Archive for gennaio 2008

SCRITTORI IN PIAZZA CONTRO IL RAZZISMO

27 gennaio 2008

I coriandoli per terra, un paio di bambini in maschera con in mano quei palloncini oblunghi e colorati, manipolati in forma di spadone, di margheritona o di aureola, il corso principale invaso di coppiette, di papà con i bambini in spalla, di famiglie con carrozzina, di gruppi di ragazzine allegre e vocianti e piccole formazioni sparse di signori in loden e signore in pelliccia.

Da sempre in piazza il sabato a T. c’è tutto il mondo, e arrivando non mi stupisce vedere una gran folla.

Oggi però c’è una novità: gli "Scrittori in piazza contro il razzismo". L’ho letto sul giornale.

Sulla Repubblica perfino un trafiletto, ieri, in una pagina interna, e poi anche in internet: "… a T. sabato 26 gennaio, alle ore 17, Piazza dei Signori, la piazza centrale della città, sarà animata dalla voce di Mauro Covacich, Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Alberto Fassina, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Giulio Mozzi, Marco Paolini, Tiziano Scarpa, Vitaliano Trevisan, Gian Mario Villalta, impegnati a diffondere parole di accoglienza e di uguaglianza, quelle del Veneto che fatica ad emergere.
"Dopo mesi e mesi di propaganda pura legata alle ordinanze di questi stravaganti sindaci veneti ci siamo proposti di dare voce ad un Veneto che non andrà mai in prima pagina perché usa il cuore ed il cervello", queste le parole di Roberto Ferrucci, uno degli scrittori promotori dell’iniziativa…".

È vero, in prima pagina di solito ci vanno le frasi pronunciate dal nostro prosindaco, da qualche assessore, e ultimamente anche da altri sindaci, da altri assessori, a confermare l’ipotesi, che non è più solo un’ipotesi, che il veneto, l’anima veneta, sia prevalentemente xenofoba e razzista.

immigrati austrFrasi talmente rozze e povere da suscitare perfino genuina sorpresa: come è possibile che questa gente esista, e che sia stata perfino eletta a rappresentarmi?

Leggo di solito quelle notizie con un occhio solo, scuotendo la testa interiormente, provando rabbia e impotenza per il fatto di vivere in una provincia dove quasi l’ottanta per cento delle persone vota a destra, prevalentemente la Lega, lavora dalla mattina alla sera, rinnega un passato di povertà ed emigrazione, anzi, nutre i pensieri più retrivi e razzisti su tutto quanto concerne lo straniero e preferisce un’amministrazione becera e incolta ma che ripari strade e tombini con solerzia.

Andando verso la piazza mi aspetto quindi i soliti quattro gatti di sinistra.
Li conosco uno ad uno, perché ci si incontra da sempre in tutti i luoghi e le situazioni vagamente sinistrorse e vagamente progressiste: raccolte di firme contro le antenne per la telefonia (ne abbiamo un’infinità, alte una trentina di metri in giro per la città, una ce l’ho qui davanti a casa), raccolte di firme contro il taglio sistematico degli alberi per sistemare i marciapiedi, piantare le antenne o costruire parcheggi, raccolte di firme contro il divieto di portare i cani in città.
Cose importanti e a volte da nulla, anzi da ridere, proprio perché per le decisioni più importanti non si raccoglie proprio niente. La maggioranza marcia compatta e la gente la segue o se ne frega, annichilita dall’ossessione del bisogno di sicurezza, ordine e pulizia.

Così vado verso il centro aspettandomi di incontrare i soliti quattro gatti rossi, rosso antico, rosé, le due bandiere della cgil e il solito striscione sbiadito, con quel senso di sconforto e di sconfitta che provo sempre nel sapere già come andrà a finire.

Per primi, ai bordi della piazza, incontro gli amici del centro sociale della città (paganti regolarmente l’affitto, e con tutte le dotazioni a norma di legge, senò in un paio di giorni sarebbero già stati sgomberati) e chiedo loro: ma dove sono gli scrittori?  – Già, li senti? Senti qualcosa?! Sono là. – – Ma là dove?- dico alzandomi sulle punte dei piedi a guardare sopra la folla da sabato pomeriggio. – Là, vicino ai gradini. Gli abbiamo anche proposto l’impianto di amplificazione, ma non l’hanno voluto. Hanno detto che facevano da soli, e così non si sente niente! -.

Provo ad avvicinarmi, mi infilo tra le persone, guadagno una posizione strategica tra una folla compatta come in un autobus all’ora di punta ad una ventina di metri da dove intuisco la postazione degli scrittori, su uno dei tre gradini del Palazzo dei Trecento.

Aguzzo l’udito, giro la testa a destra e sinistra per cercare l’orecchio migliore, cerco di selezionare solo le parole che arrivano da là e di escludere il vocio del resto della piazza, il suono delle campane del Duomo, e le chiacchiere di quelli appena dietro che non sentono una mazza e si fanno i fatti loro.

