Archive for the ‘cose viste’ Category

L’UOMO RAGNO NERO

28 maggio 2018

 MAMO

Ho a che fare quotidianamente con ragazzi immigrati perché insegno loro l’italiano.
Sono richiedenti asilo, rifugiati, in attesa di permesso di soggiorno, o se volete, a seconda delle ideologie: migranti, clandestini, o secondo la terminologia francese: sans papier.
Sono i ragazzi, perché perlopiù sono ragazzi, di solito tra i 18 anni e i 25, che vediamo in televisione, nei telegiornali, mentre vengono avvistati da qualche motovedetta, salvati, tirati su dal mare, nudi con il solo salvagente addosso, o mentre salgono la scaletta di qualche nave con addosso una maglietta e un paio di calzoncini. Sono entrati nelle acque territoriali italiane con gommoni, pescherecci, barconi e portati sulle coste italiane da organizzazioni umanitarie o dalla nostra Marina. Di solito sono neri, o quantomeno colorati in varia misura: arrivano da paesi africani soprattutto, ma anche dal Pakistan, dall’Afghanistan, dal Bangla Desh.
Arrivano da paesi con cui probabilmente non avrei mai avuto nulla a che fare nella mia vita se non fossi un’ insegnante, perché chi si sognerebbe di andare in viaggio, per turismo, in uno dei paesi più poveri del mondo? In Nigeria, o in Costa d’Avorio o in Burkina Faso?
Eppure me li ritrovo in classe ogni mattina, tirati a lustro dopo qualche mese dal loro salvataggio, a volte vestiti come un ragazzo europeo, jeans, maglietta e giubbotto, o a volte, vestiti come guappi: occhiali da sole e cappello anche al chiuso, collanone di simil oro al collo, cuffione in testa e abbinamenti di colori sgargianti, giallo, rosso, verde pisello per magliette, scarpe o pantaloni, (soprattutto una passione per le scarpe colorate) che alle nostre latitudini grigiastre sono un po’ un pugno nell’occhio. Quando poi, in classe, l’apparente guappo, si toglie occhiali a specchio e cappello da gangsta, di solito sfoggia un sorriso infantile e contagioso e un’inaspettata autoironia, lontanissima dal suo aspetto cattivo.
Sono vitali, vivaci, curiosi di questo paese che li ospita e di cui a volte non capiscono molto. Ma sono qui e tanto basta. Sono rispettosi e riconoscenti all’insegnante come forse qui da noi si usava un centinaio di anni fa. A volte non sono neanche mai andati a scuola nel loro paese, sono analfabeti, e hanno quindi verso l’insegnante il rispetto e la deferenza di chi riconosce di non sapere nulla verso chi, si suppone invece, che sappia.
Cercano di adattarsi alle nostre insolite abitudini con una saggezza remota, che si percepisce trasmessa, consolidata e insegnata in una lunga e indiscussa pratica di educazione famigliare e che si manifesta nel rispetto, comunque e sempre per chi ne sa più di te, per chi ti ospita, per chi ti insegna, per chi ti aiuta, e sempre e soprattutto per la vita, da vivere sempre e comunque, senza tentennamenti, elucubrazioni o troppe considerazioni.

Del resto, chi di noi attraverserebbe il deserto per giorni e giorni, aggrappato al telaio di un camion, senza furgone di scorta attrezzato con viveri, tende, cucina da campo e servizi, senza assicurazione infortuni e spese mediche stipulata preventivamente in agenzia? Chi si metterebbe su un gommone mezzo sgonfio per attraversare non dico il Mediterraneo, ma neanche una piccola baia, tra la Grotta Azzurra e la Grotta dei Pirati in qualche località turistica senza giubbotto salvagente omologato, pistola lanciarazzi e cima galleggiante? Chi partirebbe, come una cosa che comunque va fatta, per andare a cercare un futuro diverso, forse, ma non è detto, migliore, per se e per la propria famiglia, sapendo di mettere in pericolo la propria vita ma sapendo, pur senza averne la consapevolezza ragionata, che comunque la vita va preservata, difesa e vissuta al meglio delle proprie possibilità? Nessuno di noi lo farebbe. Lo sappiamo benissimo.
Eppure loro l’hanno fatto.
A 17 anni magari, quando da noi il massimo dell’avventura all’estero è prendere l’aereo con l’accompagnatore per andare a fare un corso di lingua a Eastbourne o una vacanza a Ibiza con gli amici, qualcuno di loro ha fatto su una borsa con dentro un paio di magliette, ha salutato la famiglia (se ancora ce l’ha) ed è partito per un qualche posto tra il suo villaggio e le nostre città su un camion con in tasca un indirizzo o il numero di telefono di un conoscente che vive in Europa.

