Archive for maggio 2008

DESTINI

31 maggio 2008

E’ da non credere come quattro fette biscottate spalmate di burro e miele possano scivolare tutte e quattro contemporaneamente da un piatto e, prima di rovinare sul pavimento frantumandosi e spiaccicandosi sul linoleum dalla parte del miele, possano attaccarsi con le loro manine dorate ed appiccicose, ad una canottiera nera, ad un armadietto bianco e ad un ginocchio fortunatamente nudo.
Il tutto mentre tu, come l’alchimista che non riusciva mai a trasformare gli oggetti in oro perché durante l’esperimento finiva sempre per pensare all’orso bruno, stai pensando alla legge di Murphy.

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LA MANUTENZIONE DELLE COSE

31 maggio 2008

C’è sempre un momento in cui le cose cominciano a diventare complicate e cominciano a sfuggire di mano.
Capita nei cassetti degli armadi, negli sgabuzzini, nei rapporti tra le persone, tra le cartelle del computer, tra gli scaffali dei garage, nel lavoro di tutti i giorni. Sia che si faccia il falegname o l’industriale, posso credere, pur non avendo mai fatto né il falegname né l’industriale, che ci sia un momento in cui, chessò, ci sia troppa segatura accumulata sotto il bancone, troppi foglietti con i numeri di telefono dei clienti che vanno perduti, troppe fatture da fare e non troviamo più il prezzo dei materiali, e nel caso dell’industriale troppi progetti che non vengono seguiti seriamente, troppi dipendenti che non hanno una giusta collocazione, troppi clienti che si lamentano.
Fino al giorno prima lo sgabuzzino era motivo di soddisfazione: finalmente quando cerco le infradito nere so dove trovarle e non devo camminare sul pacco dei giornali vecchi mentre mi cade addosso lo stenditoio, per cercarle sullo scaffale in alto, e ora invece, improvvisamente, tutti gli oggetti reclamano attenzione.

Fino a qualche mese fa ci si amava e si scopava da dio, ed ora, improvvisamente, ogni parola detta ha un secondo significato, ogni parola ascoltata ne ha un’altro, e così, per ogni frase ci sono quattro espressioni diverse da considerare, e tutto si ingarbuglia, ci si ferisce in continuazione, senza saperlo, senza volerlo, come se ci si trovasse da un momento all’altro ad avere a che fare con un barista di Oklahoma City o con un taxista di Nairobi invece che con il solito Alessandro.

Credo che sia una questione di universali, sempre e ovunque le cose vanno così: gli oggetti reclamano un nome e un posto, i sentimenti reclamano attenzione e riguardo, le abitudini creano incrostazioni e aspettative, i ritardi, le mezze verità, le incoerenze creano complessità difficili da dipanare.

Chissà quando le cose hanno cominciato ad ingarbugliarsi in Italia. Leggendo i giornali o ascoltando i telegiornali, la sensazione è di entrare in uno sgabuzzino trascurato o di litigare con quell’imbecille da Oklahoma City. Ma quando diavolo ha cominciato a ragionare così? Ma da quando è che parla in quel modo?
Tutto reclama attenzione e cambiamento. Gli oggetti, le idee, i pensieri non hanno più un nome, o il vecchio nome non va più bene, qualcuno ne esige un altro che, secondo lui, è più adatto, più consono. Consono alla sua parte, ai suoi interessi, o in buona fede, consono alle sue idee.
Ma spesso non sa cosa sia la buona fede perché la sua buona fede non è la stessa della mia. La sua buona fede, anche concedendogli una buona fede, si è incarognita, imbastardita, giorno per giorno ha lasciato entrare delle scorie che non sono state filtrate, ha ceduto a compromessi vestendoli come flessibilità, ha ammesso vanità e compiacimenti vivendoli come necessari, è stato supportato dall’opinione generale.
E se tutti pensano la stessa cosa non può che essere così, se tutti se ne fregano e vivono lo stesso, non può che essere così, e così oggi ci crede veramente: lui è nel giusto.

Ma io so di aver fatto bene la mia manutenzione. Ogni tot, un tagliando, una verifica. Ogni tot un repulisti. Io sono stata attenta, precisa, io mi ricordo bene. Ho buona memoria e sono lucida. Ho tutti i bollini, ho tutti i timbri, ho tutte le prove, ho i documenti. Non ci provate.

