otto anni più vecchio di me, già da tempo non viveva più con noi.
"Sì", disse lui, spazientito, afferrando una penna e un foglio tra i libri, i quaderni e i vocabolari, sparsi sul tavolo, "cosa fai durante tutto il giorno? A che ora ti alzi al mattino?" "Alle sette e dieci, sette e un quarto" risposi io lentamente, guardandolo mentre lui, in piedi accanto a me, dividendo il foglio in due con una riga, cominciava a scrivere velocemente, da una parte i miei orari e dall’altra le mie attività: ore sette e dieci, si sveglia. "E poi, cosa fai?" "E poi vado a scuola." "E a che ora torni?" "Mah … sull’una, l’una e mezza". Ore tredici e trenta:  torna da scuola. "Poi, mangi. Mangi no? In quanto tempo, una mezzora, tre quarti d’ora? e poi?" "Poi … poi, boh, che faccio? … guardo un po’ la tivu, o … non so … telefono a qualcuno. E poi, poi mi metto a studiare" "E poi? Poi che fai?" mi incalzava lui scrivendo in pochi numeri e poche parole gli orari, i tempi e gli impegni della mia giornata.
Continuai a dirgli sempre più irritata e allo stesso tempo curiosa, cosa diavolo facevo durante il giorno. Volevo vedere dove sarebbe andato a parare, nello stesso tempo ero orgogliosa di come la mia giornata fosse strutturata: la scuola, lo studio, gli amici, il moroso che avevo da qualche mese. Ero quasi grande ormai, avevo le idee chiare, almeno in superficie. Sotto era tutto un altro discorso, ma esteriormente gli orari mi davano ragione, avevo una giornata piena: di tempi, di cose da fare, di impegni da mantenere.
Arrivati alla fine del resoconto della giornata, scrisse l’ora in cui andavo a dormire, undici, undici e mezza, a fianco scrisse otto, otto ore e mezza: dorme. Tirò una riga sotto, fece una rapida somma delle ore impiegate in questa o quella attività e scrisse ventiquattro. Le ventiquattro ore della mia giornata. Guardai il foglio e poi, alzando lo sguardo, lo guardai, aspettando la soluzione. Lui non disse nulla, scrisse solo tre parole in fondo al foglio: NON PENSA MAI. Gettò la penna sul tavolo, e uscì dalla stanza.

Secondo lo stile di famiglia non ci fu nessun altro discorso. Non parlammo mai di quell’episodio, come non parlammo mai di nessun’altro episodio, se non per brevi cenni, nè io lo raccontai a qualcuno. Era ben poca cosa, in effetti: mio fratello mi aveva solo chiesto come passavo la giornata e, secondo i suoi parametri di ribelle rompiscatole e pazzoide, reduce dall’accademia di belle arti mai finita, dalle fughe dalla caserma, da un anno in India a far cosa non si sa e da mille altre follie che avevano fatto impazzire i miei genitori, aveva tratto le sue conclusioni.
Io rimasi lì, per un momento, a guardare il foglio: le ore della mia giornata media, della mia vita, condensate, bistrattate e liquidate così in quattro e quattr’otto come una cosa sbagliata. Ci pensai su un attimo e poi, un po’ stizzita, buttai via il foglio. Ma confusamente sentivo che anche lui, nei suoi modi, mi stava dicendo qualcosa.
Un po’ come al compleanno dei quindici anni, quando, senza dirmi nulla, mi aveva messo in mano una scatoletta di plastica bianca con dentro una specie di capsula, che solo dopo mesi di indagini avevo capito essere un diaframma.

Chissà come il "NON PENSA MAI" sottolineato alla fine di un foglio di quaderno, mi è rimasto negli occhi, e anche nelle orecchie, anche se non era stato pronunciato. Un po’ perché non era vero, un po’ perché, senza ancora saperlo, su questo argomento, sul tempo da dare al tempo, ero d’accordo con quel ragazzo di ventiquattro, venticinque anni che faticosamente, vero figlio di quel periodo, stava cercando di costruire la sua vita percorrendo le strade più complicate.

