Archive for aprile 2008

LAVORARE BISOGNA

29 aprile 2008

Il Presidente della Life, Liberi Imprenditori Federalisti Europei, associazione senza scopo di lucro, con sede, ovviamente, a Conegliano, Treviso, (consiglio un’occhiata al sito: tra le altre cose, si paragona il Veneto al Tibet, e si raccolgono firme per richiedere l’accertamento e la dichiarazione della nullità e invalidità del plebiscito per l’unione delle Provincie Venete al Regno d’Italia del 1866), tal Daniele Quaglia, dice che lui ha 59 anni, che lavora da 53 anni, e che per un veneto, la cosa normale è lavorare non dodici minuti, ma dodici ore al giorno.

Tornata a casa dalla palestra, mentre svuoto lo zainetto, entro in doccia e mi cuocio gli asparagi, accendo la tele, e, tra il meglio del Grande Fratello, Voyager, Un posto al sole e Anche gli angeli mangiano fagioli, scelgo Exit su La 7 dove si dibatte sui fannulloni del pubblico impiego.
Come a teatro, ognuno ha il suo ruolo: c’è il ministro, ex ministro, che dovrà scaldarsi sul fatto che la politica deve assumersi le sue responsabilità, la rappresentante sindacale del pubblico impiego che deve dire che non tutti sono assenteisti, il rappresentante dei liberi imprenditori che invece dovrà vantare la laboriosità dei privati, il politico che deve difendere i dirigenti pubblici vessati ed impediti nel loro lavoro da leggi e leggine. Su tutti incombe il tempo tiranno, il rubarsi la parola a turno e la pubblicità.

Capisco dai commenti che gli invitati alla trasmissione, hanno appena visto un servizio su un qualche ufficio statale, i cui lavoratori in realtà, tra malattie, permessi, ferie e pause caffé, lavorano circa dodici minuti al giorno. La conduttrice, urlando alta e atona al di sopra delle voci concitate dei partecipanti, chiede il parere della rappresentante sindacale. La rappresentante sindacale, che ha pure il torto di avere un pesante accento campano, ha appena il tempo di dire che gli assenteisti ci sono dovunque, anche nel privato, anche alla Zanussi (ma come osa?), che immediatamente le viene tolta la parola: "Chiediamo se è vero che anche alla Zanussi ci sono gli assenteisti? Cosa ne pensa il Presidente della Life?" Il Presidente della Life, si erge sulla seggiolina, fiero homo faber, rappresentante della razza Veneta, opportunamente opposto alla donna non-faber del sud, e indignato dice la sua. La rappresentante sindacale cerca di riprendere la parola, ma si va in pubblicità. Entro in doccia.

In "Libera nos a malo" Luigi Meneghello nel parlare del divario tra il codice di condotta della cultura ufficiale e il costume reale del suo paese, Malo appunto, nel vicentino, negli anni tra le due guerre, ricorda un Decalogo Civile stampato sul rovescio della copertina di un vecchio quaderno di scuola.
Il Decalogo cominciava così:

1) Ama i compagni di scuola, che saranno i tuoi compagni di lavoro di tutta la vita.
2) Ama lo studio …
3) Santifica tutti i giorni con qualche azione utile e buona, con qualche atto gentile.

Meneghello si chiede che significato potessero avere queste parole, per quanto virtuose, nella vita quotidiana degli alunni di Malo, agli inizi degli anni trenta, e conclude dicendo che queste parole restavano parole. Poi, con tono lieve e sereno distacco, com’è lo stile di tutto il suo romanzo-saggio-biografia, continua così:

"La rettitudine contava relativamente poco. Parlo, s’intende, dei valori, non già dei fatti. Va da sé che la proporzione delle persone rette e di quelle non rette era press’a poco la stessa che ovunque. L’espressione "uomo retto" esiste anche in paese, ma l’ho sempre sentita con un’inflessione speciale, simile a quella che potrebbe avere altrove una frase come "ha una voce così gentile e delicata". La rettitudine è una virtù, ma marginale.
Le virtù principali vigevano nella cerchia del mondo familiare, ed erano connesse colle necessità della vita, e col lavoro. La parola "dovere" in senso morale è sconosciuta al dialetto; c’è invece l’espressione "bisogna", nel senso in cui si dice che morire bisogna. Anche lavorare bisogna, per sé, per la "dòna", per "el me òmo", per i figli, per i vecchi che non possono più lavorare. Bisogna lavorare non otto ore, o sette ore, o dieci ore, ma praticamente sempre, magari con pause, interruzioni e rallentamenti, però in continuazione e senza orario, più o meno da quando si alza il sole fino a notte; bisogna lavorare da quando si è appena finito di essere bambini (e le bambine nelle case anche prima) fino a quando si è già vecchi da un pezzo; bisogna lavorare quando si è così poveri che lavorando sempre si arriva appena a sopravvivere, e anche quando si è meno poveri, e si potrebbe lavorare di meno. Anche qui, non descrivo principalmente fatti ma valori: naturalmente non tutti lavoravano così, c’erano gli scioperati, i fainéants, i voglia-di-far-bene. Ma il principio generale riconosciuto da tutti era che bisogna lavorare per la famiglia con tutte le proprie forze, sopportare qualunque fatica e sacrificio.

