Archive for febbraio 2011

ODIO

24 febbraio 2011

Certo che bisogna davvero avere la faccia come il culo per dire che finalmente il vento della democrazia sta spirando anche tra i giovani libici quando solo qualche mese fa ci si prostava di fronte all’amico Gheddafi baciandogli le mani, vendendo il culo, appunto, ma non solo il proprio, ma anche degli italiani tutti, per assicurarsi cosa? petrolio e affari e soldi e cosa?
E quell’altra: l’orribile essere onnimezzobustante onorevola Anna Maria Bernini, insopportabile nella sua esasperante, monotonica, vis oratoria, resa ancora più veemente dal successo ottenuto nelle ultime settimane in qualità di difensora al di là di ogni senso del ridicolo del suo Principale, benché immobilizzata dal sottonaso in giù dai labbroni siliconici e dal sottonaso in su dal botulino che le rende lo sguardo fisso e inespressivo come quello di una lepre abbagliata in mezzo alla strada. Qualcuno ha detto all’essere abominevole: quella sa il fatto suo, mandiamola a tutti i dibattiti. E così è. E gli organizzatori di dibattiti tutti a farla parlare.
E un altro a caso: quella vecchia baldracca romana, Fabrizio Cicchitto, l’aria mezza storta e schifata da mascherone di pietra di chi tante ne ha viste e tutte le ha scampate ma tanto chissenefrega, sorrisetto sbiego e sopracciglio inarcato, sempre pronto a fermarsi lungo qualche via della capitale, a elargire ai microfoni, frasette strascicate di accomodamento, di vituperio contenuto che non si sa mai, di difesa della situazione odierna, di accordo, intesa, transazione, e poi domani, se serve, di difesa della situazione di rottura, divergenza, dissidio.
E vogliamo parlare dell’inutile foga bugiarda di quell’altro essere, Gasparri, della sua aggressività ignorante e arrogante, la voce velata e arrochita sempre tesa non al voler comunicare o dire o spiegare, ma al voler dimostrare qualcosa all’interlocutore, all’altro, chiunque sia, inventando, prevaricando, aggirando, rendendosi evidente personificazione del farabutto faccia di bronzo.
Anime nere.
E poi gli altri, quelli che sono macchiette, di cui non riesci neanche a percepire una minima grandezza, neanche nell’audacia, nella perseveranza, nell’intelligenza subdola, nella tenacia della volontà di arricchirsi, di diventare famosi, di farsi i cazzi propri, ma di cui senti solo l’evidente bassezza, la meschinità, la povertà umana.
 
Ero a Padova il 7 giugno dell’84. Uscivo dall’Università e passai per caso per Piazza della Frutta. Era periodo di elezioni, c’era un comizio, uno dei tanti, e la piazza affollatissima. Parlava Berlinguer. Una figura lontana, i capelli neri e la camicia bianca sul palco, in fondo alla piazza. Mi fermai un attimo, ma avevo il treno da prendere e corsi via. Lui stava ancora parlando, ma era l’ultima volta.

Devo contenermi. Accendo la tivu e provo dei sentimenti di odio intollerabili.

berlinguer

MARTEDI’ GRASSO (replica)

18 febbraio 2011

Questo post l'ho già pubblicato giusto due anni fa. Ma faccio come in televisione d'estate, non ho tempo di scrivere, né tantomeno so cosa scrivere, così siccome leggendo dall'amico s|a mi è venuto in mente il mio vestito da moschettiere, ve lo rimetto qua. In replica.

