Archive for the ‘famiglie’ Category

MARTEDI’ GRASSO (replica)

18 febbraio 2011

Questo post l'ho già pubblicato giusto due anni fa. Ma faccio come in televisione d'estate, non ho tempo di scrivere, né tantomeno so cosa scrivere, così siccome leggendo dall'amico s|a mi è venuto in mente il mio vestito da moschettiere, ve lo rimetto qua. In replica.

Va beh, ho capito, vi piacciono i post intimistici.
Ieri ho parlato della mia faccia allo specchio e sono passate di qua un centinaio di persone.
Come facessero a saperlo, che parlavo della mia faccia, e soprattutto come questo potesse risvegliare tutto questo interesse, non mi è molto chiaro, però oggi voglio riprovarci parlandovi del costume di Carnevale di quando ero bambina.
Non c’è molto da dire, in effetti, se non che quell’anno, l’anno dei miei quattro o cinque anni, mia madre decise di comprarmi un costume da Carnevale vero.
Prima non l’avevo mai avuto, e neanche ho ricordo di altri costumi indossati dai miei fratelli.
Se ci fossero stati, di sicuro mi sarebbero stati appioppati, come quell’orribile soprabito di velluto a coste marrone di mio fratello L. che un giorno, in quarta o quinta elementare, mia madre decise di farmi indossare, e dio quanto mi vergognavo, e che per fortuna mi convinse a portare solo per un paio di giorni, finché i miei amici Anna e Sergio mi dissero che faceva davvero schifo.
O i pigiami di cotone blu, o azzurro, con i bordini bianchi, che però, insomma, mettevo anche volentieri, perché mi piaceva il colore e poi tanto, di notte, nessuno mi vedeva.
Probabilmente di costumi di Carnevale ce n’erano stati per i miei fratelli, ma erano andati rovinati negli anni, loro erano grandi ormai, terribilmente grandi: se io avevo cinque anni, L. ne aveva undici ed E. ne aveva addirittura tredici. Tra di noi ormai c’era un abisso, e poi io ero una femmina. Questa questione dell’unica figlia femmina, quasi inaspettata, dopo due maschi bradi e litigiosi, era evidentemente estremamente importante per mia madre e il suo concetto di abbigliamento femminile. Da quando ero nata infatti, era stato tutto un tripudio di vestitini rosa, di collettini bianchi di pizzo, di maniche a palloncino, di camicettine con i volants, di pon pon colorati, bottoncini di madreperla, calzettine traforate, scarpettine di vernice o sandaletti bianchi lucidati con la biacca. La mia cameretta era un’esultanza di fioroni rosa, gialli e rosini su chilometri di raso rosa di mantovane e copriletto. Il mio lettino aveva una testata rococò ricoperta dello stesso raso, le tende erano bianche a balze, le pareti erano rosa, la lampada era una romantica ceramica dipinta a fiorellini (rosa), e la scrivania era un qualche stile impero con poltroncina in stile ricoperta di velluto verde.
Il risultato di tutto questo diluvio di stoffe, rasi, drappeggi, volants, colorini pastello, pizzi e vernici, fu che divenni in assoluto la prima bambina della mia scuola a indossare i blue jeans e a non togliermeli più per una ventina di anni.
Inutile aggiungere che, mio malgrado, ero una bambina tranquilla e pulita, ma che non mancavo mai di sporcarmi apposta le scarpine appena lucidate, strofinandole nella polvere, tirarmi fuori la camicia dalla gonna, e di spettinarmi furiosamente i capelli amorevolmente tirati e ripiegati in su con il pettine bagnato.
Diciamo però che dai dieci anni in poi presi definitivamente il controllo del mio armadio, della mia acconciatura e un paio d’anni dopo pure dell’arredamento della mia cameretta, e mia madre, desolata e frustrata, mi lasciò andare alla mia deriva.
Così, dall’armadio sparirono i vestiti, la spaventosa triade “gonna golf e camicetta” fu sostituita da blue jeans e maglietta d’estate e pantaloni di fustagno e maglione d’inverno. I capelli crebbero inesorabilmente e si fissarono prima in una coda di cavallo raggrumata, poi in una libera crescita indistinta.  Il colore rosa fu bandito nei secoli e definitivamente espulso con raccapriccio dalla mia vita.
La testata rococò fu estirpata dal letto, i tendaggi sradicati, la scrivania eliminata e sostituita da un’asse di truciolato su due cavalletti di ferro, l’armadio laccato di bianco fu ricoperto di fotografie strappate dai giornali e soprattutto la camera fu ridipinta di giallo e il soffitto di marrone.
Prima di tutto questo furibondo cambiamento però, all’alba dei miei quattro o cinque anni, ero ancora una docile e dolce bimba abbigliabile secondo i canoni della moda bambinesca femminile di quegli anni.
Non riesco proprio a spiegarmi quindi, ancora oggi, come mai quella sera di tanti anni fa, mia madre mi abbia portato in una delle più belle cartolibrerie della città, che inspiegabilmente allora vendeva costumi di Carnevale. E soprattutto, non riesco a spiegarmi come mai, già allora, tra i tulle azzurri dei vestiti da fatina, le balze colorate dei vestiti da Biancaneve, i rasi bianchi finemente ricamati dei vestiti da Colombina, io abbia scelto proprio quella magnifica casacca di velluto blu con i lustrini d’oro, quella camicia di raso bianco, quei pantaloni di panno rosso con i fregi dorati, quel cappello rosso con la piuma,  del mio meraviglioso, incantevole vestito da Moschettiere.