La folla sembra sempre più compatta, si unisce sempre di più verso il centro, qualcuno cede e se ne va, finalmente guadagno qualche posizione, e sento finalmente leggere passi di Brecht, di Piovene, di Parise, del Vangelo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
La gente è seria, attenta, annuisce, applaude con le mani alzate sopra la testa, anche perché non c’è spazio per farlo in altro modo. Guardo le facce intorno: gente di tutte le età, facce note e mai viste, ragazze e signori, mamme e anziani e mi chiedo con la gola legata, dove diavolo siete di solito, perché sembriamo sempre così pochi e invece forse siamo in tanti.

E saremmo molti di più se si riuscisse a sentire qualcosa oltre il raggio materiale di una ventina di metri e molti non se ne fossero andati perché semplicemente stufi di stare lì e non sentire nulla.

Mi viene una gran rabbia a pensare perché in questa cazzo di città per ascoltare la lettura di semplici testi di letteratura e di cultura letti anche per protesta contro un conformismo e un non – pensiero imperante, e in mezzo ad un mare di manifestazioni sui formaggi, sui salumi, sul radicchio, si debba stare per un’ora fermi, al freddo, in strada, ad aguzzare le orecchie strizzando, se possibile, i padiglioni auricolari come si fa con gli occhi per vedere lontano, anche se nessuno ha proibito nulla, mancherebbe solo questo.

Certo, non voleva essere un comizio di dissidenti, non voleva essere una manifestazione politica, anzi è stata un’iniziativa importante e originale, ma se si va in piazza e si vuole dare voce al Veneto che non va in prima pagina con le sparate razziste, bisogna farla sentire questa voce e avere comunque almeno un giornale arrotolato in cui urlare o un megafono.

Eppure siamo tutti qui, come degli assetati, degli affamati, a sentire parole semplici, che già sappiamo, testi che molti conoscono a memoria, parole che da sempre sono nostre, perché qui non ci sono quelli che non le sanno e non le ascoltano, e dice bene Marco Paolini: "Non mi rivolgo a voi, che siete in piazza, bensì a tutti coloro che si sono detti infastiditi dalla nostra presenza. … Voglio, però, che sappiate di non essere soli. Il senso di trovarci qui, oggi, è quello di spezzare la paura di chi si sente solo, circondato. Facciamo in modo che nessuno si senta solo. E, per questo, abbia paura".

E non dovremmo esserci noi qui, eppure siamo qui: siamo quelli che già sanno, siamo quelli che già vorrebbero che le cose fossero diverse, e mi rendo improvvisamente conto che in realtà siamo qui solo per testimoniare che ci siamo, che esistiamo, che viviamo anche noi qui.

La lettura finisce. La gente lentamente si disperde e si confonde con il resto della folla che riempie la piazza, che cammina per il Calmaggiore, che entra nei negozi e chiacchiera e telefona e si incontra e che forse neanche si è accorta di un gruppo di persone insolitamente compatto e attento.
Un complessino di peruviani inizia a suonare giusto davanti ai gradini da cui parlavano gli scrittori poco fa. Un signore mi dice che gentilmente sono stati loro, i peruviani, a prestare il microfono agli scrittori, ma che purtroppo non avevano un gran sistema di amplificazione.
In realtà gli scrittori in piazza contro il razzismo volevano parlare senza microfono.

(La foto : disegno esposto all’Immigration Museum di Melbourne.
 trad." Perché non possiamo stare in Australia?" "E’ troppo affollata!" 
 Woomera indica una sorta di CPT australiano in pieno deserto nei pressi di Adelaide)

DEPORTATI FORTUNATI

23 gennaio 2008

Questa mattina a Torino, esco dalla libreria in piazza CLN, e, un po’ di corsa, giro a sinistra per correre in stazione. La prima cosa strana è il silenzio. Un silenzio percorso in sottofondo da un rombo sordo e misterioso e la singolare quiete di una città improvvisamente senza auto. Eppure, prima, le auto circolavano.

Poi i ragazzi, un sacco di ragazzi, tantissimi ragazzi, una marea di ragazzi e ragazze che camminano veloci in mezzo alla strada, una delle strade principali della città, Via Roma, in direzione della stazione.

Un corteo, penso, uno sciopero, una manifestazione. Ma i ragazzi non hanno né la faccia né i vestiti da manifestazione: niente sguardi incazzati, né visi accesi e polemici, niente kefiah intorno al collo, cappucci della felpe tirati in testa, dreadlocks rasta, nè fasce per i capelli multicolori, jeans strappati in fondo e cavallotti bassi. Niente di niente.
Normali giacche a vento, giubbotti e giacconi colorati, maglioni e pantaloni e jeans e scarponcini e stivali da adolescente in età di scuola superiore mimetizzato tra gli altri adolescenti. E poi non c’è la musica, non ci sono gli slogan, i cori, gli striscioni né le bandiere.
Nessun rumore di macchine, anzi, vigili che fermano le auto bloccando le vie laterali parcheggiando la moto in mezzo alla strada. E passanti che si fermano ai bordi della via ad osservare, a interrogarsi l’un l’altro.