 

 

 

ABITUDINI

30 maggio 2008

Volevo scrivere un’altra cosa ma stasera non mi viene bene.
E allora metto qui un pizzino scritto a Chicago tempo fa, quando, verso la fine del mio viaggio intorno al DSC02251mondo, arrivata in terreno amico, a casa appunto dell’amica Emanuela, e abbandonata ogni difesa e ogni controllo del mondo estraneo, mi ero decisamente rincoglionita: mettevo il sale nel caffé, mi perdevo girando per ore intorno al quartiere chiedendo in ginocchio a Ginger, il golden retriever di Emanuela, di farmi ritrovare la strada di casa, lasciavo il bancomat nello sportello, salivo sulla sopraelevata sbagliando direzione e facevo dieci fermate prima di capirlo.
Era ora di tornare a casa.

Uno degli espedienti più efficaci ideati da madre natura per renderci la vita più facile (o più insopportabile, a seconda dei punti di vista), è stato quello di dare a noi esseri umani la capacità di crearci delle abitudini.
Senza le abitudini ogni risveglio sarebbe un calvario: dal considerare tutte le mattine se mettersi prima le calze o le scarpe, al ricordare come fare per accendere un fiammifero, al pensare a quali oggetti usare per farsi un caffè, tanto per citare i livelli già più evoluti nell’immensità delle possibili scelte quotidiane, tutto sarebbe un dramma.
Questa è la riflessione che ho fatto quando, qualche giorno fa, a distanza di qualche ora, ho messo tre cucchiaini di sale prima nel te’ del mattino e poi nel caffè del pomeriggio, dopo aver aperto e richiuso in cerca della zuccheriera per venti volte gli armadietti della cucina in casa della mia amica Emanuela qui a Chicago.
Quando il giorno dopo, tutta intenta a capire il funzionamento e a nascondere velocemente la voluminosa mazzetta di banconote che qui i bancomat elargiscono solo in pezzi da venti dollari belli sgualciti, ho lasciato la tessera nello sportello, ho pensato che dopo mesi di giro del mondo, di apprendimento veloce e adattamento forzato agli usi e consuetudini di quattro continenti, i miei neuroni stavano gettando la spugna.

Ci sono grandi catene di alberghi che in ogni parte del mondo nelle stanze mantengono la stessa disposizione dei mobili e gli stessi arredi: chi viaggia spesso per lavoro vuole sentirsi a casa, e ogni mattina non ha voglia ne’ tempo di pensare a dove sia il bagno, o come fare per far funzionare la doccia o accendere la lampada sul comodino.
Viaggiare è una magnifica opportunità di mettere alla prova la nostra capacità di apprendimento e di adattamento. La diversità linguistica è il livello più banale e più evidente: tutti quanti quando partiamo sappiamo che in Germania dovremo affrontare il tedesco e in Gran Bretagna l’inglese. Quello a cui non siamo preparati è tutto il resto.

