FRATI VESTITI DI AZZURRO

Questo è per Enrico, che se n’è andato, in moto, questa primavera

Ogni volta mi dimenticavo di dirglielo: "Federico, lo sai che incontro sempre un tipo che cammina come te quando vuoi fare il cattivo?" Lui avrebbe fatto una risata, facendo finta di non capire: "Come? In che modo? Come quando voglio fare il cattivo? Ma io sono cattivo!" "Ma sì, avrei detto io, quella camminata da castigamatti, quel passo deciso e veloce con il cipiglio da cattivo in faccia! Sai, c’è uno, un tipetto, che credo abiti dalle mie parti, che ogni volta che lo vedo…" Lui avrebbe cominciato a camminare intorno con la camminata da cattivo, tirandosi su i pantaloni alla fine, come per darsi un contegno: "Così? Così?" "Ecco ecco! Proprio così! E’ un tipetto magro e secco, con degli occhiali spessi, lo sguardo deciso, e ‘sta camminata che ogni volta che lo incontro mi dico: devo proprio dirlo a Federico la prima volta che lo vedo!"

Avremmo fatto una gran risata tutti e due. E anzi, se ci fossero stati anche gli altri, sarebbe finita con altre risate e altri ricordi. Ricordi di quell’estate di venti anni fa, anzi, più di venti anni fa quando la sera ci si incontrava tutti in quel bar dalle parti di dove abitavano i miei, appena fuori le mura.
Eravamo una trentina a girare per di là, in quelle sere d’estate. Nessuno l’aveva deciso, nessuno sapeva come, ma improvvisamente avevamo cominciato a ritrovarci lì, la sera. I ragazzi avevano quasi tutti la moto, poche erano le coppie, e molte storie cominciarono proprio lì, con le gite in moto.
Anche Federico aveva conosciuto la Vittoria in quel periodo, e due, tre anni dopo, eravamo andati tutti al loro matrimonio. Era già il periodo in cui non ci si vedeva più molto, ognuno aveva preso strade diverse: matrimoni, figli, lavori lontani, e poi separazioni, nuovi compagni, nuove amicizie.
Federico e Vittoria avevano avuto due bambini. Non ci vedevamo quasi più, ma era rimasta una consuetudine: farci gli auguri di compleanno, lui a dicembre e io a marzo. Promesse di incontrarci. Anche l’ultima volta: "Dai, quand’è che vieni a trovarci? Qui ci sono i tuoi nipoti che ti aspettano." Era davvero tanto che non ci si incontrava, a parte una volta di sfuggita, in stazione.

Ora, invece, Federico mi capita di incontrarlo spesso.
Arriva improvvisamente. Lo vedo, sul ciglio della strada, mentre si sta togliendo il casco e si riavvia i capelli passandoci le lunghe dita. Oppure direttamente in ufficio: "Ehilà, allora? Com’è?" dice, come a riprendere un discorso appena finito. "Com’è? Com’è?, dico io, è che lavoro con una pazza!" "Perché?" "Perché? Guarda, vieni a vedere cos’ha fatto stasera. Vedi, erano venuti quei frati lì da Lisbona a comprare non ho capito ancora cosa, e siccome non sapevano decidersi e scherzando hanno detto che ci sarebbe voluta un’ estrazione con i numeri per decidersi, lei cos’ha fatto? Cos’ha fatto secondo te?" "Cos’ha fatto?" dice lui, guardando verso i frati con la tonaca azzurra seduti nell’altra stanza. "Ha fatto che è venuta di qui, ha preso questo mobile dallo schedario, ha segato i ripiani di compensato e ha fatto una scatola per fare l’estrazione! Ma ti pare possibile? Eh? Ti pare possibile? E sono le otto e mezza di sera, e tiene qui tutti gli impiegati a fare ‘ste pazzie!" Tutti mi guardavano mentre gli raccontavo la storia. Qualcuno, un po’imbarazzato guardava altrove, altri facevano finta di nulla e sistemavano il mobile che ora pendeva un po’sbilenco, senza più i ripiani a tenerlo in piedi. Lui guardava, mi seguiva, mentre furente mi aggiravo per l’ufficio: "e io ho passato tutti questi anni a lavorare con una pazza, ma ti rendi conto? Dico, ti rendi conto. Ma forse la pazza sono io. Anzi, di sicuro."
Un ragazzo, di quelli appena assunti in prova, mi lancia una breve occhiata e mi sembra di cogliere un sorrisetto. Io girandomi lo vedo, e lui subito abbassa lo sguardo. Sì, forse la pazza sono davvero io.

Attraversando il capannone nell’oscurità, torniamo verso il mio ufficio, appena prima dell’uscita. Lui, per prendere il giaccone che aveva buttato su una sedia, si distende attraverso il lungo tavolo dove vengono sistemati di solito i pacchi per le spedizioni. Dalla porta spalancata sul cortile entra la luce e il profumo della primavera appena iniziata.
Lo guardo, così lungo disteso, mentre allunga il braccio verso l’altro lato del tavolo. La cosa mi sembra un po’ strana, ma solo quando lui è di nuovo in piedi davanti a me e, con calma, si sta allacciando tutti i bottoni della giacca da motociclista, ho un pensiero fulmineo: "Federico, ma tu non sei vero. Questo è un sogno. Voglio dire… tu non sei vivo…" "Eh no", dice lui, con naturalezza, sistemandosi la sciarpa intorno al collo, "non ti ricordi … l’incidente…" aggiunge, guardandomi negli occhi.
Non volevo farmi vedere da lui mentre piangevo, e così mi sono svegliata.

 

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6 Risposte to “FRATI VESTITI DI AZZURRO”

  1. anonimo Says:

    Elena, è molto bello. Intenso e melanconico. da motociclista incrocio le dita nel saluto che si scambia(va)no i motociclisti durante lunghi viaggi.

    Robilant

  2. anonimo Says:

    Bello… (ma è Enrico o Federico?)
    Un saluto anche da me ex motociclista 🙂
    Mairno

  3. agomast Says:

    Una bellezza di post.

  4. cf05103025 Says:

    bello davvero,
    avrei voluto entrare nel tuo sogno per vederne i colori
    MarioB.

  5. dipocheparole Says:

    Come sempre grazie a tutti.:)

    @Marino: era Enrico, ma nel racconto sogno é diventato Federico.

  6. anonimo Says:

    elena, proprio bello quello che hai dentro e come lo esprimi, amiche come te sono preziose… 🙂

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