Archive for dicembre 2008

DOV’E’ IL CENTRO DEL MONDO

31 dicembre 2008
mappamondo
Episodio moraleggiante e di buon auspicio
 
Il mio primo viaggio all’estero senza la famiglia, a parte una toccata e fuga a Nizza sui 17 anni, fu l’anno della maturità. In otto, con una Renault 5 e una A112, decidemmo di andare in Grecia, passando per quella che allora era ancora la Jugoslavia.
Il giorno della partenza mio padre disse al mio moroso dell’epoca che era alla guida della Renault 5: “mi raccomando eh, stai attento. Se succede qualcosa a mia figlia, quando torni ti strozzo.” Fecero tutti e due un sorrisino, ognuno il suo, e si partì.
Tralascio di dire che in undici giorni si fece viaggio, giro della Grecia classica (imprescindibili per me e la mia amica Emanuela appena uscite dal classico, la visita di Atene, Micene, Corinto, Tirinto, Epidauro e relativi musei) e ritorno attraverso le infernali strade jugoslave spendendo circa centomila lire, mangiando carne in scatola direttamente dalla scatola, cuocendo chilogrammi di spaghetti sul fornelletto campingaz, dormendo nei campeggi più luridi del Mediterraneo, perché quello che volevo ricordare qui è un’altra cosa.
Per la prima volta ero all’estero e per la prima volta mi capitò di incontrare degli italiani all’estero. All’epoca le macchine avevano ancora la targa con la provincia di appartenenza, quindi sulla targa della nostra macchina stava scritto TV. Un giorno, mentre uscivamo da un qualche campeggio dell’Argolide o della Corinzia, facendo manovra nel parcheggio, ci affiancò un’altra macchina di turisti targati TV. Suonarono il clacson, smanettarono gli abbaglianti, si sbracciarono felici, e una signora sporgendosi dal finestrino ci gridò: “Arei, siu anca vialtri da Treviso?!?!?!” (*1)  “Sì, siamo di Treviso,” rispondemmo noi ricambiando il sorriso. Altri sorrisi e cenni di felicità dalla macchina, poi: “Ma da dove?” “…da Treviso” rispondemmo di nuovo un po’ perplessi. “Sì, ma da dove?” Ci guardammo senza sapere bene che rispondere. “Beh, io sto in centro” disse qualcuno, “anch’io, .. “ disse qualcun altro, “io sto vicino alla stazione” disse un altro. Dalla macchina i sorrisi si smorzarono: “Ah…, fece la signora con disappunto, nialtri semo da Silea.” (*2) (*3). I turisti targati Tv, con l’aria delusa, alzarono i finestrini, ingranarono la marcia e partirono.
Quando in Australia vidi questo planisfero che ho messo qua sopra, chissà come, mi venne in mente questo episodio di una vita fa, e pensai che un planisfero così dovrebbe essere messo in tutte le aule scolastiche d’Italia. Anzi, non solo d’Italia, ma del nostro emisfero. E viceversa, obviously.
Tanto per educare i nuovi umani a non considerare il proprio ombelico come il centro del mondo.
Che poi è il mio augurio per l’anno nuovo. Per tutti.
 
 
*1:    (n.d.t.: ehi,  siete anche voi di Treviso?)
*2:    (n.d.t.: noi siamo di Silea).
*3:    (n.d.a.: Comune della Provincia di Treviso, situato ad una distanza di circa sei chilometri dal centro del capoluogo.)

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HAIKU ARANCIONE

29 dicembre 2008
 Riuscissi a capire cosa mi ricorda il profumo di mandarino,
non lo aspirerei da vicino ogni volta
socchiudendo gli occhi,
avvicinando le mani al viso, staccando piano la buccia
bella arancione,
sentendo da vicino piccoli spruzzi
di mandarino
sulle dita, sulla bocca
non sorriderei annusando e annusando,
non rimarrei ogni volta un po’delusa
a pensare
ma cosa diavolo è
che mi ricorda,
e che non è il sapore,
non è il colore
è proprio il profumo
lontano, lontanissimo.
Riuscissi a capirlo
non ne sarei delusa
ogni volta
ma non sarei neanche felice
ogni volta.
Mi sa che il mandarino sa un po’ di vita.
Insomma, voglio dire, di come mi viene a me la vita.

