Archive for dicembre 2007

BUON ANNO

31 dicembre 2007

E per farvi gli auguri di Buon anno, riciclo un’altra delle lettere scritte agli amici l’anno scorso dalla Nuova Zelanda. Lo so, non è carino, ma vi assicuro che, se guardo dalla finestra, il paesaggio urbano che potrei descrivervi è senz’altro peggiore di quello della cittadina di Paihia, nella Bay of Island, Nuova Zelanda.

In primo luogo perché a Paihia non c’è un paesaggio urbano, ma un paesetto con davanti una baia piena di isole verdissime e appena più in là, usciti dalla Baia delle Isole, l’Oceano Pacifico. E poi tanto oceano, tanto oceano, tanto oceano fino ad arrivare in Sud America, in Cile.
Insomma, tutta quella parte di mappamondo coperta di acqua, che attraversa anche la linea del cambiamento di data, tanto che partendo da Sydney alle sette di sera della domenica, si arriva a Los Angeles alle sette di mattina della domenica, guadagnando un giorno nella propria vita.

Mi piace ritornare, almeno con il pensiero, in Nuova Zelanda, l’Arotearoa, la "terra dalle lunghe nuvole bianche" dei Maori per quella sensazione di friendly & easy che c’era nell’aria. E non solo a Paihia che è un paesetto, ma anche a Rotorua, Wellington o Christchurch, una capitale da 250,000 abitanti. Tutto così diverso dall’Italia schizzata e fantasmagorica che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma, per ora non si può, quindi rileggiamoci le vecchie lettere.

DOVEVATE VEDERMI QUESTA MATTINA

Dovevate vedermi questa mattina mentre tornavo verso casa lungo la Marsden Road, la strada che corre in alto sulla costa, lungo la spiaggia di Paihia, e incominciava a cadere una pioggia leggerissima.
Mi ero portata dietro l’ombrellino verde omaggio della europcar, ma un po’ mi vergognavo ad aprirlo perche’ qui nessuno usa l’ombrello, un po’ se l’avessi aperto il solito vento teso del sud me lo avrebbe portato via, e cosi’ mi sono messa in testa il cappellino stile Mr Crocodile Dundee che mi ero appena comprata e sono andata avanti nelle intemperie. Sembravo una vera Kiwi, come amano affettuosamente autodefinirsi i neozelandesi, dal nome del volatile nazionale, il kiwi appunto, una specie di quaglia pelosa dal becco lungo.

Mentre camminavo, incontravo ragazzine neozelandesi in canottiera e calzoncini con i doposci con il pelo, coreani in giacca a vento e scarponcini da trekking, ragazzoni australiani in braghette corte e piedi nudi, signore americane con poncho etnico in puro stile maori in lana con applicazioni di piume di presunta gallina, ragazze giapponesi in tacco a spillo, coppie anzianotte inglesi con zainetto e sandali con calzino, famiglie di indiani con donne col sari e bambine in t shirt con la faccia di Homer Simpson.
Uno strano destino nella scelta dell’itinerario, ha voluto che nel mio viaggio arrivassi prima in Giappone, il paese delle regole, del conformismo e dell’omogeneita’, e poi in Nuova Zelanda che a me, solita turista per caso, appare proprio come l’esatto contrario.
Uno dei primi pensieri che ho avuto arrivando qui, e’ stato che ci sono paesi dove si nasce e si resta per sempre, paesi chiusi, vecchi, gravati forse dal peso di una storia millenaria, dove le abitudini, le tradizioni o chissache’, possono rendere la vita pesante, soffocante, e dove l’esistenza deve per forza incanalarsi su binari gia’ tracciati. Paesi stanchi ma comunque ricchi, dove finisce per arrivare un’emigrazione povera in cerca di pura sopravvivenza, ma piena di energia.
E poi ci sono i paesi dove invece si arriva dopo aver cercato altrove, paesi giovani come questo, dove la casa in pietra piu’ antica della nazione viene riportata sulle guide e data 1833, paesi senza storia, (o comunque con una storia documentata breve), che cercano di darsene una a fini turistici, e allora anche il sasso dove per caso il Capitano Cook (uno dei primi europei ad arrivare fin qui nella seconda meta’ del 1700), si e’ appoggiato una sera perche’ era sbronzo, assume connotati storici. (questa me la sono inventata, ma il concetto e’ quello). Paesi come la Nuova Zelanda, dove arriva un’emigrazione piu’ ricca, intraprendente, fatta di chi non ce la faceva piu’ a stare dove stava, di sognatori, di chi dice: ricomincio da tre o quattro, perche’ tre/quattro cose gia’ ce l’ha, di amanti del cambiamento, del nuovo, del diverso e di uno stile di vita piu’ semplice.

"Take it easy" o "I’m easy like a Sunday morning" e anche un po’ di " carpe diem" mi venivano in mente stasera in spiaggia al tramonto, mentre guardavo due tipi che, uno con l’acqua alla vita, l’altro lungo il bagnasciuga, camminavano in mare a una decina di metri di distanza l’uno dall’altro trascinando una piccola rete da pesca. Fatti un duecento metri, si sono fermati e hanno tirato la rete verso la spiaggia. Ne sono usciti una dozzina di pescioni luccicanti e guizzanti, qualche pesciolino piccolo e argenteo che hanno ributtato in mare e qualche granchietto. Lentamente, scherzando con qualche turista che si era avvicinato, hanno districato i pesci dalla rete, li hanno messi dentro un secchio, ci hanno buttato sopra la rete e se ne sono andati.
In quel momento niente mi e’ sembrato piu’ facile.

Ecco, mi sembra un buon augurio per l’anno che arriva: che l’anno nuovo sia per tutti quanti easy, lieve, diverso, sereno e fecondo: come buttare le reti in mare lungo una spiaggia al tramonto per portarsi a casa la cena.

buon anno a tutti.

un abbraccio.

E.

I PIU’ TRISTI

30 dicembre 2007

Ok. per dimostrarvi il mio lato leggero, invito tutti i miei lettori e tutti coloro che transitano giornalmente per questa pagina, e dovreste essere una decina, me compresa, a fare la classifica dei tre film più tristi mai visti. Insomma, i film vi hanno fatto piangere.
Per gli uomini, valgono anche quelli in cui avreste voluto piangere ma vi siete trattenuti. E’ possibile anche indicare una scena in particolare.

Questa è la mia classifica:

1) Il cacciatore                   (tutto)
2) Billy Elliot                       (un po’ tutto)
3) Colazione da Tiffany    (l’ultima scena in cui Gatto viene abbandonato sotto la pioggia) (Terribile!)