Un decalogo realistico in lingua sarebbe dovuto cominciare così:

1) Ricordati che bisogna lavorare per la tua famiglia, e che la tua famiglia viene prima di tutto."

Per capire il fenomeno Lega, la Lega della prima ora, e il suo radicamento in questa terra, credo che basterebbe partire da queste parole di Meneghello.
Peccato che un grande come lui se ne sia andato. Mi sarebbe davvero piaciuto un "Libera nos a malo" del nuovo secolo, in un veneto seviziato dallo sviluppo economico, con un territorio reso irriconoscibile dalla selva di capannoni, zone artigianali e industriali e centri commerciali, una campagna ridotta ai minimi termini, una rete stradale praticamente inservibile perché intasata notte e giorno di camion e traffico automobilistico, e soprattutto mi sarebbe piaciuto leggere una sua riflessione sui risultati di questi cambiamenti sulle persone: il popolo delle partite iva, i veneti della rivolta fiscale, delle pretese di autonomia e del "paroni a casa nostra".
La casa misera col cesso in fondo all’orto è diventata villetta con giardino recintato e telecamera al cancello. Davanti al cancello della villetta c’è il Suv, ma dentro la villetta non è cambiato niente.
Le persone sono le stesse di cento anni fa.

 

 

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THEY CAN’T GET NO SATISFACTION

23 aprile 2008

(continua la meditazione sui Rolling Stones)

Quando ho aperto questo blog, dopo averci pensato un paio di minuti, mi è venuto spontaneo chiamarlo Motivi per alzarsi al mattino.
Chi mi conosce, quando ho detto in giro che avevo cominciato a scrivere in un blog, e ho detto il titolo, si è fatto due risate, perché gli amici, da sempre, sanno che sono notturna, che ho ben installato nel mio ipotalamo, o nell’ipofisi, o dove comunque si regoli l’ora, il fuso orario di Bombay, e che per me le ore del mattino hanno il piombo fuso in bocca.
In realtà, ovviamente, la mia non era un’allusione al perché alzarsi proprio al mattino quando, potendo, ci si potrebbe alzare comodamente a mezzogiorno, ma proprio un tentativo di ricerca, curiosa, attenta, interessata, bramosa e qualche volta pure disperata, dei motivi che tutte le persone, volenti o nolenti, valutano e scelgono nella propria vita, per decidere di alzarsi dal letto tutte le mattine.
Nel mio piccolo, una vaga, fiduciosa risposta la suggeriva quello che vorrebbe essere il sottotitolo del blog: C’è da fare. Ma in realtà la risposta non ce l’ho.

Esistono persone che apparentemente non scelgono: si svegliano, si alzano e vivono. Nessuna scelta cosciente. Lo fanno i fiori, i gatti, i neonati, i bambini, (quasi tutti), le rondini appena albeggia, e le persone che forse, posso solo supporlo, hanno dentro, ben interiorizzato e assimilato, un ordine molto semplice e perentorio: si fa. Ma forse non è neanche un ordine interiorizzato. C’è e c’era da sempre: si vive.
Poi, ci sono tutti gli altri.
Chi più chi meno, tutti prima o poi si chiedono, ma chi cavolo me lo fa fare? E qui, sono sicura che è solo l’intensità che cambia.
Anzi, cambiano di sicuro sia l’intensità sia il motivo che poi ognuno cerca e trova. E questi motivi sono i più vari, li conosciamo bene: religioni, mamme e figli, colpe e doveri, istinti e speranze. Da lì non si scappa. Non me ne vengono in mente altri, o forse ce ne sono, ognuno ha il suo, in fondo.