 

JAGERS IN DE SNEEUW

28 dicembre 2008

 

bruegel_hunters_in_the_snow

Oggi, qui, il cielo è così.

CACCIATORI NELLA NEVE  di Pieter Bruegel – Kunsthistorisches Museum, Vienna
                   

ERBA

26 dicembre 2008
Di sicuro mal di testa fino alle cinque del mattino. Una lama grezza, poco affilata e neanche incandescente questa volta, che grattava dietro l’orbita sinistra, dalla meninge alla mandibola.
Poi un sonno svenuto, di sogni natalizi: qualcuno doveva prendere un regalo, io o lui o lei o chissà chi, e glielo consegnavo, me lo consegnava, glielo consegnavo, me lo consegnava, glielo consegnavo, glielo consegnavo, me lo consegnava, poi telefonate infinite, numeri sbagliati, telefoni rotti, quadranti impazziti, linee cadute, tasti confusi, persone sbagliate. Poi, finalmente il risveglio. La lama ha finito di grattare l’orbita, ma è rimasto il segno, dentro, lì intorno, la dolenzia di un pestone, gli occhi pesti e invisibili di una talpa poco sveglia e il colorito di un oliva caduta nella candeggina.
Il sole tramonta sulle quattro e un quarto qui intorno. Decido di fare una passeggiata verso la periferia invece che verso il centro, forse lungo lo strada forse riesco ancora a beccare qualche raggio di sole, a ravvivare il colorito e a spianare cellule e neuroni maltrattati da una notte di tormenti.
A trecento metri da casa, scopro un reticolato di stradine mai esplorate. Dietro la chiesona da paese, che una volta stava all’entrata della città sullo stradone in terra battuta che portava a Venezia, e che ora invece sta a fianco dello svincolo della tangenziale, una casa antica, fine ottocento, mai vista prima, a due piani, disabitata, le finestre alte decorate di stucchi, le imposte di legno scolorito, l’intonaco sbiadito e macchiato, il giardino abbandonato. Dietro la villa, un piccolo borgo di casette basse, attaccate una all’altra, piccole finestre e giardini recinatati di un metro quadro davanti alla porta di casa. Poi una strada di villette anni settanta. Architetture ottimiste, grandi spazi, finestroni rettangolari, quadrati, triangolari, sottolineati da festoni natalizi d’argento e d’oro, una lampada accesa dietro le tendine bianche della finestra, guardate che atmosfera calda che c’ho in casa, sovrapposizioni di tetti, passerelle sospese fino al portoncino, canne fumarie squadrate da altoforno, allegri comignoli, inferriate elaborate, cancelli pretenziosi, targhe in ottone con il nome in bassorilievo, giardini di ghiaino bianco e magnolie, e poi abeti, cedri del Libano, araucarie dell’emigrante, oleandri e cespugli ordinati di bosso. Poi una lunga siepe, alta, fitta, circondata da una rete piena di avvisi: attenzione, proprietà privata, cani addestrati alla difesa. Attenzione, proprietà privata, telecamere di sorveglianza.  Poi piccoli condomini a due piani, balconi sottolineati da cordoni di plastica colorata e luminosa, alberi di natale accesi dietro le finestre. E su tutte, ville e villette, case e condominii, piccoli Babbi Natale rossi, del tipo sai l’ho preso per i bambini, appesi a piccole scale a pioli, nell’atto furtivo di scavalcare finestre e balaustre.
Poi, il miracolo. Alla fine di una stradina di villette, di condominietti, di garage in lamiera, di cortiletti recintati, di stradine private con divieto d’accesso ai non residenti, di allarmi appesi sotto i terrazzini, l’inaspettato, l’inaspettabile: un grande campo di erba.
Erba verde, fitta, fatta di fili d’erba verdi. Non erba medica, né erba gatta. Erba. Erba alta, rigogliosa, senza infestanti, ma senza cura. Un grande campo di erba, senza ragione, senza scopo, senza recinzione, senza vialetti, senza siepi, senza fiori, senza porte da calcio, senza coltivazioni da orti, senza animali, conigli, vacche, pecore, canguri, opossum, senza giochi per bambini, senza bambini, senza panchine, senza cani, merde di cane, siringhe, cartacce, bottiglie, spazzatura, senza cestini per l’immondizia, senza cassonetti, senza percorsi salute, senza stradine, senza alberi, senza un cazzo di niente se non erba. AAAHHHHHHH!!!!!!!!!!