E così oggi sono qui. Chiusa in casa, finalmente in silenzio e in solitudine, dopo una settimana di corse in giro per il mondo, a dar retta a questo e a quello, ad imparare, ad insegnare, ad ascoltare, parlare, guardare e capire. Finalmente me ne sto qui e mi godo la mia venticinquesima, invisibile, ora.

PROFFE

14 marzo 2008

Da una settimana sono tornata a scuola.
Il primo che se n’è accorto è stato un mio vecchio cliente di quando vendevo viaggi che mi ha incrociata davanti alla reception, stile hotel 4 stelle, della bidella del liceo P.: "Ah, ciao! Sei qui per iscriverti al corso serale?" "Ehm… no!" "Ah, allora hai un figlio che frequenta la scuola?" "Uhm.. no.. io…" "Ho capito! Per le gite scolastiche!" "No, ehm… io sono qui per insegnare.."

Lui, che insegna da una ventina d’anni, e che per anni è venuto da me in ufficio a stressarmi con richieste infinite di preventivi per le gite scolastiche, mi ha guardato, ammutolito, con un sorriso un po’ ebete.
Forse si stava chiedendo se stavo scherzando, o forse se ero impazzita, ma nel frattempo è arrivato il vice preside, e così sono volata via, su per le scale, seguendolo nel suo ufficio per discutere del mio futuro prossimo.
Certo, nella mia seconda vita, ho deciso, per il momento, di insegnare nelle scuole della repubblica.
Un giorno, ho guardato la mia laurea, appesa senza una precisa destinazione d’uso una ventina di anni fa, in un angolo della camera da letto, o forse solo per ricordarmi chi ero nei momenti di crisi di identità, l’ho spolverata con lo swiffer, e ho pensato che, dopo aver fatto tutt’altro per una ventina d’anni, poteva invece tornarmi utile.

Così, un paio di mesi fa, ho mandato via una quarantina di lettere alle scuole medie e superiori del circondario con dentro una domanda di supplenza per l’insegnamento della lingua inglese e pure una per dichiarare la mia disponibilità all’insegnamento, in qualità di esterna, nei nuovissimi corsi di recupero, e in quattro e quattr’otto mi sono ritrovata proffe.

La prima chiamata è arrivata mentre ero sul mio solito treno per la settimanale transumanza lungo la pianura padana: " Pronto qui è il liceo P., parlo con la professoressa E.?" Non potevo guardarmi intorno a cercare la professoressa E., visto che il numero di telefono era il mio, così, ho deglutito, ho messo su una voce professorale e ho risposto:"Sììì?"

La cosa strana è stata avere sempre la stessa faccia, vestire gli stessi vestiti, ma trovarsi da un momento all’altro ad essere un’altra persona. O forse ero sempre stata quella persona lì, ma nessuno l’aveva mai riconosciuta. In realtà io non mi ero fatta riconoscere, e chissà quante altre parti di me ancora aspettano di essere riconosciute, vestendo o svestendo gli abiti del famoso monaco. Per quasi vent’anni avevo vissuto un’altra vita, sotto una delle mie molteplici personalità. Stavo seduta in un ufficio, ascoltavo delle persone che mi chiedevano delle cose, milioni di cose, rispondevo a domande su domande, miliardi di domande, smanettavo per ore sul computer, organizzavo voli pindarici, viaggi nell’inconscio e ritorni al futuro, e ora, senza neanche cambiare lineamenti, abiti e neppure taglio di capelli, mi trovavo seduta in un’aula scolastica, dietro ad una cattedra, davanti ad una decina di faccette giovanili, e mi sentivo chiamare proffe.