Quello che colpisce, a volte, sono i motivi delle persone che invece avrebbero tutte le ragioni per non volersi più alzare al mattino perché magari non riescono proprio più ad alzarsi materialmente dal letto, ad uscire dal polmone di acciaio, o a continuare una vita che il corpo fisico, tra mille sofferenze, suggerisce quotidianamente di concludere. Anche qui i motivi sono i più disparati, ammirevoli, coraggiosi. Sorprendenti anche, perché ci danno da pensare alle nostre scelte un po’ codarde e pusillanimi, di persone abituate a pensare solo in termini di corpi efficienti e di materia produttiva. Gli altri sembrano alieni allora: persone che, apparentemente, non hanno nulla e che trovano invece, dentro di sè, degli ottimi motivi per continuare.

Però, quello che a me più sorprende, e non so bene perché, sono i motivi per alzarsi al mattino delle persone che, invece, apparentemente, hanno già ottenuto tutto.
Hanno ottenuto tutto quello che volevano: che sia il denaro, la fama, la conoscenza o il potere, l’hanno avuto, ma ancora non mollano.
Mi stupiscono, mi meravigliano e mi fanno pure incazzare, insomma, quelli che, alla fine, capisci che a vivere si divertono proprio.
Quelli che hanno avuto la fortuna di trovare dentro di sé un vizio, un’arte, una mania, un piacere, un peccato capitale, chessò la lussuria, l’avidità, la superbia o la golosità, l’hanno saputo girare in loro favore e, senza esserne né schiacciati né demoliti, ci si sono abbarbicati.
Quelli che continuano, che vivono e se la godono, nonostante tutto, nonostante l’età, nonostante il tempo, nonostante loro stessi.
Insomma, perché Keith Richards, nonostante sia Keith Richards, continua a suonare su un palco?

I CAN’T GET NO SATISFACTION

19 aprile 2008

La mia amica Paola è una fanatica di cinema.
E’il genere di persona che, se ha la giornata libera, va al cinema il lunedì pomeriggio alle quattro, e magari si vede pure un paio di film uno dietro l’altro.
Oggi pomeriggio, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, mi manda un messaggio dal suo, e anche mio cinema preferito, un piccolo locale a gestione familiare, sopravvissuto in semiperiferia, scampato alla guerra delle multisala, dotandosi, non si capisce ancora come, (probabilmente scavando nella roccia o nel salotto di qualche vicino), di tre sale: una della grandezza di un pullman, e due un po’ più grandi, dove però si programmano film che altrove non arriverebbero mai.
Il messaggio dice che sta vedendo il film più brutto della sua vita, non dice quale, ma che mi aspetta per vedere il film di Scorsese alle otto.
Quando Paola mi parla di film, non mi dice il titolo come farei io che sono una poveraccia che di cinema non sa nulla, ma mi cita il regista o tuttalpiù il nome di qualche attore mai sentito prima. Capisco che però qui si parla del film sui Rolling Stones, e, visto che piove e che non ho voglia di stare a casa, le rispondo: arrivo.

Martin Scorsese, ripreso all’inizio del film, mentre cerca di capire quale sarà la scaletta del concerto dei Rolling Stones su cui sta per girare "Shine a Light", più che un regista sembra un attore, quasi un caratterista, che starebbe da dio in un film di Woody Allen. Occhiali dalla grossa montatura chiara, accento arrotolato da ragazzaccio niuiorchese, Marty, come lo chiama Mick, dovrà aspettare fino al minuto prima dell’inizio del concerto per sapere cosa suoneranno i quattro Stones, litigando con tecnici e aiuto registi su che telecamere usare e dove puntare i riflettori, e solo quasi in diretta con il primo accordo di chitarra di Keith Richards, gli arriverà in cabina di regia la lista delle canzoni in programma, stesa su un fogliaccio spiegazzato.
Il concerto si svolge al Beacon Theatre di New York, presenti Bill Clinton, Hillary e famiglia, per aiuto alla sua fondazione, e i primi minuti del film, oltre che alle arrabbiature di Marty Scorsese che cerca di capire dove diavolo deve puntare telecamere e riflettori, non sapendo con che canzone attaccherà Mick Jagger, sono dedicati all’incontro dei Rolling Stones con l’ex Presidente, la moglie, la mamma del Presidente, il nipotino e altri illustri familiari.
Poi, si parte.