BUON NATALE

25 dicembre 2010

M. ha la bambina che da un paio di mesi le ha prese tutte. Ogni quindici giorni un’influenza, e con il lavoro è un casino. E baby sitter e corse di qua e di là. E la macchina quasi nuova che la lascia a piedi ogni dieci giorni e due meccanici che non capiscono cosa abbia. E suo fratello ricoverato in ospedale per un’infezione, che con la vita che fa si prende di tutto, e quindi altri giri, altre corse. Da sola, si sa, è tutto un casino. Per il resto tutto uguale, non è cambiato niente. A Natale, di solito va da sua mamma. Il figlio di N. invece, era seduto a fianco del ragazzo che è morto nell’incidente, era su tutti i giornali. Non s’è fatto quasi niente e per fortuna non si ricorda nulla. Solo che tutti e quattro urlavano gira gira gira, e l’altro invece è corso dritto oltre il vuoto, dritto nella notte nera oltre il cavalcavia. Avevano bevuto un casino tutti e quattro. A Natale lui va in Namibia, il figlio sta da sua madre. La madre di B. è entrata nella nuova casa, vicino a sua sorella. Da quando è morto il marito, qualche mese fa, non poteva più vivere da sola in quella casa, da sola. Troppo grande. Come regalo le hanno comprato una televisione nuova, per via del digitale terrestre. L. passerà il Natale in famiglia, poi forse andranno qualche giorno in montagna. I ragazzi bene. F. andrà dalla ex suocera con il bambino. Con C. non si vede più, ma ogni tanto le telefona. P. ha deciso che andrà dai suoi amici. Da quando ha lasciato A. e se n’è andata di casa per stare con V. è confusa. V. invece andrà dall’ex cognato che ha una nuova compagna. R. è da solo, non ha più famiglia e con sua figlia i rapporti sono sempre stati freddi. E’uscito a cena con la ex cognata, un paio di giorni fa, l’unica con cui è rimasto in amicizia, per farsi gli auguri. A. e P. fanno il pranzo a casa della famiglia di A. e il cenone dalla famiglia di P. M. va a casa dell’ex moglie, che ora ha altri tre figli, per stare con suo figlio G.
Natale è la festa della famiglia. Nel senso che a Natale ci si accorge di averla, di non averla, di non averla mai avuta, di non volerla avere, di volerla. E che solo per brevi momenti la vita ti ha dato retta.
Comunque, miei cari lettori, Buon Natale.

 