LA NOTTE DI NATALE

25 dicembre 2008
(astenersi cuori sensibili)
 
La notte di Natale fuori sembrava la stessa notte di sempre. Fatta di asfalto, di nebbia fredda, di rumori di automobili. La notte di Natale è nato un bel bambino, bianco, rosso e ricciolino, Maria lavava, Giuseppe stendeva, Gesù piangeva pel freddo che aveva. Sta zitto mio figlio che adesso ti piglio, latte ti do, ma pane non ho, latte ti do, ma pane non ho. La vigilia di Natale finiva la scuola e tornavo a casa con i due angeli di cartoncino fatti nelle ultime settimane. Tutti avevamo fatto due angeli, credo. Non che mi piacessero molto, sapevo fare di meglio, pensavo, ma tutti facevano gli angeli. Due angeli alti, alti un braccio, impalati, di carta lucida, rigida, rossa, girata a cono, con incollate dietro due ali di cartoncino argento, una testa rotonda con occhi e bocca color pennarello dorato e un’aureola sospesa di filo rosso, rigido. Una fatica portarli a casa tutti e due, uno più grande e uno più piccolo, tenendoli in mano, senza schiacciarli tra le corse e la ressa uscendo da scuola l’ultimo giorno. E poi lungo il marciapiede stretto, con la cartella sulle spalle, tra gli altri bambini, le mamme degli altri bambini, fino a casa. Allungare il braccio, tenendoli su con una mano, sostenendoli piano, delicatamente, contro la porta, suonare il campanello. E poi in ascensore. E poi la porta accostata. In casa c’erano tutti ma non c’era nessuno.
Gli angeli li appoggiai per terra dietro la sedia accanto al muro, la cartella la feci scivolare dalle spalle sulla poltrona piegando un po’la schiena indietro e il cappotto lo buttai sul bracciolo. Stupidi, brutti, orrendi, schifosi angeli.
 

PAUL AUSTER E LA NEVE

23 dicembre 2008
Dipòk chiuse la porta di casa e scese lentamente i primi gradini.
Dalle grandi finestre lungo le scale, la luce entrava chiarissima e abbacinante, e proiettava la sua ombra sottile sul muro.
Dipòk scendeva lasciando scivolare leggera la mano guantata di pelle nera lungo il corrimano circolare, assorta nel seguire la spirale dei gradini.
Il marmo bianco delle scale era quasi trasparente nel pulviscolo lucente del mattino, il mondo pareva invisibile oltre i vetri. Un mondo rilucente, nitido, perfetto in quel bagliore.
Dipòk si domandò se durante la notte non fosse nevicato, socchiuse gli occhi, cercando di guardare oltre i vetri e prendendo dalla borsetta gli occhiali da sole. La neve. Da quando tempo non nevicava. Si fermò in ascolto e si accorse che dalla strada non arrivava nessun rumore. Arrivò in fondo alle scale. Nel grande atrio risuonarono solo i suoi passi, la luce dalle vetrate era accecante. Dipòk aprì piano il pesante portone di legno e si fermò trattenendo il fiato. Sfrigolando lievemente, la neve che si era addossata al portone, cadde ai suoi piedi, abbassando solo di un leggero strato il muro di neve candida. Il cielo, le strade, gli alberi, le automobili, perfino le persone, tutto era di un candore assoluto. Dipòk abbassò gli occhi a guardarsi le scarpe décoletté di camoscio nero, e quando li rialzò, vide dall’altra parte della strada, una grossa macchina nera che, in una nuvola di vapore, si stava fermando. Ne scese velocemente un tipo alto, bruno, sui quarant’anni, con un pesante cappotto scuro e la barba di due giorni. Guardò verso di lei, l’aria preoccupata, e ansioso, agitò un braccio: “Elena, Elena! È lei vero? Elena venga! Sono io. Sono Paul Auster.” Dipòk alzò piano una mano, guardò davanti a sé la neve, abbassò gli occhi a guardarsi ancora le scarpe, e quando li rialzò si vide davanti Paul Auster: “Elena, venga, non c’è un attimo da perdere! Lei permette? Lei permette, vero?” disse. E senza che lei riuscisse a capire né potesse ribattere, si sentì sollevare tra le braccia di Paul Auster, si vide attraversare il vialetto e la strada, la punta delle scarpe a sfiorare la neve candida, e infine si sentì depositare sui sedili posteriori della macchina mentre l’autista, con un sorriso imbarazzato, teneva aperto lo sportello.
 