Su questo autobus affollato che probabilmente sta già superando la mia fermata, per cui rischio di perdere l’aereo, come diavolo si fa a dire all’autista di fermarsi? Dov’è il bottone per la chiamata dello stop? Il bottone non c’è? la fermata è obbligatoria ? c’è la cordicella da tirare sopra i finestrini o c’è la cordicella tesa sopra i sedili? Forse bisognerà lanciare un urlo. Già è stato difficile capire che numero prendere, in che direzione (nei paesi in cui si guida a sinistra la difficoltà raddoppia), si faranno i biglietti a bordo dicendo all’autista la fermata? (tanto lui non capirà la tua pronuncia), bisognerà fare il biglietto a terra? e dove? devi aver pronta la moneta? c’è la macchinetta? da’ il resto? Intanto la coda dietro incalza, i passeggeri ti guardano, tu ti senti un cretino e guardi le monetine che hai in mano senza conoscerne il valore.
In Nuova Zelanda si danno i soldi all’autista e si prende da soli il biglietto che esce dalla macchinetta, in Australia a volte te lo da’ l’autista a volte la macchina, negli Stati Uniti metti due dollari, cerchi di capire da dove cavolo uscirà il biglietto e l’autista ti guarda miseramente e ti chiede cosa stai cercando: il biglietto non si usa.
In Australia gli autobus non partono finché ogni passeggero non ha fatto il biglietto e non si è seduto, quindi se pensi di salire, cercare il portafoglio e farti con calma il tuo biglietto, aspettati gli occhi di tutti i viaggiatori su di te che frughi freneticamente nella borsa.
A Chicago la porta dell’autobus ovviamente non si apre se non la spingi, e la coda dietro di te comincia a chiedersi cosa stai fissando e se pensi di scendere o no, ad Auckland si scende davanti, si saluta e si ringrazia, in Giappone per i viaggi in corriera ci si prenota con nome e cognome, si ha il posto assegnato come in aereo e alla fine del viaggio si consegna il biglietto, quindi non bisogna metterlo in valigia, perché tutti, passeggeri e autista ti guarderanno fisso mentre tu, al tuo turno, cerchi il biglietto frugando nella valigia, in Nuova Zelanda ci si prenota con nome e cognome e si da’ il biglietto all’autista alla partenza, ma non si ha il posto assegnato, quindi è inutile cercare i numeri sui sedili, in Australia lo stesso, ma senza nome e cognome, e se insisti a darglielo ti guardano un po’ straniti.
E la metropolitana? a Londra devi fare il biglietto, infilarlo nello sportello all’entrata e ricordarti di averlo pronto anche all’uscita, a Tokyo, sempre che tu sia riuscito a capire dove andare, che treno prendere e come fare il biglietto, puoi pagare la tariffa minima, inserire il biglietto nello sportello all’uscita e se la tariffa che hai pagato è troppo bassa perché’ non avevi capito nulla, puoi passare all’apposita macchinetta per il conguaglio. I giapponesi prevedono tutto. A Los Angeles invece nessun controllo, ne’ all’entrata ne’ all’uscita: solo un cartello che dice che sei entrato nella zona in cui dovresti avere pagato un biglietto. Forse fucilano un viaggiatore abusivo ogni tanto come buon esempio per tutti. Ma tu, turista, non lo sai.

Esausto, cerchi un ristorante. In Giappone è facilissimo: nei sushi bar prendi i piattini con il sushi direttamente dal nastro trasportatore che ti scorre davanti, ogni piattino un colore diverso, ogni colore un prezzo. Alla fine alla cassa contano i piattini e i colori: non sai cosa hai mangiato perché era tutto scritto in giapponese, ma è facile capire cosa spendi, i numeri sono gli stessi.
In Australia e negli Usa in molti posti se ti siedi non verrà mai nessuno a chiederti cosa vuoi: devi ordinare e pagare alla cassa, dove ti daranno in mano bottiglia e a volte un bicchiere e un segnaposto alto mezzo metro con un numero. Ti siederai dove vuoi, un cameriere ti porterà da mangiare e si prenderà il segnaposto.
E infine negli Stati Uniti ti faranno uscire di testa: nella terra delle opportunità e delle possibilità, se vuoi un hot dog con una Coca Cola, non pensare di cavartela facilmente perché ti chiederanno se il pane lo vuoi bianco, nero, con i cereali, di segale, biologico o di avena. E il wurstel? lo vuoi polacco, tedesco, bianco, rosa o rosso? e sopra ci vuoi la maionese, il ketchup, la senape, le cipolle o il cetriolo? e ci vuoi le patatine insieme? ma fatte come? french fries o hash brown o aromatizzate? e la Coca? la vuoi piccola, media o large, con limone o senza, Diet Coke o no? L’unica cosa che non ti chiedono mai è se ci vuoi dentro due etti di ghiaccio. Quello lo mettono sempre.

L’ENTUSIASTA

25 maggio 2008

Non sono mai stata un’entusiasta. Una di quelle persone che ti dicono: ti porto io dove si mangia la pizza più buona della regione. E ti fanno fare trenta chilometri per mangiare una Margherita. Oppure di quelli che dicono: devi assolutamente andare a vedere quel film, è me ra vi glio so. O di quelli che tornano da un viaggio e decantano tramonti rosseggianti e acque trasparenti, ma come essere in vasca da bagno eh?