Forse il cambiamento era avvenuto già mentre salivo le scale, cartellina in mano, con dentro una grammatica di inglese, una ventina di fotocopie di esercizi sul Present Tense e un foglio con i nomi degli alunni della 3As, la 3Cs e la 3Fs: una ragazzina con un terribile tic nervoso agli occhi, che stava in cima alle scale, aveva cominciato a chiedermi se ero io la proffe del corso di recupero di inglese, se era quella l’aula, se poteva uscire un po’ prima perché aveva la corriera alle sei meno cinque, se sapevo cosa sarebbe stato di loro il mercoledì successivo visto che sarebbero stati in gita, se sapevo che comunque non c’erano altri suoi compagni perché avevano mandato la lettera al preside (che lettera? mi stavo intanto chiedendo io), (e che gita?) (e l’aula era quella?) ( e perché erano solo in tre visto che dovevano essere in undici?). Realizzato che era da me che la ragazzina si aspettava le risposte, ho fatto finta di prendere in mano la situazione, con fare sicuro le ho detto:"Certo, ora vediamo tutto, intanto entra in classe." Poi, con fare di nulla, ho respirato a fondo, ho varcato la soglia dell’aula, ho chiuso la porta, e sono diventata una prof.

MORATORIE

9 marzo 2008

Ma secondo voi, la gggente sa cosa significa moratoria?
Per esempio sa cosa si intende quando si parla di moratoria per la caccia alle balene, di moratoria per l’aborto, di moratoria per la pena di morte e tutte le moratorie che ci affliggono in giro per il mondo? Secondo me no.

Nell’immenso casino planetario fatto di rumori di fondo, di informazioni, musica, voci, dichiarazioni, pubblicità che , come una radio mal sintonizzata, ci entrano negli occhi e ci passano per le orecchie involontariamente, mentre siamo svagatamente intenti ad altro, secondo me moratoria è una di quelle parole che le persone non colgono.
Tra uno spot e l’altro, sentono qualcosa tipo: "….oria decisiva per la fine della pena di morte!" pensano che finalmente si smetterà di lapidare donne seppellite nella sabbia fino al collo o di impiccare ladruncoli cinesi e corrono a firmare sotto qualche gazebo impiantato in piazza il sabato pomeriggio all’ora dello shopping.
O raccolgono firme tra i colleghi di lavoro passando un foglio A4 che nessuno si da’ la pena di leggere fino in fondo, per la "…oria contro la caccia alle balene! Sarebbe ora che quegli stronzi di giapponesi la smettessero con i panini alla balena!" e poi le mandano a Zapping o a qualche sito internet.

Se non sbaglio, ai bei tempi, quando si giudicava che qualche pratica o pensiero fosse sbagliato, e si desiderava fortemente che sparisse dalla faccia della terra, si parlava di ABOLIZIONE, non di moratoria. Ma erano appunto, bei tempi. Belli se non altro perché ci si consentiva di avere un sogno, di pensare che fosse davvero possibile cambiare qualcosa nello sporco mondo semplicemente dandosi da fare, solidarizzando con qualcun’ altro di sconosciuto, ma pur sempre partecipe al nostro vago sogno.
Una volta c’erano i sogni, appunto. Poi, un periodo di buio grigio ha modificato pensieri, aspirazioni, intenzioni e perfino le parole. E così le abolizioni sono diventate moratorie.
Ora, chi si agita e si da’ da fare per cercare di cambiare qualcosa, non riesce a pensare neanche alla possibilità che il sogno si avveri, e non riesce ad avere neanche il fegato, l’impegno, il cuore, il pensiero e cos’altro ci vuole per darsi da fare, per tentare di proporre la fine di quel qualcosa.
Si limita a chiedere di rinviare quello che gli sta sul gozzo solo a data da destinarsi.
Proponiamo una moratoria, miriamo basso intanto, poi chissà.
E chi aderisce non si chiede che cavolo sta firmando. Stai firmando solo perché qualcuno decida di rinviare a data da destinarsi e/o provveda ad una sospensione momentanea!
Questo significa moratoria! Sveglia!