E i ragazzi, a centinaia ad occupare tutta la via, veloci, concentrati, quasi silenziosi se non fosse per un sotterraneo chiacchiericcio, che non è festoso, non è vivace e spensierato come di chi parte con i compagni per una gita scolastica.
Perché se non è una gita scolastica, un’enorme, gigantesca gita scolastica, dove starebbero andando questi ragazzi con tutte quelle valigie, con i trolley, con gli zaini e le borse? Decine di valigie, centinaia di trolley, anzi, saranno un migliaio tra borse, zaini, valigie ma soprattutto trolley che trascinati sulle rotelle sull’asfalto ineguale della via producono un sordo rumore di tuono.

Fanno la mia stessa strada, direzione Stazione di Porta Nuova. Oddio, non prenderanno mica tutti il regionale per Milano? Accelero il passo, temendo di trovare la stazione invasa.

Finalmente al semaforo di fronte alla Stazione ne becco due ansanti e imprecanti perché per colpa del semaforo rosso hanno perso il contatto con il loro gruppo. Il gruppo H come dice una targhetta spillata al giubbotto.

Scusa – chiedo a uno dei due, un ragazzone biondo, tutto rosso in faccia per lo sforzo di portarsi in spalla un enorme zaino, – ma dove state andando? – – In Polonia. Ci portano in Polonia, ai campi di concentramento! – fa lui, tutto serio.

Al binario venti, dice il tabellone, è in partenza il treno per Cracovia.
Niente vagoni piombati né mitra spianati per il Treno della Memoria dei ragazzi italiani, ma comunque in mezzo alla folla degli studenti in partenza, la vista di una ragazzina tutta ricci e sorridente, con un vistoso trolley rosa confetto mi rincuora.

SAMARCANDA

18 gennaio 2008

Ieri alle due, al telegiornale regionale han detto che un ragazzo di 21 anni del Burkina Faso era morto la mattina, tirato dentro e schiacciato da un qualche macchinario in una fonderia di Castelgomberto, un paesotto del vicentino.

Mostravano il piazzale della fabbrica: il solito piazzale asfaltato, l’insegna della ditta con il neon spento, le macchine dei dipendenti parcheggiate ordinatamente da una parte. Si intuiva una statale che correva a fianco della fabbrica, un campo di qualcosa dall’altro lato. Cielo di nuvole e pioggia battente.
Hanno detto che era munito di regolare permesso di soggiorno e che abitava a Schio. Il nome non l’hanno detto, tanto sarà stato uno di quei nomi che entrano in un orecchio e escono dall’altro.

Ho guardato la cartina per capire dov’è Castelgomberto e come ci si arriva da Schio. Di sicuro non c’è il treno. Ci sarà arrivato ogni mattina in corriera, (chissà cosa mangiano alla mattina quelli del Burkina Faso), partendo col buio, magari cambiando corriera a Malo, o a Isola Vicentina.
Dal Burkina Faso la strada è lunga. Cosa c’entra un ragazzo del Burkina Faso con Castelgomberto, ho pensato guardando il piazzale della fabbrica annegato di grandi pozzanghere.

Mi è venuta in mente quella canzone del cavaliere che cercava di scappare a Samarcanda per fuggire alla morte e lei invece era proprio lì che lo aspettava. Samarcanda come Castelgomberto.

A MANINA

15 gennaio 2008

Ok, all’estero si usa molto di più che da noi. Passeggiare a manina intendo. Insomma, camminare mano nella mano. Soprattutto nei paesi anglosassoni, non so perché, ma capita spesso di vedere coppie di età avanzata camminare fianco a fianco dandosi la mano, con un leggero sorriso sulle labbra, quell’espressione di serenità un po’ beota che vorrebbe significare: sì, ho raggiunto la pace dei sensi, ne ho passate di cotte e di crude, sono vedovo/a, i figli se ne sono andati, ho avuto quella brutta operazione, ho temuto di restare solo, ma alla fine ho trovato lei/lui. No, non siamo sposati, alla nostra età non avrebbe molto senso, ma ci facciamo compagnia. Abbiamo preso una casetta giù a Port Elizabeth e i soldi della pensione non sono tanti, ma quando ci avanza qualcosa li usiamo per farci qualche bel viaggetto.

Ed eccoli sul lungomare, braghe al polpaccio, camicia maniche corte marroncina, marsupio e grosse scarpe sportive. A manina.

Del resto soprattutto negli Stati Uniti si usa un sacco dirsi "I love you "ad ogni passo, e darling e sweetie e honey, e tutte quelle cose da film americano. Il fatto è che non le dicono solo nei film, ma anche nella realtà: "Darling, dove hai parcheggiato la macchina? Ah ok, I love you". Per non parlare dei "God bless you" come se tutti fossero sempre sul punto di partire per l’Iraq.

Da noi non funziona così. O meglio, funziona così fino ai sedici anni, ormai soprattutto fra ragazzine, un po’ più raramente tra le coppiette. Poi basta.