APPLICAZIONI TECNICHE

28 novembre 2010

Sono ancora qui, con il pacchettino dei miei temi di bambina di quinta elementare, il quaderno di italiano della prima media, un altro quaderno di temi della quinta ginnasio.
E poi quadernoni di matematica, grafici su fogli di carta millimetrata, problemi di geometria su foglio protocollo.
E poi il quadernone che tenevamo per quella materia assurda che erano le Applicazioni tecniche, in cui riuscii a prendere un cinque nel primo trimestre della prima media, pieno di ritagli di tessuto, disegni di spiegazioni minuziose per realizzare decorazioni natalizie, pesci di carta velina intrecciata e orrendi soprammobili con tappi di sughero.
Ricordo ancora la faccia di mio padre quando vide il cinque in mezzo ai sette e agli otto della pagella: e questo cos’è?! In applicazioni tecniche?? Ma se sei bravissima in disegno! Cercai di spiegargli che qui non si trattava di disegnare, ma che la professoressa era una tipa che sembrava uscita dalle pagine di “Piccole donne”: una con uno chignon grigio, il grembiule nero con collettino bianco ricamato e la mania per i ricami, i centrini all’uncinetto e i cuscini di lana. Gli mostrai il libro che ci toccava leggere sull’economia domestica, con le fotografie di brave massaie che smacchiavano i capi invernali prima di riporli per la bella stagione, o che preparavano la conserva di pomodoro per l’autunno o facevano scopette portafortuna in rafia o portaforbicine in panno lenci.
Io odiavo le applicazioni tecniche, odiavo lei, il suo modo di parlare, odiavo i suoi cazzi di cuscini e le sue cazzo di lezioni, cazzo! (non dissi cazzo né cazzi). Non dissi neanche che al momento stavo leggendo “L’eunuco femmina” di Germaine Greer che avevo trovato tra i libri di mio fratello, perché mio fratello portava a casa anche Playboy e altri libri strani che forse non avrei dovuto leggere, anche se nessuno mi aveva mai detto niente a proposito.
Non ci capivo molto, nel libro, ma quello che diceva sulle donne mi pareva giusto e nuovo. Molto più di tutte quelle menate su centrini e brave donne di casa.
Mio padre disse che sarebbe andato a parlare con la professoressa di Applicazioni Tecniche, e la cosa mi sembrò stranissima perché i miei non andavano mai a parlare con i miei insegnanti. Tanto cosa vuoi che mi dicano? Che sei brava? Beh, sì, per esempio, pensavo io. Tanto lo sappiamo già. Ma le cose funzionavano così, a casa mia.
Aspettai con una certa ansia il giorno in cui mio padre andò a parlare con la mia insegnante. Probabilmente aveva anche dovuto prendere un giorno libero al lavoro, e questo mi faceva sembrare la cosa ancora più importante.
Eppure la mattina in cui tornò dal colloquio a scuola, è uno dei bei ricordi che ho di mio padre. Aspettavo in camera mia, facendo finta di niente, probabilmente facendo finta di studiare, in realtà sperando che venisse a dirmi qualcosa.
Lui socchiuse la porta, mise dentro la testa e mi disse, con un mezzo sorriso: “sono andato a parlare con la tua professoressa” e aggiunse, un po’imbarazzato: “cerca di lasciarla perdere” “lasciarla perdere?” che voleva dire? da quando si potevano lasciar perdere i professori? “Massì, non l’hai vista com’è? Con il suo grembiulino nero, il collettino bianco, i suoi quadernoni”, fece un sorriso:  “Cerca di finire il cuscino, piuttosto”. E chiuse la porta.
Il cuscino all’uncinetto: un orribile affare che cercavo di lavorare con un apposito uncinetto e pezzetti di lana bianca e blu da annodare a righe bicolori su un canovaccio rigido di plastica bianca, me lo portai avanti e indietro da casa a scuola per tutti i tre anni delle medie. Chiuso in un sacchetto di nylon con le sue matassine bianche e blu e il suo uncinetto, rimase poi per anni su uno scaffale in alto del ripostiglio delle scope. Quando lo buttai via non l’avevo ancora finito.

 

FERRAGOSTO

14 agosto 2010
Son tutti a letto, a dormire, o in giro, nelle camere d’albergo, nelle case in affitto a bestemmiare col maltempo, o a far l’amore tirando poi un po’su la coperta estiva, ché fa freddino, poi, a star lì distesi a riprendersi, a fumare, a guardare la schiena dell’altro, a raccontarsi, a far finta di niente, a guardar fuori della finestra. Oppure guardano la televisione. Si son presi pacchi di dvd al noleggio, che è previsto brutto per tre, quattro giorni. O nelle sale comuni degli alberghi a distillare il tempo tra bambini che corrono, urlano, piangono, vociare di gruppi famigliari, chi decide di uscire lo stesso a far quattro passi, pantaloni corti sulle gambe abbronzate, scarpe sportive e ombrelli colorati, chi prende la macchina e va al centro commerciale o in sala giochi.
E fuori una pioggia convinta, metodica, intenta a fare il proprio mestiere senza distrazioni.
 
