Archive for novembre 2010

APPLICAZIONI TECNICHE

28 novembre 2010

Sono ancora qui, con il pacchettino dei miei temi di bambina di quinta elementare, il quaderno di italiano della prima media, un altro quaderno di temi della quinta ginnasio.
E poi quadernoni di matematica, grafici su fogli di carta millimetrata, problemi di geometria su foglio protocollo.
E poi il quadernone che tenevamo per quella materia assurda che erano le Applicazioni tecniche, in cui riuscii a prendere un cinque nel primo trimestre della prima media, pieno di ritagli di tessuto, disegni di spiegazioni minuziose per realizzare decorazioni natalizie, pesci di carta velina intrecciata e orrendi soprammobili con tappi di sughero.
Ricordo ancora la faccia di mio padre quando vide il cinque in mezzo ai sette e agli otto della pagella: e questo cos’è?! In applicazioni tecniche?? Ma se sei bravissima in disegno! Cercai di spiegargli che qui non si trattava di disegnare, ma che la professoressa era una tipa che sembrava uscita dalle pagine di “Piccole donne”: una con uno chignon grigio, il grembiule nero con collettino bianco ricamato e la mania per i ricami, i centrini all’uncinetto e i cuscini di lana. Gli mostrai il libro che ci toccava leggere sull’economia domestica, con le fotografie di brave massaie che smacchiavano i capi invernali prima di riporli per la bella stagione, o che preparavano la conserva di pomodoro per l’autunno o facevano scopette portafortuna in rafia o portaforbicine in panno lenci.
Io odiavo le applicazioni tecniche, odiavo lei, il suo modo di parlare, odiavo i suoi cazzi di cuscini e le sue cazzo di lezioni, cazzo! (non dissi cazzo né cazzi). Non dissi neanche che al momento stavo leggendo “L’eunuco femmina” di Germaine Greer che avevo trovato tra i libri di mio fratello, perché mio fratello portava a casa anche Playboy e altri libri strani che forse non avrei dovuto leggere, anche se nessuno mi aveva mai detto niente a proposito.
Non ci capivo molto, nel libro, ma quello che diceva sulle donne mi pareva giusto e nuovo. Molto più di tutte quelle menate su centrini e brave donne di casa.
Mio padre disse che sarebbe andato a parlare con la professoressa di Applicazioni Tecniche, e la cosa mi sembrò stranissima perché i miei non andavano mai a parlare con i miei insegnanti. Tanto cosa vuoi che mi dicano? Che sei brava? Beh, sì, per esempio, pensavo io. Tanto lo sappiamo già. Ma le cose funzionavano così, a casa mia.
Aspettai con una certa ansia il giorno in cui mio padre andò a parlare con la mia insegnante. Probabilmente aveva anche dovuto prendere un giorno libero al lavoro, e questo mi faceva sembrare la cosa ancora più importante.
Eppure la mattina in cui tornò dal colloquio a scuola, è uno dei bei ricordi che ho di mio padre. Aspettavo in camera mia, facendo finta di niente, probabilmente facendo finta di studiare, in realtà sperando che venisse a dirmi qualcosa.
Lui socchiuse la porta, mise dentro la testa e mi disse, con un mezzo sorriso: “sono andato a parlare con la tua professoressa” e aggiunse, un po’imbarazzato: “cerca di lasciarla perdere” “lasciarla perdere?” che voleva dire? da quando si potevano lasciar perdere i professori? “Massì, non l’hai vista com’è? Con il suo grembiulino nero, il collettino bianco, i suoi quadernoni”, fece un sorriso:  “Cerca di finire il cuscino, piuttosto”. E chiuse la porta.
Il cuscino all’uncinetto: un orribile affare che cercavo di lavorare con un apposito uncinetto e pezzetti di lana bianca e blu da annodare a righe bicolori su un canovaccio rigido di plastica bianca, me lo portai avanti e indietro da casa a scuola per tutti i tre anni delle medie. Chiuso in un sacchetto di nylon con le sue matassine bianche e blu e il suo uncinetto, rimase poi per anni su uno scaffale in alto del ripostiglio delle scope. Quando lo buttai via non l’avevo ancora finito.

 

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THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN’

28 novembre 2010

camussoCazzo, finalmente una donna normale in un posto di responsabilità. Una che non è strafiga, non è in linea, non è tirata a lucido, si veste come una qualsiasi persona, ha delle meches orrende, non mostra le tette, non ha due cannoli al posto delle labbra, una che porta malissimo i suoi anni e, anzi, non si trucca neanche e soprattutto una che sembra davvero credere in quello che dice.
Ahhhhhh che sospiro di sollievo.
Praticamente una vera.

TEMA

27 novembre 2010

 
tema2
Ho ritrovato un mio tema. Scritto nel 70, in quinta elementare.
 
Per inciso, non faccio per vantarmi, ma per sottilineare come era la scuola una volta, ma un tema così grammaticalmente corretto, (a parte il bellissimo “enti provvidenziali”  anziché previdenziali, che ha comunque un suo senso tra il religioso e il fatalista), ora non lo scrivono neanche in quinta liceo. (anzi, sì, mi vanto).
 
A parte questo, le cose che colpiscono sono anche altre:
 
che nel 1970 una bambina di undici anni sapesse che esistono i sindacati, gli enti provvidenziali e che i lavoratori avevano conquistato dei diritti rispetto a quanto avveniva pochi anni prima. 
 
che nel 1970 fosse normale parlare, probabilmente anche a scuola, oltre che in televisione e sui giornali (Lama, Storti e Vanni me li ricordo ancora oggi), di sindacati e di diritti dei lavoratori come di cosa positiva e da tenere in grande considerazione.
 
che nel 2010 invece la scuola fa schifo, dei diritti dei lavoratori se ne fregano tutti e che vecchiaia e malattia e famiglie in miseria sono ritornati a essere uno spauracchio come nell’ottocento.
 