Avevo un moroso, ben dopo i sedici anni, che i primi tempi mi prendeva sempre a manina. Io un po’ mi vergognavo, a dire la verità, e ad ogni momento sentivo il bisogno di indicare qualcosa o soffiarmi il naso o far cadere le chiavi o il fazzoletto. Qualche anno dopo invece se lo prendevo a braccetto, cominciava a cantare "cooon teeeeeee partiròòòòòòòòò" per farmi sottilmente capire che non era cieco e non aveva bisogno di qualcuno che lo tenesse per il braccio.
Gli uomini…

La manina si usa moltissimo invece nelle coppie presidenziali o aspiranti tali.
Bisogna ammettere che hanno cominciato gli americani, Reagan e Nancy, Bush senior e Barbara, Bill e Hillary, Bush junior e moglie sono sempre a manina. Scendono dall’aereo e zac! Manina. Salutano dal palco e zac! Manina. Da noi nessuno mai si aspetterebbe di vedere Giorgio e Clio mano nella mano, né tantomeno ce lo si sarebbe aspettato da Carlo Azeglio e dalla Carla. La moglie di Zapatero non credo neanche di averla mai vista, e il marito di Angela Merkel? non parliamo neanche della regina Elisabetta e di Filippo. Ecco forse Tony Blair e Cherie qualche volta si sono dati la manina in fotografia, ma bisogna capirli, sono inglesi e non regali. 
Insomma, in Europa non si usa.

Ma allora perché perché perché perché Sarkozy non molla per un attimo, ma dico, solo per un attimo, anche solo mentre inciampa tra le piramidi, per allacciarsi una scarpa, per fare prendere un po’ d’aria al palmo sudaticcio sotto il sole egizio, dico, perché non molla mai, neanche per un attimo la mano di Carla Bruni?

RAGAZZINI

14 gennaio 2008

ragazzine coreaneFaccio ripetizioni di inglese ad una ragazzina sui diciotto anni. Arriva sempre affannata su dalle scale, portandosi dietro una scia di freddo invernale, con in spalla uno zaino pesantissimo di libri, un po’ piegata in avanti, con quell’andatura dei ragazzi con lo zaino: le braccia che vanno da destra a sinistra invece che avanti e indietro.

Ha capelli neri un po’ spettinati, gran ciuffo tirato sugli occhi come, chissà perché, da sempre si usa tra i quindici e i vent’anni, la pelle luminosa dei bambini, bellissimi occhi grigioblu un po’ malinconici e una macchinetta ai denti che è un capolavoro di ingegneria meccanica.

Ci sono dei giorni in cui ha strani tiranti trasparenti che vanno da destra a sinistra, tra i denti di sotto e quelli di sopra, e altri in cui mi sembra che vadano da sinistra a destra, altri in cui si incrociano, così a volte mi perdo un po’ a osservare la meccanica del marchingegno, a chiedermi di che materiale siano i tiranti e dove si attacchino, ma poi, per non imbarazzarla, mi costringo a non guardarle i denti mentre cerca di pronunciare the, rather o Thackeray.

L’apparecchio per i denti, nei ragazzini, mi da’ sempre l’idea di un atto di fiducia estrema dei genitori, nella vita, nel futuro, nella bellezza dei figli: massì, spendiamo sti milioni, chiediamo pure un prestito in banca, ma che almeno mio figlio abbia i denti a posto, che non si vergogni a sorridere al mondo, come certi sempre con la mano davanti alla bocca o le labbra strette a nascondere denti storti, brutti, o mancanti.

Credo che, da ultima ragazzina educata d’Italia , spenga spontaneamente il cellulare prima di arrivare da me. Poi lo riaccende mentre scende sulle scale e, impaziente, si ferma al buio a guardare le chiamate o i messaggi ricevuti. L’ho capito una volta che, non sentendo il portone di sotto chiudersi, mi sono silenziosamente sporta sulle scale e ho captato dei soffocati bip bip bip e un tic tic tic tic tic di dita leggere e veloci sui tasti.

Delle volte la guardo e forse rivedo me stessa, le mie nipoti appena cresciute, il mondo dei ragazzini passati, presenti e futuri, tutti a non sapere un tubo di cosa succederà, e come fare e che dire e che scegliere, e vorrei dirle qualcosa oltre a to think thought thought, così mi ingegno a capire il suo mondo, e se non tutto, almeno quello della scuola.

E lei mi racconta di compiti in classe fatti di due domande e di due risposte,di interrogazioni fatte di cinque righe da leggere e tradurre con l’aiuto delle paroline già scritte fitte fitte a matita sul libro, tanto poi il proffe si perde sempre a parlare da solo e basta che gli dici due parole e a lui va bene così. Mi racconta di compiti di matematica fatti di due risposte: sì e no, e se sbagli la proffe ti dice, dai, hai ancora un’alternativa, di lezioni non fatte e di pagine che si vorrebbero studiare ma che nessuno pretende, della scuola lasciata nel trasloco da un’altra città, una scuola che pretendeva di più, non tanto di più, ma un pochino almeno sì.

Io alla fine non so mai bene che dirle.
Vorrei esclamare O tempora, O mores!, ma non mi capirebbe. Vorrei andare dai suoi professori e dal preside e dal ministro, e prenderli per il collo e dirgli ma che cazzo state facendo, ma vi rendete conto. Vorrei dirle che il suo inglese in quinta superiore è uguale a quello che sapevo io in seconda media, ma sembrerei solo una che parla dei bei tempi andati.