Mick Jagger è un ragazzino saggio e bizzarro, un ragazzino in pantaloni attillati alle gambe magrissime, che si muove da ragazzino, ha i capelli di un ragazzino, canta con la voce dei vent’anni e ha la faccia aspra e incisa, mobile e vitale di un vecchio che non invecchia.
Keith Richards, orecchino da vecchio pirata, capelli neri, crespi e disordinati raccolti da una fascia, ha scavato con la vita in ogni ruga del suo volto, e droghe di ogni genere e alcool e ancora droghe e alcool e ancora vita e sex and drugs and rock and roll non hanno tolto luce, ironia e fascino tagliente ai suoi occhi truccati di nero e al suo sorriso un po’ storto.
Ron Wood è il più giovane, ha solo sessant’anni rispetto ai sessantaquattro degli altri due, anche lui un reduce combattente, l’impressione di un serissimo squilibrato, che svolge con devozione, sapienza e rigore il suo mestiere, senza però il tocco illuminato dal fascino e dall’immenso talento degli altri due.
E infine Charlie Watts, capelli bianchi e acconciatura da vecchia signora, sessantasei anni ragazzi, il più saggio e misurato e perfino un po’ stanco dei quattro, l’aria a metà tra il divertito e il sorpreso: ma in fondo che ci faccio ancora qui?

Eppure lì, tutti e quattro, sul palco del Beacon Theatre ci stanno benissimo, e starebbero benissimo pure al Madison Square Garden o a Wembley o a San Siro, o in qualunque altro stadio del mondo. Perfino a Woodstock, fosse possibile, my god!
La musica è la stessa, le canzoni sono quelle, da quaranta anni. Quaranta. Questi sono i Rolling Stones, sono il rock, o il rock’n roll in persona, carne e sangue e rughe e braccia secche di muscoli e vene sporgenti, cosa possono suonare di diverso? Suonano le canzoni dei Rolling Stones. E non ne hanno mai, ancora, abbastanza.
E li guardi e non puoi fare altro che guardarli con un sorriso ebete stampato in faccia, e battere il tempo, e cantare in silenzio, ma vorresti ballare e urlare.

E lo stesso, per tutto il tempo pensare che Mick Jagger ha sessantaquattro anni e che non c’è niente da fare, e per tutto il tempo meravigliarti di come non svenga dopo tre canzoni tirate e cantate come quarant’anni fa, e per tutto il tempo domandarti come cazzo fa se io dopo tre rampe di scale qualche volta ho il fiatone, e ok non mi faccio di coca, ma uno che a sessantaquattro anni si è fatto di coca tutta la vita, non ce la fa a cantare Sympathy for the devil in quel modo, e quindi siamo da capo, cosa cazzo lo fa muovere e ballare e cantare e vivere ancora in quel modo?
La domanda accompagna tutto il film. Perchè i Rolling Stones non ne hanno ancora abbastanza, perché they can’t get no satisfaction dopo una vita in cui si sono concessi tutto quello che un rolling stone può desiderare, perché in fondo Keith Richard e Mick Jagger mica miravano ad altro, miravano solo a questo, a stare su un palco e a suonare.

E il bello è che, a vederli, pure noi non ne abbiamo ancora abbastanza, anche se sono vecchi, vecchi, vecchi e ci fanno sentire vecchi e giovani ma vecchi e giovani. Ma il tempo è dalla nostra parte, pare.

L’ELABORAZIONE DEL LUTTO

17 aprile 2008

Il giorno dopo del 20 giugno del 76, nel pomeriggio, mi sedetti su una panchina ai giardini con la mia radiolina in mano. La radio mi era stata regalata tre mesi prima per il mio compleanno, e giusto tre mesi prima avevo conosciuto il ragazzo che ora mi stava seduto a fianco con l’aria un po’tesa e preoccupata su quella che poi era la nostra panchina.
Qualcuno passava per i giardini e buttava un’occhiata incuriosita a quei due ragazzini che stavano seduti sotto un ippocastano, seri seri, vicini, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, le orecchie tese ad ascoltare la radio. Era una bella giornata d’estate, anzi, il primo giorno dell’estate di quel 1976, che, se non ricordo male, fu poi un’estate torrida. La prima estate in cui i diciottenni potevano votare. Noi diciotto anni ancora non li avevamo, ma quella volta lì avremmo tanto voluto votare.
Da mesi si parlava del sorpasso. Il PCI avrebbe sorpassato la DC, la sinistra sarebbe finalmente andata al governo, e anni di potere democristiano sarebbero finalmente finiti. Non potevo veramente rendermi ben conto di cosa avrebbe potuto significare che anni di potere democristiano sarebbero finiti, dal momento che di anni ne avevo visti ben pochi allora, ma avevo seguito tutta la campagna elettorale, mi ero infervorata pensando che finalmente le cose sarebbero cambiate, e fremevo aspettando i risultati delle elezioni. La cosa pareva fatta, anche se devo ammettere che pensare che i comunisti potessero davvero andare al governo mi dava una certa inquietudine.