In realtà, quando qualcuno mi chiede se mi sono divertita alla festa o alla cena del tale, non so mai bene cosa rispondere. Così, mentre lui aspetta la risposta, io, dentro di me, sto dispiegando la mia scala storica di valutazione, come una mappa su un tavolo. Divertita? Cosa vorrà dire divertita? Che abbiamo fatto gran risate come magari in quel periodo, venti anni fa, che ci si trovava al Bassanello tutte le sere? No, di sicuro non intende quello, e poi, comunque, risate non ne ho fatte. O intende che ho apprezzato la cucina, l’atmosfera, la compagnia? L’atmosfera? Boh. Ecco, sicuramente intende la compagnia. Che magari ho conosciuto persone interessanti. Ma come faccio a dirgli che, come al solito, per tutto il tempo mi sono chiesta come cavolo ero finita lì? E che però almeno si è mangiato bene, i gamberetti erano ottimi, e pure il dolce, però forse divertirsi non è quello. Così mentre in un crescendo di ansia sociale, sento che dovrei dare una risposta, ma so che la risposta non è quella giusta, e nemmeno voglio deluderlo, o impegnarmi in sofismi e distinzioni, in fondo nessuno vuole sapere se ti sei divertita alla festa di Paolo, perchè è un po’ come quando si chiede: come stai? e tu, anche se hai un principio di gotta e un aneurisma sul punto di scoppiare, mica devi andarlo a dire al primo che te lo chiede. Ma non voglio neanche dire una cosa per un’altra, anche perchè direi: oh mi sono divertita un casino, con quella faccia che odio, e che cerco di mettere su quando voglio fare l’entusiasta: il sorriso teso, le sopracciglia tirate in su, gli occhi che cercano di sprizzare energia, e un tono di voce vivace e più alto del normale. Una fatica immensa. Per poi lasciar cadere tutto il palco appena l’altro si gira, diventare catatonica e sussurrarmi: oddioddioddioddio. E così, alla fine, con un’aria serissima dico: sì sì. Punto.

Anni fa, feci impazzire un amico siciliano, con il quale, insieme ad altri sette, otto amici, avevamo affittato un appartamento al mare in quelli che erano i suoi luoghi di nascita prima di salire al nord.
Posti splendidi, niente da dire, e lui che faceva del suo meglio per farci vedere i paesi più pittoreschi, per farci visitare le spiagge più isolate, per farci mangiare gli arancini più buoni, il pesce più fresco e il gelato più fatto in casa. Alla sera quando si tornava a casa, in macchina, tra tutti, guarda un po’, era sempre a me che chiedeva: allora, com’era il gelato, ti è piaciuto? E io: sì, buono. E com’era la chiesetta? Eh? Gli affreschi! Hai visto che roba? E io: sì, carina. E il panorama? Hai visto che panorama? E fin dove si vedeva tutto, da lassù! E io: sì, sì. Bello. E il giorno dopo eravamo da capo. Lui a portarci in giro, sempre più disponibile, sempre più gentile e attento e io che mi guardavo intorno, visitavo chiese e monumenti, mi sedevo sulla sabbia, mangiavo il fritto misto, leccavo il gelato, e dicevo: sì, bello, carino, buono. Sempre con la faccia di Buster Keaton e il tono della voce automatica che fa gli annunci dei ritardi in stazione. In realtà, mi rendevo conto della sua crescente ansia e irritazione, ma che ci dovevo fare? In fondo sono figlia di mia madre che tuttora pensa che come stai? si deve chiedere solo se si va in ospedale a trovare un malato grave, che ci si bacia sulla guancia solo a Natale e forse al compleanno, e che quando mi saluta mi dice: arrivederci. Insomma, non sono preparata. Non ho le parole, nè i gesti adatti.

Ci ho messo gli anni a capire come fare, per esempio, per rispondere ad un invito. Allora, vieni a cena da noi sabato prossimo? Ah certo, molto volentieri, grazie. Invece di: ah… sì, grazie. Oppure, come rispondere quando non si ha voglia di fare qualcosa: vieni a bere l’aperitivo? Grazie, guarda, come se l’avessi preso, ma sono terribilmente di fretta, facciamo un’altra volta, volentieri. Invece di: no, … grazie.