Vorrei che la sua freschezza, le sue capacità ancora da capire e da scoprire, il suo futuro steso lì davanti come un quaderno con le pagine ancora bianche, non venissero così calpestati e ignorati e omologati in un nulla uniforme e sciatto.
Allora cerco di dirle: Federica, ricordati che tu devi studiare per te stessa, non per l’interrogazione o il compito in classe o per l’esame dove comunque ti promuoveranno. Lei mi dice: eh sì lo so, lo so, ha ragione. Io cerco di pensare a quanto a diciott’anni mi sarebbe importato di studiare per me stessa e mi viene una gran rabbia perché so che non mi sarebbe importato un tubo di niente, avevo ben altro per la testa.

Così l’ora finisce e lei se ne va a casa.

ALICE SPRINGS

11 gennaio 2008

australia manoTerzo pezzo in cerca di una risposta alla riflessione di qualche giorno fa:

"Mi sono chiesto a volte che differenza c’è tra il visitare terre straniere da turisti e il visitarle senza passare per i musei, i luoghi di ritrovo dei turisti e i monumenti.
Io non sono mai entrato per esempio in un museo nè italiano ne straniero, non ho una sola foto con un monumento straniero o italiano, non conosco nulla dei luoghi turistici dei luoghi stranieri e italiani dove sono stato".

Non perdete il filo, prima o poi la risposta (la mia risposta) arriverà.

Nel frattempo, seguendo il filo del pensiero,  vi propongo di passare per l’Australia.

ALICE SPRINGS

In piedi, al semaforo tra la Larapinta Drive e la Telegraph Terrace, alla prima periferia di Alice Springs, comincio a pensare che le infradito di gomma mi si fonderanno nell’asfalto e che rimarrò lì, bloccata per ore, consumata dalle mosche dell’outback australiano.
Un calore infernale si alza dalla terra, e nonostante la crema protezione 30, sento le gambe bruciare sotto il sole. La temperatura è la stessa da giorni: siamo sui 38/40 gradi, il cielo è blu, percorso da alte nuvole candide e su questa pianura infuocata per migliaia di chilometri di deserto rosso, soffia un vento caldo e secco.
Sono venuta qui, a questo incrocio appena fuori dal centro di Alice, come la chiamano gli australiani, a cercare la stazione dei treni. Volevo vedere dove arriva il Ghan, il treno simbolo della grande avventura ferroviaria australiana che attraversa questo paese da Adelaide a Darwin, da sud a nord in quasi due giorni di viaggio, dallo stato della South Australia al Northern Territory, passando appunto per Alice Springs, uno dei primi insediamenti europei verso la fine dell’800, quando si decise di far passare per di qui, in mezzo al nulla, la linea del telegrafo che collegasse appunto il sud al nord dell’Australia e l’Australia al resto del mondo.

La ferrovia che per un errore di valutazione venne costruita nel posto sbagliato, nella zona di Alice Springs veniva annualmente spazzata via dalle piogge tropicali. L’ultimo tratto del percorso veniva quindi fatto con i cammelli condotti da cammellieri afgani che diedero il loro nome, Afghan, al famoso treno: il Ghan.
Le rotaie del Ghan, il treno del mito per i backpackers di mezzo mondo, come spesso accade ai miti quando si scontrano con la realtà, non sono altro che un misero binario a malapena segnalato che attraversa un incrocio trafficato, con un Mc Donald su un lato della strada e una ditta di infissi sull’altro, dove si muore dal caldo alla periferia di una cittadina ai confini del mondo.
Alice era il nome della moglie del responsabile della stazione telegrafica che venne costruita accanto ad una piccola sorgente d’acqua nel letto del fiume Todd che è perennemente in secca. Todd era il nome del telegrafista, Alice quello della moglie, e Alice Springs è tutta qui: una cittadina nata dal nulla e nel nulla in mezzo alla terra rossa del deserto australiano.
Una decina di strade che si incrociano perpendicolarmente formano il centro cittadino: il Todd Mall, punteggiato di negozi di souvenir, negozi per la vendita degli opali che vengono scavati qui intorno nelle tante miniere della regione, bar e ristoranti per turisti. E appena fuori dal Todd Mall, dal solito supermercato della catena Coles, dal Woolworths e da un cinema, qualche piccola ditta in una sorta di zona industriale nei pressi della stazione ferroviaria e poi per centinaia e centinaia di chilometri il nulla.

Un depliant dell’azienda di soggiorno dice che molti arrivano ad Alice Springs, se ne innamorano e decidono di restare, ed, in effetti, le poche persone con cui ho modo di parlare vengono da altre città dell’Australia e da altri paesi del mondo. Cosa vengano a cercare in questo inferno assolato è difficile capirlo. Eppure Alice ha tutto il fascino della vita di frontiera: dura, pesante, lontana da tutto e da tutti, con il suo passato di coraggiosi pionieri e di pazzi cercatori di opali, una vita scandita da condizioni di vita estreme ma ripagata anche da una natura unica.

"Da dove vieni ?" chiederò durante una tappa notturna nel mezzo del deserto ad una delle guide che conduce il tour che mi porterà ad Ayers Rock, "da Sydney, sono nato a Sydney."
" e come mai sei finito ad Alice Springs?" "per questo.." mi dirà lui, allargando il braccio ad indicare insieme il deserto rosso silenzioso, il cielo di velluto nero e le stelle infinite sopra la nostra testa distese da un orizzonte all’altro. " ..e anche per il caldo.." aggiungerà sorridendo.
La stessa cosa pensano i turisti, se è vero che approdano qui a migliaia e migliaia ogni anno anche solo per trattenersi qualche giorno, visitare la città, ma soprattutto andare ad Ayers Rock, l’Uluru, la montagna sacra agli aborigeni. E tra i turisti che si infilano accaldati tra un negozio e l’altro del Todd Mall, vagano gli aborigeni.