Da sempre mi era stata ripetuta la frase del nonno materno su quei lazarù col fazzoletto rosso al collo, che passavan tutt’el dé all’usterea, e anche l’altro nonno, se mai l’avessi conosciuto, non avrebbe sicuramente approvato, anzi, meno che mai, visto che sul suo passaporto, uno dei primi del 900, alla voce professione, c’era scritto: possidente.
In famiglia, però, nella mia famiglia, possidenti non eravamo mai stati. I soldi del nonno possidente erano spariti. I parenti ricchi, al matrimonio, avevano regalato ai miei un tavolino da gioco ricoperto di panno verde. Forse, seguendo le loro abitudini, pensavano che, appena sposati, non avrebbero saputo resistere senza poter giocare a bridge o a canasta tutte le sere. In realtà, per qualche tempo, sul tavolino da gioco i miei ci avevano mangiato, visto che, oltre al letto, era l’unico mobile disponibile. Però i loro voti, per tradizione di famiglia, erano sempre andati al partito repubblicano o ai liberali che, allora, ancora esistevano.
Non si capiva bene quindi, da dove io avessi improvvisamente assorbito l’indignazione e la rabbia che mi facevano fremere ascoltando il telegiornale, per quale motivo avessi cominciato ad andare alle prime manifestazioni per il Cile, a comprare "L’Espresso" e ad incollare sul diario articoli di giornale invece di foto di cantanti.

Fatto sta, che il 21 giugno del 76 il PCI non sorpassò la DC.
Io e N., seduti sulla nostra panchina, ascoltammo pieni di trepidazione il giornale radio con i risultati elettorali, o forse era una delle prime dirette, perché il programma durò per un bel po’, fino a sera.
Alla fine la DC vinse per qualche punto di percentuale, anche se il PCI aveva guadagnato voti. Spensi la radio. La delusione era enorme, anche se, guardandomi in giro tutto sembrava esattamente uguale a prima. I giardini erano gli stessi, le macchine passavano lungo il viale, e la nostra panchina era e sarebbe stata ancora lì. In fondo, per me cosa cambiava? Niente. Ero una ragazzina, la scuola era appena finita e l’estate cominciava. Eppure quel momento me lo ricordo come fosse oggi: in silenzio salimmo sulla Vespa di N. e ce ne tornammo a casa.

Ripensandoci adesso, le cose allora erano molto semplici: gli operai votavano a sinistra, (se non erano veneti, perché in quel caso erano operai-mezzadri e votavano democristiano), la classe media votava democristiano o liberale o repubblicano, ma questi contavano poco, e poi c’erano i fascisti di Almirante. Ed era pure chiaro che erano fascisti e che non si spiegava perché nessuno li incriminasse per apologia del fascismo. Allora era ancora chiaro, anche se le cose cominciavano a essere rese nebulose. Nelle scuole infatti ancora si parlava della Resistenza, in fondo erano passati solo trenta anni, e trent’anni sono come da oggi al rapimento Moro. L’altro ieri praticamente. E poi allora il tempo passava più lentamente.

Oggi invece, le cose sono molto più complicate: gli operai votano la Lega perché la sinistra non li rappresenta più. Sperano che sia Berlusconi a rappresentarli. Sperano che Berlusconi e Bossi mandino via gli extracomunitari, e soprattutto che non ne vengano altri. Sperano che la Cina non venda più all’estero e che se ne ritorni nei suoi confini, che Berlusconi alzi i salari e che abbassi le tasse. Anche il ceto medio vota Berlusconi, e spera le stesse cose degli operai. Pure chi è un po’ più ricco vota Berlusconi: anche loro sperano di pagare meno tasse, o di non essere costretti a pagarle, e anche di continuare ad avere soldi. C’è poi un manipolo di cattolici che pensa che Casini faccia delle cose per la famiglia. E poi ci sono quelli che hanno votato per Veltroni. E lì c’è di tutto: da quelli che avrebbero voluto votare per la sinistra ma in fondo che diavolo hanno fatto in due anni, a quelli che se non do il voto a Veltroni alla fine vince ancora Berlusconi, a quelli che non avrebbero voluto votare perché il mio voto non lo meritano ma poi non hanno resistito, a quelli che in fondo il PD è una buona idea, a quelli che speriamo bene, in fondo questi sono meglio di quegli altri. E poi ci sono i partiti: Diliberto dice che ha perso perché non gli hanno permesso di mettere la falce e martello sul simbolo del partito e la gente non ha potuto identificarsi con l’arcobaleno, Bertinotti fa autocritica e apre il dibattito, Pecoraro Scanio è sparito dalle scene, Boselli, più livido che pallido si ritira sibilando mentre Nenni si rigira nella tomba, (forse per rimettersi dalla parte giusta).