Ci ho messo praticamente una vita, invece, per riuscire a formulare la frase giusta per andarmene. Da una cena, da un incontro, da un bar. Mi è venuta incontro l’usanza di qui, il congedo buono per tutte le stagioni e tutti gli ambienti: bene, io vado avanti. (Con la variante dialettale: bon, mi vo vanti.) Il giorno in cui ho scoperto l’uso di queste parole magiche, mi si è aperto un mondo: finalmente potevo alzarmi, dire: bene, io vado avanti, ciao, e andarmene, senza dover spiegare che non ne potevo più di stare lì seduta o che avevo voglia di tornarmene a casa a guardarmi il telegiornale o che non avevo assolutamente voglia di berne un altro, e che, no, non volevo essere riaccompagnata perché volevo poter passare da Bolle di sapone per comprarmi una matita per gli occhi, e insomma, potevo alzarmi e andarmene senza far finta di andare al bagno e poi uscire scappando senza salutare nessuno o facendo finta di aver visto qualcuno dall’altra parte della strada. Bon, mi vo vanti e via.
Ragazzi, un sogno.

SPECCHIO DOPPIO

24 maggio 2008

Giornata di pulizie.
Spolvero con lo svuiffer, finalmente senza i cinquantadue starnuti. Via la scopa elettrica per il pianerottolo, su per lo zerbino con le stelle, giù per la rampa di scale, che la signora Nilda semina ovunque terra di gerani, e peli di morbido gatto, e petali rossi a forma di cuore. Tiro poi il mocio Uileda di qua e di là. Raccolgo farfalline di tarlo, ne conto buchetti perfetti e polverina cannella sulla gamba del tavolo rotondo. Tolgo dagli angoli arabeschi argentei di ragno.
Controluce sulle piastrelle del bagno, sciolgo cirrocumuli di calcare e nembi saponosi. Pulisco perfino sotto il lavandino: rifiuto secco e rifiuto umido, flacone del fertilizzante, detersivo verde per i piatti, acetone, barattolo di acquaragia, viacal, bimbumbam, alcol, alcol n.2, guanto arancione morto, ex scodelle del micio, ex spazzole del micio, pentolino incalcarito, pannospugna di riserva, paglietta informe, vasetti di vetro, catino giallo, catino arancione.
Sposto il comodino, cadono due libri, un campioncino di profumo, un orecchino, una penna. Lanugine bluette di coperta sul parquet.
Raccolgo la carta in un sacchetto: contenitore delle uova, scatola del dentifricio, giornali, giornali, recensione del film di venerdì, giornali, scatola di cartone, biglietti del treno, pubblicità dell’euronics, buste aperte, giornali, giornali, vecchie fotocopie, ma quando le ho buttate via. Attacco perfino quattro chiodi: una foto, uno specchio marocchino, una cornice turca, un disegno di un amico.
Torno in bagno: una lunga foglia gialla pende dalla piantina in alto: troppa acqua? poca acqua? la guardo passando con la spugna sul doppio specchio rotondo con pantografo.
Lo specchio si svita, ha un capogiro, mi guarda, mi gira tra la mani, scivola, riflette, si appiglia, volto la testa, mi abbasso, allungo le dita, il braccio, un ginocchio, rimbalza, si rigira, si invola, è per terra. Specchio. Specchio, no. Specchio desolato. Specchio disgraziato. Tu non sai. Ma son sette anni. Cos’hai fatto. Che t’è successo. Non oso vedere. Non oso guardarti. Sopra sei perfetto, ma sotto. Sotto. Sotto. Sotto come sei. Come sarai. Lo sollevo, mi guarda, abbassa gli occhi, lo giro.
E’ rotto.

LO SFOGO PRIMA DI BUTTARE IL PC DALLA FINESTRA

20 maggio 2008

Vi è mai capitato di aver scritto una cosa bellissima, di averla letta e riletta, curato i particolari, distanziato i paragrafi, cancellato le virgole che non andavano, i punti che non definivano, i vocaboli che non si accordavano e infine di averla salvata con salva con nome, di averla inserita tra i documenti, di averla poi selezionata tutta, copiata, e infine, invece di incollarla dove andava incollata, di averla cancellata?
Ecco a me è appena capitato.