A tutto questo ho pensato questa mattina quando ho guardato il video di questo uomo ragno nero che si arrampica con la destrezza di un acrobata sui quattro piani di un condominio della periferia di Parigi mentre in alto a destra del fotogramma oscilla un bambino di tre o quattro anni attaccato con tutte le sue forze alla ringhiera di un terrazzo.
Allora, immaginiamoci la scena: io passo per caso, mentre, chessò, sto andando a fare la spesa al mercato, vedo un bambino che svolazza appeso a una ringhiera quattro piani sopra di me, e invece di unirmi alla folla di persone che urla, si dispera, si mette le mani nei capelli, fotografa o fa filmati della scena già con l’idea di metterli su facebook o su you tube, senza pensarci due volte, butto un’occhiata là in alto, attraverso la strada e, senza pensare per un momento che potrei cadere e ammazzarmi, mi arrampico come un gatto per una quindicina di metri, prendo il bambino per un braccio e lo deposito, sano e salvo, sul suo terrazzino.
Il video dura 32 secondi in tutto.
Chi l’ha girato è comprensibilmente stato preso alla sprovvista perché non ha neanche inquadrato il momento in cui Mamodou Gassama, 22 anni, maliano, l’uomo ragno nero, si è lanciato nella sua impresa con un salto afferrando il bordo del terrazzino del primo piano. Poi è un susseguirsi di urla, di incitamenti, di applausi fino al ventesimo secondo. Gli ultimi dieci secondi sono in silenzio. Forse qualcosa non ha semplicemente funzionato nella registrazione degli ultimi momenti del salvataggio, forse chi filmava la scena ha inavvertitamente abbassato l’audio. E così gli ultimi secondi sono tutti concentrati, senza il rumore di fondo dello sbalordimento o dell’eccitazione dei presenti, sulla solennità dell’impresa di questo ragazzo che si è semplicemente precipitato senza pensare a nulla in soccorso della vita, pura vita che si dibatteva nella forma di un bambino sospeso nel vuoto, in quell’attimo che poteva essere l’ultimo su questa terra, in un mattino di primavera a Parigi, Francia, Europa.

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AGOSTO

3 agosto 2016

Azzurro. Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me. Mi accorgo di non avere più risorse. E basta.

Agosto sospeso e immobile tra l’inizio e fine dell’estate, una calma piatta di calore, di lentezza, di fermo immagine.

Agosto da bambina mentre attendo il ritorno dalle vacanze della mia amichetta del cuore.

E giro per la casa in semi ombra, le finestre aperte sulle tapparelle abbassate, la radio dalla cucina in sottofondo, esco in terrazza, la parte di terrazza dove il sole arriva solo verso sera, le cicale senza tregua dagli alberi delle mura, e mi fermo accucciata a guardare gli strani percorsi delle formiche sulle piastrelle rosse. Rientro in casa, guardo in corridoio, dietro la porta, sul lungo tavolo dove finiscono i giornali vecchi, le riviste già sfogliate, i Selezione del Reader’s Digest, i vecchi libri di scuola, cerco qualche giornalino già letto. Questo. L’ho già letto ma forse non me lo ricordo.

Agosto da ragazzina, sdraiata sul divano, le gambe nude sulla spalliera, il sole che filtra tra le veneziane e gira lentamente da una finestra all’altra. Pomeriggi a leggere. “La storia” della Morante. Non finiva mai. Leggevo fino ad avere il mal di testa. La notte sognavo Useppe, la guerra, i soldati tedeschi. E poi “La ragazza di Bube” e “Metello” e “Il gabbiano Jonathan Livingstone”.

Ma tutte queste passioni, mi chiedevo, ma tutto questo patire. Qualcosa mi corrispondeva, qualcosa lo leggevo ma non lo capivo. Cercavo un senso a tutto. Cercavo un nome per tante cose.

Agosto al mare con le amiche. Il bikini azzurro per tutte e tre. Solo a una stava bene. L’altra era troppo grassa e io ero la via di mezzo. Senza parole, impacciata, sempre in carne viva come un fico sbucciato. L’appartamento pieno di zanzare con la madre e il fratello grande e strano della mia amica. E la sera con il gelato sulla via principale. Occhiate e risatine e discorsi e voglia di essere da un’altra parte.