Chi resta? Restiamo noi, orfani. Quelli che ci credevano. Siamo già extraparlamentari, già corriamo per le strade armati di P38 e tracciamo stelle puntute sui muri. Non sappiamo bene a cosa credevamo in effetti. È davvero così irrealistico credere ancora in qualcosa che tutto il mondo, girando troppo velocemente, giudica osboleto e anacronistico? Solidarietà, uguaglianza, pacifismo e quelle cose lì son proprio da buttare via? Abbiamo davvero bisogno che qualcuno ci rappresenti in parlamento per continuare ad esistere o possiamo farlo da soli? Possiamo ancora continuare a credere?
Io, per il momento, mi alzo lentamente dalla panchina, salgo sulla Vespetta e me ne vado a casa. Fra poco comincia l’estate.

ILLUSIONI

14 aprile 2008

Uscendo sconsolata dal seggio, guardando con occhio torvo i miei concittadini che andavano a votare, e sapendo già cosa stavano per votare, stasera, tornando verso casa, mi giravano per la testa delle domande sceme.

Ma perché il destino ha voluto che io vivessi in una città che vota al 60% a destra? E che sommando l’altro dieci per cento che alle ultime elezioni ha votato per la Margherita, arriva al 70% di cittadini che la pensa come io mai penserei? Non potevo capitare a vivere in una città dove le proporzioni fossero rovesciate, e il 70% delle persone la pensasse finalmente come me?

Pensa che liberazione non doversi sentire sempre in esilio, uno straniero in patria. Patria?

Ma esisterà in Italia una città dove il 70% vota a sinistra? Eh, ma calma, non sinistra. Più a sinistra della sinistra sinistra. No, non esiste. Ma e poi, neanche l’Italia, l’Italia tutta intera, vota a sinistra. L’Italia è per tradizione centrodestrorsa, e se non è destrorsa è democristiana, centrista, moderata, lì pronta a difendere il recinto della villetta con un piede sul cancello telecomandato e la mano pronta sul telefonino con il numero memorizzato del 113.

Ma non poteva essere diverso? Chi l’ha detto che deve essere così. Chi l’ha detto che bisogna essere di destra invece che di sinistra, e via via sognando e farneticando chi l’ha detto che la maggioranza delle persone debba essere ottusa invece che aperta, egoista invece che generosa, ignorante invece che sapiente.
Ma allora non poteva anche essere diverso che invece che cinque miliardi di persone nel mondo che fanno la fame e tirano a campare mentre un miliardo se la gode, mangia, beve, consuma e dilapida, non poteva essere che era il contrario? E non poteva essere che se i cinque miliardi di persone che erano poveri diventano improvvisamente ricchi non gliela fanno pagare al miliardo di quelli che se la godevano, ma li fanno diventare ricchi pure loro e tutti vivono felici e contenti?

No, non poteva essere.

Per cui domani allo spoglio delle schede saprò che il 70% dei cittadini della mia città vota a destra e sempre così sarà, e così sia, e amen.

Divento sempre più disillusa. Sarà l’età?