Attendo le vostre classifiche. Non lasciatemi piangere da sola!

FAMIGLIE

28 dicembre 2007

Sette o otto anni fa, seduta in un corridoio dell’ospedale regionale di T., stavo aspettando il mio turno per una visita nel reparto di pneumologia. Per rassicurarvi e non farvi pensare che questo blog sia contagioso, (qui siamo in piena paranoia da contagio da meningococco), vi dirò pure che soffro solo di allergie ai pollini, ma che il mio allergologo aveva ritenuto opportuna una visita pneumologica. Mi ritrovai così in mezzo ad una decina di persone, perlopiù anziani, che respiravano come mantici, tossivano come orchi, emettevano sibili e fruscii ad ogni inspirazione, ed avevano un aspetto decisamente malato.
Accanto a me, forse il più anziano e il più mal messo: un vecchio in tuta blu, come uno che è uscito per andare a curare l’orto e dar da mangiare alle galline, con la berretta in testa e gli scarponi ai piedi, che attaccò discorso in qualche modo e proseguì raccontandomi la storia della sua vita.

Era stato minatore in Belgio, mi disse nel dialetto strettissimo della pedemontana, così diverso da quello piatto e cantilenante della pianura: tutto consonanti mozzate e vocali brevi e chiuse, un anticipo di tedesco tra le colline del prosecco. Era partito giovanissimo, in casa erano in tanti fratelli, forse una decina, la miseria era tanta, ed in Belgio c’era già uno zio che lavorava in miniera.
Erano stati anni durissimi, mi raccontava, e a guardarlo non dovevano essere stati meglio gli anni che erano venuti dopo. S’era preso la silicosi, era malato di polmoni da non so quanti anni, e di sicuro a fare il minatore non si era arricchito. Però si era fatto una famiglia: si era sposato e aveva dei figli, e alla fine di una montagna di patimenti e tribolazioni era tornato a vivere in Italia dove però aveva trovato "tutto ‘sto coléra de imigrati", e dove i suoi risparmi valevano quasi niente.
Era sugli ottanta anni, alto, e da giovane doveva essere stato pure di bell’aspetto. Tutto sommato aveva tenuto botta, nonostante la vita di fatica e malattia condotta fino ad allora. Mi stupivano i suoi occhi azzurrissimi, gli occhi arrossati e infossati dell’anziano che era, ma con l’espressione divertita di un ragazzino. Mi raccontò tutto in modo leggero, sereno. Il suo non era un lamentarsi, ma la semplice cronaca dei fatti.

Ci fu poi una pausa, in cui lui smise di parlare, io annuivo con simpatia, lui con un leggero sorriso sul viso continuava a scorrere sul muro bianco le scene della sua vita, ed entrambi, seduti fianco a fianco sulle seggioline gialle nel corridoio, restammo in silenzio e finimmo per guardarci le scarpe.

Allora lui disse: – L’unica cosa che mi manca è mia mamma.- Io trasalì in silenzio e mi girai a guardarlo. – Mia madre era una donna fredda, – mi disse – mai un bacio, mai una carezza: la tedesca la chiamavano. Era bionda, bella, lavorava dalla mattina alla sera per la famiglia. Quando io partì, avevo dodici anni. Io andai via con mio padre e i miei fratelli maggiori e lei restò qui con i miei fratelli più piccoli. Mi salutò appena quandò me ne andai di casa.- Si girò verso di me con gli occhi chiari bagnati di lacrime: – Ma perché? Perché non è più venuta a trovarmi? Non l’ho più rivista. Morì qualche anno dopo e non l’ho più rivista.- Si passò le mani sugli occhi – Mi scusi sa? mi scusi. – – Ma no, ma di cosa, scherza? Mi dispiace.- Poi rimase in silenzio. Ci volle ancora un po’ prima che lo chiamassero per il suo turno. Io rimasi lì seduta. Quando uscì, ci salutammo e gli feci tanti auguri per la sua salute.

Ogni tanto mi torna in mente il minatore dagli occhi azzurri che a ottanta anni si tormentava ancora per l’amore di sua madre. Ci penso soprattutto quando sento parlare dell’ultima strage in famiglia, quando, per futili motivi, il figlio, la figlia, il fratello, il marito, il suocero, il cognato afferra un coltello o la pistola acquistata in segreto e fa fuori la famiglia.

Magari il motivo è un mandarino: troppo maturo, troppo piccolo, poco sugoso, ma che hai comprato? O il pane, troppo, poco, secco, duro, i soldi, sempre pochi, oppure un comportamento, un atteggiamento, fai sempre così, sei sempre il solito, mai una volta che. Quei sempre e quei mai che dopo anni e anni di abitudine e di quotidianità frizionano su pensieri frustrati e disillusi come carta vetrata su una ferita, e il mandarino troppo maturo che all’improvviso diventa il punto di non ritorno, il motivo per cui non riusciremmo a sopportare per un momento di più nella nostra vita quella tovaglia colorata, quel calendario sul muro, quei piatti e quei bicchieri presi dalla credenza senza accorgersene tutti i giorni per apparecchiare la tavola. E di conseguenza capiamo che non sopporteremmo un attimo di più quella voce, quel viso che puntualmente, solo con la sua presenza, ci ricorda le nostre mancanze, le sue mancanze, i nostri brutti ricordi, i nostri bei ricordi, la nostra casa, com’era, com’è, come non è più o come non sarà mai.
Vicini e parenti poi diranno: persone normalissime. Infatti, tutti siamo persone normali.

 

ISOLATI

25 dicembre 2007

Un bruttissimo fatto di cronaca a qualche giorno dal Natale: una donna rapita e finita come purtroppo tutti sappiamo. Tuttavia, non è di questo che voglio parlare, ma, senza volere in nessun modo mancare di rispetto alla vittima e alla sua famiglia, vorrei dare evidenza ad un qualcosa che ha solo un sottile legame con la vicenda.

Leggo le notizie su Repubblica.it di oggi, e dall’articolo del nostro inviato a Treviso, Piero Colaprico, scopro di essere un soggetto pesantemente a rischio.
Ma non a rischio di rapimento, basterebbe infatti che un aspirante rapitore buttasse un occhio alla mia auto parcheggiata qui sotto per capire che non ricaverebbe molto, anzi nulla, dall’impresa. Il mio rischio, in base alle considerazioni del nostro giornalista, è quello di diventare una delinquentessa, una potenziale rapitrice, una spostata, o comunque una persona sospetta, qualcuno di cui diffidare.
La mia tragica scoperta nasce dalla lettura di questo paragrafo, dove il nostro inviato spiega come gli inquirenti hanno cominciato a tenere sotto controllo il sospettato e a diffidare di lui, (il grassetto è mio, ovviamente):

… Ros di Padova e Nucleo operativo di Treviso studiano la situazione e, d’accordo con Vittorio Borraccetti, procuratore capo di Venezia, "mettono sotto" il falegname. Lo pedinano. Lo controllano. Cercano di ascoltare le sue telefonate. E qui ad alcuni investigatori comincia a ghiacciarsi il sangue nelle vene. Fusaro non chiama nessuno, né nessuno chiama lui. Sposato, separato, un figlio, il falegname-factotum di Bassano del Grappa è un isolato. Continua a fare una vita normale. Fa jogging, prima dell’arresto va a cena con la fidanzata.