Ma adoravo il mare, adoravo la sabbia, adoravo il respiro corto uscita dall’acqua e il sole che bruciava sulla pelle bagnata e sfolgorava tra le palpebre chiuse. E alla sera adoravo i negozi del mare: vecchie rivendite di paese ringiovanite dagli espositori sul marciapiede pieni di secchielli, palette, set di formine, retine ripiene di giochi da spiaggia colorati, e creme solari e sandali e zoccoli e giornali in tedesco. Odore di gomma, di carta, profumo di cocco a ondate soffiati dal ventilatore sul vecchio bancone da negozio di paese.

Agosto e il primo viaggio con gli amici. La Grecia lontanissima e sognata da anni. La Jugoslavia al di là del confine con i negozi con le vetrine vuote, le cameriere dei bar assenti e sgarbate, le file di camion turchi vicino al confine e la macchina che sobbalzava sui lastroni di cemento per chilometri e chilometri. E finalmente l’Acropoli accecante tra gli ulivi, i campeggi polverosi e assolati, la sorpresa dello stretto di Corinto, i leoni di Micene e infine, nel viaggio di ritorno, l’assoluto stupore delle Meteore e degli eremiti tra le rocce: uomini seminudi, in piedi su una sporgenza della montagna grigia. Guardavano il vuoto, guardavano il cielo, le montagne, la loro vita su una cengia, muti, lontanissimi, indecifrabili nell’aria immobile, calda, sospesa di quell’Agosto lontano.

 

 

SESSO AL MARTEDI’ GRASSO

9 marzo 2011

La “Waka Waka” di Shakira va un casino tra i carri mascherati di questo martedì grasso.
Cercavo di arrivare all’agenzia pratiche auto (sì, ho fatto il gesto epocale: ho comprato l’auto nuova) e mi sono trovata tra la folla moderatamente festante, anzi quasi leggermente perplessa, che assisteva al passaggio dei carri. Il carro dell’Allegra compagnia di Maserada sul Piave in quel momento cercava di farsi largo per le strade del centro, ondeggiando plasticose canne d’organo variopinte eruttanti coriandoli sulla curva a gomito che sbocca in Corso del Popolo.
Era preceduto, appunto, dai membri festanti dell’Allegra compagnia: una ventina di quarantenni, qualcuno sospetto anche cinquantenne, abbigliati a mo’di note musicali che, illividiti dal freddo dopo tre orette di sfilata, il viso serio e accigliato da chi me l’ha fatto fare e maledetta quella volta che Bepi mi ha portato alla riunione quest’inverno che te assicuro che xe pien de fighe, intrecciavano coreografie danzanti sulle note di musicacce disco.
Tre passetti a destra, tre passetti a sinistra, una giravolta, chiudi le braccia, stendi le braccia, una alla volta, prima la destra, poi la sinistra, un battimano e via. Sulla scia delle scuole di balli sudamericani (dio quanto li odio), tutti dietro al gran beccatore, il maestro fustacchione bicipitato: a la derecha a la izquierda, un pochito de qua e un pochito de là.
Dietro arrivava il carro degli Amici di San Giuseppe che sparava “Mamma mia” degli Abba. Sponsor la carrozzeria Bettiol Denis. Altra pattuglia di quarantenni (ma le ragazzine dove sono sparite, non ambiscono più a fare le majorettes?): meduse violette, polipastre verdognole sovrappeso, il gallo del quartiere in versione Capitan Findus, che con due manacce da muratore guidava le danze e il trattore che trainava il carro.
Parte la “Waka Waka” e il ragazzo nero, presunto ghanese (è insieme a Adjatay, il ghanese che ho trovato nel gruppo di alfabetizzazione agli stranieri a scuola) che assiste alla sfilata con le mani in tasca e lo sguardo un po’assente sul marciapiede di fronte, accenna un sensualissimo movimento d’anca. Gli è partito naturale al suono della “Waka Waka”, ma subito si blocca. Non è posto questo per ballare, anche se la musica è pompata a tutto volume, mica siamo al sambodromo o in piazza a Accra o dove diavolo ballano i ghanesi. Non si balla sulla pubblica via di una cittadina del nord est, tra uomini nativi imbacchettati che non saprebbero muovere il bacino neanche sotto ingiunzione del fisioterapista, ora retrofletta su!, e donne che volentieri si lancerebbero in ancheggiamenti lascivi, retroflettendo di gusto, in stile velina intorno al palo della lap dance, ma mai per strada, o meglio, in piazza.
E così corre via l’ennesimo Carnevale, le polipesse verdastre ai lati del carro degli Amici di San Giuseppe, imbottite di maglioni sotto i costumi che tirano sui fianchi, cercano di sculettare come le mulatte del carnevale di Rio e accennano con le braccia il famoso gesto di Shakira: mani unite all’altezza del petto in un su e giù vagamente evocativo di altro movimento sussultorio. Il risultato è così goffo che mi vergogno per loro.
Non commento l’ultimo carro che avanza: una enorme biga azzurra carica di fulmini e saette simil-raggi di fuoco e sovastata da un truce sole giallo e fiammeggiante. Titolo dell’opera a grandi lettere sul cartello davanti al trattore che traina il carro, ma solo per chi non avesse capito il senso dell’opera: Il ritorno di Ben Hur? Il carro del sole? E’ tornata la primavera? No, la risposta esatta è: “Non ci resta che la biga”.
Tutto intorno, il pubblico da sfilata dei carri a carnevale o da fiera degli osei o da autoscontri alla sagra. Quelli che ti chiedi dove stiano nascosti tutto il resto dell’anno: branchi di ragazzini magrissimi e torvi, mani in tasca, jeans strettissimi e ciuffi abnormi, schiere di ragazzette fumanti, spavalde e urlanti che si tengono a manina, tipacci rudi in anfibio e passo montanaro, tris di punk: lei grassissima con le calze smagliate e la minigonna, lui altissimo un po’ gay, l’amico con la cresta viola, sette orecchini per orecchio e un po’ ingobbito, coppiette di emo pallidi e depressi. Insomma tutto l’atteggiarsi della presunta contemporaneità giovanile, ritenuto ancora trendy nei paesi, ma definitivamente out per il capoluogo.
Dio come sono snob.