FRANPONESE E ITALIANO

10 aprile 2008

Sto leggendo, anzi l’ho finito stanotte, "Né di Eva né di Adamo" di Amélie Nothomb, pubblicato da Voland.
Avevo letto una recensione su questo libro e mi aveva incuriosito il fatto che fosse ambientato in Giappone e che parlasse di un amore tra una ragazza belga, l’autrice appunto, e un ragazzo giapponese.
Il Giapponese medio, o almeno quello che io ho osservato semplicemente guardandomi intorno, durante il mio viaggio in Giappone, mi sembra il rappresentante del popolo più strano e più affascinante su questa terra, e da quando sono tornata da quel paese, con un grandissimo desiderio di ritornarci per stupirmi ancora di più e per cercare di capire quello che in questo viaggio non ho capito, tutto quello che parla di Giappone mi attira e mi coinvolge.
Così quando ho letto di un libro scritto da un’autrice nata e vissuta a Kobe, Giappone, ma di cultura e di lingua occidentale, ho pensato che potesse essere interessante leggere e interpretare il Giappone attraverso gli occhi di chi lo conosce così bene, ne parla la lingua, ma che, nello stesso tempo, appartiene alla mia cultura.
Amélie Nothomb, che non conoscevo prima di questo libro, pare sia molto seguita in Francia, e che i suoi libri siano tradotti e venduti in tutto il mondo. Anche da noi, esistono simili casi letterari, e ovviamente non sempre la fama si accompagna alla grandezza di uno scrittore, anzi.
Molto può contare la fortuna di trovare il filone giusto, di incontrare il gusto del pubblico o il giusto canale pubblicitario, la recensione o la promozione in televisione in quell’attimo in cui, per chissà quale imprevista combinazione, tutti improvvisamente hanno voglia di leggere di quell’argomento e di quell’autore.
Però è difficile che un mediocre o un incapace venga tradotto e venduto in tanti paesi, e Amélie Nothomb è tradotta in 37 lingue e ha venduto nel mondo sei milioni di copie. A solo 37 anni ha già scritto ventidue tra romanzi e raccolte di racconti, uno all’anno da quando è stata pubblicata.

Allora, com’è che a me invece questo libro, "Né di Eva né di Adamo" non è piaciuto per niente?
Una storiella sciatta e banale scritta in un italiano approssimativo e pieno di luoghi comuni. Una sequenza di pensierini, di aneddoti sulla stravaganza delle abitudini giapponesi, il diario di una storia d’amore scritto da una ragazzina, con l’aggravante che l’autrice non è una ragazzina, pare che non ambisca a scrivere per le ragazzine, e la storia d’amore ha la sola particolarità di descrivere la relazione con un ragazzo giapponese, il che aggiunge un vago tocco di esotismo alla vicenda.

Che sia colpa della traduzione dal francese di Monica Capuani? Che sia colpa del "franponese"? un francese costruito alla giapponese, che non è belga, come le origini dell’autrice, non è francese e non è giapponese, che la Nothomb afferma di aver inventato durante un’infanzia sofferta e viaggiante, in cui si è trovata a seguire il padre diplomatico vivendo in giro per Giappone, Bangladesh, Birmania, Cina e Laos? Allora forse il franponese merita una diversa traduzione, l’invenzione di una costruzione diversa della frase o di qualche termine che possa richiamare la francesità o la giapponesità di una parola.
Di franponese io vedo ben poco in frasi come: "(…) Mi informai e venni a sapere che in Giappone fenomeni del genere erano all’ordine del giorno. Nei paesi in cui le persone devono comportarsi bene tutta la vita, capita spesso che sclerino alla soglia della vecchiaia e si abbandonino ai comportamenti più assurdi, ma questo non toglie che le famiglie si occupino di loro, in conformità alla tradizione (…)" . Oppure, altro esempio: "(…) Da parte mia, anch’io andavo a lezione e, nei limiti delle mie possibilità, facevo progressi in giapponese. Non tardai a rendermi odiosa. Ogni volta che un dettaglio mi incuriosiva, alzavo la mano. I vari insegnanti si facevano quasi venire un attacco cardiaco quando mi vedevano brandire le falangi verso il cielo.(…)" E infine: " (…) Rinri se la sarebbe cavata perché era figlio di suo padre (…) Ma gli altri che fallivano ai test, sapevano fin dalla più tenera età che sarebbero diventati, nella migliore delle ipotesi, carne da azienda, come c’era stata la carne da cannoni. E poi ci si meraviglia che tanti adolescenti giapponesi si suicidino. (…)"
Qui mancava solo un bel "signora mia" ed eravamo a posto.

Perché me la prendo tanto con la povera Amélie che in fondo mi sta pure simpatica con le sue avventure nipponiche, e con la povera traduttrice che magari si è trovata a dover tradurre frasi e parole che non avrebbe voluto tradurre?
Non lo so, ma a vedere l’italiano così maltrattato, ultimamente mi prende male.
E poi perché mi aspetto, anche se in questo sono quotidianamente smentita e disillusa, che chi ha la fortuna, l’onore e il prestigio di venire pubblicato, debba meritarselo, e debba avere la capacità di esibire un italiano un po’ più ricercato di quello parlato da un partecipante al Grande Fratello.