Spero che a nessun poliziotto debba mai capitare di dover controllare le mie telefonate, perché si troverebbe a dovere affrontare lo stesso triste e pericoloso stato di ipotermia sanguigna. In poche parole, al questurino, gli si ghiaccerebbe il sangue nelle vene nel constatare che ci sono dei giorni in cui io non telefono a nessuno e nessuno telefona a me.

"E non ha mandato neppure un sms!" direbbe sconsolato, scuotendo il capo, facendo rapporto al suo superiore. "È un’isolata!" esclamerebbe il commissario, con un’aria tra l’interrogativo e l’accusatorio, e telefonerebbe (lui sì!) subito al procuratore. "Eppure, – si direbbero i due – come si spiega che frequenti degli amici, vada in palestra, si fermi a parlare con i vicini, abbia un’aria apparentemente sana e non risulti nulla a suo carico?! Ma i suoi uomini hanno controllato bene? Nessuna pendenza con la giustizia?" "In effetti, – direbbe il commissario – qualcosa ci sarebbe: un’infinità di multe per divieto di sosta! Bisogna ammettere che è un comportamento sospetto. Senza contare perfino una rimozione forzata da uno dei parcheggi riservati ai Carabinieri in Via I. il 20 novembre del 2002." "Ottimo lavoro commissario! Statele alle costole, mi raccomando!".

Un’altra considerazione sulle riflessioni del Colaprico mi si presenta spontanea anche leggendo l’inizio dell’articolo:

TREVISO – Un uomo grande, grosso e un po’ "fuori", che s’arrangiava in vari lavori e sognava – letteralmente – la bella vita. Una donna sola, non felice, che voleva rendersi autonoma dallo studio da notaio del padre, prossimo alla chiusura. Chissà, forse in altre situazioni, due esseri umani fatti cosi, due coetanei quarantenni, avrebbero potuto anche aiutarsi e sostenersi.

La considerazione è questa: minchia Colaprico, ma che cazzo scrivi? 

 

 

 

 

NATALE ESTERO

24 dicembre 2007

merry xmasEsattamente un anno fa, di questi giorni, ero in giro per il mondo. Ero appena stata in Giappone per quasi tre settimane, e nei giorni che precedono il Natale ero approdata in Nuova Zelanda.

Uno dei connotati di cui sono più carente è il senso di appartenenza, e anzi, come per quegli strani casi di organismi umani che hanno gli organi invertiti per cui, il cuore è a destra, il fegato a sinistra e l’intestino gira dalla parte opposta, il senso di straniamento è per me molto più familiare e benefico, per cui passare il Natale dall’altro capo della terra, in mezzo a perfetti sconosciuti, ad una temperatura quasi estiva, mi dava una certa euforia.
C’era tuttavia, soprattutto in Giappone e un po’ meno in Nuova Zelanda, ma come in tutto il mondo, diciamo così, occidentalizzato, una certa ansia natalizia, una frenesia di pacchettini, di decorazioni, di spese superflue, come avviene in tutte le nostre città di questi giorni.

In Giappone, nei grandi magazzini e nei negozi la musica era un perenne "White Christmas" o "Do They Know it’s Christmas Time" o altre famose carole e canzoni natalizie di provenienza angloamericana. La cosa dava da pensare, riflettendo sugli effetti del consumismo globalizzato, considerando che una minima percentuale dei giapponesi è di religione cristiana e che la maggioranza assoluta non parla una parola di inglese. Che cavolo interessa ai giapponesi del Natale sarebbe un mistero se anche noi non conoscessimo bene i tremendi poteri di pubblicità, mode, conformismo e spinta al consumo per soddisfare bisogni solamente indotti. In effetti anche da noi una misera minoranza parla inglese ma ascolta musica angloamericana, però la stragrande maggioranza si professa cattolica e riempie le chiese almeno per la messa di mezzanotte.

Aggiungo qui sotto una delle lettere che scrivevo agli amici mentre ero in viaggio. Mentre la rileggevo, con una punta di nostalgia mi sono ricordata di tutti gli internet point che ho girato, dove scrivevo su tastiere giapponesi, neozelandesi, australiane, ingegnandomi a trovare lettere e segni di interpunzione. Non ho corretto tutte le e accentate sbagliate, i po’’ e le a’.
Per un pochino sembrerà di essere dall’altra parte del mondo: è il mio modo di fare gli auguri a chi mi legge e che per le feste vorrebbe essere altrove.

MERRY XMAS

Cari voi tutti,

vi scrivo da una casetta silenziosa a duecento metri dal mare. Dietro di me una foresta di alberi strani, mai visti prima, davanti a me, oltre un pugno di altre casette basse, la strada, la spiaggia, e oltre il promontorio che chiude questa piccola baia, l’Oceano Pacifico.
Alla fine sono arrivata a Paihia, nella Bay of Islands, nel nord della Nuova Zelanda. Qui è notte, e da pochi minuti è la vigilia di Natale. Ieri tornando a casa, dalla strada che corre alta lungo la spiaggia ho guardato giù’ e sulla sabbia bagnata qualcuno aveva scritto: MERRY XMAS. Ho fatto una foto perché non avevo mai visto gli auguri di Natale scritti sulla sabbia in riva al mare.

Anche in Giappone, festeggiano il Natale, non si capisce bene il motivo.
I Giapponesi impazziscono per il Natale, e forse non solo a fini consumistici, perché impazziscono anche per tante altre cose, come le feste di matrimonio all’occidentale, ma con la benedizione in un tempio shintoista o i centri commerciali realizzati come piccole piazze italiane, con tanto di cielo che cambia dal giorno alla notte, come da noi con i presepi, la piazza con la fontana stile trevi, e tanto di neve che scende dal cielo finto.
Anche qui in Nuova Zelanda vanno matti per il Natale, ma qui mi sembra un po’ più normale, perché almeno tra maori, inglesi, europei di tutti i paesi, americani e australiani, qualche cristiano dovrebbe esserci. Però mi ha fatto effetto tre giorni fa entrare nella hall della Sky Tower di Auckland, una costruzione di più di trecento metri di altezza, e trovare un enorme albero di Natale con sotto un coro composto da un mix di ragazzi con la faccia da maori, da polinesiani, da occidentali anglosassoni, indiani e asiatici in maglietta nera con le maniche corte e il simbolo degli All Blacks, e sentirli cantare " Silent night " o "Jingle bells" applauditi da un pubblico commosso che scattava fotografie.
Insomma, anche qui e’ Natale.