CRESCERE

16 maggio 2008

Prima giornata di mare.
All’uscita dalla stradina, tra due file di piccoli condomini silenziosi: luce spiegata, aria sospesa, aperta, tersa, un biancore accecante che sfuma in azzurro, piccole onde lunghe, strascicate, luccicanti, fragore leggero e continuo di mare e di vento nelle orecchie.
Sulla spiaggia vuota, pettinata da bagnini zen, i primi ombrelloni chiusi ma già schierati, in attesa.
In prima fila, una giovane coppia di stranieri dal nord con due bambini. Giocattoli di plastica colorata intorno ai due lettini, una carriolina gialla, un retino da pesca appoggiato all’ombrellone, un passeggino. I due leggono tranquilli, rivolti al mare.
La bimba più grande, seduta in riva, scodella piccole torri di sabbia da un secchiello blu.
Il bimbo più piccolo, cappellino azzurro con visiera e mini strascico sulla nuca alla Lawrence D’Arabia, trotterella cauto sulla sabbia, avanti e indietro, tra la sorellina e i genitori. Cento metri di qua e cento metri di là. Nessuna deviazione. Lo lega un guinzaglio invisibile. La madre ogni tanto alza lo sguardo e controlla che nessun ostacolo esterno arrivi ad interrompere il filo.
Tra madre e figlio, solo una curiosità improvvisa del bambino per il battello rosso del salvataggio poco più in là, o per il gabbiano che volteggia piano planando immobile sull’aria appena oltre le prime onde, potrebbe sospendere il contatto.
Improvvisamente la tensione della crescita mi sembra tutta lì: tra un guinzaglio, che più è invisibile e silenzioso più è potente e profondo, e la curiosità per il mondo che assorda, richiama, alletta, respinge, spaventa, richiama ancora e infine trattiene fino a rompere il filo.
Non sempre, ma di solito va così.

PIAZZA MADAMA

7 maggio 2008

L’anziano in carrozzina, il viso giallognolo, punteggiato di macchie scure, aspetta pazientemente, un po’ piegato su un lato, la mano tesa, le dita arpionate intorno al bracciolo, gli occhi stanchi socchiusi al sole. Intorno a lui sono parcheggiate altre due carrozzine, ma di bambini: uno dorme, l’altro si agita e si lamenta piano guardando in giro.
Intorno ad una bancarella un po’sbilenca, ai margini del mercato di Piazza Madama (Piazza Madama Cristina, in realtà, ma a Torino alle vie e alle Piazze si da’del tu), quartiere San Salvario, si muovono dieci, quindici donne con il viso serio. Pescano, chinandosi lievemente, tra pantaloni, maglioni, giacche e camicie, e di volta in volta tirano su dal mucchio una manica, una gamba, un colletto, guardano l’indumento, piegando un po’ la testa di lato, o, alzandolo con entrambe le braccia, se lo appoggiano contro e se lo misurano.
La proprietaria, una grossa sudamericana dai capelli nerissimi, seduta dietro il banchetto, su una sedia a sdraio, si guarda intorno senza interesse. Nessuna paura che qualcuno rubi la merce come negli altri banchi. Il cartello in cartone scritto a pennarello, piantato tra i vestiti dice: abiti usati, un euro.
È il banco più frequentato del mercato.

Mi sono avvicinata perché, mentre giravo tra le bancarelle della frutta, dall’altra parte della piazza, ho adocchiato l’assembramento e ho pensato di trovare qualche bella occasione.
Di solito se la roba è bella e costa poco, dalle mie parti, al Paese della Cuccagna, al mercato funziona così: gran movimento di signore, ragazze, amiche che si consigliano a vicenda, chiedono il prezzo, scherzando con il proprietario cercano un minimo di contrattazione. Lui, allora, un po’ fa il galletto, un po’ le corteggia, un po’ le prende in giro, un po’ le lusinga. Loro ridono, si schermiscono, ribattono, insistono, alla fine comprano, e,  sorridendo soddisfatte per l’affare fatto, vanno via chiacchierando, distribuendosi pacchetti e borsette tra le braccia.
Qui è tutto diverso. Nessuno parla, nessuno sorride. Le donne, italiane e straniere, arrivano, parcheggiano l’anziano o il bambino al lato della bancarella, e, silenziose, come impegnate in un lavoro, cercano qualcosa tra i vestiti attorcigliati tra di loro. Se trovano qualcosa, un cenno alla padrona del banchetto sta a significare che la vendita è fatta, infilano il capo in qualche sacchetto della spesa o direttamente nella borsa, aprono il borsellino e senza una parola consegnano l’euro e se ne vanno.
Non c’è bisogno di dire nulla.
A dieci metri vendono roba nuova a cinque euro, ma intorno alla bancarella non c’è nessuno.