Sempre meno ispirato da La citta di vetro, da Trilogia di New York, di Paul Auster, Einaudi

UN’ALTRA SCUOLA 3 – Gli insegnanti

22 dicembre 2008
Sono bravi ragazzini, aveva detto con voce sommessa e convalescente, la loro prof al telefono.
Sono abbastanza bravi, aveva detto la dirigente scolastica, non ci sono casi di bullismo. Certo, i piccolini delle prime bisogna un po’tenerli perché devono imparare come comportarsi, e quelli delle terze, sa, cominciano a voler essere più indipendenti, e bisogna essere un po’più severi.
Nella sala insegnanti i professori arrivano solo durante la ricreazione, quando non sono di sorveglianza. Tra un’ora e l’altra non c’è pausa perché i ragazzi non devono essere lasciati soli e il professore dell’ora appena terminata deve aspettare sulla porta della classe quello dell’ora successiva. Alla ricreazione le classi devono essere accompagnate giù e poi riportate su, e sulle scale bisogna stare un po’attenti che non si spingano e non corrano. In sala insegnanti i professori entrano seri, un po’rigidi, appoggiano la borsa o i libri sul tavolo e si siedono. Qualcuno corregge dei compiti, qualcuno sorseggia un caffè preso dalla macchinetta nel corridoio. Il bidello ha messo un cartello sulla macchinetta: attenzione ai bicchieri che si rovesciano, e bisogna stare attenti a come scende il bicchierino di carta. L’insegnante di storia e educazione civica tiene alta la testa mechata di biondo, un mezzo sorriso amaro e le sopracciglia all’insù. Con me ha preso subito l’aria di chi ne ha viste tante. Forse suppone che io non ne abbia viste abbastanza e quando ci incrociamo, tra un’ora e l’altra, sulla porta di qualche classe, attraversandomi con lo sguardo, prende la porta che tengo aperta e ci si infila. L’insegnante di italiano, una signora dall’aria mite, di solito entra silenziosa, rivolge un leggero sorriso ai muri dell’aula insegnanti, e si siede a quello che credo sia il suo posto al lungo tavolo. Quando le chiedo se insegna da tanto in questa scuola, il sorriso si accentua leggermente. Poi, benevola, dice che a un certo punto non si aspetta altro che di andare in pensione, perché a un certo punto si è davvero stanchi. Il professore di tecnica, dal capotavola, annuisce serio. La prof di ginnastica, in tuta azzurra, racconta di come giovedì scorso, sotto la pioggia, alla fine delle lezioni, abbia dovuto chiamare il carro attrezzi per via di una ruota trovata completamente a terra. Un chiodo conficcato nella gomma, di lato, non da sotto, ha spiegato alla dirigente scolastica che le diceva che non era possibile che fossero stati i ragazzi. E aggiunge: ho dovuto dirle che il gommista mi ha spiegato che anche se fossi andata per caso su due ruote in curva in derapata e avessi preso così il chiodo, il peso della macchina l’avrebbe fatto conficcare nella gomma, e non l’avrei trovato piantato a metà. Ma lei non ci ha creduto. L’avrà preso per strada, ha detto. E comunque la scuola non è coperta da assicurazione per atti vandalici di questo tipo. Devi stroncarli, mi dice l’insegnante di matematica, quando le chiedo se sia normale che i ragazzi parlino in continuazione. Dagli qualche nota sul registro. Con la nota sul registro sanno che possono prendere cinque in condotta e con il cinque in condotta si arriva alla bocciatura.
Alla fine della ricreazione i professori si alzano, prendono i libri e il registro tra le braccia, tirano indietro le spalle, alzano la testa e si avviano lungo i corridoi.
 

STERMINIO

16 dicembre 2008

Tutti quei teneri ragazzini dell’ultimo post, no?
Beh, oggi li avrei strozzati.

Tutti.