Il mondo e’ davvero bello perche’ e’ davvero vario. E passare da un Giappone, paese che piu’ uniforme e chiuso di cosi’ non si potrebbe, quanto a cultura millenaria, omogeneita’ della razza, educazione, lingua e tratti caratteristici della societa’, e arrivare in un paese come la Nuova Zelanda dove vive una popolazione che arriva da ogni parte della terra, dove la costruzione piu’antica, a parte la civilta’ maori, ha poco piu’ di duecento anni e dove puoi entrare in un ristorante e mangiare insalata greca come antipasto, fish and chips o tempura giapponese come secondo, e strudel svizzero come dolce, e’ un pochino spiazzante.
Per questo prendo tempo per parlarvi della Nuova Zelanda. L’unico pensiero che mi frulla un po’ scomposto per la testa da ieri e’ questo: ci sono paesi dove si nasce e si resta per mille anni, e ci sono paesi dove si arriva perche’ si e’ cercato altro. Per ora solo questo.

Quanto al Natale nostro: tantissimi auguri a tutti. Di serenita’ soprattutto.

Un abbraccio
E.

ALBERO

20 dicembre 2007

I bambini dall’alto sembrano più piccoli. Bambini che non conosco neanche poi, e chi li ha mai visti qui sulle mura questi. Eppure alla fine siamo una decina, e non so neanche chi sia stato il primo a decidere di fare questo gioco.
Eravamo venuti qui a bere alla fontanella, quando Carlo, quello con la maglia rossa, quello che non parla mai, ha cominciato a salire sull’albero. Nessuno di noi l’aveva mai fatto prima. Tantomeno io e l’Anna che di solito ce ne stiamo sul bastione a giocare tra noi e a guardare i più grandi che giocano a calcio. A lei piace Renato e a me Fabio, ma oggi loro non c’erano, c’erano invece questi che ho già visto a scuola nella quinta del maestro Brandolini, l’unica classe che ha un maestro, l’unico che riesce a tenerli a bada, una trentina e tutti maschi. E non so perché, l’Antonietta, che è vicina di casa dell’Anna e che parla sempre con tutti, ha cominciato a dirgli se giocavamo insieme e loro hanno cominciato a rincorrerci, ma così, senza che fosse un gioco vero, e alla fine noi eravamo stanche e stufe e sudate, e loro pure, e siamo scesi tutti ai giardini a bere.
Carlo ha bevuto alla fontana, e asciugandosi la bocca sulla manica, ha alzato gli occhi sull’albero, ha allungato le braccia, ha fatto un salto, e si è appeso al ramo più basso. Poi è stato un attimo, in due mosse era in alto, sul ramo di sinistra che sembra proprio messo lì per sedersi. Lui si è seduto lì infatti, le gambe penzoloni nel vuoto a guardarci. Qualcuno degli altri gli ha urlato: vediamo se hai il coraggio di saltare adesso. Un altro si è chinato, ha raccolto una manciata di sassolini e glieli ha tirati senza prenderlo. I sassolini sono ricaduti su se stessi, bianchi, lenti, senza forza.
Lui tutto serio, non ha detto niente, ha guardato in giù, si è guardato le scarpe, ha guardato i suoi compagni, e si è buttato. È caduto un po’ storto, secondo me si è fatto male, ma non ha detto una parola.
Allora i gemelli si sono arrampicati sull’albero subito dopo Carlo. Uno si è buttato e uno no. Gli altri l’hanno preso in giro, ma non sono gemelli uguali, sono di quelli diversi, di quelli che capisci chi è uno e chi è l’altro. E l’altro ha avuto paura. Poi sono saliti altri due. Gli altri urlavano e ridevano, sembrava che ormai fosse tutto uno scherzo, tanto che è salita anche l’Antonietta e tutti ridevano perché aveva le gonne e le si vedevano le mutande. Si è seduta sul ramo in basso e urlava che lei mica era matta a saltare e che erano tutti scemi. Alla fine, seduti intorno all’albero, ridevamo tutti e l’Anna mi stava anche dicendo che era tardi e doveva andare a casa, quando non so cosa mi è preso. Mi sono alzata dal muretto e sono andata verso l’albero. L’Anna si è alzata anche lei ma non ha detto niente. Anch’io avevo le gonne, la gonna scozzese. Maledetta la volta che stamattina ho messo la gonna, colpa di mia madre che insiste sempre. I bambini sono stati zitti, io non sapevo bene come fare a salire, non sono mai salita su un albero, ho sempre guardato i miei fratelli da giù, ma non l’ho mai fatto. Forse ho imparato, perché è finita che ora sono sul ramo più alto.

Ho il fiato corto, un gran caldo, un graffio che mi brucia, dietro, sulla coscia, i bambini ora mi urlano di buttarmi, di saltare, ma sono lontanissimi, là in basso, ho paura di farmi male, sicuramente mi prenderò una storta, o cadrò sulla ghiaia e mi rasperò le ginocchia come un mese fa quando con la bici ho voluto fare la discesa della curva in fondo alle mura, o come quella volta ai giardini di Sant’Andrea che sono scivolata giù per la riva e mi sono grattata i gomiti e le braccia sul cemento, e cosa diavolo mi è venuto in mente di salire qui, però non so, non l’ho mai fatto, non ero mai salita su un albero, ecco perché tutti lo fanno, ecco perché i miei fratelli facevano a gara per salirci, perché è bello, è bello da qua, bello vedere i giardini dall’alto, belle le foglie da vicino, verdi, bella l’erba vista da qui, bello questo vuoto in testa, bello non sentire più niente, bello questo ronzio nelle orecchie, questa confusione, bello salire ancora più in alto, sul ramo più alto, bello bello. Bello, volare.