L’incontro faccia a faccia con un aborigeno è l’incontro improvviso con l’uomo della pietra:i lineamenti, la postura e perfino lo sguardo fanno pensare a uomini e donne venuti da un’altra epoca, dalle origini, appunto, del mondo. Un popolo antichissimo che da sempre ha abitato l’Australia, decimato da malattie, soprusi, omicidi e deportazioni, vive ora ai margini della società australiana.
Sono venuta qui apposta, nel Territorio del Nord, a cercare la storia dell’Australia che non avevo trovato a Sydney o a Brisbane, a cercare gli aborigeni, e li ho trovati sdraiati nei giardini di questa cittadina. A gruppi di cinque, sei, uomini, donne, bambini, ammaccati, pieni di fasciature chissà perché, sdruciti, sporchi. Giocano a carte, bevono birra a fiumi da barattoli nascosti in sacchetti di carta, guardano il nulla, coperti da grappoli di mosche. Oppure camminano, sempre a gruppetti di quattro cinque, veloci, come se sapessero dove andare, seri, distanti gli uni dagli altri, i capelli stopposi per aria, le gambe magre, le pance gonfie, vestiti di magliette di squadre di cricket o di colorate pubblicità, assurde e fuori tempo su uomini e donne così antichi.

Alle otto di sera, con il buio, su Alice Springs cala il coprifuoco. "E’ meglio non uscire da soli la sera", mi avvisa il proprietario dell’albergo, e dalla finestra della mia camera, per le strade buie e silenziose, percorse da folate di vento caldissimo e secco, vedo vagare le figure scure e veloci degli aborigeni e sento i loro richiami.

Aloysia, la ragazza del centro "Stolen Generation and Families Aboriginal Corporation" , mi racconta di una delle tragedie di questo popolo, per cui per quasi un secolo, fino al 1970, è stato perpetrato dal Governo Australiano una sorta di genocidio legale. I bambini aborigeni venivano semplicemente portati via dalle loro famiglie, i fratelli separati e messi a vivere in istituti, nelle missioni o in famiglie europee, dove venivano praticamente utilizzati come schiavi per il lavori di casa, nei campi o negli allevamenti. Erano comuni maltrattamenti e abusi di ogni tipo. Solo nel 1970 è stata abolita questa pratica e da qualche anno molti dei 100.000 ex bambini rapiti, sono in cerca delle loro famiglie e delle loro origini. La stolen generation, la generazione rapita, è solo uno dei tanti drammi di questo secolo, ma è davvero un dramma dimenticato e sconosciuto al mondo.

Gli uffici di questa organizzazione sono a un duecento metri dalla sede dei gloriosi Flying Doctors, i leggendari medici che con piccoli aeroplani raggiungono i posti più lontani di questo deserto, e dal museo dei Rettili, tappe obbligate della visita dei turisti che passano per questa cittadina, insieme alla sede della School of the Air, la scuola via satellite o via internet (una volta via radio), che da’ un’educazione ai bimbi sparsi nell’outback, ma nessuno fa caso alla villetta dalla porta aperta sul giardino e un grande cartello all’entrata che dice "non c’è denaro ne’ niente da rubare negli uffici" e la targa che cita appunto "Stolen generation & families".

Evidentemente la generazione rapita e tutti quelli che le girano attorno, si sentono in credito non solo dell’infanzia rapita e della vita perduta, ma di altre cose più’ materiali.

www.centralstolengens.org.au

 

 

LA LORO CITTA’

9 gennaio 2008

Della mia città, o meglio, del posto dove vivo, insomma di T., non reggo neanche più il fiume.
Placido, tranquillo, incanalato e ossequioso. E verde. Mai che gli venga in mente di alzarsi appena appena a minacciare gli argini, la botta di vita di una mini-alluvione, se non la rogna di qualche tombino intasato.

Macchè, a T. funziona così, tutto scorre negli argini, controllato e rispettoso come il fiume.

Questa non è terra di alluvioni né di terremoti. Non ci sono vulcani né mareggiate, né tifoni né uragani. Il tempo è: bello, raramente bellissimo, umido, variabile o piovoso.

D’estate un mesetto di caldo appiccicoso, d’inverno un mesetto di freddo controllato. Quando nevica fa dieci centimetri e poi tutto sparisce in poltiglia marroncina che si accumula per qualche giorno negli angoli e che poi la terra digerisce a poco a poco.

Perfino il vento si fa scrupolo di non spettinare né di sventolare troppo. Ci sono giorni in cui arrivano i resti sbiaditi della bora triestina. Aria da lontano, aria foresta, balcanica! Me ne accorgo perché l’imposta del bagno, che non tiene bene, si chiude da sola di un gran colpo. E tutto finisce lì.