UN’ALTRA SCUOLA 2

15 dicembre 2008
Rabiatou, in fondo all’aula, è una figurina saltellante e sorridente, color cioccolato al latte, con occhi e dentini bianchissimi e luccicanti, rivestita di maglioncini e gonnelline rosa shocking.
Eleonora è la biondina al primo banco, è alta un metroeventi, ma ha la voce di un ragazzo e urla sempre a tutti di stare zitti e cosa devono fare. Hussam, anche lui, è seduto in fondo, un faccino color oliva, tondo, silenzioso ma sempre sorridente. Il secondo giorno, quando entro in classe saltella tutto contento agitando le braccia per salutarmi. Davide sta sempre seduto bello dritto, attento, sorride annuendo vistosamente quando chiedo se hanno capito e alza la mano ogni dieci secondi per dare le risposte giuste e sbagliate alle mie domande. Zaccaria ha l’aria furbetta e sveglia sul faccino scuro, starebbe da dio in qualche film del neorealismo italiano anni 60, tipo Roma città aperta o Sciuscià. Sonia, è una biondina paffutella, secondo banco a destra, sempre con l’aria preoccupata, teme di non dare le risposte giuste, di non riuscire a scrivere in tempo gli esercizi, di non capire le spiegazioni. Francesco è già stato bocciato una volta, e rischia pure la seconda. In un’ora di lezione, riesce a stare zitto in tutto per circa per venti secondi. Il resto del tempo parla incessantemente, si alza, si gira, si allunga, si piega, si abbassa, si sporge. Piega fogli di carta per farne aeroplanini, cerbottane, palline di carta, poi si gira e le spara indietro verso la classe. Fa  cadere i libri, i quaderni, la gomma, la matita, spinge la compagna di banco, sposta il banco, muove la sedia, chiede se può uscire, chiede se può leggere lui, chiede se può andare alla lavagna a scrivere, dice che non ha voglia di fare i compiti. Anxhela è la santa bambina albanese compagna di banco di Francesco, silenziosa, impacciata, l’aria tesa, che chissà quali colpe deve scontare nella sua breve vita per sopportare questo terremoto quotidiano. All’appello dice che il suo nome non è Anxhela ma Angela. Gianluca, è un biondino di un metroecinque dagli occhi sempre sorpresi e ridenti e sta in banco con Mingrong, una ragazzona cinese, faccia di lunapiena, occhi sornioni. Sussurrano e ridacchiano per tutta l’ora, facendosi scherzi, piccoli complotti, alleanze, dividendo il libro e le scuse più fantasiose per non fare i compiti. Non sanno un tubo di francese, e suppongo anche di tutte le altre materie, ma sono molto allegri. Le loro risatine, lei con la mano davanti, lui più sbragato, sono il sommesso sottofondo di tutta la lezione. Edoardo ha l’aria seria, occhi verde scuro, attenti, intelligenti, profondi. È sempre preparato, fa i compiti, segue le spiegazioni con attenzione. Alla quinta ora del sabato, la peggiore, mentre i suoi compagni faticano a rimanere seduti e zitti per qualche decina di secondi di seguito, alza la mano e sommessamente mi sussurra: “Professoressa, mi viene il mal di testa con tutto questo rumore.” Valentina ha la faccia di un topino con gli occhiali, siede composta e attenta, non si muove, non parla, ma mi guarda come se da me aspettasse qualche prodigio, chessò, la trasformazione della cattedra nel cocchio di Cenerentola o della lavagna in uno schermo al plasma o la mia improvvisa metamorfosi in Albus Silente. Zhang sta piegato sul banco e lo copre quasi tutto. Ha i movimenti lenti e la stazza di un futuro lottatore di sumo, l’aria seria e compassata del saggio orientale, e una sorprendente vocina priva di erre. Matteo è nato sbruffone e sparaballe, ha l’aria strafottente dell’oste che ti vuol vendere il vino pessimo, di quello che ti tampona la macchina e dice chissenefrega, di quello che ti frega il parcheggio ma a cui qualcuno frega la fidanzata. Al momento però ha ancora le guance rosee e si impappina se viene rimproverato. Alessandro vuole fare il gioco del silenzio, perché tanto mancano venti minuti alla fine dell’ora, e vuole venire alla lavagna per spiegarmelo bene. Laura, durante la correzione delle frasi alla lavagna, si incanta a disegnare delle stelline. Ilaria alza la mano e dice che suo papà le ha detto che dove in francese, non si dice , ma che si dice in un altro modo, ma non si ricorda quale.  
Io li guardo, mi ingegno, gli spiego, gli domando, gli rispondo, mi arrabbio, urlo, parlo, rispiego, mi domando, mi chiedo, mi preoccupo, mi intenerisco, mi sorprendo, ma soprattutto mi viene da ridere.