AVVISO

7 marzo 2008

 Se domani non mi vedete, okey, oggi, non è colpa mia che in realtà avrei un sacco di cose da raccontarvi, ma di Infostrada che mi taglia la connessione e di Telecom che non mette in quello straca&&o di kit per l’installazione di Alice adsl, tutte le istruzioni come si deve!

Dove sta scritto per esempio dove devo attaccare la presa che esce dal computer ed entra nella presa del telefono?! E se una (una!) ha un’unica presa telefonica in casa, ed è in un’altra stanza e poi ha un giro di duecento metri di cavi telefonici legati da prolunghe che si intersecano fra di loro che neanche le superstrade a Tokyo, dove deve attaccare il cavetto grigio? e quello nero? eh? eh? eh?
OH DIOOOOOOOOOO! Ma perché non mi mandano un tecnico imballato nel kit!!!!
ODDDIOOOOOOOOO come soffro!!!!!

I MOTIVI PER ALZARSI AL MATTINO DI BERLUSCONI

6 marzo 2008

Torno a casa. Stanca. Accendo la tivu. Vedo il finale di Pretty woman per la cinquantaduesima volta. Cambio canale. Vedo per la terza o quarta volta il finale di un film con Harrison Ford, patriota che mette in crisi il Presidente degli Stati Uniti e lo minaccia di denuciare le sue malefatte alla Commissione del Senato. Come si permette?! Io sono il Presidente degli Stati Uniti!

Cambio ancora canale ed ecco Berlusconi a PortaaPorta. Lo becco mentre dice che, per fare cassa, vuole vendere le vecchie caserme ormai inutilizzate e farne dei centri commerciali. Poi con un grosso pennarello in mano, aiutato da Vespa che gli fa da spalla e gira i fogli, illustra con grandi sigle e grandi numeri, su un enorme simil-taccuino, il suo programma di governo. Poi ne dice anche altre. Le solite sue insomma. Un dejavu di qualche anno fa.

Lo guardo, sorvolo, o meglio, sospendo il giudizio, perché a quest’ora proprio non c’ho voglia. Un po’ come le mogli che guardano il marito che per la miliardesima volta butta i calzini per terra fuori dalla cesta della biancheria sporca, o come i mariti guardano le mogli che per la miliardesima volta (che fanno le mogli per la miliardesima volta? Non mi viene in mente nulla, fate un po’ voi.).
Comunque guardo Berlusconi un po’ come si guarda un’abitudine senza fine, nociva, fastidiosa, irritante.

Lo guardo, lo guardo e alla fine mi chiedo cosa lo spinge. Massì, ma cosa diavolo muove quest’uomo? Insomma, mi chiedo quale prodigiosa forza o quale esagerata colpa maturata in una delle sue vite precedenti e da espiare in questa ultima vita, lo faccia andare avanti.

Dopo che ha ottenuto tutto quello che di materiale una persona normale può augurarsi di ottenere in termini di denaro, beni mobili e immobili, oggetti e prodotti. Dopo che ha ottenuto anche quelli che vengono considerati i normali obiettivi affettivi di un uomo: una famiglia, anzi due, mogli e figli. Quattro se non sbaglio. Dopo che ha ottenuto il potere, se questa era la sua brama, il successo, la sua faccia stampata su tutti i muri d’Italia, la conferma delle sue grandi ed innegabili capacità di comunicatore, di venditore, di plagiatore. Dopo che ha soddisfatto tutte le sue aspirazioni, corrompendo, ingannando e comprando. Cosa gli resta da fare? Qualche leggina ad personam in più? Qualche persona da sistemare qua e là per ottenere protezioni e compiacenze? Qualche miliardo in più? E per farci che? In fondo anche lui mangia solo due o tre volte al giorno e prima o poi tirerà le cuoia.