Va beh, ho capito, vi piacciono i post intimistici.
Ieri ho parlato della mia faccia allo specchio e sono passate di qua un centinaio di persone.
Come facessero a saperlo, che parlavo della mia faccia, e soprattutto come questo potesse risvegliare tutto questo interesse, non mi è molto chiaro, però oggi voglio riprovarci parlandovi del costume di Carnevale di quando ero bambina.
Non c’è molto da dire, in effetti, se non che quell’anno, l’anno dei miei quattro o cinque anni, mia madre decise di comprarmi un costume da Carnevale vero.
Prima non l’avevo mai avuto, e neanche ho ricordo di altri costumi indossati dai miei fratelli.
Se ci fossero stati, di sicuro mi sarebbero stati appioppati, come quell’orribile soprabito di velluto a coste marrone di mio fratello L. che un giorno, in quarta o quinta elementare, mia madre decise di farmi indossare, e dio quanto mi vergognavo, e che per fortuna mi convinse a portare solo per un paio di giorni, finché i miei amici Anna e Sergio mi dissero che faceva davvero schifo.
O i pigiami di cotone blu, o azzurro, con i bordini bianchi, che però, insomma, mettevo anche volentieri, perché mi piaceva il colore e poi tanto, di notte, nessuno mi vedeva.
Probabilmente di costumi di Carnevale ce n’erano stati per i miei fratelli, ma erano andati rovinati negli anni, loro erano grandi ormai, terribilmente grandi: se io avevo cinque anni, L. ne aveva undici ed E. ne aveva addirittura tredici. Tra di noi ormai c’era un abisso, e poi io ero una femmina. Questa questione dell’unica figlia femmina, quasi inaspettata, dopo due maschi bradi e litigiosi, era evidentemente estremamente importante per mia madre e il suo concetto di abbigliamento femminile. Da quando ero nata infatti, era stato tutto un tripudio di vestitini rosa, di collettini bianchi di pizzo, di maniche a palloncino, di camicettine con i volants, di pon pon colorati, bottoncini di madreperla, calzettine traforate, scarpettine di vernice o sandaletti bianchi lucidati con la biacca. La mia cameretta era un’esultanza di fioroni rosa, gialli e rosini su chilometri di raso rosa di mantovane e copriletto. Il mio lettino aveva una testata rococò ricoperta dello stesso raso, le tende erano bianche a balze, le pareti erano rosa, la lampada era una romantica ceramica dipinta a fiorellini (rosa), e la scrivania era un qualche stile impero con poltroncina in stile ricoperta di velluto verde.
Il risultato di tutto questo diluvio di stoffe, rasi, drappeggi, volants, colorini pastello, pizzi e vernici, fu che divenni in assoluto la prima bambina della mia scuola a indossare i blue jeans e a non togliermeli più per una ventina di anni.
Inutile aggiungere che, mio malgrado, ero una bambina tranquilla e pulita, ma che non mancavo mai di sporcarmi apposta le scarpine appena lucidate, strofinandole nella polvere, tirarmi fuori la camicia dalla gonna, e di spettinarmi furiosamente i capelli amorevolmente tirati e ripiegati in su con il pettine bagnato.
Diciamo però che dai dieci anni in poi presi definitivamente il controllo del mio armadio, della mia acconciatura e un paio d’anni dopo pure dell’arredamento della mia cameretta, e mia madre, desolata e frustrata, mi lasciò andare alla mia deriva.
Così, dall’armadio sparirono i vestiti, la spaventosa triade “gonna golf e camicetta” fu sostituita da blue jeans e maglietta d’estate e pantaloni di fustagno e maglione d’inverno. I capelli crebbero inesorabilmente e si fissarono prima in una coda di cavallo raggrumata, poi in una libera crescita indistinta.  Il colore rosa fu bandito nei secoli e definitivamente espulso con raccapriccio dalla mia vita.
La testata rococò fu estirpata dal letto, i tendaggi sradicati, la scrivania eliminata e sostituita da un’asse di truciolato su due cavalletti di ferro, l’armadio laccato di bianco fu ricoperto di fotografie strappate dai giornali e soprattutto la camera fu ridipinta di giallo e il soffitto di marrone.
Prima di tutto questo furibondo cambiamento però, all’alba dei miei quattro o cinque anni, ero ancora una docile e dolce bimba abbigliabile secondo i canoni della moda bambinesca femminile di quegli anni.
Non riesco proprio a spiegarmi quindi, ancora oggi, come mai quella sera di tanti anni fa, mia madre mi abbia portato in una delle più belle cartolibrerie della città, che inspiegabilmente allora vendeva costumi di Carnevale. E soprattutto, non riesco a spiegarmi come mai, già allora, tra i tulle azzurri dei vestiti da fatina, le balze colorate dei vestiti da Biancaneve, i rasi bianchi finemente ricamati dei vestiti da Colombina, io abbia scelto proprio quella magnifica casacca di velluto blu con i lustrini d’oro, quella camicia di raso bianco, quei pantaloni di panno rosso con i fregi dorati, quel cappello rosso con la piuma,  del mio meraviglioso, incantevole vestito da Moschettiere.