UN’ALTRA SCUOLA

12 dicembre 2008
Una piccola scuola media di un paesotto in mezzo a quella che fino a una ventina di anni fa si sarebbe potuta dire campagna, e che invece oggi è un’infilata di terre dall’aspetto poco agreste, solcate da autostrade, statali e provinciali, e costellate di capannoni, centri commerciali e autoconcessionarie, appena sotto la Pedemontana, sul fronte del Piave.
Una chiesona in stile similgotico-romanico nella piazzona del paese, il Municipio, le Poste, il bar Centrale, la farmacia, una pratica rotonda dove si fronteggiano il monumento all’emigrante e il monumento ai caduti.
Una miriade di cartelli bianchi di segnaletica locale intorno alla rotonda, indica la biblioteca, la scuola elementare, la scuola media, lo stadio, le poste.
E nonostante i cartelli, sarei pure stata capace di perdermi, anzi mi sono persa, ieri mattina, arrivando a S. e cercando la mia nuova scuola, dopo aver percorso una quindicina di chilometri in quasi un’ora di traffico impazzito, sotto una pioggia battente e con i finestrini annebbiati dall’umidità.
Alla fine entro nel piazzale della scuola, inondato di pozzanghere, parcheggio e, a pelo, arrivo in orario.
Come in una casa come si deve, mi si fa incontro la bidella, una signora gentile e premurosa che mi stava aspettando, e mi fa strada verso la piccola Sala Insegnanti al primo piano.
 
Tutto nasce qualche giorno fa, quando inaspettatamente, ricevo la telefonata della segreteria:
 
– Pronto?
– Buongiorno, parlo con la signora Dipòk?
– Sì, buongiorno.
– Senta, lei sarebbe disponibile per una supplenza di francese presso la nostra scuola per due  settimane da mercoledì prossimo?
– Come? .. di fr..? eh? Di cosa? Ehm.. scusi, ha detto di francese?
– Sì, di francese.
– Ma io, vede…, io veramente, ho fatto domanda per l’inglese.
– Sì, sì, ma ho visto dal suo certificato di laurea che ha fatto anche due esami di francese, e quindi lei può insegnare francese.
– Beh sì, in effetti.
– Allora, che fa? Accetta?
– Beh..
– Accetta?
– Beh, sì, accetto.
 
Mai avrei pensato, anni fa, quando ancora lavoravo in un altro mondo, che le cose potessero essere così semplici, e pure così complicate, e pure così assurde nel mondo della scuola.
E se io fossi una’irresponsabile, una depravata, una tossica spacciatrice, un’orchessa mangiabambini, una schizzata o più semplicemente, se io dopo ventiquattro anni dall’ultimo esame di francese non mi ricordassi più nulla?
E invece funziona così. E così, con meraviglia sempre maggiore, dopo avere sentito per anni parlare di precari che da sempre attendono invano una cattedra, di insegnanti con mille specializzazioni, con tanto di attestato della Ssis (Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario), di liste infinite nei Provveditorati, di gente che per una supplenza, prende il treno da Potenza o da Acitrezza, e si fionda in qualche paesino sperduto del Friuli o della Val d’Aosta, vive per mesi in agriturismo o fa quotidianamente decine di chilometri pur di accettare una supplenza, magari solo di una decina di giorni, per aumentare il punteggio nelle graduatorie, improvvisamente, dopo aver pensato da sempre che il mondo della scuola fosse semplicemente irraggiungibile per chi aspirasse all’insegnamento, scopro che non è niente vero.
Scopro per esempio con stupore, che davanti a me, l’ultima arrivata, un paio di mesi fa, con una semplice lettera al Dirigente Scolastico di una trentina di scuole dei dintorni, davanti a me, dicevo, in lista non c’è nessuno. Scopro che sì, per l’inglese le cose sono più difficili, ma che trovare un insegnante di francese, ora che anche questa lingua è obbligatoria nelle scuole medie, è praticamente impossibile.
E così, voilà, parbleu et oh là là, son qui. sì, insomma, c’est moi! Oui, je suis Dipòk.
(continua)
 

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