ODIO

24 febbraio 2011

Certo che bisogna davvero avere la faccia come il culo per dire che finalmente il vento della democrazia sta spirando anche tra i giovani libici quando solo qualche mese fa ci si prostava di fronte all’amico Gheddafi baciandogli le mani, vendendo il culo, appunto, ma non solo il proprio, ma anche degli italiani tutti, per assicurarsi cosa? petrolio e affari e soldi e cosa?
E quell’altra: l’orribile essere onnimezzobustante onorevola Anna Maria Bernini, insopportabile nella sua esasperante, monotonica, vis oratoria, resa ancora più veemente dal successo ottenuto nelle ultime settimane in qualità di difensora al di là di ogni senso del ridicolo del suo Principale, benché immobilizzata dal sottonaso in giù dai labbroni siliconici e dal sottonaso in su dal botulino che le rende lo sguardo fisso e inespressivo come quello di una lepre abbagliata in mezzo alla strada. Qualcuno ha detto all’essere abominevole: quella sa il fatto suo, mandiamola a tutti i dibattiti. E così è. E gli organizzatori di dibattiti tutti a farla parlare.
E un altro a caso: quella vecchia baldracca romana, Fabrizio Cicchitto, l’aria mezza storta e schifata da mascherone di pietra di chi tante ne ha viste e tutte le ha scampate ma tanto chissenefrega, sorrisetto sbiego e sopracciglio inarcato, sempre pronto a fermarsi lungo qualche via della capitale, a elargire ai microfoni, frasette strascicate di accomodamento, di vituperio contenuto che non si sa mai, di difesa della situazione odierna, di accordo, intesa, transazione, e poi domani, se serve, di difesa della situazione di rottura, divergenza, dissidio.
E vogliamo parlare dell’inutile foga bugiarda di quell’altro essere, Gasparri, della sua aggressività ignorante e arrogante, la voce velata e arrochita sempre tesa non al voler comunicare o dire o spiegare, ma al voler dimostrare qualcosa all’interlocutore, all’altro, chiunque sia, inventando, prevaricando, aggirando, rendendosi evidente personificazione del farabutto faccia di bronzo.
Anime nere.
E poi gli altri, quelli che sono macchiette, di cui non riesci neanche a percepire una minima grandezza, neanche nell’audacia, nella perseveranza, nell’intelligenza subdola, nella tenacia della volontà di arricchirsi, di diventare famosi, di farsi i cazzi propri, ma di cui senti solo l’evidente bassezza, la meschinità, la povertà umana.
 
Ero a Padova il 7 giugno dell’84. Uscivo dall’Università e passai per caso per Piazza della Frutta. Era periodo di elezioni, c’era un comizio, uno dei tanti, e la piazza affollatissima. Parlava Berlinguer. Una figura lontana, i capelli neri e la camicia bianca sul palco, in fondo alla piazza. Mi fermai un attimo, ma avevo il treno da prendere e corsi via. Lui stava ancora parlando, ma era l’ultima volta.

Devo contenermi. Accendo la tivu e provo dei sentimenti di odio intollerabili.

berlinguer

YOU CAN’T ALWAYS GET WHAT YOU WANT

9 febbraio 2011

DSC02034Ecco un pezzo scritto tempo fa. Doveva essere l'inizio di qualcosa. Poi è rimasto inizio senza il qualcosa. Lo metto qui perché c'è il mio personale sogno/tsunami. E anche i leoni.