Per un attimo mi viene pure un dubbio: ma non sarà che ci crede davvero in quello che dice?! Lo scaccio subito e me ne viene un altro, perché sono portata a pensare bene delle persone: ma non sarà che abbia pure delle aspirazioni di natura spirituale che io da bieca bolscevica non riesco a cogliere? Scaccio pure questo e continuo a non capire.

E allora mi chiedo definitivamente: ma dopo tutti questi anni perché Berlusconi deve avere ancora voglia di mettersi il cerone in faccia, phonarsi i capelli da Barbie all’indietro, strizzarsi in un doppio petto e a settanta e passa anni, perché deve avere ancora la voglia di sbattersi in giro per televisioni, conferenze stampa, interviste, riunioni con questo e quello, polemiche infinite e tutto quello che va di contorno ad una campagna elettorale?

Perché? Perché!?

Insomma, se tutti in fondo abbiamo un motivo per alzarci al mattino, qual è il vero motivo di Berlusconi?

MONTALBANO E TELEVISIONI

3 marzo 2008

A me piace tanto guardare il Commissario Montalbano alla tivu.
Quando l’anno scorso ero in Australia, per caso ho scoperto che lo davano in televisione la domenica sera come da noi e così, ogni domenica cercavo di non perdermi la puntata. Era divertente tra l’altro ascoltarlo in italiano e vedere come nei sottotitoli in inglese venivano tradotte malamente certe espressioni tra l’italiano e il dialetto siciliano.
E non pensate che una è pazza se va in Australia e alla sera si mette a guardare non solo la televisione, ma pure il commissario Montalbano. Pensate male, perché se uno va via per una settimana, sono Giappone 380d’accordo che alla sera dovrebbe aver di meglio da fare, ma se uno sta via quattro mesi in giro per il mondo, alla fine della giornata, dopo aver girato per strade, autobus, musei e traghetti, a volte, ha anche voglia di mettersi lì sdraiato sul divano e guardarsi la tivu.

In Giappone non c’era modo di vedere un programma che non fosse in giapponese, e in particolare, nei primi giorni in cui ero a Tokyo, chiusa nella mia cameretta di due metri per tre con la bronchite, nel dormiveglia tachipirinico, mi cuccavo decine di programmi di cucina, vecchi film di samurai, telenovela tragiche e infinite in cui le donne erano tristissime e facevano sempre una brutta fine, centinaia di telegiornali e ovviamente ore e ore di pubblicità.

Giappone 183Tutto solo e sempre in giapponese. In Giappone vivono i giapponesi, questo diventa subito chiaro al viaggiatore, a cominciare dalle scritte in ideogrammi sui cartelli, sulla segnaletica e sui menu, per finire alle milioni di facce asiatiche in giro per le strade e alle loro competenze linguistiche. In questo italiani e giapponesi sono molto simili: entrambi i popoli non parlano inglese.

In Australia invece c’erano programmi per tutte le minoranze linguistiche: così si spaziava dal Montalbano e dal Don Matteo in italiano, agli sceneggiati, documentari e film in greco o in qualche lingua slava o comunque in inglese ma ambientati in Inghilterra o in Irlanda.
Da morire dal ridere seguire uno sceneggiato in greco con sottotitoli in inglese. In Nuova Zelanda invece mi godevo dei bellissimi programmi ambientati da Sotheby’s, la casa d’aste londinese, dove la gente comune può portare il boccale di birra del nonno o il vaso cinese della zia defunta a far valutare da coloriti personaggi che sembrano usciti dal manuale del perfetto inglese, ma che in realtà sono dei famosi esperti d’arte, per sapere se hanno in casa un pezzo di valore o solo chincaglieria. Ero felice di sentire finalmente parlare inglese e soprattutto di capire qualcosa dopo una giornata passata a interpretare l’accento neozelandese.