T. è a metà strada tra il mare e la montagna. Un mare tranquillo, una laguna in effetti, più che un mare. Ma T. non ha nulla in comune né con il mare né con la montagna: niente venti, né picchi, né improvvisate.

È pianura. Pianura piatta, senza alberi, prima addomesticata, e poi dilaniata e seviziata.

Sequenza di terra che non è più terra, ma territorio, terreno catastale e o edificabile, spazio incolore, senza struttura né storia, di strade intasate, labirintiche, costellate di rotonde, di viabilità modificata, di sottopassi e di sovrapassi, di capannoni industriali, di concessionarie, di asfalti, di serre, di centri commerciali. E poi condominii giallini, rosini e marroncini, villette al colmo di giardinetti verdi rasati e ben recintati, percorsi di vialetti ghiaiosi e circondati di siepi e di telecamere, e poi spazi di detriti, di semilavorati, di calcestruzzi messi lì e dimenticati e spiazzi cementati e orti soffocati e campi di mais e di soia, di mais e di soia, di mais e di mais, e di soia.

E poi c’è il centro: T. è una città di provincia, di quelle che dicono a misura d’uomo: strade strette, palazzetti dignitosi, tre, quattro monumenti valorizzati strenuamente a città d’arte, poco respiro, nessuna grandezza. La storia è passata sempre un po’ più in là: o più su o più giù, a destra o a sinistra.

A T. non succede mai niente di particolarmente bello né di particolarmente brutto: criminalità poca, ma tante telecamere, tolleranza zero come Giuliani nel Bronx e taglie sui writers che scrivono sui muri.

Ogni settimana nelle due piazze principali squadre di operai allestiscono degli stand coperti, dei gazebo bianchi, delle pensiline in alluminio, dei palchi in legno, dove vengono poi esposti formaggi locali, salumi austriaci, birre altoatesine, specialità pugliesi e prodotti siciliani. E poi vini locali e vini locali e vini locali e coltivazioni estensive di radicchio: marmellate di radicchio, grappe al radicchio, torte al radicchio, sughi al radicchio, composte di radicchio. In alternativa le piazze sono occupate da: esposizioni di automobili, di moto, gare ciclistiche, gare podistiche, gare sportive, rallies, dimostrazioni di primo soccorso e balli folcloristici.

E poi c’è la gente.

(continua)

 

6 gennaio 2008

albero N.Z.Secondo pezzo in cerca di una risposta alla domanda di ieri. Questa volta da Auckland, da un posto poco turistico.

LA SPOON RIVER DI AUCKLAND

La Spoon River di Auckland, la collina dei morti dimenticati, la incrocio per caso la mattina in cui lascio l’ostello e decido di fare due passi in attesa del pullman per la Bay of Island.

Come sempre accade ad Auckland soffia un vento teso e nel cielo azzurro corrono lunghe nuvole bianche, gonfie di una pioggia sottile. A lato del marciapiede di una strada molto trafficata del centro, noto un giardino che sprofonda in una sorta di vallata ricoperta di cespugli e alberi.
Tra gli alberi centinaia di vecchie lapidi e tombe, si rincorrono tra marmi grigi spezzati, angeli anneriti e decapitati, recinti divelti, fino alla fine della valle, dove comincia l’autostrada che porta al sud: la Hamilton Motorway.

Un dimesso e scolorito pannello informativo del comune di Auckland racconta la storia di questi morti, e quindi di questo paese, il tutto racchiuso in poche righe e in un paio di fotografie sbiadite della fine dell’800 che ritraggono la zona come era poco più di centocinquanta anni fa: praticamente quattro baracche di legno in mezzo al nulla.

La storia racconta che a meta’ dell’800, gli europei che stavano cominciando ad arrivare qui a cercare una vita nuova in questo paese, cominciarono anche a morire, e quindi, di comune accordo, decisero che questo pezzo di terra fosse destinato a fare da cimitero.
E cosi’, inglesi in massima parte, ma anche scozzesi, irlandesi, tedeschi, slavi ed olandesi, cominciarono a portare qui i loro morti, ed erano morti anglicani, presbiteriani, ebrei, cattolici, ognuno con la sua lapide e con i simboli della sua fede, ma tutti insieme seppelliti qui, nel cimitero di Symonds Street.

Ma la loro pace eterna duro’ poco, una ventina di anni appena, perché la città cresceva a vista d’occhio, gli abitanti della zona cominciarono a preoccuparsi per l’inquinamento dei pozzi d’acqua nei dintorni del cimitero, e soprattutto, urgeva la costruzione di un ponte che collegasse i due versanti di questa piccola valle. E cosi, nel 1910, dopo pochi anni, il cimitero fu chiuso, molte tombe furono divelte, i morti spazzati via e si inizio’ la costruzione del Grafton Bridge.