You can’t always get what you want, canta Mick Jagger, mentre lo shuttle rosso fuoco della Prime Time mi porta dall’aeroporto di Los Angeles all’albergo che ho prenotato a West Hollywood.
L’autista è un asiatico pensieroso che guida armeggiando con il cellulare e guardando a destra e a sinistra per cercare gli alberghi degli altri due passeggeri lungo l’infinita Santa Monica Boulevard. Alla musica a tutto volume dello stereo si sovrappone a tratti una voce femminile sommessa, un mormorio di consonanti nasali e di vocali arrotolate, americane, che dalla centrale smista le chiamate agli autisti.
Los Angeles. Respiro a fondo. Los Angeles, dico, piano. Se non avessi la voce spezzata dall’emozione e appannata da una notte insonne e da quattordici ore di volo da Melbourne a qui, mi metterei a cantare. Invece me ne sto qui, ferma, il cuore che mi batte fino in gola e il respiro sospeso. Col cavolo che you can’t always get what you want. Io ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta, ce l’hofatta celofattacelofattacelofatta. Celofatta. Mi abbasso nel furgoncino per guardare dai finestrini il paesaggio terso, sereno della California, le palme sottili, altissime, a gruppi di quattro, cinque. Slanciate, immobili, nell’aria sottile e azzurra del mattino.
E se anche non dovessi cercare di nascondere la mia euforia a tre sconosciuti indifferenti: un canadese, un’americana e un presunto coreano, e avessi vicino un amico, un’amica, un conoscente o almeno qualcuno che parli italiano e che partendo da mille segni comuni e condivisi riuscisse a capire che qualcosa mi sta esplodendo dentro, non so bene cosa potrei raccontare, o almeno da dove cominciare.

Almeno, intanto, non sogno più i leoni. Leoni che sbucano dalle porte di casa mia o della vecchia casa dei miei. Leoni che apparivano improvvisamente nella penombra, alla fine del corridoio, un lungo corpo guizzante che si fletteva su se stesso, una criniera, due, tre. Oh no, ancora i leoni, pensavo. E li seguivo da lontano, nascosta, rasentando i muri che si allungavano. Loro entravano lentamente nelle stanze, le stanze si allontanavano, ne uscivano, si aggiravano sulla terrazza che correva lungo la casa. Li osservavo dalle tapparelle mezze abbassate, tenendomi a distanza. Composti, dignitosi, nobili, in cerca di me.
Un avvertimento, ostinato, necessario. Pronti a sbranarmi. E si dileguavano negli ultimi momenti sfilacciati di sogno quando, nel martellamento di cuore in tumulto, ricomparivano pezzi di camera da letto e la realtà si ricomponeva immobile e rassicurante.
I leoni volevano farmi fare qualcosa, lo sapevo bene, li sognavo da anni.
Come anche l’acqua che saliva, quella la sognavo da mesi, acqua come un’onda immensa, un mare che saliva fino al quarto piano della vecchia casa, premeva spaventosamente sui vetri chiusi delle finestre del soggiorno. Rimaneva aperta una finestra che miracolosamente correvo a chiudere appena in tempo: questa volta il vetro non reggerà, pensavo, come fa a reggere, così sottile.
Acqua torbida, verde, piena di foglie strappate, di rami, ramoscelli spezzati, di trasparenze cupe; gli ippocastani dei giardini di fronte ondeggianti nel mare come alghe gigantesche. 
I vetri reggevano, finivo per trovarmi in un acquario spaventoso. Ma ora tutto esploderà, pensavo, sognavo, i vetri, i muri, come possono resistere, è inevitabile, ora i vetri esploderanno.
Mi svegliavo atterrita chiedendomi come fossi ancora viva.