I neri del terzo piano del civico 4 sono tutti sul terrazzino prima di pranzo. Una donna sta in piedi, di spalle, vestita di rosa chiaro, i capelli tirati su, un bambino appoggiato sul fianco sinistro che quasi pende fuori dal parapetto e parla rivolta all’interno. Un ragazzino entra ed esce saltellando, due uomini parlano, si affaccia un’altra donna, si ferma, parla con la prima, rientra in casa. Le voci esplodono, sbottano nell’aria come petardi dentali e gutturali, ricadono sui muri e rimbalzano e prima che si affloscino sul prato di sotto, altri petardi scoppiano a ripetizione nell’aria umida.
Sul terrazzino del secondo piano esce un bambino, poi un altro, guardano in giù, verso il prato deserto e bagnato di pioggia, non vedono niente, allora guardano in su. Esce il padre, guarda in giù e poi in su anche lui. Rientrano in casa.
 
Lei da sola ha tirato su il figlio ormai sedicenne. Vivono da soli, loro due. Fa la cameriera in pizzeria, non lontano da casa. Però è iscritta alla palestra dei fighi, quella con la reception all’entrata, la sala wellness e i massaggi e i trattamenti di bellezza, e da come si comporta con i maschi in sala attrezzi, spero per lei, dice la vicina che frequenta la stessa palestra, anzi per suo marito, che siano separati. Esce dal portone per portare la spazzatura. Magra, i capelli corti, mossi, castano scuro, un po’piegata in avanti come intenta sempre a cercare di essere già un passo oltre, le gambe che vanno un po’all’infuori, tese e veloci, il braccio rigido del sacchetto della spazzatura. Il figlio un passo indietro, riccioluto, molto più alto, un po’curvo, che le dice qualcosa piano, dolce e remissivo e la segue fino al cassonetto. Camminano, come niente fosse, sotto la pioggia. Poi tornano indietro lei sempre più avanti, mormora qualcosa, lui dietro risponde piano, finché spariscono dietro l’angolo.
 

MALARIA E ACQUA DI COLONIA

12 aprile 2010

Della sua guerra personale, tra il 1940 e il 45, mio padre di solito raccontava solo che lui aveva fatto il militare in Sardegna quando ancora non c’era la Costa Smeralda.
Lo diceva sorridendo, come se fosse stata una cosa divertente, ma non aggiungeva molto altro.
O forse lo aggiungeva, ma io allora non avevo orecchie per sentirlo.
La vita di mio padre, prima che fosse mio padre, all’epoca forse, anzi di sicuro, mi sembrava qualcosa di poco importante e certi episodi, magari sentiti più volte, e più volte orecchiati distrattamente, durante un viaggio in macchina, o durante qualche cena o pranzo in famiglia tra parenti più curiosi o più interessati di noi figli, rimangono nebulosi e vaghi, come favole o racconti lontani.
Così ancora oggi non so, né ormai lo saprò più, purtroppo, quando tempo mio padre rimase in Sardegna durante la seconda guerra mondiale, né cosa là ci fece.
I ricordi si annebbiano nel tempo, e adesso, quando mi capita di pensarci, non so più distinguere se certi racconti erano opera di fantasia, come quando raccontava che era stato Ammiraglio, o Tenente di Vascello, o Cuoco sulla Forrestal, a seconda dei casi, se per esempio, aveva appena finito di cucinarci uno di quei suoi risotti acquosi e voleva convincerci a mangiarlo, o se davvero una volta, durante una di quelle giornate che immagino immobili e smarrite, blu di mare e azzurre di cielo, e polverose e lente e calde e infinite, tra baracche di legno tirate su alla bell’e meglio su uno spiazzo bianco e solitario di terra in mezzo alla campagna sarda, come risulta dall’album di foto che ho trovato stasera nel trumeau a casa di mia madre, e il cagnolino bianco Tenente Bobi, e le piante di fichi d’India e le agavi e le foto in posa in divisa, vicino alla mitragliatrice, o davanti alla finestra della baracca, lui e i suoi commilitoni artiglieri, avevano davvero sparato a un aereo di passaggio che si era poi rivelato un aereo alleato.  papà
Di quale alleanza fosse, non so neanche questo, perché la futura Costa Smeralda della guerra di mio padre, non ha neanche una collocazione storica. Probabilmente fu nel primo periodo della guerra, quindi mio padre aveva solo 21 o 22 anni.
Di sicuro so che prese la malaria, che probabilmente fu curata molto male, perché poi, negli anni, gli capitavano certe strane febbri notturne, e allora, alla luce bassa e inconsueta della abat-jour sul suo comodino, e silenziosamente, che forse non voleva spaventarci, da parte di mia madre era tutto un improvviso correre a portargli coperte, e la borsa dell’acqua calda e ancora coperte, che sembravano non bastare mai, nonostante sudasse ma allo stesso tempo tremasse di freddo.
Forse era stato durante uno di quegli attacchi di febbre, che a me, sgomenta e ammutolita, in piedi a fianco del letto senza saper che fare, ma senza voler mostrare di essere spaventata, ché a casa mia le malattie si affrontano facendo finta che non sia nulla, mentre mia madre, ironizzando di mummie, gli avvolgeva addosso un’altra coperta, aveva detto tremando ma con un mezzo sorriso, che non dovevo aver paura, e chi aveva paura?, che sarebbe passato presto, ché era colpa della malaria che aveva preso quella volta in Costa Smeralda.
Io non sapevo dove fosse la Costa Smeralda, né cosa fosse la Forrestal, né sapevo bene cosa fosse la malaria, che forse fu, ridendo e scherzando, anche una delle cause della malattia che se lo portò via, alla fine, ma come spesso succede da bambini, fondevo realtà e fantasia, accettavo che comunque la situazione non fosse preoccupante, perché il mattino dopo il papà era lì, rimesso a nuovo, e bello e pronto ad andare al lavoro dopo essersi fatto la barba, quella barba nera e pungente che gli cresceva come un’ombra scurissima già la sera, e poi, intorno al viso, la notte, e dopo aver lasciato in bagno il profumo del suo dopobarba, quella sua Acqua di Colonia “No.4711” che tengo ancora di là, in camera, e di cui ogni tanto verso qualche goccia sul polso e annuso, tanto per sentire ancora, come tanti anni fa, quando da ragazzina entravo in bagno dopo di lui, per lavarmi e andare a scuola, il profumo del mio papà.