Ma ero partita a parlare di Montalbano perché c’è sempre una cosa che mi colpisce guardando i vari episodi. Spesso ci sono delle scene in cui appaiono due personaggi che parlano tra di loro, dialoghi che magari ci informano su certi fatti o che danno modo al commissario di farci capire come la pensa sull’indagine in corso. Poi il dialogo finisce, i due personaggi si separano e la scena dovrebbe finire lì, e, come in tutti i film, si dovrebbe passare alla scena successiva. E invece no. In Montalbano spesso la telecamera segue uno, o anche tutti e due i personaggi mentre se ne vanno. Semplicemente si allontanano, e una lunga inquadratura che ce li mostra di schiena mentre camminano per la loro strada. A volte ce ne mostra soltanto uno, a volte neanche quello. Sono scene che non aggiungono nessuna informazione in più, vengono girate senza accompagnamento musicale, ma solo di suoni della strada: stormire di rondini o voci in lontananza.
Perché, mi chiedo ogni volta, il regista gira queste scene? l’unica risposta che riesco a darmi è che aggiungono una sorta di incanto, di disorientamento e di rapimento tutto siciliano all’atmosfera: come se solo in quei luoghi fosse possibile permettersi di continuare a seguire i passi lenti e superflui di un personaggio che ha già detto quello che aveva da dire

 Un episodio di un ipotetico Commissario Fossati, ambientato a Milano, non si permetterebbe mai di seguire gli inutili  passi di due personaggi che si allontanano in direzioni diverse lungo Corso Buenos Aires.

EMERGENCY DEPARTMENT. ALICE SPRINGS

2 marzo 2008

Quando l’anno scorso, più o meno in questo periodo, mandai questa mail al gruppetto di amici che seguiva le mie epiche gesta in giro per il mondo, ricevetti in risposta qualche mail un po’ allarmata, e qualche mail che invece mi comunicava che la descrizione della mia disavventura nel mezzo del deserto australiano li aveva messi proprio di buon umore e che era da morire dal ridere.
Beh, diciamo che avevo tentato di sdrammatizzare la cosa, ma insomma, un po’ di preoccupazione potevano anche provarla, no?!
Delle volte vorrei essere una di quelle donne bravissime a far preoccupare gli altri. Di quelle del tipo che si fanno portare le medicine, o che si fanno attaccare le tende dopo che le hanno lavate o che si fanno portare su al secondo piano le borse della spesa, o altre cose che non riesco a immaginare.
Ma probabilmente non avrei scritto una cosa come Emergency Department.
E probabilmente non ci sarei neanche stata all’Emergency Department di Alice Springs.
Ve la propongo come lettura domenicale.