Sul ponte, trafficato di auto e pedoni, una targa commemorativa a nome di tutta la cittadinanza chiede scusa ai poveri morti, ai pionieri che erano arrivati qui, dopo mesi di viaggio, armati di nulla se non di belle speranze e di coraggio, in quello che era davvero un mondo nuovo, dove non c’era proprio nulla, se non strani alberi, strani animali e i guerrieri maori, altro che America. La città chiede scusa ai marinai, ai pescatori, ai farmers, agli allevatori di pecore, ai cacciatori di balene, ai minatori, agli intagliatori degli alberi della gomma e ai contadini arrivati qui e morti poco dopo, di malattie, di infortuni, di parto e anche qualche volta di vecchiaia. Scusate, ma avevamo fretta.
E ancora più fretta avevano i nipoti, quando, decidendo di far passare di qui l’autostrada negli anni 60, spazzarono via altre quattromila tombe.
Improvvisamente ho davanti agli occhi le immagini di un film horror con le schiere di questi morti, delle loro anime vaganti senza pace che invadono la Motorway e corrono di notte per le larghe strade di questa luminosa città spazzata dal vento del Pacifico.

Ombre vestite di cuffie e crinolina, come quella di Catherine, adorata moglie del Capitano Duncan Mathson, uccisa accidentalmente nel 1857, come recita la lapide, o vestite dei panni del marinaio Christien Kjer di 40 anni, annegato con i figli Henrich e Annie di 9 e 7 anni, o di James Maxwell, ucciso da una caduta da cavallo lungo il fiume all’età’ di 37 anni, o il povero Alexander Stevenson morto qui, e basta, a 30 anni o di Mary Temple William, che a 6 anni aveva piantato il bell’albero sotto il quale fu seppellita a 81 anni. (piantare alberi giova alla salute).

Ritorno tra i vivi, alla fine, e trovo sull’ultima tomba vicino alla strada un portafogli appoggiato su una confezione da sei di uova fresche. Nel portafoglio la foto sorridente sulla tessera del bus di un ragazzino che, andato a comprare le uova per la colazione, si e’ seduto, chissà perché, su una vecchia tomba in una mattina d’estate.

4 gennaio 2008

Uno dei miei dieci saltuari lettori, in un commento ad un post, ha fatto questa riflessione:

"Mi sono chiesto a volte che differenza c’è tra il visitare terre straniere da turisti e il visitarle senza passare per i musei, i luoghi di ritrovo dei turisti e i monumenti.
Io non sono mai entrato per esempio in un museo nè italiano ne straniero, non ho una sola foto con un monumento straniero o italiano, non conosco nulla dei luoghi turistici dei luoghi stranieri e italiani dove sono stato".

Io ho risposto: ci scriverò un post.

Poi, invece ho pensato di scriverne diversi per trovare una risposta. Un po’ di risposta già ce l’ho in mente, e inizia da Tokyo.

SHIBUYA

Giappone shibuyaNel quartiere di Shibuya, uno dei ventitre quartieri di Tokyo, una città di duecentomila persone pressate in una densità di circa 13.000 abitanti per chilometro quadrato, ( che se non sbaglio a fare i conti significa 13 persone per metro quadro, e se sbaglio qualcuno mi corregga!), ho passato almeno un paio d’ore in un caffè al secondo piano di un palazzo, a guardare un incrocio.

L’incrocio era il punto di incontro di sette strade regolate nel flusso automobilistico da vari semafori e con diversi attraversamenti pedonali. I palazzi intorno erano quei grattacieli che di solito abbiamo in mente quando pensiamo alla modernità del Giappone e a Tokyo in particolare: edifici coperti di ideogrammi luminosi, di enormi pubblicità semoventi, visi asiatici sorridenti, immagini colorate, scritte che si rincorrono, musiche e suoni confusi e alieni. Sotto, nelle strade, il movimento incessante di migliaia di persone, tutte giapponesi, che vuol dire con la faccia da giapponesi e parlanti giapponese, che camminano, mangiano, corrono, parlano, discutono, ridono, comprano, e l’impressione di sentirsi premuti e compressi da tutti i lati e di trovarsi sempre in un autobus affollato all’ora di punta.

L’unico momento di stasi, l’attimo in cui la marea di folla si ferma improvvisamente, come per un intervento di paralisi collettiva, e forma un argine umano lungo il marciapiede, è quando scatta il semaforo rosso per i pedoni. Allora, in pochi secondi, si addensano centinaia di persone: una vicina all’altra, e poi una dietro l’altra e poi ancora in seconda fila e poi in terza e quarta e quinta e sesta e settima fila e per pochi secondi formano un’unica massa immobile. E così anche sui marciapiedi intorno: a destra, a sinistra, al centro, sopra e sotto, tutti in attesa del verde.
E intanto le automobili, i pullman, i furgoni corrono attraversando l’incrocio: e c’è chi svolta a destra, a sinistra, in basso a destra, in alto a sinistra, sopra e sotto, a fasi alterne ma mirabilmente oliate, senza un ingorgo, senza un rallentamento, senza un colpo di clacson, in perfetta e ammaliante scioltezza, finchè non scatta il verde.
Allora lo stesso movimento magico e oliato si ripete per i pedoni: tutti simultaneamente, come ballerine di fila ordinate e attente, attraversano velocemente l’incrocio non solo perpendicolarmente, ma anche in diagonale, da destra a sinistra, da un lato all’altro, da sopra a sotto e da sotto a sopra, senza mai uscire dalle strisce pedonali, e approdano al marciapiede di fronte.
Pochissimi si avventurano con il giallo, tutti sono fermi al rosso.

Adoro i giapponesi.


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