RADICI II

21 gennaio 2010
Giù, nella tomba, il freddo sembra più denso, chiuso. L’aria è mossa solo dal rumore dei colpi degli operai che in quattro si alternano con mazze, seghe e scalpelli a cercare di far passare la bara di legno chiaro attraverso il loculo nel muro.
Pare che ora, le bare, per legge, vadano fatte di una certa misura. Più larghe dei piccoli loculi di una volta.  
Sarebbe quasi macabro, veder segare una bara, la bara della zia A., qui sotto, nella tomba di marmo chiaro, da quattro uomini vestiti di nero, se non fosse così severamente reale.
La zia verrà sistemata in basso, a sinistra.
A fianco, intorno, in alto, a destra, a sinistra, riconosco trasalendo il mio cognome ripetuto una decina di volte, in piccole lettere di metallo bruno, accostato a nomi antichi. Qui tutti sanno come mi chiamo.
Guardo su e vedo quello che sembra sia un mio cugino. È rimasto sulla scaletta di ferro, a metà strada. A fianco l’ha raggiunto il suo bambino, biondo, pallido, vestito di nero. Lui si abbassa e gli dice qualcosa.
Gli altri sono rimasti tutti fuori, sparsi per il vialetto di ghiaia, nella nebbia.
Alla mia destra, sorridente da una foto ovale, smaltata, mio padre. Lo guardo un po’sorpresa. Chi avrà scelto questa foto sconosciuta, quella volta? Con questa giacca sportiva anni settanta e questa mezza torsione un po’forzata dal fotografo di fototessere. A lui di sicuro non sarebbe piaciuta. Si vede troppo quella piccola cicatrice che tentava sempre di nascondere sotto i capelli radi. Solo lui ormai la vedeva, nessuno ci avrebbe mai fatto caso.
Cerco i suoi occhi, ma lo sguardo fugge via, alla mia sinistra. Gli avranno detto: non guardi in macchina, guardi dietro, sopra la mia spalla. E così, senza guardare, anche il sorriso non sapeva bene dove andare. E rimane lì, un po’perso nel vuoto. Sollevo la mano e stupita mi ritrovo nel gesto visto mille volte (ma dove, dove l’ho visto? al cinema, in brutti telefilm, nei libri? ma che diavolo di libri leggo, allora?): pulisco la foto con il palmo della mano. Cos’è? Una carezza? Eppure non c’è polvere. La zia veniva spesso qui o mandava un custode. Me lo diceva al telefono: sai, sono stata dal tuo papà, ho fatto pulire tutto e ho messo due belle piante verdi, perché quelle che c’erano prima non sono durate niente e poi perdevano le foglie. Invece così è tutto bello pulito. Io dicevo: ah sì? Non sapevo se dirlo sorridendo o in tono grave. E nell’imbarazzo e nella sorpresa, mentre riflettevo su quale tipo di operazioni richiede la manutenzione di una tomba, mi chiedevo sempre se dovevo ringraziarla. Finiva che, mentre lei mi parlava di non so chi faceva cosa: aveva portato dei fiori che erano subito morti, o aveva tolto quei vasi, o aveva sporcato o pulito non so che, io giravo avanti e indietro per la casa, con il telefono in mano, chiedendomi cosa diavolo fosse giusto rispondere quando qualcuno ti parla della tomba di famiglia. Quella famiglia. Quale famiglia? La sua. La mia.
 