Mi mantengo diversamente giovane facendo la lavoratice precaria, pagata con prestazioni occasionali e sperando nella provvidenza anziché negli enti provvidenziali. Con la pensione che avrò potrò comprarmi un paio di uova sode al mese che daranno il loro contributo in proteine.
La cosa bella è che saremo in tanti, ma proprio tanti nella stessa situazione e quindi il mal comune diventerà mezzo gaudio, ma nel frattempo io credo che, come dicevo nel post fotografico di ieri, dovremmo proprio cominciare a incazzarci. Ma di brutto.
 
 
Osservando un cantiere di lavoro, penso…
 
Tempo fa andai con mia madre alla fabbrica dove lavora il babbo.
Arrivate ci ha aperto il cancello il portinaio che abita lì. A me sembrava tutto tranquillo intorno alla fabbrica, ma appena entrate un frastuono colse le nostre orecchie.
Attraversando il capannone mi guardavo intorno: c’erano molti macchinari di diverse specie e ne chiedevo l’uso a mio padre che ci faceva da guida attraverso quel labirinto di ferro.
Saliti nel suo studio mi sono seduta su una poltrona girevole, e da lì essendoci un vetro che permetteva la visione della fabbrica, ho guardato.
Lo sguardo mi cadde su un operaio che lisciava i tubi passatigli.
Teneva in mano un pezzo della sua macchina e lo mandava avanti e indietro, mentre sotto passavano i tubi, che finivano come risucchiati nella macchina; pensavo che se quell’operaio avesse un colpo di sonno, cosa gli succederebbe?
Oggi abbiamo tutti gli enti provvidenziali che prevedono gli infortuni, abbiamo i sindacati che difendono gli interessi degli operai di ogni categoria, coloro che lavorano non sono più sfruttati come una volta quando lavoravano dieci  o dodici ore stipendiati pochissimo, senza pensione, così che la vecchiaia  e la malattia erano come uno spauracchio, perché dovevano lasciare in miseria la famiglia.
Finalmente dopo molto tempo sono riusciti ad ottenere ciò che gli spettava.
Cosa farebbe l’operaio che deve mantenere una numerosa famiglia, se gli succedesse qualcosa? A questo hanno pensato tutti gli enti che esistono in Italia.

INCAZZIAMOCI !!!

26 novembre 2010

firenzebresciamargherascoassesenato

PAUSIAMO?

5 novembre 2010

Si scherzava, con i ragazzi del corso, durante la pausa. Beh, ragazzi. Sono tra i 25 e i 50 anni, ma non so perché, sarà che son disoccupati, e quindi un po’ bloccati a uno spazio tempo indefinito, sarà che gli faccio lezione, ma mi viene da chiamarli ragazzi. Qualcuno mi da del tu, qualcuno non ci riesce proprio e continua con il lei, qualcuno alterna il tu al lei.
Pausiamo? Ho cominciato a dire io a un certo punto, qualche giorno fa, dopo qualche settimana, ché ormai avevo preso confidenza, e anche loro ora mi chiedono, quando sono le dieci passate e il banco comincia a stargli stretto, i concetti ad accumularsi senza scopo: pausiamo? Sarà che con tutto l’inglese che ci facciamo ogni giorno, quattro o otto ore filate, uno poi comincia anche a coniugare i verbi all’anglosassone, e trasformare i sostantivi in verbi. E così, si scende giù, in strada. Prima la Federica comincia piano piano a rollarsi una sigaretta in fondo alla classe: tira fuori i filtrini, (quando li ho visti sul suo banco, li ho scambiati per i tappi di gomma per le orecchie), il tabacco, le cartine, e una macchinetta tipo una mini-impastatrice. La mamma della mia amica Anna ne aveva una così, quando eravamo piccole, per tirare la pasta dei crostoli o dei cannoli. Era siciliana, ma aveva sposato un veneto, e alternava crostoli e cannoli.
Comunque, si scende giù in strada e c’è chi fuma, chi si mette dall’altro lato della strada, nell’angolo di sole, ritagliato tra le facciate delle case, chi va al baretto. Io a volte non scendo, sto in classe a pensare a cosa fargli fare dopo, a volte scendo in ritardo mentre sono tutti lì, davanti al portone, a raccontarsi qualcosa, allora propongo: barettiamo? Qualcuno dice: ma io ho già barettato. Vengo io, dice un altro, e si va al baretto. Oggi sono scesa, ma avevo già bevuto un tè alla macchinetta, di sopra. Niente baretto? fa Roberto. No, grazie, dico io, ho già preso il tè di sopra. Ecco, fa lui, oggi hai già preso il tè, domani non scendi, o se scendi non vieni al bar. Non riesco mai ad offrirti niente! Sei troppo imprevedibile, dice ridendo. Io imprevedibile? dico io, sorridendo. Sì, sì, e poi non si sa niente di te, sei imprevedibile, ed ermetica. Ecco sì, sei ermetica! Stefano, a fianco, annuisce. Io? dico, ma come? io ermetica? Ma se sono un libro aperto! E Stefano, approvando, da dietro i suoi occhialetti, con la sua voce calma: un libro aperto, sì, ma scritto in inglese.

 


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