THE CAT IS ON THE TABLE

2 aprile 2008

La ragazzina del primo banco a destra, alla domanda: "Ragazze, ditemi, … ma voi, l’inglese, a casa, lo studiate mai?", risponde spavalda, ma con un sorrisetto un po’ imbarazzato: "Mah, io ho rinunciato già alle medie. Non sono portata per le lingue." Un’altra aggiunge:"Ah, con me i professori hanno perso ogni speranza. Ormai.." "Ma quanti anni avete?" "Diciotto" "E voi a diciotto anni avete già perso la speranza di imparare una materia?" Segue un coro di lamentele e di menate lagnose: tanto a cosa serve studiare, tanto a cosa serve l’inglese, i professori cambiano ogni anno, la professoressa va avanti con il programma, spiega in fretta e noi non capiamo niente, poi fa qualche domanda alle più brave e la lezione finisce lì. Io ho sempre avuto due in scritto e tre in orale. Io sempre tre e quattro, io sempre quattro e quattro.
Chiedo allora:"Ma una grammatica ce l’avete?" Risponde un coro di sì. "Ok, ce l’avete. Ma l’avete mai aperta?" Risponde un coro di no.
Comincio ad avere il sospetto che forse non abbiano idea di come si faccia a studiare, e provo a chiedere: "Ma la materia che studiate di più, qual è?" Risposte discordanti. "Va bene, continuo, e come fate a studiare questa materia?" "Il professore fa degli schemi alla lavagna, o dice delle cose in classe, e noi prendiamo appunti." "Ma un libro non lo studiate?" "No, no, guardiamo gli schemi".

Le alunne meno brave di un Istituto Tecnico per Nonsisacosa, dove una stragrande maggioranza di ragazze impara a diventare Improbabile Tecnico per la Gestione di Chissamai Quale Azienda Mi Assumerà Mai o Ignorante Tecnico dei Servizi Sociali, al momento mi stanno dando l’esatta misura di cosa possa significare essere giovane, donna, poco istruita e probabilmente di famiglia poco abbiente nell’Italia del 2008.

E l’esatta misura è che a diciotto anni si può pensare che il proprio futuro sia già stato scritto da qualche parte. Forse dal destino, dai genitori, dagli insegnanti o dal ministro della pubblica istruzione, (o da quel cazzone che ha abolito gli esami a settembre anni fa e si è inventato i debiti e i crediti, aggiungo io) (e so pure chi è stato), o forse dal fatto che, comunque, per me niente cambierà: sono nata ignorante e tale resterò. Forse sono anche un po’stupida, ma tanto a chi importa. E chissà che lavoro mai farò, se ne troverò uno. E se anche ho mai avuto delle velleità, ho imparato presto a mettermele via. Le cose stanno così e basta.

La loro insegnante ha detto alle ragazze di ricordarmi che nel corso di recupero di inglese, devo far loro ripassare il periodo ipotetico, i verbi modali e la forma passiva, perché le cose più semplici, come il presente e il passato, le sta già ripetendo lei in classe, ma alla domanda:"Ragazze, come fa in italiano il passato remoto di andare?" una ventina di occhi mi fissano un po’ confusi.
"Ho detto in italiano, non in inglese. Com’è il passato remoto di andare in italiano? O di lavorare?" "Io andrò?" azzarda una biondina. "Tu andrai?" fa un’altra, timidamente. Per la sorpresa mi metterei (metterò? metterai?) a ridere, a battere la testa sul muro o a recriminare sullo sfacelo del paese.
Ma è così sincera ed evidente la loro ignoranza che cerco di farla passare per qualcosa di affrontabile: "Ma l’avete mai fatta l’analisi grammaticale? Insomma, sapete…, i verbi, i tempi, le coniugazioni?" "No, forse alle elementari" fa una in secondo banco.

"Va bene, niente paura. Si impara." dico loro, facendomi forza.
Improvvisamente, il silenzio totale. Nessuna più chiacchiera con la vicina, digita sottobanco con gli occhi fissi nel vuoto, o giace accasciata sul banco come una medusa sfinita.
Le schiene si raddrizzano, le mani impugnano le penne e i venti occhi mi fissano attenti.

E come il maestro Manzi in "Non è mai troppo tardi", prendo il gesso e scrivo sulla lavagna: Presente: io lavoro, passato prossimo: io ho lavorato, passato remoto: io lavorai.


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