Dsc01814
Dei grossi insetti iridescenti caracollano lenti sul pavimento dell’Emergency Department dell’ospedale di Alice Springs. Nessuno sembra farci caso, qualcuno è calpestato, altri sono rovesciati e zampettano tristemente in agonia, solo un bambino aborigeno in braccio al papa’ a piedi nudi, li guarda e li indica con la manina.
Una grossa donna aborigena, immobile, il viso tumefatto, è stesa sul lettino dietro la tenda a fianco al mio. Un’altra si guarda intorno, gli occhi spaventati, seduta accanto al figlio che gioca tranquillo.
Un asiatico, con la scritta fluorescente "DOCTOR" sulla schiena, compila delle carte, seduto ad una delle scrivanie di fronte al mio letto. Infermieri sorridenti e silenziosi vestiti di tutine blu, ma con ai piedi gli scarponcini da camminata nel deserto che usano un po’ tutti qui in giro, vanno e vengono tra le tendine che dividono i pazienti.
L’albergatore mi ha portata qui in macchina dopo che sono svenuta della hall del Desert Rose Inn Motel. Ero stata malissimo tutta la notte, dopo cinque giorni a temperature infernali tra i 38 e i 42 gradi e un tour altrettanto infernale al monolite ad Ayers Rock. Novecento chilometri di pullman tra andata e ritorno, una sosta di una notte al Mt. Ebenezer Road Motel, dove ci hanno servito, in pieno deserto australiano, circondati da nugoli di mosche che qui non danno tregua, un piatto composto di pesce fritto unto, patate fritte ancora più unte e insalata di cipolle crude, e il giorno dopo panini al formaggio con pomodoro e insalata che immaginavo preparati dalle mani luride degli autisti-guide-rangers.
Durante il viaggio di ritorno, al buio, mentre attraversavamo il deserto rosso del cuore dell’Australia, circondati dal nulla, con un manto di stelle luccicanti sopra la testa, la Croce del Sud bassa sull’orizzonte di fronte al mio finestrino, con l’autista bene attento a scrutare la strada per non incappare in qualche animale (canguri, wallaby, cammelli, emu e vacche girano indisturbati per queste strade), il secondo autista, un bel tipo (il più’ pulito dei tre) vestito da ranger, che mi aveva anche invitato a bere qualcosa arrivati ad Alice Springs, improvvisamente si precipita dal fondo della corriera a vomitare nel bidone accanto all’entrata. Fine della serata. Una ragazza canadese lo segue a ruota. Alla fine tocca a me.

Arrivata al Desert Rose Inn, nella mia stanzetta puzzolente di muffa, dalla moquette verde pisello, le lenzuola verde bottiglia, il lavandino marrone, le pareti di mattoni, un caldo torrido appena attenuato dal rumorosissimo condizionatore, sto malissimo tutta la notte.
Il giorno dopo nel pomeriggio ho l’aereo per Melbourne. Al mattino striscio verso la reception per chiedere se posso tenere la stanza fino al pomeriggio perché mi sento poco bene, e mentre sto parlando con l’albergatore, un tipo gentilissimo dall’accento incomprensibile, sento che sto per svenire.
Con una mano all’indietro cerco una delle poltroncine di vimini accanto al bancone, vedo i due coreani che ieri erano in gita con me scendere le scale lentamente e guardarmi, e capisco che ora verra’ il peggio.
Comincio a piovere sudore e a tremare, le mani mi si contraggono, la nausea esplode, come un geyser inondo il pavimento e scivolo giù, meravigliandomi di quanta acqua potessi contenere.
Sento solo la cameriera tailandese che era dietro il banco della reception accorrere, abbracciarmi e urlare: " she’s collapsing! help! she’s collapsing!" .
Penso: io? Collapsing? Ma no. E mi sento dire: "please, call a doctor, call a doctor". Poi mentre sprofondo sempre di più nel nulla, mi chiedo perfino se sia più giusto dire "have you called a doctor?" o "did you called a doctor?" . Cosa sarà meglio? Ma l’avranno chiamato sto dottore? Vi prego, sto male, call a doctor, call a doctor. Penso al glorioso museo dei Flying Doctors che ho visitato qualche giorno fa. Ma quando era? Ieri? O l’altro ieri? Quindi ce l’hanno un ospedale qui. I Flying Doctors arriveranno con l’aeroplano e mi salveranno. Ma quando? E dove mi porteranno?
Poi, per un lungo attimo, più nulla.