PER FRANCESCA

18 dicembre 2007

Era una bellissima giornata di autunno. Novembre, dicembre, venti anni fa. Di sicuro c’era il sole e non faceva freddo. Eravamo una quindicina, una domenica pomeriggio, e si doveva partire per andare in collina a fare un giro. Due, tre macchine e un paio di moto. Ci si era trovati tutti davanti ad una gelateria sulla statale, già in direzione di Vittorio Veneto. Quella volta mi ero portata la macchina fotografica, avevo da poco una storia con A. e volevo avere qualche sua foto, da tenere e da guardarmi, poi, per conto mio.
Aspettando gli altri, feci una foto di gruppo. Una foto di quelle fatte per caso, di quelle dove si dice: dai venite che facciamo una foto, e tre, quattro sono già piazzati, uno si aggiunge a destra, uno si accuccia ridendo e socchiudendo gli occhi, uno si nasconde un po’ dietro gli altri, uno si aggiunge di corsa all’ultimo momento e rimane un po’ mosso, con l’espressione divertita. Una foto qualunque, né brutta né bella, ma di un attimo felice, di un gruppo dei miei amici di quel momento, tutti tra i venti e trent’anni, prima che quasi tutto iniziasse.
Ce l’ho appesa in camera, da anni, attaccata ad un grande pannello, insieme ad altre foto che, tutte insieme, compongono un’istantanea della mia vita fino ad una decina di anni fa.
Foto qualunque, scelte apposta perché non ricordano niente in particolare, solo la vita, in quel momento.
Delle volte, prima di dormire, chiudo il libro, giro la testa a sinistra e le guardo. Ormai le conosco a memoria. A volte penso che dovrei toglierle, o perlomeno aggiornarle, perché a guardarle sembra che io sia rimasta ferma agli anni novanta. A volte le guardo una per una e mi ricordo ogni momento.

Mi chiedo che fine avrà fatto quel ragazzo conosciuto alle cinque terre, se quella casa al 165 di Gubyon Street a Londra esiste ancora, chi diavolo era quella ragazza presa di schiena insieme al solito gruppo, mi dico guarda come sembrano andare d’amore e d’accordo i miei fratelli in questa foto, e come mi assomiglia mia nipote, che figo mio padre da giovane, che bello che era M. quando ci amavamo, e sorrido a rivedere noi tre disperate sotto la tenda in campeggio.
Mi guardo sorridente e felice a tre anni, un palloncino infilato su uno stecchino in mano e il viso un po’ mosso a tirarmi indietro i capelli, e mi faccio quasi pena a pensare: povera E., così piccola e ancora tutto da fare. Scuole, esami, amori, dolori, delusioni, felicità, illusioni, disperazioni, passioni, e poi ancora delusioni e poi ancora sogni.

Poi, tante volte, ho guardato la foto di quella domenica della partenza per la gita in collina: erano in nove, tra ragazzi e ragazze sorridenti, e spesso negli anni, mentre tutto accadeva, ho pensato quanto la vita è stata dura con tutti. Ma forse non è stata particolarmente dura, è stata semplicemente vita.
Quel caos complicato e incomprensibile a cui tentiamo sempre di dare un ordine, una norma, aggrappandoci a vaghe regole, seguendo di volta in volta il così si fa, il così si dice, il tutti fanno così, o a me va di fare così.
Quell’illogicità di avvenimenti che crediamo di tenere sotto controllo inventandoci orari, tempi, rituali da rispettare che tengano a bada la nostra ansia, la nostra paura del vuoto, la nostra paura di un tempo che sembra infinito e che non sappiamo bene come riempire.
Eppure, a guardare gli occhi sorridenti e fiduciosi di quei ragazzi che ancora non sapevano, o sapevano solo in parte, sembra che nei pochi centimetri di una piccola foto a colori in formato cartolina, la vita si sia accanita, come se in un unico bersaglio avesse voluto lanciare un sacco di freccette.
Freccette malevole, cattive, empie, fatte di malattia, dolore, morte.

L’ultima è stata Francesca. Lei nella foto non c’era. Ancora non era nata, ancora non era stata neanche pensata. O forse i suoi genitori, i miei amici che erano in quella foto, già ci avevano pensato, a lei. Volevano mettere su famiglia e di sicuro ci sarebbero stati dei figli.
Francesca è morta questa mattina. Aveva solo diciassette anni e in motorino stava correndo a scuola. Ho qualche sorridente ricordo di lei bambina, bionda, riccia. Noi amici dicevamo che era G. con i capelli, per quanto somigliava a suo padre, che invece già da ragazzo era rimasto senza capelli. E poi negli anni: Francesca che era bravissima a disegnare e, come sua madre, cantava, ed aveva una bellissima voce.

Franci, non ho parole, che cosa devo dirti, ragazzina? Che cosa devo fare? Che cosa dobbiamo fare tutti quanti? Correrei lì, sull’asfalto, ti solleverei e ti stringerei forte. Se potesse bastare, come nelle favole, come nei videogames, cercherei di passarti la vita con il respiro, con il calore, con lo sguardo, con l’amore. Ti guarderei in faccia e ti direi: vivi, vivi, cazzo Francesca, dai, ti prego, vivi. Ragazzi, davvero, non lo so, che cosa vi dirò quando vi vedrò.
Franci, devo avere ancora un tuo disegno da qualche parte.
Grandi farfalle colorate.

VIAGGIO ORGANIZZATO IN EGITTO

12 dicembre 2007

 "Italia uno!" è il richiamo per il turista italiano che, inorridendo, sento arrivare più volte da egiziani sorridenti sull’uscio delle case o delle botteghe mentre in compagnia di altri sette, otto turisti italiani con relativa guida, attraverso le strade polverose di El Quseir, alto Egitto.

Case di fango e mattoni sgretolati, viuzze maleodoranti, la spazzatura, ammucchiata da secoli ai bordi delle case, che ormai si confonde con il terreno, qualche topo che sbuca dagli anfratti tra una parete e l’altra. Ma molte case sono munite di antenna parabolica che evidentemente capta le reti Mediaset, portando il sogno italiano fatto di ballerine tettute e donne scosciate, pubblicità di automobili con l’abs, di yogurt ai fermenti lattici, biscotti senza colesterolo e telefonini di tutti i tipi tra la gente di questo villaggio del profondo Egitto.
Sulla parete di qualche casa, com’è tradizione, il disegno naif di una nave o più raramente di un aeroplano o di un camion, sottolineato da scritte in arabo, comunica al passante che il proprietario ha realizzato uno dei precetti del Corano: il viaggio alla Mecca, che ogni mussulmano dovrebbe compiere, almeno una volta nella vita.
Chi ha potuto ci è andato in aereo, chi non ha soldi ci è andato in traghetto o con altri mezzi. Una sorta di graffito urbano egizio, così lontano nei contenuti dai graffiti nelle periferie delle città dell’occidente, ma così vicino nella forma e nei colori netti e precisi.