Ora i sogni sono diversi, tantissimi, ma non me li ricordo mai. Del resto come diavolo farei a ricordarmi un sogno quando ogni mattina appena sveglia, stento a ricordarmi dove mi sono addormentata. Mi sveglio e sono subito risucchiata dal presente. In che città sono oggi? Anzi, in che paese? E come sono arrivata qui? Ogni mattina devo farmi mentalmente un riassunto del giorno precedente. O di quello prima ancora, a seconda del fuso orario. Apro un occhio, il destro di solito, e  piano piano, come da un periscopio in un mare straniero, osservo la stanza intorno. Rimango sempre un po' stupita a vedere la scatoletta di latta blu della crema Nivea posata su un comodino sconosciuto, o, in mancanza di un comodino, come in tutti gli ostelli che ho girato finora, appoggiata sulla guida che leggo prima di dormire, accanto al letto insieme a orologio e occhiali.
Anche a casa c’erano delle mattine in cui appena suonava la sveglia, mi chiedevo che giorno fosse. Erano quelle mattine di sonno torpido, pesante. Le mattine in cui mi svegliavo, e mi sentivo come se il sonno per tutta la notte mi avesse schiacciato il corpo sul materasso, come un cadavere in fondo al mare, tanto da farmi male alla schiena.
Mi sembrava di non aver dormito del tutto, di aver passato la notte in bianco, quando finalmente suonava la sveglia e piano piano mi strappava dal lavoro di quella notte.
I miei sogni erano faticosi, pesanti. Sembravano non finire mai. Anzi, si ripetevano per tutta la notte come se cercassero una soluzione. Erano sogni da catena di montaggio, azioni e scene banali ripetute decine di volte senza arrivare a niente. Oddio, lunedì. O è ancora domenica? A volte mi stupivo anche di non vedere la luce filtrare dalla finestra davanti a me, come nella mia vecchia camera, a casa dei miei, nonostante io abiti per conto mio da tanti anni e la finestra sia alla mia destra.
E nei sogni, la casa dei miei era sempre quella di una volta, con il lungo corridoio in mezzo e le stanze dei miei fratelli in fondo, una a destra e una a sinistra, anche se ormai, da anni, la casa era stata divisa a metà e la mia metà avevo deciso di venderla proprio pochi mesi prima, proprio poco dopo la storia delle infiltrazioni d’acqua.
In fondo, tutto era nato da una macchia di umidità sul muro.

(segue, seguiva, seguirà)
 

HEREAFTER: QUI E DOPO

8 gennaio 2011

A vedere “Hereafter”, l’ultimo film di Clint Eastwood, bisogna andarci quando si ha il cuore in pace.
A me personalmente questo accade qualcosa come una volta ogni dieci anni, per qualche minuto, quindi ci sono abituata, ma se non siete nelle migliori condizioni di spirito, non pensate poi di poter proseguire la serata con una pizza e via, come se niente fosse.
Il film parla di morte, di vita, di vita oltre la morte.
Hereafter che letteralmente si potrebbe tradurre con un bellissimo quidopo, come a dire che dopo qualcosa resta qui, in maniera molto più linguisticamente corretta sta per d’ora in poi, o in futuro, ma anche per un aldilà, che per fortuna non è stato utilizzato come titolo per la versione italiana perché avrebbe portato con sé tante di quelle connotazioni e sfumature di natura cattoreligiosa di cui noi italiani possiamo fare volentieri a meno, soprattutto nel momento in cui si abbassano le luci in sala e cominciamo a goderci un film.
 
E il film ce lo godiamo dal primo momento, con una scena da moderna apocalisse: lo tsunami del 2004 che si abbatte con la sua onda terrificante sulla vita tranquilla e pacifica di centinaia di migliaia di persone in un qualunque mattino di quell’inverno/estate nell’Oceano Indiano.
Da qui prende il via la vicenda di una giornalista francese che, per quelli che sono i casi della vita, quindi per quelle circostanze che sono proprio l’here, l'hic et nunc, il qui ed ora, si intreccerà alle vicende di un operaio di San Francisco e di un bambino londinese che per la loro storia personale hanno avuto a che fare con l’after, quello che viene dopo.
Il film procede per un continuo intrecciarsi di casi e coincidenze, che sono poi le semplici avventure della vita, a pensarci e a farci caso, che diventano poi casi e coincidenze quando proprio vogliamo dar loro un senso e un perché.
In realtà la morte, che arrivi con un’onda di trenta metri, con un incidente d’auto, per mezzo di un attentato terroristico o per malattia, fa semplicemente parte della vita, ma a vederla da lontano, cioè da vivi, pare spettacolare, inaspettata, sorprendente e soprattutto crudele. Crudele perché ci lascia tramortiti, appunto, spaesati, appunto, pieni di domande in cui ci chiediamo quale sarà il nostro paese d’ora in poi e come riusciremo a viverci, incapaci di proseguire nel nostro cammino come se niente fosse, perché ci ha toccati, come nel caso della giornalista francese, o perché ci ha portato via un pezzo, come nella vicenda del piccolo inglese, o perché, come nel caso dell’operaio sensitivo americano, ci coinvolge così quotidianamente con la sua ombra da renderci impossibile la vita.
Vita che per quanto si sposti continuamente tra splendide spiagge indonesiane, le redazioni di un editore parigino, l’appartamento di un operaio americano e la terraced house di una famigliola londinese è ugualmente sempre in bilico tra la vita e la morte, anche se, per vivere non possiamo e non vogliamo accorgercene.
E tutti siamo sempre lì, sul filo, vuole forse suggerirci Clint Eastwood, sia che prendiamo il sole a Pee Pee Island per le vacanze di Natale, sia che prendiamo la metropolitana a Charing Cross o attraversiamo la strada di corsa. E tutti siamo uniti dallo stesso filo: che siano i racconti di Charles Dickens ascoltati da un audiolibro in un appartamento di San Francisco o certe storie tragiche della Londra dickensiana, sempre attuale, anche dopo duecento anni, in certi sobborghi della grande capitale inglese, tutti navighiamo a vista, tentando di arginare la nostra personalissima cognizione del dolore, quello che, da umani, ci è toccato in sorte.
 