Quando ero bambina, mio padre mi raccontava che da piccolo, d’inverno, in camicia da notte, prima di entrare di corsa sotto le coperte gelide, nella stanza gelida, con gli arabeschi di ghiaccio sui vetri delle finestre, alla luce pallida della lampada, qualcuno, ma chi? una vecchia governante? una nonna? una sorella più grande? li faceva saltare sui letti, a lui e alle altre due, tre sorelle bambine, e sbracciandosi e balzando per scaldarsi, urlavano in coro:
 
poveri morti!
morti di freddo!
sotto la terra!
Uno!
Due!
Tre!
Via a letto!
 
E di corsa, tra mille risatine, i bambini della mia famiglia si ficcavano a letto.
E ora, eccoli tutti qui, è arrivata anche la zia A., l’ultima.
Bambini miei, sette fratellini, poveri morti, morti di freddo, sotto la terra.
Uno, due, tre.
 
( 2. continua )

RADICI

14 gennaio 2010
Castelletti tra pareti intonacate, simili a piccoli Torrazzi, mura, mattoni rustici, colonnati, ringhiere di ferro battuto, cascine sfondate invase di erbe, antri bui di fienili immensi e vuoti, piazzali di cemento coperti di manufatti e latterizi, villette a schiera giallo canarino e rosa. Palazzoni grigi costellati di parabole, capannoni bassi al fondo di campi coperti di brina e di sottili solchi di acqua opaca di ghiaccio. Filari di pioppi nebbiosi, tralicci luccicanti di acciai, piccoli ranch colorati nel mezzo della campagna coperta di stoppie, casolari abbandonati, stalle lunghe e piatte sull’orizzonte di montagne azzurro cobalto. Un Bar Condicio e un Bar Stasiù a ridosso di due piccole stazioni.
Poi, dopo il cambio a Brescia, dai finestrini del regionale tra Treviglio e Cremona, alle dieci del mattino, la nebbia si taglia a fette con il coltello. Nel treno vuoto cerco un vagone dove funzioni il riscaldamento. Nel secondo vagone, un vecchio, schiacciato tra il sedile e un finestrino, un berretto di lana marrone calzato fino agli occhi, mi guarda, gli occhi due pieghe tra le rughe e il taglio della bocca, e si anima tutto. Vuole farmi una domanda, lo capisco già appena apro la porta del vagone, e capisco che sarà difficile. La sua bocca si mette in movimento, vedo un dente tra lingua e mascelle, un grande sforzo di organi interni, e alla fine sento: CA A VIA GGIO. “Cosa?” dico io fermandomi. CA VA AA GGIO. Forse non mi sta chiedendo qualcosa, penso. Forse è solo un’affermazione, chessò: “che bel viaggio!” anche se a guardarmi intorno proprio non direi, oppure si vuole dire contento della sua “Cartaviaggio”, ma a guardarlo bene non sembra l’utente ideale della carta punti di Trenitalia. O parla di un “che vantaggio!” ? E su cosa? Sull’intercity? Sull’eurostar?
“Mi scusi, non capisco!”, dico io, mentre lui per la terza volta mi ripete CA A VA GGIO!! Pure spazientito. E c’ha ragione. Quella giusta hai beccato, caromio. Perché tra mille possibilità puoi stare certo che vaglierò tutte quelle assolutamente inutili, improbabili e illogiche. E certo, pare che su questo treno che scarrozza tra le nebbie della pianura padana di un lunedì di gennaio, siamo solo io e te. CAAAAA VA GGIO!!!!!!! Ripete lui. Mi concentro. Ok cosa diavolo può volermi chiedere un vecchio male in arnese su una littorina di fine ventesimo secolo in viaggio tra Treviglio e Cremona, indicando con il pollice guantato la direzione di corsa del treno? Già. Cretina. Se il treno ferma a Caravaggio.
 
( 1. continua)
 

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