El Quseir sorge in mezzo al nulla sulla costa del Mar Rosso a quattro ore di pullman da Luxor. Tutto intorno è deserto. Nasce come colonia italiana, quando, agli inizi del 900 gli italiani cominciarono a sfruttare le miniere di zolfo dei dintorni. Poi negli anni 60 gli egiziani decisero di privatizzare l’attività, le cose non andarono bene, gli italiani se ne andarono e gli operai egiziani cominciarono a fare i pescatori anziché i minatori.
L’ex fabbrica dei vecchi italiani imprenditori è rimasta l’attrazione locale, da far visitare ai nuovi italiani turisti che vengono a soggiornare nei villaggi vacanze sorti nel deserto pietroso e sabbioso sulla costa nel raggio di una quarantina di chilometri dall’aeroporto di Marsa Alam.
In realtà non c’è nulla da vedere se non una costruzione cadente in un desolato piazzale color ocra dove si accumulano rottami e vecchi macchinari arrugginiti, gli uffici impolverati del direttore della miniera, con i suoi vecchi libri ingialliti (una storia del conte di Cavour, qualche manuale tecnico e una dozzina di romanzi di sconosciuti) appoggiati sulla scrivania, un paio di cartine appese ai muri degli uffici, con i grafici dell’andamento dell’attività della miniera e una consunta carta geografica dei primi del novecento dove il Mar Rosso si chiamava ancora Mar Haeritraeum.

Sulla via principale di El Quseir, quella dove, secondo la descrizione del catalogo, si potranno fare acquisti al mercatino locale, i negozietti di souvenir più ricchi hanno insegne come: "Il grande fratello" o "Vacanze romane". Ogni egiziano dai tre anni in poi sa dire almeno "ciao amico" e "ciao bella, come stai? Come ti chiami? Da dove vieni?" tutti hanno almeno un fratello o un cugino a Milano, a Roma, a Firenze, a Voghera. Pensano che Frosinone o Pistoia o Biella o San Giovanni a Teduccio siano bellissime, che tutte le italiane amino molto "fare l’ammOre " (con la O larga), che da noi siano tutti pieni di soldi e che si possa comunque fare business. Tutti ti chiedono qualcosa: un euro, due euro, se hai caramelle, se hai da cambiare le monete in banconote, se vuoi cartoline, se vuoi comprare statuine di basalto, scarabei di marmo, piramidi di alabastro, faraoni in onice, passeggiate in dromedario. Tutto fino allo sfinimento.

Si tratta dell’escursione di mezza giornata del costo di 10 euro, organizzata dal tour operator che gestisce il villaggio vacanze dove siamo alloggiati. Partecipo all’escursione per disperazione, per uscire dal villaggio in cui sono confinata da quattro giorni, perché, anche volendo, non c’è altro da fare.
Sono una spacciatrice pentita di viaggi organizzati e me lo merito. Ho vinto un viaggio a Marsa Alam, mar rosso, Egitto. Poiché l’anno scorso ho venduto tanti pacchetti in questo posto, ho l’occasione di venirci per una settimana gratuitamente, all inclusive. Ma siamo fuori stagione, fa ancora freddino, c’è crisi, e alla fine ci ritroviamo in una ventina di persone, compresi gli animatori, in un villaggio da 500 posti. Trascorro giorni di straniamento e di sperdimento, chiedendomi che lavoro faccio, perché lo faccio, dove mando la gente, e soprattutto perché la gente che mando qui torna contenta.
Il villaggio è molto bello, direttamente sulla spiaggia. Insomma, direttamente dal deserto al mare, perché questa non è una spiaggia, è dove il deserto orientale egiziano arriva al mare. Piccole costruzioni di sei/otto camere tra aiuole curatissime con prato verde Irlanda, costantemente annaffiate da un esercito di inservienti egiziani. Al villaggio di El Quseir arriva l’acqua due volte la settimana, ma qui abbiamo i prati all’inglese.

Abbiamo almeno 10 camerieri per persona e tutti, quando io e la mia amica li incontriamo, con occhiate di fuoco ci fanno la radiografia. Sono tutti uomini quelli che lavorano nel villaggio. Vengono da Luxor, da Assuan, da El Quseir. Gli uomini di origine nubiana, dell’alto Egitto, al confine con il Sudan, sono i più scuri, quelli che parlano meno italiano e hanno le mansioni più umili. C’è sempre un sud del sud.

L’unica donna è una manager vestita all’occidentale che forse per farsi ascoltare da questo esercito di uomini sembra urlare e comandare di continuo. Ma parla in arabo e forse è solo una mia impressione. Tuttavia, come in altri paesi di cultura mussulmana provo la spiacevole sensazione di essere soppesata e valutata solo come femmina, nel senso di atta alla riproduzione o a generici e sconosciuti piaceri fisici in qualità di donna italiana amante del "fare l’ammOre", e nulla più.
Di sicuro qui non è rappresentata tutta la società maschile egiziana, ma solo una piccola parte, ma l’effetto è pesante.
Anche la normale richiesta di un caffè viene accompagnata da un risolino, da un battito di mani sotto gli occhi, da scherzetti che una volta qui da noi si sarebbero detti da prete.
Reagisco sorridendo, anche se vorrei prenderli per il collo. Mi vengono in mente i nostri seminaristi di una volta, con la differenza che qui i più smaliziati pensano davvero che le donne italiane siano tutte in cerca di sesso o di avventura. Effetto della televisione, dell’avanzata del turismo sessuale che ora coinvolge anche le donne o di incomprensioni ed equivoci tra codici diversi di comportamento ? difficile dirlo, ma l’effetto, tra aspettative e immaginazioni inevase e timori di fraintendimento, crea situazioni ridicole e complicate.

I più timidi invece fanno tenerezza, perché sono molto rispettosi. Anche loro non sanno bene come comportarsi ma il messaggio che arriva senza parole è quello di ammirazione, curiosità, rispetto e ospitalità. Said, il nostro housemaid (come dice il cartellino sulla divisa), termine che di solito, nell’hotellerie internazionale si usa per le cameriere, ma che qui viene riciclato per gli uomini, è il tenero rappresentante degli egiziani timidi.
Per sette giorni, nel rifare la camera, ha raccolto petali di fiori nelle aiuole del villaggio e li ha sparsi sui cuscini. Ogni sera ci ha fatto trovare sui letti un qualche animale costruito di asciugamani. Una specie di origami egizio.
Il più bello è stato il coccodrillo dell’ultima sera. Cinque o sei asciugamani arrotolati con maestria per fare le zampe, il corpo e le fauci del temibile coccodrillo del Nilo. La cosa più tenera e ingenua era che a tenere aperte le fauci c’era il telecomando.