PRINCIPIANTI PROGREDITI

11 febbraio 2011

Nadiia è una bizzarra signora russa sulla sessantina, carnagione bianchissima, rossetto rosso e voce baritonale, i capelli cortissimi e biondi che spuntano da una bombetta nera che tiene appena appena appoggiata sulla testa. Sta fieramente dritta in punta di sedia, i gomiti appoggiati al tavolo come se stesse partecipando a un pranzo all’ambasciata, saettando gli occhi vivaci qua e là, seduta  tra Aprana, una modesta signora dallo Sri Lanka e Naza, ragazza kosovara.
Aprana sta infagottata in un misto di sari, giacca a vento e sciarpa, una faccetta marroncina nascosta dietro un paio di occhiali /monitor di osso scuro e recita gli esercizi come un rosario. Secondo me ha studiato dalle suore. Cingalesi, ma suore. Naza mi guarda come se fossi Miss Universo, o l’ultimo premio Nobel per la letteratura, o l’incarnazione dell’Italia terra dei miracoli futuri, mi sorride, mi dice che è felice che io sia lì e mi osserva con uno sguardo così aperto e fiducioso che temo che non capisca niente di quello che dico, ma si limiti alla speranza di capire tutto, finalmente, un giorno.
Di fronte c’è il blocco delle donne bengalesi: colori vari di giacche a vento e piumoni sovrapposti a sari leggerissimi rosa, gialli, arancioni, sciarpe intorno al collo o a coprire la testa, bambini urlanti in braccio e carrozzine lungo le pareti della classe. Tra tutte spicca il faccione di Saranda, occhi smisuratamente grandi e denti bianchissimi che urlando legge più veloce di tutte, malissimo, tanto che la nigeriana Mamouna che siede imponente alla sua sinistra, la richiama dicendole che va troppo avanti, e con gesti calmi e sorridenti la invita anche a portare fuori, dalla baby sitter, e sarebbe anche ora, la figlia rompiscatole che ha fatto quasi piangere la bambina dell’ucraina senza nome, il donnone con i capelli grigi e vistosa peluria sul labbro superiore, aggiuntasi all’ultima lezione, per provare, dice, e che si è rivelata una sottile linguista, che si pone problemi del tipo: perché la gente dice metti la roba sul frigo e non nel frigo? E perché a volte si dice quei e a volte quelli e a volte quegli? E come si chiama tunnel sotto stazione? E così via. Le davo sessant’anni e invece scopro che ha una bambina di due anni.
Katarina, vecchia russa senza cognome, capelli grigi corti e spettinati, e berretto con frontalino alla Lenin, sorride dall’altra parte del tavolo. Arriva e parte quando vuole, sembra che non segua le lezioni mentre sfoglia incessantemente un vecchio vocabolario ingiallito russo-italiano, sorridendo tra sé e sé, e lanciando di quando in quando, inaspettatamente, domande argute e intelligenti. L’ho messa vicina a Fatima, a scrivere un percorso di indicazioni stradali, per andare, seguendo la cartina sul libro, da Piazza di Santa Maria Maggiore a Viale Manzoni. Non ne hanno indovinata una, ma sembra si siano divertite.
Uno dei pochi uomini è l’indiano Johnston. Magro, educato, occhiali di metallo e l’aria da intellettuale, si siede sempre bello dritto davanti a me, di là dal tavolo, facendo spostare chi si è già seduto, e segue con grande attenzione, fermando la lezione quando non capisce, consultandosi con la marocchina Amina, una delle migliori, o parlando in inglese con la nigeriana Perpetua, silenziosa e seria, immobile appoggiata alla sedia, anche lei chiusa, per tutte le due ore nel suo piumino grigio, nonostante i termosifoni bollenti.
Alla fine Mirvete, ciuffi di capelli tra il biondo e il grigio e sorriso storto mi chiede se ho bisogno di donna di pulizia per casa mia.

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 


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