Clint Eastwood è sempre, o sempre più, grande. Non ci da’risposte confezionate, sonda e mostra con la grande poesia e il tocco lieve e denso di cui è maestro, il materiale disponibile senza fornirci interpretazioni religiose o laiche: così stanno le cose, prendete, servitevene tutti e fatene quello che credete. Matt Damon è stupendo nell’offrirci l’interpretazione di un uomo semplice schiacciato dal macigno del suo dono/condanna e dalla solitudine che ne deriva, senza una donna, senza amici, perso in un lavoro anonimo: lontano dalla vita perché troppo vicino alla morte e alle domande che ci pone.
Il film finisce bene, nel senso che in qualche modo si esce dal cinema sollevati. Il magone di certe scene sparisce, per fortuna, anche se sappiamo bene che è solo rimandato.
Ma in fondo, è la vita no?

 

“RAGAZZI” LO DICI A TUA SORELLA

17 dicembre 2010

Beh, diciamo che anche solo fino a un paio di anni fa, non avrei mai creduto di pensarla così, però oggi la lettera di Roberto Saviano pubblicata da Repubblica ai ragazzi del movimento,  mi suona tanto da sermone del parroco di chiesa di campagna. Fuori dal mondo e fuori dalla realtà.
Intanto quanta retorica: già usare ragazzi evoca quell’enfasi familistico patriottica tutta italica de i nostri ragazzi, locuzione multivalente, pelosamente affettuosa e intimistica di quando si vuole sottintendere: sono dalla vostra parte, siamo tutti una grande famiglia, padri e figli, noi, italiani brava gente.
Di solito infatti i nostri ragazzi entrano in campo con tutta la loro retorica quando si parla di soldati che muoiono (da eroi) in Afghanistan, che a guardar bene poi sono uomini fatti, nonché consapevoli professionisti stipendiati. Poi si parla de i nostri ragazzi quando mandiamo la nazionale di calcio a cercare di vincere in qualche torneo internazionale. E tutti ci sentiamo più buoni e più italiani. Ora qui abbiamo i ragazzi del movimento.
Ma poi, di che ragazzi parla Saviano? Si è accorto che qui non ci sono solo dei ragazzi che stanno in movimento, a far passare il quadrimestre urlando per le strade perché la manifestazione di piazza è come il morbillo, prima o poi bisogna farlo ma poi passa, ma che ci sono operai arrampicati sulle ciminiere, ricercatori universitari sui tetti, insegnanti che fan lezione per le strade, terremotati che girano con le carriole, cittadini seppelliti di immondizie, pensionati in miseria, un ceto medio che scivola di giorno in giorno verso la povertà, e soprattutto giovani, giovani e giovani, migliaia di giovani, milioni di giovani che non hanno la minima idea di cosa faranno della propria vita?
E tutti, tutti, tutti, tutti incazzati neri contro.
Contro di cosa? Difficile è dire esattamente contro cosa. Perché la legge cosidetta Biagi arriva dal centrosinistra, il precariato e il debito pubblico arrivano da lontano, la crisi economica non l’abbiamo inventata in Italia, il terremoto neanche. Ma soluzioni non se ne vedono, anzi.
Dal Palazzo arrivano colate di merda e tutta questa gente è completamente sola. Nessuno li rappresenta, nessuno ha la capacità di raccoglierne la disperazione e indicare loro una strada.
E chi vorrebbe farlo, farebbe bene prima di pensare di essere in grado di indicare una direzione, a leggere tutti i 500 e più commenti alla lettera di Saviano.
Certo, a milioni se la sono cercata questa fine, perché a milioni, negli anni passati, hanno creduto alle favole televisive del presidente operaio, e altri milioni continuano a crederci e a giurarci sopra.
Forse a milioni cominciano ad essere incazzati anche contro sé stessi, per esserci cascati, come asini.
A milioni, perfino io, spero che si incazzino ancora di più. Finalmente.