Al Paese della Cuccagna o dello Zucchero Filato, o del Lattemiele qui nei dintorni, dove il tenore di vita è alto, medio alto, basso, ma mai così basso, dove si vogliono introdurre limiti di reddito per l’ottenimento della residenza, dove per le strade l’accattonaggio è proibito e non si ha più abitudine a pensare e a considerare che al mondo esista la miseria, e che si è nati solo per caso, e non per merito, in un certo posto invece che in un altro, mi piacerebbe proporre viaggi di istruzione per i ragazzi delle scuole medie nei quartieri più disagiati delle città.

Un po’come quando si portano i bambini in campagna per mostrargli che i polli non nascono già a pezzi nelle vaschette dei supermercati, o che le mucche prima di diventare fettine erano dei grossi animali a quattro zampe. Un semplice processo educativo.

Comincerei già dalle medie inferiori. Basta con le solite Firenze, Gubbio e Assisi. Basta con Pesaro e Urbino. Basta Costiera Amalfitana. Basta con i centri tirati a lucido delle città ricche e turistiche, punteggiati delle solite catene di negozi Calzedonia, Diesel o Sephora. Basta con lo strascicarsi annoiato per musei affollati con gli occhi fissi al cellulare, basta con il giro in cerca del ricordino e la ricerca del Mc Donalds o dello Spizzico per il pranzo, mentre gli accompagnatori tirano il fiato seduti in gelateria, basta con l’uscita serale in discoteca per quelli delle superiori, con corollario di fughe, spinellamenti e ubriacature.

A Milano si potrebbe andare tutti a Quarto Oggiaro, a Napoli tutti a Scampia, a Venezia tutti a Marghera. A Torino, le scolaresche, invece che il Museo Egizio o la Mole Antonelliana e il museo del cinema, dovrebbero essere portate in tour a San Salvario o al mercato di Porta Palazzo.
Insegnanti selezionati, pazienti ed esperti, dovrebbero preparare i ragazzi nei giorni precedenti la visita, istruendoli a non guardare con aria schifata ed indignata chi compra abiti usati invece che capi firmati, a non avere paura e a non scansarsi tenendo stretta la borsa se camminano per strade frequentate soprattutto da stranieri, a non pensare che un quartiere sia degradato e pericoloso se ci sono (in ordine di apparizione): A) un phone center dalle vetrine non proprio luccicanti, B) un negozietto con piccola vetrina di oggetti cinesi, (statuette di gattini sorridenti, collanine colorate, tazzine economiche), C) un negozio di prodotti africani con la merce distribuita sugli scaffali in modo diverso dal supermercato Panorama e un anziano in camicione e sandali con grossi piedi neri è seduto davanti al negozio in questione, D) una donna anziana con un foulard in testa che vende panini rotondi ad un angolo della strada estraendoli da un sacco a quadri bianchi e blu, E) uomini di colorito abbronzato che parlano una lingua sconosciuta a voce alta tra di loro, come se litigassero, ma solo come se litigassero.

Per pranzo dovrebbero essere ammessi solo panini al prosciutto o al formaggio portati da casa, e mezzo litro di acqua di rubinetto. Per dolce: frutta fresca. Per tre, quattro giorni niente cellulari, né ipod, né cuffiette infilate nelle orecchie.
Secondo me i ragazzi,  si divertirebbero sul serio, e se anche non si divertissero, chissenefrega. Almeno penserebbero e, per una volta, farebbero qualcosa di diverso.


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