Nel villaggio, a gestione italiana, tutti i camerieri, gli impiegati o gli addetti che hanno un rapporto più ravvicinato con i clienti si presentano con un nome italiano.
Hassan, l’aiuto bagnino, un ragazzo magro magro e scuro, vestito alla buona, senza la divisa degli inservienti, in spiaggia, portandoci all’ombrellone, si presenta come Valentino. Come tutti, sa qualche parola in italiano. La nostra reazione è un po’ sconcertata. Gli chiediamo: "ma come Valentino?! Qual è il tuo vero nome? " Gli si accendono gli occhi e sorride, fiero dei suoi antenati, dicendo: Hassan e una fila di altri nomi in arabo. Ma si corregge subito, affermando: "ma io sono Valentino". Recuperato il ruolo professionale che gli è stato assegnato, si allontana, e torna con un piccolo paguro che appoggia delicatamente sulla sabbia. Si accuccia come un ragazzino felice a mostrarci, con un sorriso sdentato da bambino, come il paguro rovesciato a pancia in su riesca a raddrizzare la sua conchiglia con piccoli, cauti zampettii, e se ne va, lasciandoci il suo regalo.

Il giovedì il programma prevede l’escursione di un’intera giornata a Luxor. Il viaggio in pullman da Marsa Alam a Luxor dura quattro ore con delle soste programmate lungo il percorso. Il punto di incontro con gli altri turisti provenienti da Hurghada, è nei pressi di Safagha.
In un immenso piazzale nel deserto, attrezzato di punto di ristoro, negozietti e bancarelle di souvenir e decine di servizi igienici, in un’enorme, organizzata confusione, centinaia di turisti russi, scandinavi, italiani, tedeschi, scendono dai pullman, ansiosi di conquistare un posto nelle file per il bagno e per la colazione. Da Safagha in poi sarà solo deserto, hanno avvisato gli accompagnatori. Dopo una ventina di minuti, soddisfatti i bisogni primari dei turisti, tra foto scattate in mezzo alla polvere del piazzale e ai gas di scarico dei pullman, i richiami delle guide e dei venditori di souvenir, la moderna carovana si rimette in moto.
Settanta, ottanta pullman in colonna, scortati da due macchine della polizia, si snodano lungo la strada per Luxor. Come ci conferma la guida, presto ci accorgiamo che la polizia non ha funzioni di antiterrorismo, come molti pensavano, ma di prevenzione degli incidenti stradali che la guida spericolata degli autisti egiziani provocherebbe.

E finalmente mi riconcilio con l’Egitto. Una natura grandiosa sfila davanti al mio finestrino del pullman e impone la sua bellezza. Il deserto pietroso, dorato dalla luce radente del mattino, si stende dal ciglio della strada fino all’orizzonte, attraversato da innumerevoli dune e rilievi di sabbia. Tutte le domande e tutte le risposte stanno lì. Per chilometri nel silenzio del pullman, i miei compagni di viaggio addormentati, rimango finalmente incantata e persa nella solennità del deserto che a poco a poco lascia il posto a montagne imponenti ed austere. Sono in Egitto.
Poi, mi addormento anch’io.

MORTI PER TELEGIORNALE

11 dicembre 2007

Occhi verde chiaro spalancati, sguardo diretto, viso aperto, un eloquio lucido, preciso e trasparente nel descrivere i fatti e le circostanze dell’incidente in cui ha perso, finora, quattro colleghi ed amici bruciati tra le fiamme e di cui lui, per ora, rimane l’unico testimone quasi illeso, se non fosse per una lieve serie di bruciature sulla fronte. Mi viene spontaneo chiedermi, al processo con quale serie di falsità riusciranno a smentirlo. Al momento è l’incarnazione del testimone ideale: chiaro, leale, e sereno.

Antonio Boccuzzi ha cercato di spegnere un piccolo incendio che si era sviluppato in un reparto della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni di Torino, in cui stava lavorando insieme ad almeno un’altra decina di operai la notte del 5 dicembre, correndo a prendere un estintore.
L’estintore era vuoto, imprecando l’ha buttato ed è corso al telefono del reparto, il telefono non funzionava. Si è precipitato allora a prendere il bocchettone dell’acqua e mentre apriva il rubinetto e aspettava che l’acqua gonfiasse il tubo di gomma, senza fiato e con gli occhi dilatati dalla paura, si guardava intorno cercando di capire dove fossero i colleghi. Le fiamme improvvisamente con un gran colpo soffocato sono diventate alte, caldissime, incandescenti, fluttuavano alte, come le dita rosse di una mano.
Gli amici gridavano. Uno di loro avvolto dal fuoco è uscito improvvisamente dall’incendio e l’ha chiamato "Toni, Toni". Antonio guardava la sua faccia bianca e gonfia e non capiva chi fosse, le sue scarpe continuavano a bruciare mentre lui, con la sua felpa, tentava di soffocare il fuoco sul corpo dell’amico. Allora è corso fuori, sul piazzale davanti al capannone, nel buio ha afferrato la bicicletta, il fuoco sordo e accecante divorava i suoi amici e le loro grida, lui ha urlato, correva e urlava, correva e chiamava gli altri, quelli dell’altro turno, correva e urlava.

La moglie di Antonio Schiavone è seduta davanti al presepe, a casa sua. Antonio è stato il primo a morire, bruciato vivo. Lavorava alla ThyssenKrupp da più di dieci anni. Lei è rimasta con tre figli, il più piccolo ha due mesi e ogni tanto, attraverso il microfono puntato al vestito, si sente il suo pianto in un’altra stanza della casa.
Lei non piange, è composta, seria, e guarda fisso nella telecamera. Con brevi frasi lucide e definite, conferma le parole dell’amico sopravvissuto a suo marito: i turni di lavoro infiniti, gli straordinari, anche fino a 15 ore di lavoro continuate, non 16, perché dopo 16 ore scatta per legge un giorno di riposo, la manutenzione trascurata della fabbrica in chiusura, la sicurezza del luogo di lavoro lasciata all’iniziativa degli operai, qualcuno deve riempire gli estintori usati nei tanti piccoli incendi che si sviluppano nella fabbrica in dismissione, ma non si sa bene chi e quando debba farlo, e soprattutto se lo fa, la produzione ne risente e alla dirigenza non va bene.

Nessuno si è fatto vivo con lei dalla dirigenza della ThyssenKrupp. "Nessuno?", chiede l’intervistatore. "Una telefonata? Un telegramma? Un biglietto". No, nessuno.