La tailandese mi stringe al petto e mi asciuga il viso con un tappetino verde del bagno. Ho caldo da morire, ho freddo da morire. Mi toglie gli occhiali, io me li riprendo, lei me li ritoglie e io me li riprendo, mi abbraccia, mi toglie il fiato, cerco di scostarla, mi stringe, mi picchietta con la mano, mi vuole far bere dell’acqua da una bottiglia, no thank you, cazzo e’ gelata, moriro’, mi vuoi far morire? mi mette la bottiglia davanti alle labbra, penso che Cangrande della Scala e’ morto bevendo acqua gelata, ma lei e’ tailandese, che ne sa di Cangrande della Scala?
Urla qualcosa all’altra cameriera che con un secchio di candeggina sta pulendo il disastro che ho combinato. La candeggina ha un odore fortissimo. L’altra, una bionda con gli occhi chiari, le urla qualcosa di rimando, io la guardo e , contemplando i miei resti che spariscono nel secchio, mi chiedo che accento abbia, sembra una ragazza dell’est europa, ma qui l’est e’ troppo lontano, pero’ forse anche il padrone viene di la’. Qui arrivano tutti da qualche altra parte.
"Sorry, I’m sorry for that – le dico – sorry, I’m sorry". Ma l’avranno chiamato il dottore? Did you? Have you? I Flying doctors, dove diavolo sono? Sto male. Sento dire "hospital", la tailandese mi aiuta ad alzarmi, mi giro e vedo sulla strada il padrone dell’albergo che e’ andato a prendere la macchina. Sorry for that, I’m sorry, ripeto. "It’s ok – fa lui – it’s ok".
Improvvisamente mi ricordo del portafogli e del mio diario di viaggio che avevo in mano, con gli indirizzi, i numeri di telefono, gli appunti, tutto! "My book, my… come cazzo si dice portafogli!? …wallet! my wallet, please! My book!". Non posso andarmene senza il mio diario! Torno indietro. Arranco. "My book!" La tailandese corre a prendere quaderno e portafogli, me li mette in mano con la bottiglia d’acqua e il tappetino, salgo in macchina, mi allaccia la cintura. Thank you, thank you.

Ed eccomi qui. Trasformata nel giro di dieci minuti, da turista in calzoncini corti a malata in camice bianco. Rispondo a domande, compilo moduli, mi meraviglio di sapere ancora il mio indirizzo e il mio telefono in Italia. "This is your bed". Quello? Qui in mezzo? Sembra di stare in mezzo ad un ufficio. In effetti sembra ER della tivu. Tirano la tendina. Sto un po’ meglio.
L’infermiera Nat, una moretta carina, gentile e sorridente, mi mostra come infilarmi il camice e mi dice che ora verra’ il dottore a visitarmi. A parte gli scarafaggi sembra tutto pulito e a posto.
Arriva una ragazzona alta, bionda, con i capelli corti, in maglietta, calzoncini e scarponcini e mi chiede qualcosa. E’ lei il dottore.
Si chiama Tone Levang, e’ norvegese. Le chiedo che ci fa una norvegese ad Alice Springs e mi dice che cercava qualcosa di diverso. Cercava il caldo ? le chiedo sorridendo. No, no, qualcosa di diverso – dice – Prima sono stata in Tasmania, e poi, da un mese, sono qui ad Alice Springs.
Dice che probabilmente la mia e’ un’intossicazione alimentare unita ad un colpo di calore, che sono disidratata, che ho la pressione a terra e che mi fara’ una sacca di liquidi in vena e comincia a forarmi il dorso della mano. Le mostro una bellissima vena verde/blu che ho nell’incavo del braccio, gonfia, visibile e pronta per ogni tipo di prestazione, ma lei insiste a volermi massacrare la mano e dopo avermi procurato un bel livido amaranto, si scusa e mi infila l’ago nel braccio.
"Si chiama butterfly questa? " le chiedo, per far vedere che anch’io so e cercare di passare dalla condizione di paziente passivo a quella di paziente interattivo. "No, this is a cannula". "Ah, la cannula!" dico io, come se, essendo un nome latino mi appartenesse. E lei: "come si dice butterfly in italiano?" "Farfalla" dico io. "FAFFALLA" ripete lei. Si’. Ecco. Sorridiamo.

Due sacche di liquidi, un te’, una fetta di pane tostato e a mezzogiorno esco dall’Alice Springs Hospital.
Mi sento un’ameba ma devo fare la valigia.
Alle quattro ho il volo per Melbourne.


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