 

HAIKU D’AUTUNNO

19 ottobre 2010
Un albero giallo, giallo, giallo, giallo, giallo, giallo, giallo, giallo,
in un cortile sfigato di un condominio sfigato lungo un viale modesto e trafficato.

INCEPTION

4 ottobre 2010

Dovete andare al cinema? Andate a vedere "Inception".
E’ un ordine!

LE SONNET DU TROU DU CUL (e del come far accadere le cose)

23 agosto 2010
Ne avrei da raccontare, fosse così facile.
Ne avrei di cose successe, fatte, viste, ma ancora di più di cose pensate o immaginate che tento anche di non pensare e non immaginare casomai finissero per realizzarsi davvero nella realtà, come a volte, spesso, mi capita, ché di solito le cose che immagino io, veri film di due, tre istanti, condensati di una giornata, di un fatto, di una vita intera, son tragiche o perlomeno fastidiose.
E già questo fatto: motivi per cui spesso immagino come un film cose tragiche sarebbe materia di blog. Altra materia di blog sarebbe anche: motivi per cui le cose tragiche e/o fastidiose che immagino come un film poi si avverano (e quelle belle no). (E per piacere non mi citate la legge dell’attrazione).
Come quando, tanto per dirne una, ai tempi dell’università, facendo un esame, tanto per dirne uno, l’orale di Francese Biennale 2,  mi capitava di pensare: ecco, ora mi domanderà esattamente “Le sonnet du trou du cul” di quei due disgraziati di Verlaine e Rimbaud, e io che già in questo momento ho il vuoto in testa, diventerò incolore e catatonica e, come in uno spaventoso carotaggio, mi arrotolerò velocissimamente su me stessa e sprofonderò sotto il pavimento. E così, come se il professore vedesse scorrere come su un display elettronico sulla mia fronte il titolo del sonetto che mai avrei saputo commentare senza saper dire altra cosa se non: sonettodelbucodelculosonettodelbucodelculosonettodelbucodelculo sonettodelbucodelculo, sonettodelbucodelculosonettodelbucodelculosonettodelbucodelculosonettodelbucodelculo, diventando progressivamente color indaco, violaciocca, verde bottiglia, marrone, beige e color biacca, perché per mesi e mesi di studio, avevo pensato, sfogliando le pagine del libro di letteratura francese, sogghignando tra me e me: beh, ma cosa vuoi che mi metta a studiare proprio “Le sonnet du trou du cul”! Non andranno mica a domandarmi proprio quello, eheheheh, con tutte le cose che potrebbero chiedermi tra prova di lingua, di letteratura dai primi omìnidi gallici a oggi, di cultura generale francese, di storia francese dalla preistoria a oggi, di corso monografico di ineguagliabile pesantezza e noiosezza sulla letteratura magrebina, e dopo aver superato i tre esami scritti (dettato, composizione e traduzione) senza il cui risultato positivo non avrei potuto accedere alla prova orale, dicevo, ma vuoi che tra quattro professori, uno per la lingua, uno per la storia e la cultura generale, uno per la letteratura e uno per i magrebini, eheheheh,  vuoi che dopo averli passati tutti, e dopo aver superato i tre scritti con lacrime, sudore e sangue, che se non supero l’orale mi toccherà ripeterli tutti e tre nella prossima sessione che chissà quando sarà, vuoi che qualcuno di loro arrivi proprio a chiedermi: mi dica, come mi commenterebbe Le sonnet du trou du cul?
Il finale della storia è scontato. Ed è il motivo per cui quando, in macchina, arrivando in corsa ed essendo di fretta, vedo da lontano un semaforo verde, io eviterò con tutte le mie forze di pensare ai meloni, ai limoni, al sole, ai broccati dei salotti color oro, ai sassofoni in ottone, alle forsizie, alle pareti di casa mia, alle albicocche e ai pompelmi, e di conseguenza, meno che mai penserò al vestito di Babbo Natale, alle angurie tagliate a metà, ai cuori innamorati, alle ciliegie, alle bistecche, e a quella sostanza liquida che dovrebbe scorrermi nelle vene, ma già da lontano penserò, mi concentrerò e non soddisfatta, aggrappata al volante, gli occhi allagati di verdementa, urlerò a gran voce, come una pazza: VERDE VERDE VERDE VERDE VERDE VERDE VERDE! Ma, ahimé, alla fine caccerò una gran frenata dinanzi all’inevitabile rosso.
Ah, la vita.


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