Poi, le cifre. In Italia nel 2006 i morti (di cui si sa qualcosa) per incidenti sul lavoro sono stati 1302. Annualmente i morti per incidenti stradali sono intorno ai 5000. Per incidenti domestici siamo sugli 8000. Per terrorismo cosidetto islamico (vittime tra i civili), dal 2004 ad oggi i morti italiani sono 17. Per influenza aviaria, se non mi sfugge qualcosa, in Italia non è morto nessuno, a parte i famosi cigni di Storace. Di morbo della mucca pazza mi pare un’unica ragazza che aveva però vissuto per anni in Gran Bretagna. E anche in Gran Bretagna non hanno riempito i cimiteri di morti da mucca pazza, comunque.
I numeri li ho presi dalla rete qua e là.

Quando guardate il telegiornale e poi vi viene paura di andare in vacanza in Marocco o in Egitto, di mangiare pollo, o bistecche alla fiorentina, pensateci.

UN PO’ DI AMERICA finta e vera

9 dicembre 2007

Cosa ci devo fare? Mi piacciono i film di Natale. Ma non quelle cagate di De Sica (Christian) e quell’altro di cui ora non ricordo il nome, ma quei film americani tipo quello che ho visto stasera in tivu: "Miracolo nella 34esima strada", dove un vecchietto con la faccia da Babbo Natale, e che è Babbo Natale in persona, che lavora in un grande magazzino di New York dove fa appunto Babbo Natale con i bambini che gli si siedono sulle ginocchia e gli chiedono i regali, cosa che accade solo nei film americani, viene accusato (ingiustamente) di non essere Babbo Natale. Nel contempo, la sotto trama ci mostra la sua capa, donna in carriera che non crede più nell’amore e nelle illusioni dopo l’abbandono da parte del marito, che insegna alla sua bambina a non credere a Babbo Natale, e a non illudersi in genere, per non dovere soffrire un domani.
Finirà per sposarsi la notte di Natale con il bell’avvocato che in tribunale difenderà con successo Babbo Natale da chi lo accusa di essere un vecchio pazzo, suscitando una rivolta popolare tra grandi e piccini niuiorchesi, con tutta New York che si ritrova nelle strade della città alla stessa ora per sostenere Santa nel processo, titoloni sui giornali che scorrono uno dietro l’altro alla vecchia maniera hollivudiana e la scritta "I believe" su muri, cartelli e distintivi sui cappotti.
Nel frattempo nevica sulla città in festa, la gente pattina al Rockfeller Center, i bambini sono un po’ americani ma simpatici, i vecchietti burberi ma generosi, i cuori infranti si riparano e rigioiscono, nelle case ci sono grandi alberi di Natale addobbati magnificamente, tutti sono buoni, e perfino io mi commuovo. It’s a wonderful wonderful world.

Tutto ciò comunque mi ricorda una cosa che ho scritto qualche mese fa a Chicago.
Non era Natale perché eravamo già in febbraio, ma cadeva la neve, e come spesso succede in America mi sembrava di stare in un film. Un film di quelli che piacciono a me.

CHICAGO E LA NEVE

Ginger procede silenziosa al mio fianco, ansimando leggere nuvolette di vapore che subito svaniscono e producendo solo un lieve sfrigolio nella neve fresca.
Il marciapiede ne è completamente ricoperto dopo la nevicata di oggi e così anche i giardinetti di fronte alle case e i quattro, cinque gradini che salgono ai portoncini d’entrata.
Sono le dieci di sera, la neve cade ancora, a tratti lentamente, a tratti roteando vorticosamente, spazzata dalle folate di vento che arrivano dal lago.
In North Burling Street il silenzio è interrotto solo ad intervalli regolari dallo sferragliare della sopraelevata, The Elevated Train, la El, come viene affettuosamente chiamata, oppure "Chicago’s rusty iron heart", il cuore di ferro arrugginito di Chicago, (come la definì Nelson Algren, uno scrittore innamorato di questa città e cantore dei bassifondi dell’America in "Take a Walk on The Wild Side" (molto prima di Lou Reed..).
Da una di queste casette ai lati della strada, potrebbe uscire da un momento all’altro, scendendo di corsa i gradini, un James Stewart o un Cary Grant in cappotto e cappello e avviarsi lungo il vialetto improvvisamente virato in bianco e nero, e una di quelle attrici anni 40, in cappottino stretto in vita, cappellino e borsetta al gomito, potrebbe rincorrerlo a passetti corti nella neve.
All’angolo della strada Frank Capra potrebbe filmare un Gene Kelly che danza sotto un lampione vestito da marinaio o un giovane Frank Sinatra che avanza pensieroso lungo il marciapiede, mani in tasca e cappello all’indietro, in un cortocircuito di memorie cinematografiche.
Nel frattempo i medici di ER, finito il loro turno, salgono le scale di legno della sopraelevata e aspettano il treno tra folate di vento gelido, fiocchi di neve impazziti e dialoghi drammatici, per poi salire sull’ultimo treno che li porta nel loro appartamento solitario, alla fine di una giornata difficile. In ER a Chicago è sempre inverno e la vita è sempre complicata. Ma è solo un film, e la realtà è ben diversa: a Chicago può anche essere primavera.
All’incrocio con la Webster Road, Ginger si ferma, alza appena il sopracciglio destro per capire se ho intenzione di andare all’Oz Park, e procede lentamente. "Good dog", le dico, come si usa qui, "good girl", allungando la mano ad accarezzarle il dorso color miele, e l’effetto è un lento scodinzolio di riconoscenza.
Il "Tin man", l’Uomo di latta del Mago di Oz, osserva i rari passanti leggermente piegato dal suo piedestallo all’angolo del parco. La sua corazza di latta riflette la luce dei lampioni, e da un momento all’altro con un balzo potrebbe saltare giù e con un leggero tintinnio di metallo mettersi a correre nel parco silenzioso ricoperto di neve, con pochi balzi raggiungere il "Cowardly Lion", la statua di bronzo del Leone codardo dal cuore di paglia e insieme correre via nella notte, scomparendo nel buio. Di sicuro non lascerebbero impronte.
Ginger è stanca, oggi al lago, nonostante il ghiaccio che si condensava in riva in piccoli iceberg bianchi, il richiamo dell’acqua è stato troppo forte e si è buttata più volte a nuotare. Il lago Michigan, un lago che è come un mare, azzurro cupo e ornato di piccole creste di ghiaccio bianco, e un Golden Retriever color miele, che nuota in mezzo al ghiaccio con una pallina rossa in bocca, è la mia prima immagine di Chicago. 

(dedicato alla Manu:))


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